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Full text of "Dizionario dell'omo salvatico"

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f,^ 



DIZIONARIO 
DELL'OMO SALVATICO 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Si riterrà contraffatto qudsiasi esemplare di questa 
opera che non porti il timbro a secco degli autori. 



Copyright 1923 h\} Djmcnlco GinliolH ani Giovanni Rapini. 



Firenze, 1923 - Stabilimenti Grafici di A. Vallecchi, Via Ricasoli. 6 



AI 
ONORATI 

CLEONE 

TRIMALCIONE 

SER CIAPPELLETTO 

MARGUTTE 

PANTAGRUEI- 

CALIBANO 

CALANDRINO 

CACASENNO 

CONTE DI CULAGNA 

SANSON CARRASCO 

FALSTAFF 

TILL ULENSPIEGEL 

SIMPLICISSIMUS 

VANNI FUCCI 

DON ABBONDIO 



MANI 
ED ONORANDI 

DI 

JOSEPH PRUDHOMME 

JEROME PATUROT 

GIRELLA 

GINGILLINO 

STENTERELLO 

HOMAIS 

BOUVARD 

PECUCHET 

TRIBULAT BONHOMET 

COQUELET 

PICKWICK 

ROI UBU 

CICIKOF 

ORONZO MARGINATI 

TRISSOTIN 



QUESTO POVERO LIBRO 
CHE S'ISPIRA A' LORO SUBLIMI PRINCIPI 

È DEDICATO- 



1. 



AL LETTORE BENIGNO 

Con te, rarissima creatura, forse unica, non fanno 
di bisogno caudati e piumati convenevoli. Ci s' inten- 
de alla prima : tu cerchi nei libri il buono e se il buono 
non e' è almeno il passabile e se manca il passabile 
un po' d'utile e se non trovi neppur l'utilità ti con- 
tenti di posare all'ombre grame del meno peggio. 

Dunque, anche se non esisti o se questo volume non 
ti verrà mai tra le mani, i Salvatici dedicano a te 
l'opera cominciata, ben sapendo che hanno bisogno, 
più che di tutto, della tua esorabile umanità 



2. 



Al LETTORI NEMICI 

Non meno necessari, voialtri. L' Omo Salvatico, che 
odia il mondo per santa obbedienza al suo Signore 
Gesù Cristo, deve essere odiato dal Mondo e dai suoi 
dragomanni e curiah, che siete voialtri, e vi chiamate, 
come i vostri consobrini sotterranei. Legione. 

Ogni uomo esiste in virtù dei suoi nemici. Chi non 
ha nemici ha forma d'uomo ma è, nelle cateratte delle 
generazioni, una gocciola insapora, senza nome e senza 



luce. I nemici son necessari al forte per dimostrare 
la sua potenza ; allo stoico per mettere a prova la 
sua inalterabilità ; al superbo per sentire i suoi limiti, 
— e finalmente ai cristiani che dai nemici imparano 
l'umiltà e il più difficile amore. 

Amati nemici, vi offriamo in queste pagine molte 
nuove ragioni di odiare (o, se volete, di spregiare o 
sbeffare) due bestie refrattarie all'addomesticamento 
della luciferissima civiltà contemporanea. Sono agnelli 
che gemono nel martirio o lupi che cercano di pog- 
giare il muso sulla manica di un santo ? La sen- 
tenza l'aspettiamo dalle vostre labbra sottili, dalle 
vostre penne appuntite. Non dite, però, che vogliamo 
tornare al Medio Evo. Il Medio Evo t- appena finito, 
se pure è finito. È storia di ieri l'altro. Noi vorremmo 
tornare assai piri addietro nei secoli ; al di là del Gol- 
gotha, al di là del Giordano, al di là di Ur in Caldea. 
Abbiamo la nostalgia inguaribile del Primo Evo : e la 
nostra vera epoca è quella che fu la vigilia del Diluvio 
Universale. 



3. 



AL LETTORE PEDANTE 



Anche Lei, Magistro Stoppino, dottore a pieni voti, 
professore pareggiato, istitutore volontario, spolUnatore 
integerrimo, qui dentro troverà lavoro abbondante per 
i suoi occhi di cliirottero digiunatore. 

Le lacune. Le dimenticanze. Le trascuranze. I nomi 
sacrificati. I personaggi soppressi. I particolari man- 
canti. Le date incerte. 

Avremo un bel dire che non s' è voluto fare una 
compilazione ma una disinfezione ; che questo non è 
un dizionario di tutte le parole ma soltanto di quelle 

IO 



che a noi parvero meglio prestarsi per ripetere e ricor- 
dare alcuni fruttuosi insegnamenti ; che il nostro libro 
non vuoliessere informativo ma, se Dio ci assiste, for- 
mativo. Lei non ascolterà e non vorrà sentire ragione. 
Nei suoi orecchi, per impedire agli strepiti del mondo 
esteriore di giungere alla tromba di Eustachio, ci sono 
due batuffoli di cotone : non troppo lindi in verità 
ma che fanno egregiamente la parte loro di tappi invar- 
cabili. Si| diverta dunque a sua posta nella selva che 
offriamo alla sua libido evacuandi — i suoi pari, affac- 
cendati troppo nello scoprir quel che non e' è, non 
hanno davvero tempo di godere quel che e' è. 



4. 



AL LETTORE ERUDITO 

S'aspettava proprio te. Tu sei quello delle fonti, 
delle reminiscenze, dei precursori, degli antecedenti e 
delle genealogie. Sappiamo cosa vuol uscire dalla tua 
bocca d' ingollavolumi : che l' idea di questo dizio- 
nario non è nuova di zecca ; che si potrebbero richia- 
mare con frutto le opere affini e parallele — ad esem- 
pio il Dictionnaire critique del Bayle, il Dicfionnaire 
Philosophique del Voltaire ; il Dictionnaire des idées 
regues del Flaubert (inedito) ; VExegèse des Lieitx Com- 
miins di Leon Bloy. 

Dunque intendiamoci bene : le opere del Bayle e 
del Voltaire sono compilazioni di tipo erudito — spe- 
cialmente la prima — destinate a smantellare il qua- 
drilatero inespugnabile della Chiesa Romana di Cristo, 
Il nostro dizionario non ha carattere compilatorio 
e storico e vuole invece offendere i labili barbacani 
della bestialità scientifica, filosofica e sociale moderna 
— non per difendere la Chiesa, che non ha bisogno delle 

II 



nostre difese e che da ben altri essedi è uscita vincente, 
ma per la speranza di far riflettere quelle anime sviate 
ma non perdute, offuscate ma non kcciecate, lontane 
ma non marcie, sulle quali pesano i fuligginosi vapori 
di cinque secoli di pestilenze spirituali. 

La raccolta di Flaubert è semplicemente il sottisier, 

10 sciocchezzaio, che il normanno aveva spigolato nelle 
sue letture di libri gravi o idioti mentre stava prepa- 
rando Bouvard et Pécuchet. Doveva essere, dunque, il flo- 
rilegio della imbecillità dotta e indòtta de' suoi tempi. 

11 nostro dizionario ospita, qua e là, alcuni di codesti 
fiori, cresciuti nei giardini di Homais, di Joseph Pru- 
dhomme e di Tribulat Bonhomet, ma è tutt'altra cosa 
che una infilzatura di baggianate e di castronerie. Noi 
ridiamo, giudichiamo, combattiamo — se sciocchezze ci 
sono, qua dentro, son quelle che abbiamo messo in 
bocca a quei personaggi da noi evocati per lo stesso 
fine che agli Spartani faceva chiamare gli Iloti briachi. 

Il libro di Leon Bloy è la revisione e illustrazione — 
come sapeva fare quel grandissimo scrittore che fu, a 
dispetto di certe apparenze e incoerenze, un vero cri- 
stiano e un intrepido cattolico — dei proverbi e modi 
di dire che formano i tre quarti o i quattro quinti 
delle quotidiane conversazioni degU uomini quotidiani. 
Non U dimentichiamo neppur noi, i venerabili e a volte 
terribili luoghi comuni commentati da Leon Bloy — 
ma il nostro piano di campagna è ben altrimenti vasto 
e infinitamente più varie e numerose sono le gatte che 
abbiamo preso a pelare e i topi che voghamo mettere 
in trappola. Senza contare che tra lo spirito e lo stile 
del perigordino e dei suoi ammiratori toscani ci sono 
parecchie differenze, checché ne dica l'autore della 
Venere Agreste e della Maschera Celeste. 

E ora, o bibliofilo sposo di biblioteche e bibUo- 
gralìe, nato dalle giuste nozze del Manuel du Libraire 
coli' Encyclopedia Britannica, aspettiamo a pie fermo 
una nuova lista di titoli e di plagi per darti tutte 
le grattature che meriterà la tua rogna recidiva. 



12 



5. 



AL CRITICO GEROGLIFICO 



quadrupedante alunno della Cabala Pegasea ! Oc- 
chiuto come la mosca equina; casto come il giovenco ; 
ginecologo dalle mani mozze ; stupratore di te stesso ; 
amante riamato del fumo : fumo di bricco, fumo di 
tazza, fumo di pipa, fumo di estetica, fumo di vino, 
fumo di boria, fumo d' immanenza e di plenimpotenza 
— critico delle grandi occasioni, delle grandi opere, dei 
grandi giornali, delle grandi parole ; iniziatore dei sordi 
alla musica ; architetto privilegiato dei nomadi ; cuci- 
niere dei digiunatori ; poeta del sambuco e del ribes ; 
stambecco delle scogliere alpine nonché seppia dome- 
stica e irascibile — qui dentro non troverai, ho paura, 
biada per le tue gengive, o panico per il tuo becco. 

1 tuoi enigmi iniziatici non h potrai adoprare qui, 
dove non è convito di marescialli in tenuta ma un 
desinare alla buona, di poveri che mangiano colle 
mani, all'ombra d'uno di quei rozzi calvari che re- 
stano, per straordinario caso, in cima all'erte mon- 
tagnole. 

Come potrai sglutinare, a proposito di così povera 
materia, i tuoi periodi a pino e a cono, che sembrano 
i fumacchi di un vulcano stanco destinati a nascon- 
dere la sua agonia ? Potrai dire, ad esempio, che « l'e- 
spressività liricistica del frammentarismo, ormai con- 
sumata nella castità d'una esperienza negatrice di sé 
medesima, si rincatena, attraverso i tentativi d' una 
classicità eventuale e interpolata, all'esigenza d'una 
costruzione dove la sensibilità si plachi nella sua me- 
desima esasperazione » ? 

13 



Quando la panna montata si smonta, ti ritrovi in 
fondo alla scodella un po' d'acquicela torbida ed acida. 
Bevila tutta per te, critico montato, che il Salvatico 
beve acqua di fonte o vino di Chianti. 



6. 



AI FILOSOFI SENZA FILO 



Avrete un bel dire, gentili spaventisti del quarto 
d'ora, che siamo « digiuni » di filosofia perchè non vo- 
gliamo mangiare alla vostra tavola le buccie dell'an- 
tichissimo pomo offerto dal sempre vivo serpente, né 
succiare il fondigliolo di spuma rimasto in fondo al 
vostro bicchiere di birra konigsbergiana. Inutile sorri- 
dere benché si sappia, a priori e a posteriori, che 
le vostre labbra, simili a quelle dei grammofoni, sono 
inabili in perpetuo al riso e al sorriso. 

Per quanto diciate, anzi in quanto dite, siamo fi- 
losofi anche noi, e navighiamo, a vostro dispetto, ma 
col vostro implicito consenso, nell'altissimo mare, 
senza rive ed approdi, della filosofia. Non è forse vero 
— secondo le vostre bibbie esoteriche ed essoteriche — 
che il rccde è spirito, che lo spirito è filosofia, che la 
storia è filosofia, che lo spirito è l'essere, e l'essere è 
storia, e la storia è atto, e l'atto è spirito, e spirito è 
filosofia ? Tutto è filosofia, non v' è nulla che non sia 
filosofia. Quando uno starnuto, partito dal cerebro, ir- 
rompe dalle cavità nasali e fa fremere l'aria e tutta la 
persona — non è questo forse un momento dell'essere 
e un atto reale, cioè fatto spirituale e per conseguenza 
filosofico ? E quando sedete sul sogcriolirio, dopo es- 
servi tramutati per necessità in sansculoUes e cercate di 
estrarre dal vostro corpo quella parte di cibo che il 

14 



vostro intestino rifiuta — a somiglianza di quando espel- 
lete dal vostro cervello i pensieri che troppo Io grave- 
rebbero e ne fate dei libri — non è forse il vostro spi- 
rito in azione sotto forma di volontà e di coscienza, 
non compiete insomma un atto che, come tutti quelli 
compresi nell' universale categoria del reale, è squisi- 
tamente filosofico ? 

Vorrete forse negare che i vSalvatici facciano parte 
della realtà ? Potrete negarci di appartenere aUo Spi- 
rito che tutto racchiude e comprende ? Vi permette- 
reste forse di dubitare che le nostre idee, per quanto 
balzane ed antiche, siano atti eminentemente spirituali ? 

Noi siamo, dunque, nella filosofia e non soltanto 
come materia filosofabile, ma in quanto attori neces- 
sari di queir infinito dramma che ha un solo vero pro- 
tagonista, lo Spinto coUa majuscola, e infiniti coristi — 
gli spiriti co^jp. minuscola. 

Siamo, direte, spiriti sorpassati, che riecheggiano 
vecchi pensieri. Neanche per sogno. Voi stessi, nipoti 
di Kant, fighoh di Fichte, adepti dello spaventismo e 
del gentilesimo, ci avete insegnato che ogni pensiero 
e come non esistente, se non vien rivissuto da uno 
spirito presente e vivente, e in noi rivive — sia pure 
indegnamente e imperfettamente, ma con piena sin- 
cerità e con nuovi atteggiamenti — quel vecchio pen- 
siero uscito dalla Rivelazione dei Due Testamenti, che 
voi, concittadini dell'astuto Pulcinella e dell'arcade 
Meli, vorreste soavemente seppellire sotto una pioggia 
di fiori bianchi, votivi e mortuari. 

E voi stessi, del resto, filosofi dello spirito e dell'as- 
soluto, non siete forse ripetitori o rivivificatori di vec- 
chie teorie tedesche, romantiche e perfino positiviste ? 
Non avete forse rimesso al mondo, con qualche cam- 
biamento di frangie e di taglio, il secolare Fichte e il 
secolare Hegel e il quasi secolare Cousin ? 

E andando più in fondo ancora, non si potrebbe so- 
stenere che siete una rincarnazione, ipocrita e perciò 
più pericolosa, dell'antichissimo monismo ateo ? Per 
j materialisti tutto era materia, anche lo spirito ; 

15 



per voi tutto è spirito, anche la materia ; per i mate- 
rialisti tutto era scienza, anche la filosofia ; per voialtri 
tutto è filosofia, anche la scienza. E tutti e due siete 
atei : perchè usare il nome d'Iddio — come spesso fate 
ingannando le anime semplicette che non sanno — 
per indicare lo Spirito, cioè l'unità universale di tutti 
gli spiriti, che poi è identico all' insieme della realtà, 
è una truffa perchè il vostro Dio, non avendo nessuno 
degU attributi divini, né la personalità né la trascen- 
denza, non è un Dio, e la vostra filosofia religiosa 
è, tutt'al più, una risuolatura del vecchio panteismo 
sfondato. 

E in un'altra cosa siete simili ai materiahsti che 
combattete a discorsi per rendervi accetti alle nuove 
generazioni : nel giudizio che date delle religioni e spe- 
cialmente del Cristianesimo. I materiahsti dicevano che 
la rehgione era un resto di concezioni mitiche adatte 
tutt'al - più ai cervelli delle beghine e dei ragazzi, cioè 
ai semplici — e la rehgione, per voi, è la filosofia dei 
fanciulli, dei « poveri di spirito », la metafisica puerile 
— quella che si può insegnare neUe scuole elementari 
ma che deve dare il posto alla vostra filosofia di 
adulti, *di barbuti e di professori appena si sale al 
liceo e all' università. 

Voi potete risponderci che i vostri nasi ricevono, 
tra gli altri incensi, anche quelli di certi cattolici. 
Lo sappiamo benissimo ; ci sono stati sempre, anche 
nel cattohcismo, uomini che si contentano di caparre 
e hanno bisogno di sentirsi in buone relazioni coi fe- 
ticci del giorno. Noi, come Salvatici, badiamo alla so- 
stanza e non ci contentiamo dei crocifissi amministra- 
tivi né una presina di catechismo concessa dagli 
atei, in via provvisoria, ai cristiani al disotto di dieci 
anni. Siamo attaccati, come cipressi alle balze sco- 
gliose, a quel vecchio Cristianesimo che non riconosce 
nessuna filosofia al mondo quando sia in contrasto 
con quanto è detto in San Matteo, in San Marco, 
in San Luca, in San Giovanni e in San Paolo. E in 
fatto di filosofie dello spirito ne rispettiamo una sola 

i6 



— la filosofìa dello Spirito Santo, costruita dagU Apo- 
stoli, dai Padri, dai Dottori e contro la quale i ger- 
ghi siculo-alemanni non sono che sillabazioni di bal- 
buzienti. 



7. 



AGLI EBREI 

A voi, come seme di Abramo, come scolari di Mosè, 
come sudditi di David, chiediamo umilmente perdono, 
col viso nella polvere, per avere talvolta offeso, nella 
vostra miserabile persona, il popolo sacro, scelto da 
Dio per ripetere le Sue parole e per ospitare il Suo 
Figliolo. 

Ma è colpa nostra se troppo spesso ci fate ricordare 
che siete pure i nipoti di Caino, i discendenti di Acab, 
i posteri di Barabba, i fratelli di Giuda e i copisti di 
Caifa ? Quando gli assassini di Cristo si convertiranno 
a Cristo saranno i più grandi cristiani del mondo — 
ma fino a quel giorno la colUna del Golgota è, tra noi 
e voi, una muraglia di monti più invarcabile del Pamir. 



8. 



AI PROTESTANTI 

Può darsi che si prenda abbagUo, eppure ci sembra 
che con voialtri si dovrebbe andare d'accordo — al- 
meno almeno con quell'armonia veramente prestabi- 
lita che e' è tra le bacchette di nocciòlo e le chiappe 
del ciuco. 

2. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



Anche l'Omo Sai valico, come voialtri, protesta. E 
protesta contro un' infinità di cose e di persone, E 
protesta tanto e con tanta passione che voi, al suo 
confronto, siete, scusateci, dei protestanti per modo 
di dire, protestanti tiepidi e timidi, protestanti all'acqua 
di camomilla e di gelsomino. 

Figuratevi che l'Omo Salvatico, benché discepolo 
indegno e imperfetto di Cristo, si ostina, prendendo 
alla lettera il Vangelo, a protestare contro il Mondo e 
contro i pensieri, i costumi, i piaceri, i trionfi del Mondo. 

L'Omo Salvatico protesta in particolar modo con- 
tro il mondo moderno, contro il mondo quale s' è ve- 
nuto disfacendo da cinque secoli a questa parte. 

Protesta contro la rivoluzione umanistica che ha 
rimesso sugli altari la cultura pagana rinnegata dal 
cristianesimo. 

Protesta contro la rivoluzione luterana che ha fran- 
tumato la Cristianità sostituendo alla sacra monarchia 
romana l'anarchia del Ubero esame e delle sètte. 

Protesta contro la rivoluzione industriale che ha 
imbruttito la terra, ha ridotto gli uomini a una nuova 
e più dura servitù, e ha sostituito dappertutto la quan- 
tità alla qualità, la materia allo spirito, il denaro alla 
pace. 

Protesta contro la rivoluzione filosofica eh' è par- 
tita dal dubbio, ha contrapposto la ragione alla fede, 
e ha messo l' uomo nel posto d' Iddio. 

Protesta contro la rivoluzione democratica che ha 
scemato le libertà e cresciuto i pesi dei cittadini, che 
ha fondato la dominazione del numero bestiale e delle 
maggioranze incompetenti, e col pretesto di togliere i 
regni dalle mani dei re per diritto divino li ha dati a 
mungere e decimare a bande plutocratiche irrespon- 
sabili. 

Protesta contro la rivoluzione comunista la quale, 
vantandosi di sopprimere le ineguaghanze economiche, 
instaura più atroci e ingiuste disuguagUanze, e vuol 
rubare al popolo la fede dandogli in cambio fame e 
forca. 

i8 



Protesta infine contro tutte le tartaree novità che 
deliziano gì' imbecilli contemporanei : il bar, il cine- 
matografo, il grammofono, l'ascensore, il telefono, 
l'automobile, la motocicletta, il sidecar, l'areoplano ; 
protesta contro l'adorazione del meccanico, il culto 
della velocità, l' ingordigia dei comodi materiali ; contro 
i balli animaleschi e ruffiani, contro i teatri bordelli, 
contro la romanzistica dell'erezione, contro la pittura 
dei dementi precoci, contro la filosofia degh atei parali- 
tici — protesta contro i puzzi della benzina, del coke, 
dell'antracite, dei profumi parigini che appestano l'a- 
ria ; contro i fragori, i frastuoni, i rombi delle mac- 
chine che insudiciano il silenzio ; contro i fumi, i va- 
pori, i polveroni che sporcano il cielo. 

Ma protestiamo, e protestiamo con maggior forza 
di tutte l'altre proteste, contro quei protestanti, da 
qualunque congregazione, setta o stalla usciti, che ven- 
gono in Italia per strappare i poveri ignoranti cattolici 
alla medievale tirannia, come dicono, del vescovo di 
Roma. 

Di qualunque razza siano — emorroidi di Lutero, 
caccole di Calvino, unghie di Huss, sputacchi di Zuin- 
gUo, bollatiche di Socino, forfora di Wesley, calli di 
Fox, catarri di Spener, geloni di Giansenio, croste di 
Manete o di Ario, — noi protestiamo contro gli apostoli 
della disunione e della disubbidienza. 

Lasciate agli italiani la povertà — è la vedova 
onorata del loro San Francesco. 

Lasciate agli itahani V ignoranza — è quella stessa 
di San Pietro, quella raccomandata dall' Imiiazione di 
Cristo e dal pazzo di Cristo, Jacopone. 

Lasciate pure gh italiani nelle tenebre del' Medioevo 
— in quelle tenebre Arnolfo ci vedeva abbastanza per 
inalzare le sue fabbriche, Giotto per dipingere la Cap- 
pella degli Scrovegni, Dante per scrivere la Commedia e 
Tommaso la Somma — e tutti guardavano alla luce 
che usciva dalle grandi basiliche romane. 

Lasciateci pure sotto la tirannia del Papa : è una 
tirannia istituita da Cristo, è la tirannia di un padre e 

19 



noi la preferiamo infinitamente alla tirannia dei pa- 
stori, dei quacqueri, dei concistori e dei libri. Noi sal- 
vatici, noi medievali ci teniamo ancora alla bolla 
Unam Sanctam : « Porro subesse Romano Pontifici 
omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffi- 
nimus et pronunciamus omnino esse de necessitate 
salutis ». 

Come vedete, cari fratelli separati, — separati per vo- 
lontà e colpa vostra, — noi protestiamo contro assai più 
cose che non protestate voi e siamo dunque, al vostro 
cospetto, i veri e maggiori protestanti dell'universo 
mondo. Se volete convertirvi al nostro protestantismo 
vi riceveremo a braccia aperte e con aperto cuore. Vi 
chiediamo poco, una cosa sola : di sottoscrivere insie- 
me a noi i documenti datati dai palazzi Vaticani negli 
ultimi sessant'anni : dal Sillabo di Pio IX, di gloriosa 
memoria, all'enciclica Uhi arcano Dei di Pio XI, feli- 
cemente regnante, inclusive. 

E allora soltanto comincerete, insieme a noi, a pro- 
testare sul serio. 



9. 



ALLE DONNE 



Amiche gentili, signore d' illustre sangue, lettrici 
di Rimini e di Saint Moritz, spose pudiche, giovinette 
senza entrave di nessuna sorta, cristiane cattoliche ro- 
mane che andate al teatro di varietà, pensionate di 
Pafo e di Citerà che andate alla messa, dottoresse di 
molta scienza, dame di beneficenza, fanciulle senza 
innocenza, scolare nel ginnasio d'amore, trentenni pic- 
canti, quadragenarie di bocca tonda, sessantenni arzille 

20 



— come potranno i Salvatici salvarsi dalla vostra profe- 
tizzabile disapprovazione ? Siamo pur villani ed ispidi e 
malgraziosi ; disadatti alla riverenza, negati all'arte 
del sottinteso ; la stessa oscenità, piacevole quand' è 
amabilmente adombrata more gallico, sotto le nostre 
penne diventa materia predicabile o tema di scherno ; 
e in tante centinaia di pagine ce ne fosse una, una sola, 
destinata a laudare, siccome conviene, la bellezza delle 
appassite, la castità delle Messaline, l'arci potenza in- 
tuitiva della psiche femminile, l'eterno femminino re- 
gale e la molteplice forza del sesso debole ! 

I Salvatici pregano la Madonna — ma non s' ingi- 
nocchiano alla Donna. E la Donna, nei tempi stupendi 
nostri, è ben più alta che la Madonna. Ha vinto la 
Madonna — la quale era Vergine e Madre mentre la 
Donna, oggi, non vuol essere, se appena può, né vergine 
né madre. Verginità e Maternità : due catene, due 
schiavitù : la donna 1' ha infrante e s' è liberata : la 
prostituta sterile é V ultimo radioso ideale, non ancora 
raggiunto ma sempre più prossimo, dell'evolvente fem- 
mina novecentista. 

Non possiamo dunque, in coscienza, consigliare la 
lettura di questo alfabetico libello alle portatrici di 
sottane, alle vedove di Sansone, alle postere di Assa- 
lonne, alle scolare del Serpe, alla metà, insomma, più 
adorabile del genere umano. Le dotte non trovereb- 
bero qui l'usato divago; le donne di mondo il cibo che a 
loro apparecchiano i giudei grossisti della confezione 
letteraria ; né le beghine, ohimè, una nuova provvista 
di giaculatorie crepuscolari. Le abbiamo avvertite fin 
dalla soglia — e un recentissimo proverbio suona così : 
Donna avvisata, mezza cascata. 



21 



10. 



AI MONDANI 



Impossibile proprio non è — « bisogna stare al 
giorno !» — che a qualcuno di voi capiti nelle mani 
questo primo volume del nostro libro. Mi permettete, 
in questo caso, di riferire alla meglio, aUa buona, alla 
diavola, le vostre impressioni ? 

— Che ingenuoni, questi pretesi Salvatici ! Perchè 
pigHarsela tanto calda ? Perchè arrabbiarsi a questo 
modo ? Perchè vociferare e sbraitare contro questo 
mondo che pure li ospita e h sopporta ? Perchè rider 
sempre ma di quel riso che non vien dal cuore e non 
fa buon sangue ? Di quel riso amaro, cattivo, invi- 
dioso, che non leva davvero un chiodo dalla bara 
ma che manda al camposanto più presto, gialli di fe- 
gato prima che gialli di morte ? 

« I predicatori ci son sempre stati e più bravi di loro, 
più eloquenti, più pungenti, eppure il mondo è rimasto 
giuppersù lo stesso. Né poteva accader diversamente. 
Anche il corpo ha i suoi diritti e la modernità le sue esi- 
genze. Date a Dio quel eh' è di Dio e al Diavolo quel 
eh' è del Diavolo, come diceva un tale che non mi ri- 
cordo il nome. 

« Questo, signori Selvatici, è fiato al vento, tempo 
perso, carta sciupata. Chi vi pigherà sul serio, fuor di 
qualche giovinetto della gioventù cattolica o di qual- 
che prete di campagna ? Le passioni rehgiose ormai 
sono sbollite, svanite, finite, ed è gran fortuna, che del 
sangue n' hanno fatto spargere abbastanza. Oggi si 
combatte e si muore, ma per altri ideali, più tangibili 
e visibili. E mettetevi in testa che un po' d'amabile 

22 



scetticismo, contornato da un'alta dose di tolleranza, 
è la migliore regola che sia al mondo — specie in que- 
sto d'oggi eh' è veramente un « mondo di tolleranza ». 

« Il vostro nemico vero non è l'ateismo o il materia- 
lismo o r idealismo : è l' indifferenza, il je m'en fichi- 
sme delle classi colte : le quali non odiano il Cristia- 
nesimo ma lo ignorano, o lo conoscono come fatto sto- 
rico, e se volete estetico, ma non ci s'appassionano e 
tanto meno non si spassionano — non lo vivono, non 
li tocca, in una parola non l' interessa ! Voi siete in 
ritardo di cinque secoli, o per lo meno di trecent'anni : 
sono un po' troppi, specialmente per noi che viviamo 
pienamente la vita del novecento ! ». 

Ben miagolato, gatti di grand hotel e di transatlan- 
tico ! E voi, ragazze extra dry e spose d'alto bordo e 
patronesse del nulla e gentiluomini di molte antica- 
mere, controfirmate certo a quattro mani l'esposto. Per 
voialtri e voialtre è indifferente sapere se siamo nati 
a viver come bruti marcibih o per diventare angeli in 
eterno ; è indifferente sapere se Dio parlò agli uomini 
o se pure siamo irremissibilmente soli in mezzo alla 
solitudine infinita dell' infinito ; è indifferente sapere 
se Gesù fu un legnaiolo isterico che si sfece nella 
fossa dei giustiziati o un Dio salvante, trionfante 
e risuscitato ; è indifferente sapere se dobbiamo tener 
la Chiesa come un bel monumento d'archeologia sto- 
rica o come la vera casa dell' uomo, fondata da 
Dio perchè un pastore unico guidi un gregge unico 
alla virtù e alla salvezza ; è indifferente sapere se 
il vostro prezioso e delicato corpo, che pure dovrà 
imbacare e disfarsi, contiene un'anima immortale o 
soltanto un fiato che la morte mozza per sempre ; è 
indifferente sapere se dobbiamo essere l'uno all'altro 
come lupi o se dobbiamo scaldare col nostro corpo 
r ignudo e baciare le ferite del nemico. 

Per voi, abiti di moda riempiti di carne grassa e 
vogliosa, per voi, maiali eretti, ripuliti dal manicure, 
dal pedicure, dal parrucchiere e dal sarto, è più impor- 
tante sapere qual' è l'ultimo scandalo del vostro pic- 

23 



colo gran mondo, qual' è il colore preferito delle cra- 
vatte dai dandys londinesi, qual' è l' ultimo profumo 
inventato in Rue de la Paix, qual' è la marca più chic 
delle automobili e degli spumanti, qual' è l' ultima 
commedia di Bernardo Shaw o l' ultima trovata di 
Dada, qual' è l'ultima mantenuta di lusso arrivata sulla 
piazza e qual' è la sua tariffa e la sua gioielleria — per 
voi, dilettanti senza dilettazione, scettici senza tor- 
menti, viveurs senza vita, signori senza aristocrazia, 
è importante sapere queste cose e non l'altre, conoscere 
la novità della penultima ora e non la verità sull'ulti- 
ma ora, che arriverà, un giorno, anche per voi. Cosa 
possiamo fare, noi poveri Salvatici, esseri rozzi e mal- 
vestiti, senza quattrini e senza eleganza, se non pre- 
gare per voi quel doloroso Dio a cui crediamo per- 
chè abbia pietà, subito o più tardi, della vostra mi- 
seria ? 

Ma vi sono tra voi taluni e talune che si dicono 
cristiani, anzi cattohci, e hanno il libro da messa e 
si confessano una volta l'anno e invitano a colazione 
il prete del posto in tempo di villeggiatura e ci ten- 
gono ad avere, in punto di morte la benedizione tele- 
grafica del Santo Padre. A voi — che in tutto il resto 
fate la vita medesima degli altri che non credono, 
che confessate Gesù con la bocca e ogni giorno lo rin- 
negate coll'opere, che diremo noi, guardiani notturni 
che abbiamo la mala abitudine di voler destare i dor- 
menti coi nostri singhiozzi e colle nostre risate, più 
tristi dei singhiozzi ? Per gli altri possiamo pregare : 
non sanno quel che si fanno e Cristo li riconoscerà forse 
per suoi perchè non l'hanno mai conosciuto. Ma voialtri 
dite di conoscerlo ; lo ricevete nel sacramento, lo pre- 
gate coi labbri : non potrete dire, un giorno : Che v' è 
di comune tra me e te. Uomo ? 

V è di mezzo, tra Cristo e le vostre povere anime, 
un tremendo legame : il tradimento. Colla tiepidezza e 
l'apostasia di tutta la vita l'avete tradito ora per ora. 
Non basteranno le parche elemosine degU ultimi giorni, 
né i rosari della vecchiaia, né l'ufhcio mortuario di 

24 



prima classe per cancellare il lungo tradimento verso 
Colui che avete ricrocifìsso. La sua misericordia vi può 
ricomprare una seconda volta ma noi, bassi scolari 
troppo lontani dal divino modello, non possiamo sen- 
tire al contatto vostro che la puzza d'una progressiva 
putrefazione. 



11. 



AI CATTOLICI CHIOCCIOLE 



Voi uscite di rado dal vostro guscio — lodabile 
abitudine per evitare scontri e contagi ma un tantino 
egoista — e difficilmente vi capiterà sott'occhio il no- 
stro libro. Se questo caso, inverosimile ma non impos- 
sibile, si desse, vogliamo mettervi subito in guardia 
per risparmiare ai vostri spiriti animali il pericolo di 
intempestivi riscaldamenti. Vedrete qui dentro discorsi 
bestemmianti j. e infami sulle cose più sacre : badate 
che non sono nostri, osservate che son messi in bocca 
a maschere fin troppo trasparenti che impersonano ciò 
che noi detestiamo con tutto il cuore, tenete conto 
che son riportati apposta e accentuati in senso iro- 
nico, satirico e sarcastico, colla speranza — forse vana, 
ma non condannabile — di far nascere in altri la stessa 
repugnanza eh' è in noi ; avvertite, infine, che noi scri- 
viamo piuttosto per rintracciare un'anima lontana e 
perduta che per quelle rimaste alla luminosa ombra 
del Pastore. Noi siamo apostoli in partihus infidelium, 
siamo missionari, noi Salvatici, tra i selvaggi o rinsel- 
vaggiti che vestono gli abiti di stoffa inglese, viaggiano 
in sleeping car, si rinfrescano ai bars, inzuppano i biscot- 
tini nel the, giocano al foot hall, e non bestemmiano 
Iddio perchè non si ricordano neppur della sua esi- 
stenza. 



25 



Pensate e riflettete che questi civilissimi selvaggi 
non leggono né Vie del Paradiso né Filotee né libri devoti 
e ascetici di nessuna specie ; né potrebbero leggerli, ed 
avrebbero, molte volte, ragione di non leggerli, perchè 
a quelli che si voglion guarire dal \azio della zozza 
non si può dare a bere, di punto in bianco, acqua di 
fior d'arancio o di mucillaggine. Per chiamarli ci vuole, 
come alle capre, una manciatina di sale : perdonateci 
dunque se il nostro stile è talvolta pizzicante come la 
senapa o rosseggia qua e là di zenzero maremmano. 

Incontrerete anche parole, come voi dite, « non troppo 
castigate >>. Lasciatele passare, per amor di quel Dio 
eh' è pur verità, senza castigo. Non le parole puzzano 
o lordano ma le cose e le azioni che significano — e che 
noi condanniamo — e chi vuol nettare i destri (vedete 
che sappiamo anche le parole pulite ? ) non può met- 
tersi il vestito delle feste e non può mandare odor di 
zibetto. 

Del resto, se proprio vi venisse l' idea d' istituir 
processo contro di noi per lesa castigatezza, abbiamo in 
serbo un sacco e una sporta di esempi e di testi che vi 
turerebbero la bocca senza facoltà di appello. Non già 
di autori profani, che a voi non garbano e qui non 
troverebbero luogo — ma di scrittori ispirati, e di 
padri, dottori e pontefici. Ne abbiamo di Ezechiele 'e 
d' Isaia, di S. Gerolamo e di S. Pier Damiano, di S. Ber- 
nardo e di S. Bernardino. E se non vi bastassero po- 
tremmo squadernarvi alcuni capitoletti del De Con- 
temptu mundi del grande Innocenzo ITI pontefice ro- 
mano di gloriosa e immortale memoria. Concluderemo 
con queste parole di Clemente Alessandrino : « Io no- 
mino senza vergogna, per l'utilità dei lettori, le parti 
del corpo dove il feto si forma e cresce. Perchè dovrei 
vergognarmi di nominarle se Dio non s' è vergognato 
di crearle ? » 

Vi accorgerete, infine, che abbiamo parlato qualche 
volta con rispetto e talvolta con amorevolezza, di pa- 
gani, d' infedeli, in una parola, di non cattolici. Non 
vi adombrate senza aver prima ben riguardate le nostre 

26 



parole. Noi lodiamo in loro ciò che v' è di grande e di 
buono — l'altezza dell' ingegno, l' infelicità della vita, 
la volontà di bene — sempre salvando, esplicitamente o 
implicitamente, i diritti della fede. Il nostro concitta- 
dino Dante che si scelse a guida Virgilio e pose Catone 
a guardia del Purgatorio e nel Paradiso pose Rifeo e 
Traiano ci ha dato il cattivo esempio e la Chiesa non 
nega che certi infedeli possano esser salvati. E infine 
la nostra Chiesa, che si chiama universale, ha giurisdi- 
zione su tutti gli uomini ed ha la pietra di paragone 
infallibile per giudicare anche quello che da lei è sepa- 
rato e lontano. Nulla sfugge al suo metro — e grandissima 
qual' è non ha paura di riconoscere ciò che v' è di 
grande, nella sfera dell'arte e della vita, anche in co- 
loro che non le appartennero. 

Ricordatevi, infine, che l'opera nostra è apologe- 
tica, ma rivolta a coloro che vivon nel mondo e in 
mezzo alle glorie del mondo e noi non possiamo tirar 
di lungo sempre, perchè non s'abbia a sentir dire : 
Di quello, che vi dava noia, perchè non è vostro, non 
avete detto nulla. 

E ora, fratelli carissimi, tornate pure nel vostro 
guscio. Savia bestia è la chiocciola, saviamente lodata 
dal poeta della Fiducia in Dio, e tale che può dire come 
il pellegrino degli antichi giorni : Omnia mea meciim 
porto. Ma per far lunghi e santi pellegrinaggi è forse 
un po' troppo adagiata, e per combattere coi cama- 
leonti e i ramarri e i basilischi e i rospi che infestano 
i paduli della vita, e anche la vigna d'Iddio, è forse 
troppo molle e disarmata. Noi amiamo di cristiano 
amore le chiocciole ma preferiamo andar per il mondo 
vestiti, come il gran Salvatico Giovanni nostro patro- 
no, di pelli di belve. 



27 



12. 



AI SUPERIORI 



L'Omo Salvatico è per sua natura ubbidiente e ri- 
spettoso : la vita nei boschi insegna la venerazione delle 
forze celesti e la disciplina dei giorni. Non si ribella, 
dunque, a nessuna delle tante leggi scritte e non scritte 
che regolano l'anarchia servile del nostro secolo ; ed 
è perfino ossequente ai decreti, reali o ministeriali 
che siano, ed a tutti i regolamenti, sian pure munici- 
paU o militari, e a tutte l'ordinanze e agli svariati 
ukasi, e si sottomette in silenzio aUe censure ufficiali, 
legittime, palesi, irregolari, tacite e indirette che rego- 
lano la cosiddetta « libertà di stampa », la quale, come 
ognuno sa e vede, è la conquista più intangibile dei 
titani delle barricate democratiche. 

Ma però l'Omo Salvatico confessa di non ricono- 
scere come veri suoi superiori altro che i superiori spi- 
rituali, anzi religiosi, cioè quelli consacrati dalla Chiesa 
e nella Chiesa per guidare alla salute di sempre le 
generazioni degli effimeri. 

L'Omo Salvatico si considera come 1' ultimo fantac- 
cino di un esercito immenso che ha il suo comando su- 
premo a Roma ed è agli ordini degli ufficiali che, in via 
gerarchica, son posti al disopra di lui perchè hanno sulla 
fronte il segno incancellabile della consacrazione. San 
Francesco usava dire che il più indegno de' sacerdoti 
ha diritto al rispetto del più santo de' laici e l'Omo 
Salvatico non fa che ripetere il giusto detto del Sal- 
vatico dell'Alvernia. 



j8 



Il suo prim® superiore è, dunque, il suo confessore ; 
dopo questo (in via ascendente) il Vescovo della sua 
diocesi ; e infine colui eh' è il superiore di tutti i su- 
periori : Sua Santità il Papa. 

A questi superiori veramente legittimi, e da lui me- 
desimo scelti di sua spontanea volontà, l'Omo Salva- 
tico non si volge, come agli altri eventuali lettori, con 
discorsi scherzosi. Ha una cosa sola da dire : quella 
stessa che senza dirla si può indovinare da ciò che ha 
scritto fin qui, ma che non può fare a meno di ripetere. 

L'Omo Salvatico ha intrapreso questa lunga opera 
— forse vana, forse inutile, certo manchevole — colla 
volontà di giovare alle anime cristiane e soprattutto 
a quelle che non sono, o credono di non essere, cristiane. 
L' ha intrapresa con la persuasione di non volere o 
poter scriver parola che possa essere minimamente in 
contrasto colle verità della Rivelazione, coi dogmi 
della Fede e cogli insegnamenti della Chiesa. Ma se gli 
fosse accaduto, per ignoranza o inesperienza, per fretta 
o per superbia, di aver detto parola che sia contro 
l'ortodossia apostoUca romana o contro lo spirito della 
carità evangeUca, dichiara fin da ora di sottoporsi al 
giudizio, dei suoi superiori legittimi, ed è pronto a cam- 
biare o togliere quell' espressioni che potessero a loro 
sembrare intempestive e incorrette. 

Ai suoi superiori l'Omo Salvatico fa due preghiere 
sole : che siano per lui severi come richiedono le sue 
vecchie piaghe non tutte ancora risarcite, ma che non 
sdegnino di benedire questo suo lavoro, eh' è umilmente 
dedicato alla conversione dell'anime, all'amore di Cri- 
sto, alla gloria d' Iddio. 

Gennaio 1923. 



29 



I COMPLICI 
DELL'OMO SALVATICO 



1. 



PROF. MEDIANI 



Età indefinibile. 

Ordinario di Ginnasio nella città di Lonza. 

Bassotto, natiche sviluppate, piccoli piedi, andatura sal- 
tellante. 

Moderato d^ intelligenza, moderato di cultura, moderato 
d"* opinioni, sebbene « aW altezza dei tempi ». 

Quanto a religione professa « quella del cuore » che non 
esclude affatto il Cristianesimo, anzi.... 

Del resto, com'egli dice, da per tutto e' è del buoìio : per- 
fino nelV anarchia ; purché, bene inteso, non pretenda di pas- 
sare dalla teoria alla pratica. 

Però non bisogna mai dimenticare che « in medio stat 
virtus » ed « est modus in rebus » e che ogni cosa va ponderata 
« cum grano salis ». 

Una volta, {sebbene riluttante) fu eletto deputato al Parla- 
mento dai monarchici costituzionali di Lonza forse perchè, 
« a prescindere da ogni altra considerazione », il suo stesso 
cognome simboleggiava « a quell'epoca » tutto un programma. 

Ordinariamente la sua vita si svolge, calma, fra scuola 
e casa e l'unico suo svago serale (« tanto per far due chiac- 
chiere », fino all'undici, coi maggiorenti del luogo) consiste 
nel frequentare, sebbene non sempre, il « Caffè degli Spec- 
chi » e il Circolo ricreativo « Scienza e Diletto ». 

Una volta i suoi capelli eran neri, poi diventaron grigi, 
ora son biondi. Ma nessuna meraviglia : Il prof. Mediani, 
in omaggio alla libertà bene intesa, non ha mai sognato di 



Dizionario dell'Omo Salvatico. 



negare a chicchessia^ e tanto meno a sé stesso, il diritto di 
scegliersi liberamente quella lozione e quella fede politica che 
-più gli s'avviene. 



2. 



CAV. DEIFOBO LUCIFERINI 



Sessanta anni. 

Chimico-farmacista di Bagoghi, provincia di Lonza. 

Faccia verdastra, denti cariati, alito rummoso, aspetto 
risentito e mummiesco. 

Idee : recisamente anticlericali. 

È .'. 33 .'. della Loggia u Salute Satana /n e presidente 
del gruppo locale dei « cremandi » che, quando escon fuori 
in forma ufficiale {tredici membri precisi), son preceduti da 
un labaro verdefiele, con in inezzo una lingua di fuoco e, sotto, 
in lettere nere : « La fiamma è bella ! ». 

I suoi due figli. Catone e Libero, si vanta d'averli battez- 
zati da sé, col vino ; e, per far dispetto alV arciprete che sta 
di faccia, mette annualmente fuor di finestra, per la proces- 
sione di Gesti Morto, un ritratto, bene illuminato, di Gior- 
dano Bruno. 

Cultura : si desume dalla sua parca fna scelta biblio- 
teca^ posta accanto al tavolino di marmo sul quale stende 
le cartine per le prese ed arrotonda le pillole. Essa si com- 
pone de La Monaca di Diderot, dell' Enciclopedia Popo- 
lare Sonzogno, della Farmacopea, del Lucifero di Mario 
Rapisardi e del Maiale Nero. 

È assessore della Pubblica Istruzione e soprintendente ai 
Macelli. 



34 



3. 

COMM. QUATTROSTOMACHl 

Pur troppo non è più ! Mentre, dopo il solito pranzo lu- 
culliano, stava poppandosi il solito avana profumatissimo, 
colpito da paralisi cardiaca, senza poter dire neppur ohi! 
jece « la morte del giusto ». 

Era banchiere e senatore per censo. 

La natura gli aveva donato un appetito da lupo e uno 
stomaco di struzzo. Il suo peso oltrepassava felicemente il 
quintale. 

Essendo « venuto su dal nulla )> {cosa della quale si van- 
tava spesso) ed avendo « realizzato « una « favolosa fortuna », 
non a torto, stimandosi degno d'' adorazione, aveva incomin- 
ciato, lui per il primo, ad adorar se stesso. 

Ma era atnmalato di troppa salute ; e sebbene questo 
morbo non sia ritenuto letale, fu il solo ch^ebbe la forza d'ab- 
battere quella Bastiglia di lardo. 

In questo libro, per quanto indegnamente, ma con /' inten- 
zione purissima di onorarne la venerata memoria, si regi- 
strano detti memorabili e ricordi del lacrimato Commendatore. 



4. 

DOTT. ENTEROCLISMI 

Ateo, materialista, asceta della scienza ; specializzato nella 
cura dei morbi celtici. 

Odia il Medio-Evo e per conseguenza la Chiesa^ che n'è 
la triste continuazione e ch'egli definisce, con un' inj,magine 

35 



ardita ma efficacissima, « il sopravvivente vivaio dei più vi- 
rulenti bacilli atavici deW imbecillità ». 

Il suo Credo è questo : « Esiste la materia e nienfaltro 
che la materia. 

Ogni organismo è una macchina. 

V Universo è un macchinario messo in moto da se stesso 
ab eterno. 

La morte non è che una delle tante trasformazioni della 
materia. 

Il pensiero è una secrezione del cervello. 

Vuomo è un tubo con due fori. 

Vamore uno sfregamento degli organi genitali, fra ani- 
mali di sesso diverso. 

L'anima è ignota al microscopio. 

Dio non è stato mai incontrato dalla Scienza. 

E la Scienza {che distrugge la religione e non ha bisogno 
della filosofia) è destinata ad essere, quajito prima, Tunica 
Fede dell' Umanità », 

Questa specie di Santo Laico (che tiene consultazioni, 
tutti i giorni, pei marcati da Venere, dalle io alle 12) ha 
fatto scrivere sulla porta del suo gabinetto : 

Visite accurate L. 50. 

Visite accuratissime L. 100. 



5. 



RAG. CONSUNTIVI 

Figlio d'un pollaiolo, ha rinnegato con legittimo disgusto 
le rigaglie paterne. 

Sebbene munito di regolare licenza d'Istituto, non è molto 
forte, a dir vero, in fatto di grammatica e perciò non troppo 
sicuro quando « m£tie in carta ». 

Ma dove il suo talento non comune si rivela intero, è nelU 
matematiche e in computisteria che formano veramente la 
a sua branca ». 

36 



Qui è chez soi. 

La presentazione di un elaborato bilancio lo fa ingras- 
sare ; il fiero calcolo dei logaritmi^ appassionatamente abbrac- 
ciato con la seducente « partita doppia », lo manda in estasi ; 
la procedura fallimentare^ dalla deposizione del bilancio 
alla stipulazione del concordato, gli mette addosso l'ebrezza 
epica d'un paladino di Carlo Magno. 

Tutto il suo mondo intelkttuale^ formicolante di cifre^ 
sale e discende per Veterne colonne {separate da due righi 
rossi) del Dare e deW Avere, che costituiscono {com'egli dice 
con giusta enfasi) « le sole colonne incrollabili sulle quali 
s'appoggia r Umanità ». 

Se qualcuno, per caso, gli domandasse quali sono le sue 
opinioni, egli risponderebbe : « Opinioni ? Mi meraviglio, lo 
non mi baso che sulle cifre ; e Varifiuetica, scienza fatta di 
cifre, non è, come si sa, un'opinione ». 



6. 



AVV. PAPPAGORGIA 



Alto, grosso, fornito di doppio mento. 

Nativo di Bagoghi, risiede a Lonza. 

SulPadipe rotondeggiante ostenta una doppia catena d'oro 
con appese tre medagliette parlamentari e un corno di corallo 
contro la iettatura. 

D'estate, abolita la sottoveste, indossa una giacca d'alpa- 
gas leggerissima che il vento, rigirandovi dentro, gì' impal- 
lona sulla schiena ; d' inverno, si vede procedere, lungo il 
marciapiede, maestosamente impellicciato. 

Quand' esce dallo studio, con la busta di prammatica sotto 
braccio, manda i piedi in fuori, la testa indietro e la pancia 
in avanti. 

È deputato da tre legislature ; ha militato per vent'anni 
nel campo democratico e non nasconde d'aver nutrito, in altri 

37 



tempi, qualche platonica simpatia per una eventuale repub- 
blica di schietto tipo sociale. 

Attualmente però, non esita un istante a riconoscere le 
grandi benemerenze del fascismo ; ma, essendo stanco della 
politica, j-' è dedicato alPesclusivo patrocinio degli interessi 
dei propri clienti, non senza passare, con ammirabile pron- 
tezza, dal civile al penale e viceversa, sebbene soprattutto nel 
penale non abbia competitori. 

In gioventù manifestò per la letteratura attitudini non 
meno spiccate che per il Codice. 

Ma le circostanze lo distolsero fatalmente dal cammino 
fiorito delle Muse. 

tuttavia non è spento a Lonza il ricordo di due suoi 
volumetti di versi : « Ciclamini y> e « Tristia », stampati presso 
i Sordomuti, a spese deW autore, ne d'una conferenza dan- 
tesca, tenuta aW Accademia dei Ruminanti, su Le sentenze 
di Minosse, in relazione coi nuovi postulati della Medicina 
ledale. 



7. 



TEOFILO PANCIADORO 



Negoziante di pannine. 

Cattolico osservante e fratello della Misericordia. 

Tiene accesa, in bottega, tutto il giorno, una lampadina 
elettrica da mezza candela davanti a una immagine della Ver- 
gine e, stando a banco, da un anno alV altro, in persona, nes- 
suno può superarlo neW arrangiarsi col metro. 

Buon cittadino ; nemico, come il prof. Mediani, di tutte 
^esagerazioni e, soprattutto, di quelle religiose. 

Una delle sue frasi è questa : « Cristiani sì, ma senza la 
pretesa d'esser santi ». 

Nel tempo della guerra si vide continuamente, fuori del 
suo negoziof una « bandiera al vento ». 



Poi, non appena sentì avvicinarsi i primi grugniti del 
bolscevismo, precipitosamente la rimpiattò ; e un giorno {^pen- 
sando con terrore ad un possibile saccheggiò) arrivò perfino 
a dire alVon. Bombardino, deputato comunista, che Cristo, 
in fin dei conti, era stato un bolscevico anche lui. 

Finalmente, ma (si noti) non prima della Marcia su 
Roma, un bel giorno, fu visto il nostro Teofilo ascoltare la 
Messa in camicia nera. 

I suoi afari, la sua politica e la sua religione vanno 
fraternamente d^ accordo. E perciò il buon Panciadoro, non 
amareggiato da mi dispiacere al mondo, ha la certezza di 
meritarsi, dopo questo, anche il Paradiso di là. 



8. 



CAV. PARIDE COLOSSI 



Piccolissimo, più largo che lungo ; quand' è a sedere, le 
sue gambine non toccan terra. 

Biondastro, lentigginoso, faccia rotonda, vocina d^eunuco ; 
ha lenti cerchiate d'' oro, bciffi a punta di lesina e pizzo a punta 
di lapis. 

E Capo-Sezione, da ventanni, al Ministero di Grazia e 
Giustizia. 

Data la perfetta regolarità con la quale ha fatto evadere, 
senza interruzione, le difficili e numerose pratiche del proprio 
Ufficio, egli « si formalizza altamente )> come non si parli 
ancora di promozione. Eppure sua moglie Vaveva assicurato 
che il comm. Pallarossa, amico intimo del Sottosegretario 
di S. E 

V. Strano ! ... Tanto più che il Commendatore è infiuentis- 
simo nelValte sfere e a Lola (compito cotri e) non ha mai 
rifiutato una gentilezza. 

Ben, be ! (conclude mentahnente il cav. Colossi) qui bisogna 
che Lola non si stanchi, se no ne va del mio onore ! ». 

39 



9. 



PROF. ELIODORO SOFOPANTI 



Specialista in coìijerenze d'ogni genere ; uno strepitoso 
fonografo semovente. 

Erudisce l'operaio bielle Università Popolari, contribuisce 
ad onorare qualunque illustre commemorato nelle apoteosi so- 
lenni ; parla dai terrazzi, sui palchi, sui tavolini, nei ban- 
chetti e tra le sepolture. 

Secondo l'ambiente cambia d'abito. 

Ora si mostra in tuba, ora in cappello a cencio, ora si 
ravvolge pomposo in una costosa pelliccia, ora scaturisce 
dal comizio elettorale in colletto floscio e cravatta al vento. 

Tutti lo chiamano « il Professore » ; ma nessuno sa pre- 
cisamente da quale scuderia di Minerva sia venuto fuori. 

Come quei venditori di cinti erniari che si laureano, a 
pieni voti, da sé. 



10. 



FOSCO RASPANTI 

« Facitore » ovvero amministratore di stabili, nonché pre- 
statore di danaro, cioè venditore dìsinteressito di merci varie 
(cavalli bolsi, a partite)) di patate ribollite ecc). 

Quando la sua professione ufficiale può concedergli un 
po' di svago, egli s'aggira, per mèro diporto, negli atrii dei 
Tribunali, nei luoghi deWAste Pubbliche, intorno ai tavolini 
ddle Bische e presso il Monte di Pietà. 

40 



Del resto certe « operazionrelle da nulla », che talvolta è 
costretto a fare fin -per buon cuore che per altro, son cPun 
candore colombino. 

Egli, rendendo la voce quanto più può carezzevole, così 
dice a qualche fortunato esemplare del suo prossimo : « Vede, 
lei mi firma qu^sf appuntino, per la vita e per la morte, e 
questi sono i denari ». 

L'avventurato cliente è servito ; il sig. Fosco è a posto. 
Il suo piede non ha mai fatto un passo fuori del Codice. 

E se qualche inquilino legalmente sfrattato o qualche 
beneficato sconoscente osasse insinuare che il sig. Fosco.... 

Ah, ora ti concio io, direbbe il sig. Fosco toccato nel- 
Po?iore ; e, stendendo una bella querela con facoltà di prova 
e risarcimento per danni, farebbe un altro piccolo affaretto 
e darebbe, nel contempo, al volgare diffamatore, la lezione che 
si merita. 



11. 



EUTERPE BELLACHIORBA 



Maschio garantito, malgrado il nonu di femmina. 

Si tratta infatti d'un aitante ex maresciallo dei RR. CC, 
titolare della principale privativa di Sale e Tabacchi, in Ba- 
goghi. 

Sebbene non sia impossibile che il Sig. Euterpe ignori 
il sesso e il significato musicale del proprio nome, suona 
virilmente il controfagotto nella Filarmonica locale. 

E un uomo (itiutile dirlo) « attaccato alle istituzioni che 
ci reggono » e puntellato da poche letture ma buone e da po- 
che idee ma chiare. 

Letture : I misteri dei conventi, L' Ebreo Errante, Ste- 
fano Felloni, detto il Passatore e La Papessa Giovanna, 

41 



Idee : « Questione sociale ? Mi fanno ridere J Io mi son 
fatto d'una ragione che il povero e il ricco e* è stato sem-pre 
e che quando r' è la salute f' è tutto ; e perciò quando mi 
capita in bottega un di ques^ accattoni giramondi senza vo- 
glia di lavorare, invece di fargli P elemosina^ se non fa Usto 
a scappare gli tiro dietro le bilance. 

« Sovversivi ? Ma che sovversivi d^ Egitto ! Date carta 
bianca alla « benemerita », e vi garantisco che, dopo una setti- 
manay non se ne parla piii. 

« Preti ? Eccolo il baco ! Questa è la vera pietra dello scan- 
dalo! Ma credete proprio che i preti gli abbia creati Iddio, 
come 7ioi ? Ebbene : io vi posso assicurare, perchè /' ho letto 
nella storia, che questi birbaccioni si son creati da se. 

« Certo, davanti a Dio, io mi metto (non mi vergogno a 
dirlo) rispettosameìite sugli attenti. Dio esiste ; e mi pare, 
se non mi sbaglio, che l'abbia lasciato detto anche Giuseppe 
Garibaldi. Ma non mi parlate dei preti che sono i nemici 
della patria e la rovina della società. 

« Dio e Popolo, diceva Vittorio Emanuele II, quando, per 
la festa del XX settembre, entrò in Roma ; e questa è tunica 
religione professata dai veri italiani e da tutti i galantomi?ii ». 

Senotichè il bollente ex Maresciallo Bellachiorba {tanto 
pili, fedele alla religione di Vittorio Emanuele II, quanto 
più nemico dei preti) essendo coniugato con la signora Me- 
renziana, distinta poetessa e insieme fervente cattolica, non 
ha potuto ottener mai da quesi ultima che rinunziasse a de- 
dicare tutti gli anni al quaresimalista del luogo un ispirato 
« sonetto » {sempre lo stesso), il cui candidissimo primo verso 
suona delicatamente così : 

Io di Bagoghi timidetta Saffo.... ecc. ecc. 



42 



12. 



NARCISO FRANCATRIPPA 



Esordì conte garzone macellaro ; -poi, con le frime mille 
lire, « tentò il giro dei suini » ; poi « mollò qualche foglio 
ad interesse » e infine, tutt'a un tratto, aprì una pizzicheria 
a Bagoghi, che ancora se ne parla. 

Oggi «' ha dieci a Lonza ; è Cavaliere del Lavoro, Asses- 
sore Comunale alle Finanze, e, vestito di pelle di bestia, 
rutteggia per tutte le strade con la tromba ritorta d'una « 60 
H.P. », e si scarrozza a fianco i 95 chili, alV incirca, della 
« sua Signora ». 

Questa (una vecchia conoscenza di quando lui rigirava in 
maiale e bazzicava certi locali che ci j' intende) Inonesto Nar- 
ciso la « riabilitò », impalmandola, non appena « si fu fatta 
una posizione ». 

Durante la guerra anche i Francatrippa {non inferiori 
per patriottismo a nessuno) combatterono accanitamente : Lei 
come angelica samaritana. Lui come guerriero requisitore. 

Ed ecco perchè la signora porta in mostra sul petto i na- 
strini delle sue campagne, e Narciso^ talvolta, senza spie- 
garsi troppo, racconta : « Quando nei giorni di Caporetto 
indossavo la divisa,... ». 



43 



13. 



PROF. PELEO POCOSALE 

TuNt^anni d' msegnamento nel Ginnasio Inferiore di 
Lonza ; cinquantanove e mezzo di regolare deglutizione e de- 
fecazione. 

Celibe. Colletto alla De Jmicis, falde nero-verdognole, 
cappello sodo, non divorziato dalla benzina. 

La barba « se la rade » da sé con la Gillette, ogni sabato. 

È assiduo compratore, tutte le mattiate, sulla cantonata di 
Via Lupa {Punica spesa cotidiana di lusso) del Giornale 
d'Italia ; e da quel foglio (^ero pensatoio del medio ceto) 
vien messo al corrente in fatto di novità letterarie e riceve 
r idee politiche, che sembran fatte a suo dosso. 

Vive da cinque mesi a pensione {minestra, un piatto 
caldo e frutta la mattina, erbe e un piatto freddo la sera) 
presso r intellettuale Signora Diomira Saltimbocca, vedova 
Doppiopetto. 

E con lei (Punica donna che, da qualche tempo, gli mette 
addosso un non so che) j' intrattiene volentieri nel s alottino 
giallo, detto « // nido », a parlare di spiritismo e di poesia. 



14. 



NABORRE COLAFULMINI 

Redattore-Capo del « Corriere di Lonza ». 

Bollente cinquantacinquenne, oriundo del già Regno delle 
due Sicilie. 

Aitante della persona, aspetto militaresco, colorito oliva- 

44 



stro ; capelli^ baffi^ fedine e mosca, tutto d^un bel colore mo- 
rato chimicamente indelebile. 

Radico-rij or mista, mostro d'' eloquenza, penna rotta a tutte 
le schermaglie. 

Da trentanni è « sulla breccia «. Ha avuto duelli, processi, 
assoluzioni, apoteosi. 

Oltre alla costante difesa dei puri ideali laico-democratici, 
ha sostenuto memorabili campagne « ^' indole strettamente lo- 
cale », come quella per la marca d'' origine sui vini della re- 
gione e V altra non meno celebre contro la totatura a mano dei 
pozzi neri. 

A Lonza è re. Nessuna amministrazione comunale può 
reggersi neppure un minuto secondo se non s^ appoggia al 

« suo foglio )'. 

Quando h ingaggia » una polemica con qualcuno, V avver- 
sario ricorre inutilmente ai più rinomati astringenti. 

Delezioni le fa lui ; la pioggia e il bel tempo, a Lonza^ 
li fa lui. 

Tutti cercano prudentemente di non rimaner fulminati 
dalP elettrificato pennino del cav. Colafulmini. 

La sua giornata laboriosissima non gli lascia un minuto 
di respiro ; ora è mandato a chiamale dal prefetto, ora va a 
trovarlo « in redazione » il comandante in capo dei vigili ur- 
bani, ora ha bisogno « dì certi schiarimenti » dal Primo Pre- 
sidente del Tribunale, ora «.deve portarsi », come cronista 
mondano, al ricevimento, seguito da thè danzante, presso /' in- 
tellettuaU signora del R. Provveditore. 

Nel giornale^ naturalmente, fa tutto lui. Con una versa- 
tilità ed una « verve « davvero indiavolate, può passare dal- 
r articolo di fondo al « soffietto », dalla « stroncatura » agli 
« asterischi », dalla critica teatrale alla politica estera o dai 
« consigli de W agronomo » per la coltura intensiva dfl mellone, 
alla campagna contro la minaccia di nuove mene confessionaliste 
che potessero eventualmente riaffacciarsi nel gerontocomio locale. 

lutte le personalità italiane e straniere più in vista, 
capitate a Lonza, hanno varcato la soglia di Don Naborre 
sono staf^, per lo meno, intervistate da lui. 

Il suo studio è come un piccolo museo di preziosi cimeli 
{alcuni dei quali bizzarr issimi) di celebrità vive e morte. 

45 



Egli racconta (per esempio) d'aver potuto ottenere da una 
signora, celeberrima nel mondo letterario e con la quah ha 
avuto per qualche tempo dei rapporti di natura piuttosto inti- 
ma, una quartina autografa di Lorenzo Stecchétti, d'un eroti- 
smo talmente cantaridato che lo stesso iddio degli orti non 
potrebbe udirla senza velarsi replicatamenie, per pudore, dalla 
testa ai piedi. 

Possiede inoltre un fioretto ch^egli afferma essere apparte- 
nuto a Cavallotti e dal quale si vede pendere un cartellino 
con questa scritta : « Donatomi da Felice, durante la sto- 
rica campagna contro Verre ». 

Talvolta, dopo aver mostrato a qualche ospite una gran 
quantità di ricordi letterari e giornalistici, uno più impor- 
tante dell'altro, esclama : Ed ora (dulcis in fundo) eccovi 
preparate due sorprese ghiottissime : 

Vedete : questo {premette con tono solenne, aprendo un 
misterioso scatolina) questo è pelo ; pelo autentico di Giosuè 
Carducci ; vale a dire tre riccioli fieramente ribelli della sua 
barba girondina, già donatimi, nel 98, da un parrucchiere 
del luogo, non appena il Poeta di Satana {qui di passaggio) 
si fu fatto diminuire Vonor del mento. 

E quest'altro oggettivo {lo tira fuori con religione da un 
astuccio) questo « non so che » rilegato in oro, che forse non 
riuscite a decifrare..., ebbene : questo è una ritagliatura d'un- 
ghia deir alluce destro dell' immortale filosofo del libero pen- 
siero Giovanni Bovio. 

E se l'ospite si meraviglia, N aborre chiosa : « Strano ? 
Non cred.o. Anche la religione della libertà ha U sue reliquie. 
La superstizione ha le sue e la libertà le sue ; ed io ritengo 
che fra il preteso sangue d'un ipotetico San Gennaro e un pelo 
autentico del Leone Maremmano un frammento d'unghia, 
non meno autentico, del Pensatore Partenopeo, per una per- 
sona dei nostri tempi, non debba esser dubbia la scelta ! 



46 



15. 



DIOMIRA DOPPIOPETTO 



Nata Saltimbocca. Vedova pensionata del compianto si- 
gnor Gelasio^ già impiegato nella Ragioneria Centrale del Mi- 
nistero delle Finanze. 

Dopo la perdita delire idolatrato » consorte j dal quale {per 
cause delicatissime cui non è lecito alzare il velo) non ebbe 
figli, j' è ritirata in provincia. 

Abita a Lonza, in Via Lupa, al n. 13, 3° piano, dove 
ha messo su una Pensione modesta ma decentissima, e nella 
quale, gelosa del proprio onore, non accoglie se non persone 
serie e prudenti e, solo per eccezione, qualche « divetta » del 
Cafè-Chantant li dj, faccia. 

Rassegnata alla sorte che /' ha colpita, privandola an- 
cor giovane ( 57 anni appena .^ « della sua cara compagnia », 
non si concede altri svaghi se non un- po' di cinematografo 
la domestica sera, insieme alla signora Cloe Codibugnoli, 
pigionale del 2° piano, coniugata senza figli col Vice-Diret- 
tore della Società Anonima, per la Vuotatura Inodora. 

E nondimeno {vedete come da per tutto s' insinua la ca- 
lunnia [) la donna di mezzo servizio della Signora Diomira, 
per vendicarsi d^essere stata messa alla porta, è andata a 
pispigliare aWorecchio della signora Cloe {e da ciò un subito 
raffreddamento fra le amiche) che la sua padrona, ogni 
quindici giorni e sempre alla stess''ora precisa, ha Pabitudine 
d''uscir di casa dalla porticina di dietro e d'avviarsi, miste- 
riosamente, verso ignota destinazione.... 



47 



16. 



SIGNORINA FIORENZA TIRUMMI 



Di « buona « famiglia — cior padre ateo dottore e madre 
poetessa ebrea. 

Ha Vetà dei « mannequins « delle vetrine ; e la « bellezza 
del diavolo » ; si chiama da sé gamine e Claudine — in realtà 
è demi-vierge e demi-putain. Vuol essere al corrente, anzi, 
come dice, « toujours a Li page ». 

— Anche la « donna moderna » — esclama — è un vec- 
chiume deWèra ibseniana : voglio essere .la donna di do- 
mani, divinatnente libera, la superfemmina che rifa Veroe 
per diventar sua fattura. 

Aspettando P Eroe si fa sbaciucchiare e spettinare da un 
pianista cocainomane, da un professore di filologia classica, 
da un poeta neoclassico e da tre o quattro pinguini colla 
fascetta che ornano, insieme a lei, le sale da the, da ballo, 
da cinema e da conferenze della città di Lonza. 

— lo vivo per lo spirito, dice spesso, e consumo, attra- 
verso i libri, tutte V esperienze che non posso fare da me. 

Non legge che gli ultimi libri, delle più recenti celebrità, 
con particolare predilezione per i francesi. Ma è sempre, 
per quanto faccia, in ritardo d^una diecina d^anni : ora è 
appena a Colette, alla Contessa di Noailles e a Madame 
Aurei. Fra gli scrittori italiani — dopo una breve cotta per 
Fanzini e per Guido da Verona — trova che runico leggi- 
bile è Pitigrilli : pili distinto e spiritoso, aferma, di Mario 
Mariani. 

Per mantenere alto il suo prestigio intellettuale si sta 
iniziando al relativismo con Adriano Tilgher, al? idealismo 



48 



attuale con Giovanni Gentile, e allo scetticismo con Giu- 
seppe Rensi. 

Sopra la sua carta da lettere ha fatto stampare il motto 
del Veglio della Montagna : Nulla è vero, tutto è permesso. 
Ma non può dormire se non ha qualcuno accanto e il lumino 
acceso. 



BAGOGHI E LONZA 



Un paese e una città immaginari e, nello stesso tempo, 
reali. 

Con venti Bagoghi si fa una Lonza, con la ventesima 
parte di Lonza un Bagoghi e con la riunione di tutti i Ba- 
goghi e di tutte le Lonze, una nazione moderna a scelta. 

Quasi tutti i nostri collaboratori appartengono alla mi- 
gliore società, cittadina o campagnola, dei due siti ; vale a 
dire di tutti i siti. E le loro idee (sagge idee .') rappresentano 
il livello medio della classe media. 

Vale a dire, fra la testa e i piedi, le secrezioni vainigliate 
del basso ventre. 

Tanto dovevamo dichiarare, a scanso di possibili equi- 
voci, circa la vera ubicazioìie di Bagoghi e di Lonza. 



49 

4. — Dizionirio dell'Omo Salvatico. 



A 



ABBA, PATER 

« Omnia tibi possibilia sunt : transfer calicem hunc ad 
me ; sed non quod ego volo, sed quod tu «. 

Così Cristo (Signore, Maestro, fratello, Salvatore e vit- 
tima dell'uomo), nell'ora più triste della sua Passione, ci 
ha insegnato a pregarti, non già di fare la volontà nostra, 
che può esser torta, ma la tua eh' è diritta e paterna, per- 
chè muove dall'Amore Infinito che tutto penetra ed ama. 

Noi siamo fratelli di nostro padre, di nostra madre, dei 
nostri fratelli, dei nostri amici, dei nostri nemici ; ma di 
Te solo siamo figli, o ineffabile Padre non nato di madre, 
o padre e madre, inaccessibile, unitrino, increato, onni- 
pulsante cuore da sopra i Cieli. 

Questa nostra carne corruttibile, che non appartiene a 
noi ma alla morte, racchiude qualche cosa che è tua, che 
v'accendesti dentro, che non morrà. 

Benedici dunque. Padre, la nostra anima, la nostra 
parola, la nostra penna ; benedici i lettori di quest'opera : 
coloro che si rallegreranno, coloro che si rattristeranno, 
coloro che s'offenderanno, coloro che ci fraintenderanno 
e odieranno ; e se, deboli e fragili come siamo, avremo 
offeso qualcuna delle tue sante leggi, perdonaci, Padre e 
Signore, tu che sei potenza e bontà. 

ABBACO 

Libretto edificante del figliolame di Shylok, il quale 
crede, senza aver mai studiato Pitagora, clie tutto, nel- 
r Universo, si riduca a NUMERI. 

I futuri sensali e civaìoli v' imparano che la Somma 

51 



è il fine della vita — che la Sottrazione è lecita e racco- 
mandabile quand' è esercitata sugli altri — che la Molti- 
plicazione delle merci (colla sofisticazione, l'annacquatu- 
ra ecc.) è l'anima del commercio — e che la Divisione degli 
utili è una dura necessità per i soci di un'azienda. 

Ultimamente un dotto matematico ebreo, Beppo Levi, 
ha stampato un Abbaco nuovo di zecca, nel quale s' impara 
finalmente il vero metodo logico e scientifico per insegnare 
la numerazione ai bambini. Eccone un saggio : Dopo 1' i 
viene il 2 ; dopo il 2 viene il 3 ; dopo il 3 viene il 4 ; dopo 
il 4 viene il 5 ; dopo il 5 viene il 6 ; dopo il 6 viene il 7 ; 
dopo il 7 viene 1' 8 ; dopo 1' 8 viene il 9 ; dopo il 9 viene 
il IO ecc. (i). E dopo Beppo Levi, naturalmente, viene 
Einstein. 

ABBAIARE 

— Mi sembrate — dice il lettore serioso e navigato 
— due cani che abbaiano alla luna. 

— Nulla di male, illustrissimo. Che la ricottosa luna 
seguiti pure la sua strada senza dar retta all'abbaiare 
non prova che i cani abbiano torto se latrano. E se i 
cani — anche quando son cani del Signore — preferi- 
scono all'equivoco satellite lo splendore del sole di mez- 
zogiorno vorrà Ella biasimarli ? 

ABBASSO 

Una delle tre parole (le altre due sono : Evviva e Morte) 
che formano tutto il vocabolario della folla. 

Un giorno la folla universitaria di Bologna (non dissi- 
mile dalle altre folle) gridò abbasso contro il poeta prof. Car- 
ducci perchè aveva fatto un complimento in rima alla 
regina Margherita. 

E il terribile « Maestro », dalla cattedra, tuonò, rivolto 
ai propri discepoli : 

« Gridate piuttosto morte ; la natura mi ha posto 
in alto ». 



(i) Beppo Levi, Abbaco da i a ;!o. Il primo libro d'aritme 
tica. Parma, presso l'autore, 1922. 

52 



Quando non ero salvatico apprezzavo molto questa 
civile fierezza del fu poeta di Satana, 

Ma oggi ripenso che venti secoli prima, un altro Mae- 
stro, anch'esso posto in alto (sebbene sopra una cattedra 
un po' più incomoda di quella che serviva di posatoio 
alle chiappe professorali dell' illustre Enotrio) dinanzi a 
una folla insatanita che gli gridava abbasso, (ed egli, con- 
fitto sulla croce, con tre chiodi, non poteva accontentarla) 
non disse nulla ; soltanto alzò gli occhi al cielo ed invocò 
su quella povera marmaglia inconsapevole il perdono. 

Atto, certo, poco dignitoso ; ma bisogna compatire ; 
si trattava semplicemente d'un Dio, e non d'un profes- 
sore di Belle Lettere ! 

ABBATTERE 

Che cosa ? Tutto. 

Perchè ? Perchè sì. 

Ecco la risposta della pazzia furiosa che, da più d'un 
secolo, imperversa nel mondo. 

Abbattute la religione, la gerarchia, la tradizione, l'au- 
torità, la legge, tutto ciò insomma che lega la bestia eh' è 
in noi, si sono scatenati gì' istinti e l'uomo all'uomo è di- 
ventato lupo. 

Questo è il punto d'arrivo. 

Il punto di partenza, che risale a molti secoli ad- 
dietro, fu una negazione parziale : si negò qualche cosa 
perchè non parve dignitoso accettare ogni cosa. 

Ma avvenne delle verità eterne dome dello sfilarsi d'un 
vezzo : dopo il primo chicco, tutti gli altri caddero per 
terra e si dispersero, e nessuno si curò di ricercarli. 

Oggi, che non si può più vivere fra le rovine, par che 
si senta il bisogno di riedificare come una volta. 

Ma non si conosce più l'arte e non si possiedono gli 
arnesi. 

E allora un solo scampo è possibile : 

Volgersi, per aver lume, a « quella Roma onde Cristo è 
Romano » perchè, fuor che lì, tutto è buio. 



53 



ABBELLIRSI 

È il verbo che piace, soprattutto, alle donne. 
Esse si abbelliscono tanto bene, a forza di pomate, di 
smalti, di rossetti e di bistri d'ogni genere, che riescono 
perfettamente a diventare stomachevoli. La bellezza per esse 
è la moda ; e la moda sembra loro tanto più bella, quanto 
più è grottesca e s'avvicina ai costumi delle prostitute. 

Quanto poi alla bellezza dell'anima, le nostre « sedu- 
centi signore » (da perfette scrofe sciupate dalla toilette) 
non se ne intendono ; e non capiscono affatto, anche quelle 
che si dicono cattoliche, come una donna giovine e bella 
si possa abbellire in eterno, facendosi, per esempio, cap- 
puccina o Clarissa. 

ABBICCI 

Ci sono diversi abbiccì : l'abbiccì del commercio è 
l'adultera2Ùone delle merci e dei bilanci ; l'abbiccì della 
politica è la rettorica e l' imbroglio ; l'abbiccì della scienza 
è l'ateismo ; l'abbiccì dell'arte è il plagio e l'abbiccì del 
cristianesimo consiste nel persuadersi che non siamo nulla 
e che bisogna amare Dio e gli uomini fino all'odio di sé 
stessi — inclusive. 

ABBIENTE 

C è l'abbiente e il non abbiente. 

Ma il vero, autentico, assoluto non abbiente, e il più 
pericoloso di tutti, è il Poeta, il Santo, l'Artista, l'Omo 
Salvatico ; esso non possiede che i suoi sogni, le sue estasi, 
le sue immagini, la sua insociabihtà ; cioè non possiede 
nuUa di ciò che veramente è, di ciò che vien custodito 
nelle banche, di ciò insomma senza di cui non si può es- 
sere, secondo gli abbienti, buoni cittadini. 

Eppure questo non abbiente (cosa incredibile per gli 
abbienti) è il più gran proprietario del mondo perchè, non 
avendo che la propria immaginazione, si fabbrica con essa 
una miriade di paradisi e m essi vive beato, almeno in tutti 
quei momenti che può sfuggire, toccato dall'arte o dalla 
grazia, al paradiso dei porci. 

54 



ABBO (EX ONOREVOLE) 

Ortolano o qualche cosa di simile e piccolo proprieta- 
rio comunista. x4ndava dicendo d'esser contadino, per far 
più colpo. 

Fu il primo onorevole che si presentò alla Camera senza 
camicia (non portava infatti che una maglia nera e un 
be^-retto da apàche) per esser forse (in armonia col pro- 
prio partito) un perfetto scamiciato. 

Certamente non era, malgrado la posa a terribile, che 
un imbecille innocuo ; ma contribuì coi suoi compagni 
pseudo-ruggenti a fare empire tutte le mutande dei borghesi 
di quella certa materia che un classico italiano definisce 
« l'amorosa madre dei cavoli », 

Godè anch'egli un attimo di celebrità e vide perfin ri- 
prodotte le sue angeliche sembianze sulla bella carta hi- 
cida e patinata dell' Illustrazione Italiana dove appari- 
scono, ordinariamente, uomini altolocati e bei signori con 
lo sparato bianco. Poi dall'alto della Montagna di Monte- 
citorio, si ritrovò di nuovo fra i cetrioli, le barbabietole 
e i cesti d' insalata. 

Destino comune e lezione che dovrebbe esser giovevole, 
a molti poveri diavoli che, sollevati dal vento dei rivolgi- 
menti politici, s' illudono di volare verso un sole più o meno 
dell'avvenire, e all' improvviso ricadono nel presente della 
loro nullità e vi muoiono moralmente, prima della loro 
morte naturale, di cui nessuno s'accorge, 

ABBONATO 

— Negli abbonamenti sta la forza del giornale, diceva 
l'amministratore del Corriere di Lonza. 

— La forza del giornale sta nella polemica, rispose il 
redattore capo. 

— Ma l'abbonato, replicò l'altro, non ama le violenze 
e si disgusta delle battaglie a base d' inchiostro. 

— Niente affatto, disse il vivace polemista, l'abbonato 
è vigliacco e gli piace, stando a sedere in disparte, di ve- 
dere azzuffarsi due avversari colla penna che sa le tem- 
peste, 

55 



— Ma non si ricorda, interrompe l'amministratore, 
che quando si fece la polemica per mandar via le monache 
dall'ospedale si persero quattordici abbonati ? 

— Ma quelli, rispose trionfante l'eroe del calamaio, 
non eran degni d'essere abbonati del nostro giornale : e me- 
riterebbero, questi pilastri del clericalismo, che Lonza li 
cacciasse dal suo seno. 

ABBONDARE 

Abbondare di bontà, d' intelligenza, di carità, di com- 
passione, d'amore del prossimo non è abbondare, ma difet- 
tare ; perchè tutte queste qualità non hanno un valore 
positivo, reale, palpabile, cioè non apportano nessun mate- 
riale vantaggio a chi le possiede ; anzi possono conside- 
rarsi addirittura come passività. 

Melius est abundare quam deficere, dice il comm. Quat- 
trostomachi al proprio cuoco quando questi, ogni mattina^ 
gli presenta la lista del pranzo ; 

Melius est abundare quam deficere, dice, a se stesso, 
il sig. Fosco Raspanti nell'aumentare gì' interessi a co- 
loro cui presta per eccesso di buon cuore il suo sudato 
danaro ; 

Melius est abundare quam deficere, dice l' illustre Bar- 
biera cav. comm. Raffaello, scorazzando letterariamente, cci 
suoi polipolluzionanti volumi per la fìtta selva delle illu- 
strazioni italiane del secolo XIX ; e via di seguito. 

ABBONDIO (DON) 

— Ho riletto parecchie volte i Promessi Sposi — con- 
fidava una vplta ad alcuni intimi suoi il prof. Mediani — 
e non ho ancora potuto capire perchè tanti trovano ridi- 
colo e perfino spregevole il povero Don Abbondio. Dicono 
eh' è un pauroso : ma costoro, come sempre quando si 
tratta di parole e non di fatti, scambiano per paura la 
prudenza. Don Abbondio era un prudentissimo uomo e 
chiunque di noi avrebbe agito come lui se si fosse trovato 
nelle medesime circostanze. Perchè lui, pastore di tutto 
un popolo, avrebbe dovuto pigliarsi le schioppettate dei 
bravi per due colombi che avrebbero potuto benissimo 

56 



sposarsi in un'altra parrocchia ? E quando mandò a monte 
il tentativo di sopraffazione dei due sposi mi pare che 
dimostrò un bel coraggio, mettendosi solo contro tre uo- 
mini — Renzo e i testimoni — e difese degnamente la 
dignità del suo ministero e il rispetto verso le procedure 
regolari e canoniche. 

Aveva paura di Don Rodrigo ? Per forza Siena ! Da 
una parte un povero prete solo con una serva anziana ; 
e da quell'altra un nobile, un ricco, amico del podestà, 
del castellano, dell' Innominato, parente del Conte Zio, 
potente a Milano, circondato da ima guardia di brutti 
ceffi : chi è senza peccato, in questi tempi specialmente, 
scagli la prima pietra ! 

I critici si divertono a leggere i suoi pensieri mentre va 
su coli' Innominato a riprender Lucia — ma riflettano un 
momentino. Il Cardinale aveva discorso coli' Innominato e 
sapeva che ormai era tornato a Dio, ma al povero Don Ab- 
bondio chi glie l'aveva detto ? Chi l'aveva dimostrato e 
provato ? Non aveva altro indizio che il contegno dell'Ar- 
civescovo, ma i santi sono innocenti e perciò possono essere 
ingannati dai birboni ; e se 1' Innominato poteva pensarci 
tre volte prima di toccare un Cardinale «di Santa Madre 
Chiesa, e nobile per giunta, chi vi dice che avrebbe fatto 
tanti complimenti per sequestrare o accoppare un povero 
prete di campagna ? Non c'era anche il caso che la conver- 
sione fosse una fìnta per poter aver nelle mani un prete e 
sfogare l' inveterata crudeltà sopra un ministro d' Iddio ? 
Insomma, da qualunque parte la considero, la condotta 
di Don Abbondio mi sembra da potersi esibire come mo- 
dello a tanti scapestri e forsennati che si divertono a 
mettersi negli impicci pur di metterci anche gli altri. 
Vi ricorderete, spero, che anche il Cardinale, dopo aver 
fatto un po' di predica, finisce col chiedergli perdono. Per 
me Don Abbondio è il personaggio più simpatico di tutto 
il romanzo e credo che fosse il sentimento anche del Man- 
zoni, che per molti lati gli rassomigliava. Cosa volete ? 
Renzo, Don Rodrigo, 1' Innominato son dei prepotenti ; 
Padre Cristoforo e il Borromeo sono buoni religiosi ma 
troppo incauti e avventati ; la Monaca di Monza è una 

57 



poco di buono ; Lucia e Agnese due donnicciòle di vil- 
laggio : non si salva che Don Abbondio. 

10 bevo, — concluse il prof. Mediani alzando la sua 
tazza serale di caffellatte — io bevo alla cara memoria del 
calunniato Don Abbondio, purissimo eroe della giusta pru- 
denza ! 

ABBRACCIARE 

Ci son certi gingillini che abbracciano con molto calore 
una fede, un'opinione, una teoria. Ma, per quanto sia stato 
attento, da codesti abbracciamenti non ho veduto mai 
nascer nulla — se non, qualche volta, la morte per soffoca- 
mento di quelle fedi o teorie od opinioni abbracciate troppo 
forte da quei cotali dal fiato viperino. 

ABDIA 

Di questo antico e laconico profeta vogliamo citare due 
versetti soli che ci sembrano adattati anche ai tempi no- 
stri : « Perocché è vicino il dì del Signore per tutte le genti ; 
quello che tu facesti sarà fatto a te ; sulla tua testa farà 
Dio cadere la tua mercede. Perocché come beveste voi, 
che state sul mio monte santo, così berranno tutte costan- 
temente le genti ; berranno e tracanneranno, e sara?ino 
come se non fossero «. Il beveraggio che fa quest'effetto 
sui bevitori sarebbe, secondo gli esegeti, — il sangue. 

ABDICARE 

Parola vilissima che significa rinunciare pubblicamente 
a qualcuno o a qualche cosa, per interesse, per paura, 
per imbecillità. 

11 secolo scorso e il principio di questo é stato il tempo 
delle abdicazioni. Dal re allo spazzino, tutti abdicavano. 

I cristiani stessi (fra gli altri e più degli altri) i cristiani 
— sale del mondo — che, pur essendo una milizia inerme, 
se hanno in sé lo spirito di verità, sono invincibili, hanno/ 
più o meno, falsificato, abbandonato o rinnegato Cristo. 

Da ciò, unicamente, catastrofi d'ogni genere. 

Ma ora basta. 

Chi è cristiano, non per ridere, deve confessare Cristo 

58 



« usque ed effusionem sanguinis )>. Perchè Cristo è Via, Ve- 
rità, Vita, Luce del Mondo. 

Né l'uomo che vive nel mondo può viverci più senza 
Cristo ; ne può essere amico dell'uomo chi non è amico e 
servo di Cristo. 

Diximus ; e tutto è detto. 

ABELARDO (1079-1142) 

Filosofo assai più celebre per la forzata castrazione 
che per la sua filosofia. Dopo la sua sventura, innamorato 
sempre più della sua Eloisa, si rifugiò nel Paracielo dove 
scrisse alcuni libri che gli attirarono l' indignazione di 
San Bernardo e la prigionìa. Questo eretico, che natural- 
mente i pilastri delle loggie mettono tra i martiri del Li- 
bero Pensiero, fu uno dei primi razionalisti della scola- 
stica e così poco capiva il cristianesimo da scrivere che il 
Vangelo non era che una semplice riforma della morale 
naturale {legis naturalis reformatio). 

Il suo Sic et non è la prima catapulta contro la com- 
pattezza della Rivelazione — • la fine dell'umiltà filosofica, 

Abelardo è una malinconica prova che si può essere 
amanti senza gli arnesi dell'amore e che si può esser filo- 
sofi cristiani senza sapere cos' è la filosofia e cos' è il cri- 
stianesimo. 

ABELE 

Ebbene, volete proprio saperlo ? (disse una volta, in 
loggia, il cav. Deifobo Luciferini) io sto per Caino ; e la 
ragione è questa : Caino, nonostante il fratricidio (il quale 
del resto, nel caso specifico, non è punto biasimevole) è, 
dopo Satana, il rappresentante più glorioso di tutti i ri- 
belli. 

Abele, all'opposto, è il tipo dell'uomo religioso ; vale 
a dire del vigliacco e dello stupido. E infatti si legge nella 
Bibbia (libro zeppo fino alla nausea di superstizioni e d' im- 
moralità) che questo sig. Abe^e invece di vendere o di man- 
giare i migliori capi dalla propria greggia, come avrebbe 
fatto un uomo di senno li sacrificava scioccamente a Dio 
il quale si compiaceva di tali servilità. 

59 



Ma consideriamo, per un momento, il contegno ben 
più dignitoso di Caino : Egli che non ha perduto il senso 
dalla fierezza, egli che tiene moltissimo, come qualunque 
cittadino che si rispetta, alla propria libertà e indipen- 
denza, tanto per dare il fumo negli occhi al Signore, o forse, 
com' è più probabile, e più lodevole, per puro disprezzo, 
non gli sacrifica che pochi frutti avariati dei quali non 
sa che farsi e, infine, quando pensa che quel cretino di 
suo fratello potrebbe pigliar moglie e generare tutta una 
discendenza di vergognosi bigotti, senza stare a farla tanto 
lunga, lo ammazza. 

La Genesi (si capisce) vuole insinuare che lo ammazzò 
per invidia. 

Ma che invidia d' Egitto ! 

Caino era senza dubbio dei nostri e, perciò, essendo un 
libero pensatore, protestò violentemente, e fece bene, con- 
tro l'oscurantismo incipiente. 

Ed ecco la mia conclusione. 

Che ne direste, o fratelli, se vi proponessi V inaugura- 
zione d'una bella statua a Caino, da erigersi qui, proprio 
nella nostra natia Bagoghi, dinanzi (faccio le corna) alla 
Chiesa del, S. Cuore, come glorificazione tangibile della 
libertà, e come perenne sfida alla sempre crescente inva- 
denza del « maiale nero )> ? 

ABETE 

<( Ma più onoro P abete, ei fra quattr' assi, 
nitida bara, chiuda alfin li oscuri 
del mio pensier tumulti e il van desìo ». 

Carducci. 

Il poeta di Lidia e di Lalage credeva, nella sua paga- 
neggiante ignoranza che quelle « quattr'assi » fossero l'ul- 
tima casa dell'uomo. 

Ma quando, chiusi gli occhi del corpo, gh si saranno 
aperti quelli dell'anima ? 

L' Omo Salvatico (che vivendo in solitudine è dedito 
alla meditazione) invita il problematico lettore che lo asso- 
miglia, a riflettere seriamente su questo punto interro- 
gativo. 

60 



ABIDO 

Patria di quel famoso Leandro amante di Ero — e la 
storia la sanno tutti. Ma è mai venuto in mente a nessuno che 
se il povero Leandro^ per riabbracciare un pezzo di carne 
vivente e consumabile, trovò la morte nel mare, si potrebbe, 
noi, traversare a nuoto la palude del disgusto, il lago del 
sangue, la fiumana dell'odio, la corrente dell'abitudine pur 
di abbracciare sulla beata riva, per sempre, il corpo eter- 
no di Cristo ? 

ABILITÀ 

È la prima delle quattro virtù cardinali registrate 
nel catechismo dell'Anticristo. 

Le altre sono : Ingiustizia, vigliaccheria, crapula. 

Abili : il giuocatore politico di bussolotti ; il commer- 
ciante di merda caramellata ; il fallito a borsa piena ; 
l'alteratore di conti che controllati non fanno una grinza ; 
il bottegaio che mette un pezzetto di piombo sotto il 
piatto della bilancia per defraudare il cliente d'una fetta 
di mortadella ; il prete creduto casto che frequenta, ve- 
stito in borghese, nell'ore bruciate, i postriboli ; il la- 
dro in guanti gialli che, a forza d'oneste frodi, è arrivato 
a conseguire contemporaneamente la commenda, il mi- 
lione e il titolo di senatore per censo, ecc. 

Da ciò deriva che l'abilità consiste nel parere e l' inabi- 
lità nell'essere. Essere onesti, intelligenti, buoni, è il colmo 
dell' imbecillità. La vera saggezza sta tutta nell'esser me- 
diocri e furfanti e nell'apparire precisamente il contrario. 

Dio non esiste, pensa l'abile cittadino del tempo no- 
stro ; però l'Opinione Pubblica, pur troppo, esiste ; tut- 
tavia, se saprò manovrare accortamente, potrò fare il 
diavolo di notte e di giorno il santo. 

E si prova, e splendidamente riesce. 

Assempro : 

Il signor Narciso Francatrippa, ricco proprietario di 
diverse pizzicherie, avendo letto nel giornale che un cas- 
siere, dopo aver rubato cinquecentomila lire, è caduto 
come un allocco nelle mani della polizia, emette questa sen- 

6i 



tenza che gli vien dal cuore : Che stupido ! giacché era 
stato capace di fare il colpo, doveva spiccar subito il volo ! 
Io, per esempio, credo d'essere un galantuomo da darsi 
a taglio, ma se domani, puta caso, perdessi la testa col 
fare uno sbaglio simile, parola sacrosanta d'onore, io non 
la perderei fino al punto da non riuscire a salvarmi con 
tutta la refurtiva ! 

ABILITATO 

Parola che ricorreva molto spesso sulle labbra del mio 
tutore. 

Egli diceva : 

« L'uomo che non è abilitato non costa un centesimo. 
Finché io non fui abilitato ero un povero figlio di famiglia 
qualunque, con pochi soldi in tasca e nessuna considera- 
zione. Ma quando mi abilitai, le cose cambiarono : in pri- 
mis, conquistai una posizione indipendente, in secondo 
luogo, mi sentii qualche cosa di non inutile nel paese di 
Bagoghi, e in terzo luogo potei concedermi quelle oneste 
soddisfazioni (come per esempio occupare la carica di 
vice conciliatore e ricoprire il posto d'assessore anziano) 
alle quali il mio cuore aveva sempre aspirato. 

Bisogna dunque abilitarsi al più presto ». 

E perché mi abilitassi, contribuiva a mantenermi, po- 
ver'uomo, all' Università. 

Morì che non mi ero ancora abilitato. 

Ma non avrebbe mai potuto immaginare che un brutto 
giorno avrei vilmente disonorato me stesso e la mia fami- 
glia abilitandomi ad esercitare l'antisociale e quasi brigan- 
tesca professione dell'Omo Salvatico ! 

AB IMIS FUNDAMENTIS 

Tutti i riformatori, capi di partito, profeti e altri im- 
bottatori di nebbie promettono e annunziano di' voler 
tutto rinnovare ah imis fund^jmentis. 

E difatti scendono, armati di zapponi e di buona vo- 
lontà, sotto ai fondamenti della casa vecchia e li scalzano, 
eppoi scendono più giù, sempre più giù : la casa pencola 
e barcolla, si fende e si piega — ma i rinnovatori son di- 

62 



scesi talmente in profondità che non si riesce più a saperne 
novelle e nessuno li vede ritornare alla luce per fabbri- 
care, vma buona volta, la casa nuova nel posto di quella 
lesa e sconquassata. * 

AB INTESTATO 

Triste frase ! 

Morire ab intestato può significare non voler bene ne 
ai propri denari né ai propri parenti. 

Morire ab intestato può voler dire, in certi casi, met- 
tersi al rischio di lasciare spezzettare un vistoso patri- 
monio, del quale più che la metà se lo mangia il fisco. 

Eppure e' è della gente rispettabilissima che vuol bene 
ai propri beni quanto quasi ai propri parenti e che, nono- 
stante, muore ab intestato. 

Come si spiega dunque questo rebus ? 

La cosa non è difficile. 

Il ricco (dice il povero) ha paura di morire ; ed ha 
tanta paura di morire che ha paura perfino a pensare (sia 
pure per pochi momenti) a qualunque cosa che gli ricordi 
la morte. 

Ora, l'accingersi a far testamento produce in taluni 
un efletto terribile ; quel dover disporre delle cose sue, minu- 
ziosamente, accennando a particolari luttuosi, quel sapersi 
vivo e vedersi morto, gli fa rizzare i capelli dallo spavento ; 
e così, rimandando da un tempo all'altro la stesura legale 
delle sue « ultime volontà )), finisce per commettere l' im- 
perdonabile crimine di morire ab intestato ! 

ABISSINIA 

Essendo il solo paese cristiano dell'Affrica fu scelto dai 
geni politici della terza Italia come sede della prima colo- 
nia del nuovo Regno. La guerra d'Abissinia — • intrapresa 
per far dimenticare Custoza — finì ad Adua e Crispi do- 
vette sparire dal teatro politico. Il Cristianesimo — sia 
pur nella forma barbarica presa in Abissinia — punì a que- 
sto modo il vecchio massone che s'atteggiava, d'accordo 
con Bismarck, ad antagonista di Leone XIII. 

63 



ABITO 

Si dice comunemente (osserva il prof. Mediani) che 
« l'abito non fa il monaco ». 

Ebbene : per quanto io non disprezzi affatto la sapienza 
contenuta in certi proverbi, pure mi sia lecito obiettare 
che, in tutte le circostanze della vita, l'abito fa sempre il 
monaco. 

Chi crederebbe per esempio che voi foste un uomo 
di vaglia e di riguardo se andaste vestito come uno strac- 
cione ? 

A me piace, nel vestire, soprattutto la proprietà ; e 
quando vedo qualcuno con gli abiti sporchi, rattoppati 
o in brandelli, nessuno può convincermi che sotto a quei 
cenci si celi un uomo d' ingegno : e la ragione è semplice : 
se quel Tizio fosse davvero intelligente non vi pare che 
sarebbe ricco, e quindi ben vestito ? 

Ecco dunque, se non m' inganno, uno di quegli argo- 
menti che tagliano la testa al toro. 

ABISSO 

Dice il Signore : l'Abisso invoca Tabisso. Difatti l' in- 
finita furfanteria dei politicanti invoca l' infinita imbecillità 
dei governati ; la profonda ignoranza dei maestri postula 
la profondissima ottusità dei discepoli ; e l'abisso dei no- 
stri peccati chiama l'abisso della misericordia divina. 

Il dottor Enteroclismi gridava un giorno così : — Ba- 
date bene : tra la scienza e la fede e' è un'abisso, tra l'espe- 
rienza e la rivelazione e' è un abisso, tra il pensiero moderno 
e i dogmi della chiesa e' è un abisso, tra le tenebre -del me- 
dioevo e lo splendore del secolo ventesimo e' e un abisso.... 

Ma in quel momento, non accorgendosi che la botola 
d'una fogna era stata aperta proprio allora sul marcia- 
piede, vi cascò dentro tutto quanto e si udì la sua voce 
cavernosa che gridava dal fondo melmoso della chiavica : 
xA^bisso.... Abisso.... 

ABITAZIONE 

Una volta il palazzo o la capanna ; ora V hotel, la 
strada, il treno, il transatlantico, Tautomobile. Arriveremo 

64 



alle marinettiane città semoventi. Il futurismo, morto 
come letteratura, è diventato vita. E infatti l'uomo (escluso 
quello salvatico) non avendo tempo da perdere, perchè 
« il tempo è moneta » muore per aria, sulla terra e nell'acqua 
a grandissima velocità. 

ABITUDINE 

« Che volete fard ? Quando si son prese certe abitudini, 
non ci si può rinunziare !...». Cosi dicono, il cocainomane, 
il bestemmiatore, l'ubriaco, la ninfomane, l'onanista, il 
pederasta e altri animali domestici di questa fatta. 

ABIURA 

« Detestazione solenne che un eretico, ebreo, turco, 
idolatra, fa della sua falsa religione quand'entra nella 
Chiesa Cattolica, con promessa di credere tutte le verità 
che la Chiesa professa ». 

L' opposto dunque dell'apostasia. 

Al che qualche venerabile « fratello » della Loggia di 
Lonza potrebbe trionfalmente rispondere in questo modo : 

« Abiurare ! Quale sciocchezza ! quale mancanza di senso 
critico ! e, soprattutto, quale abiezione ! Abbandonare una 
religione per abbracciarne un'altra ! Lasciare una falsità 
per cadere in un'altra falsità molto peggiore della prima ! 

Io giungo (con molta buona volontà, del resto) a spie- 
garmi come simili aberrazioni, data la generale ignoranza, 
potessero verificarsi nell'età di mezzo ; ma oggi ! 

Oggi che lo Spirito Umano ha ucciso, spennato e poi 
gettato via come un uccello immangiabile quel teologico 
volatile dello spirito santo, noi non dovremmo assistere 
che all'ultime, gloriose apostasie. Sicuro, gloriose. Per- 
chè apostatare vuol dire passare dalla tenebra alla luce, 
ovvero (per esser più chiari) dalla menzogna del Dogma 
alla verità della Scienza. 

E invece, purtroppo, in pieno secolo XX e' è ancora 
qualche babbeo che passa dalla religione di Mosè o di 
Maometto alla superstizione cristiana ; e perfino qualche 
detestabile furbacchione (uso Papini, per esempio) che ri- 
pudiato, senza una vergogna al mondo, il Libero Pensiero, 

65 

5. — Dizionario dell'Omo Salva'ico. 



va a gittarsi lacrimoso e compunto (lacrime di coccodrillo 
del resto e compunzione da gesuita) fra le braccia, con ri- 
spetto parlando, di quella decrepita bagascia di Santa 
Madre Chiesa, che noi, doloroso a dirsi, non siamo riusciti 
ad abbattere. 

E il peggio si è che per ciascuno di questi casi, che do- 
vrebbero esser considerati tutt'al più come fattacci di cro- 
naca, tutta la stampa liberale, democratica e fìnanco schiet- 
tamente anticlericale, perde il suo tempo ad occuparsi 
(con uno zelo degno di miglior causa) del cosi detto con- 
vertito, fabbricandogli senza accorgersene quel piedistallo 
al quale aspira, e richiamando l'attenzione del pubblico 
su queste superstiti vergogne, che, per l'onore del nostro 
tempo e il prestigio del nostro paese, sarebbe molto meglio 
tener celate. 

Tanto più che col parlarne, sia pure ostilmente, si ri- 
schia di far proseliti all' idolatria cattolica e al suo Gran 
Lama, mentre se nessuno se ne curasse, a quest'ora, scom- 
metto la testa contro un centesimo che in S. Pietro ci 
ballerebbero i topi. 

Ma è inutile ! Questi benedetti giornalisti hanno man- 
giato proprio il fegato di capra ; e non vogliono assoluta- 
mente capire (ecco dove mi sbattezzerei) che l'arma più effi- 
cace contro la Chiesa di Roma sarebbe la congiura del si- 
lenzio. 

ABNEGAZIONE 

La signora Diomira Doppiopetto, vedova pensionata del 
cav. Gelasio, buon'anima sua, già impiegato di 2* classe 
al Ministero del Tesoro, raccontava spesso come il pro- 
prio marito fosse stato un uomo d' intelligenza non co- 
mune, specie in fatto di numeri, e soprattutto un cuor 
d'oro. Ma che vuole (aggiunse un giorno in un momento 
di maggiore espansione, alla signora Cloe Codibugnoli sua 
buona amica che era andata a consolarla), Gelasio aveva 
un mancamento (Io dico, perchè tanto non si fa per accre- 
scergli pena ; solo Dio è senza difetti) ma era sa, un man- 
camento grave, uno di quei mancamenti che per una mo- 
glie.... Devo dirlo o non dirlo .?.... (ahimè ! son cose che 

66 



fanno arrossire....) Ma insomma, capirà.... dopo che l'ebbi 
sposato, dovetti accorgermi, con orrore, come nell' intimità 
risultasse veramente poco uomo ; e, infatti, in vent'anni 
di matrimonio.... nessun resultato apprezzabile. 

Eppure, lo vuol credere? (Ho sofferto, certo, ho sofferto ; 
e come non soffrire in simili casi ?) Ma la mia onestà a tutta 
prova non gli ha fatto mai un torto, povero Gelasio : e 
non ne farà neppure alla sua venerata memoria. 

E la signora Cloe, fingendo d'asciugarsi una lacrima : 
Povera signora Diomira, oh ci credo ! Ma quale abnega- 
zione da parte sua ! 

ABORTO 

Ci sono parecchi aborti. C è il figlio che nasce fuor di 
tempo e muore prima d'aver vissuto. (Ma forse questa 
cosa, certe volte, è provvidenziale, dacché non è diffìcile che 
ci salvi da un futuro filosofo, scienziato, politico, condot- 
tiero, letterato, banchiere ed altri flagelli). 

C è poi il procurato aborto che, fino a tutt'oggi, manda 
la donna che lo commette in galera. 

Ma è dolce immaginare (cogita seriamente il nostro antico 
amico dott. Enteroclismi) che una umanità più progredita 
abohrà questa barbara legge, riconoscendo il diritto nella 
donna incinta (se nubile), di disporre a suo talento della 
carne della propria carne. 

E poiché dalla donna non maritata non si può preten- 
dere, se non siamo proprio dei bigotti, che non conceda le 
proprie grazie a chi vuole, non si capisce la ragione di pu- 
nirla se rifiuta le noiose e gravose conseguenze d'un fugace 
momento di piacere. Tanto più che essa volontariam.ente 
abortendo, non sopprime già, notate bene, un individuo, 
il che sarebbe un delitto, ma non fa, stringi stringi, che 
liberarsi d'un semplice e fetido embrione. 

Sapete invece (continua l'austero dottore, dopo questa 
difesa delle infanticide) quali sono i veri aborti ? 

I veri aborti sono unicamente quelli che la Chiesa Cat- 
tolica Romana ha l' impudenza di mettere sugli altari. 

Per esempio : 

S. Benedetto Labre, il pidocchioso, 

67 



S. Luigi Gonzaga, Tonanista^ 

S. Ignazio di Loiola, il fondatore degli apologisti del 
regicidio, 

S, Teresa, l'erotomane, 

S. Alfonso De' Liguoii, il casuistico osceno. 

E smetto, con rispetto parlando, per non recere. 

ABRAMO 

Mala nominanza ha il grande Patriarca nei salotti buoni 
del terzo e del quarto stato. Lasciamo andare la bigamia 
che quella è compatibile anche coi nostri costumi purché 
non sia pubblica e dichiarata, ma quelli stessi padri che sa- 
crificano tutti i giorni i figlioli alla vanità, all'egoismo, 
al tornaconto, e ad altri idoli egualmente funesti, sono 
tuttora indignati, a distanza di migliaia d'anni, dalla cru- 
deltà di Abramo che, per ubbidire Iddio, era pronto a ta- 
gliar la gola ad Isacco. 

— Tutto si può perdonare al fanatismo — diceva giu- 
stappunto il professor Mediani — ma non che tolga a un 
uomo le viscere di padre e faccia tacere la voce del sangue ! 

— Ma non capisce, interruppe un prete, che Abramo 
è la figurazione profetica, benché incompiuta, del Dio 
Padre che più tardi manderà veramente alla morte il suo 
Figliolo, e rappresenta perciò l' idea meravigliosa del sacri- 
ficio ? 

— Io rispetto tutte le religioni — concluse il professo- 
re — e per conseguenza anche il Cristianesimo, ma quando 
sento fare certi discorsi mi vien la tentazione, si figuri, 
di dubitare perfino della ragione umana ! 

ABRUZZO 

Lasciando stare l'eterno « forte e gentile » — del quale, 
se fossi abruzzese, piglierei la prima parte e lascerei la se- 
conda — è da osservare che questa alpestre regione d' Ita- 
lia, la quale ne' passati secoli poco o nulla aveva dato d' in- 
gegno — tolto Galiani nel settecento — s' è risvegliata 
intorno alla metà dell'ottocento con tale fecondità da far 
dire che tra il '90 e il 1914 1' Italia ha traversato un «pe- 
riodo abruzzese ». 

68 



Le romanze di Tosti, (Ortona a Mare), le pitture di 
Michetti (Tocco da Casauria), le sculture di Barbella (Chìe- 
ti), le poesie di D'Annunzio (Francavilla), le filosofie di Cro- 
ce (Pescasseroli), quasi contemporanee, hanno avuto molta 
fortuna nel nostro paese ed hanno, innegabilmente, un'aria 
di famiglia che può illuminare il giudice sul loro comun 
valore — e sul loro avvenire. 

ABULICO 

vuol dire senza volontà. 

I moderni regimi ammettono due grandi abulici : il 
monarca sovrano che deve regnare (cioè firmare) e non 
governare ; e il popolo sovrano nel quale tante sono le 
opposte velleità che finisce col non voler nulla di preciso. 
Ed è per questo che le nazioni son governate da un trium- 
virato di gente che sa bene quel che vuole : il Banchiere, 
il Demagogo, il Burocrate. 

ABUSO 

Una sera, al circolo « Scienza e Diletto » (simpaticis- 
simo ambiente frequentato dal fior fiore dei professionisti 
locali) mentre, qua e là, diversi soci giuocavano al biliardo 
o a' quadrigliati, il prof. Mediani (centellinandosi un ponce 
bianco e lanciando grosse nuvole azzurre dal mezzo to- 
scano) se ne stava a parlare con più verve del solito, in 
compagnia di quattro o cinque amici, nel saloncino giallo 
del buffet. 

— Ma sa, professore — osservò all' improvviso, con 
una punta di malizia il Conservatore delle Ipoteche — che 
Lei, stasera, fuma come un Vesuvio ? 

— Ah no, caro cavaliere, lei s' inganna — rispose, 
senza aver ben capito, il prof. Mediani — questo non è 
che il quarto mezzo sigaro che ho acceso durante la gior- 
nata ; il quarto e l'ultimo ; perchè deve sapere che mi 
sono imposto di non fumare che due sigari al giorno e, 
perfino, cosi repartiti : mezzo dopo colazione, mezzo dopo 
pranzo, mezzo dopo cena e mezzo (cioè questo che ho in 
bocca) prima d'andare a letto. 

Creda pure che io so regolarmi.... e non solo col tabacco.... 

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— Ehn.,.. ehn.... — tossicchiò malignamente un suo 
collega di Liceo, dalla barbetta alla mefistolica tinta ac- 
curatamente di nero — e Venere ? 

— Respingo con tutte le forze dell'animo l' insinua- 
zione gratuitamente diffamatoria — ribattè, in tono se- 
miserio, il nostro Mediani. — E giacché sono stati toccati 
certi tasti ecco, vecchi libertini, il mio pensiero in pro- 
posito : 

Abusus non tollit usum, dice l'antica massima. Perciò 
io mi guardo bene dal condannare l'uso. Tant' è vero che 
uso, e non mi vergogno, del tabacco, di Bacco ed anche, 
egregio collega dalla barba arguta, (malgrado i miei dieci 
lustri) qualche volta di Venere. Lungi da me il non rico- 
noscere che l'uomo è uomo e che la natura reclama impe- 
riosamente i suoi diritti ; ma chi dall'uso passa all'abuso, 
passa dalla saggezza alla follìa ; e lo stesso si dica per chi 
dall'uso passa al non uso. 

Il non usare affatto di certi piaceri è un voler soppri- 
mere bruscamente la natura ; mentre l'abusarne oltre- 
modo è un oltrepassare e quasi direi ipernaturizzare la natura. 

In medio stat virtus, cari miei, ed est modus in rebus ; 
e queste sono altre due massime, veramente auree, che 
non mi stan^^o mal d' inculcare in classe ai miei alunni. 

Guardate, per esempio, i Santi ; essi son presi dalla 
fissazione di voler calpestare e rinnegare la natura ; chi 
non direbbe dunque, osservandoli a lume di ragione, che 
non manchi loro qualche venerdì ? 

Guardate inoltre (per considerare il rovescio della me- 
daglia) la gente rotta ad ogni vizio : essa sviluppa e de- 
forma mostruosamente i bisogni della natura ; chi non di- 
rebbe, similmente, che siamo di fronte anche in questo caso 
ad una vera e propria aberrazione ? 

Ergo, il mio motto è questo : « Usare sempre e non 
abusare mai ». 

Mio Dio, si capisce.... un ponce, un sigaro, una scappa- 
tella erotica, a punti di luna, salvaguardata, bene inteso^ 
da tutte le precauzioni igieniche.... 

cazzica (direbbe Benvenuto Cellini), non siam mica, 
alla fin fine, dei trappisti ! 

70 



Ma esagerazioni, niente. Né per difetto, né per eccesso. 

Uso, uso, uso, uso di tutto, ed abuso di nulla. 

E in così dire, disavvedutamente, con quel solito gesto 
oratorio che gli era stato altre volte fatale, rovesciò e ruppe 
il bicchière. 

Perchè, bisogna comprendere che il prof. Mediani (seb- 
bene medio in tutto) s'era messo, disavvedutamente, 
quella sera, sette ponci in corpo ! 

ACAB 

Uno de' peggio re d' Israele ed ebbe una moglie peggio 
di lui. Perseguitò i profeti, Elia e Michea ; fece ammaz- 
zare Naboth perché non voleva cedergli una vigna ; rialzò 
gli altari di Baal. Fu ucciso in battaglia dai Siri e « i cani 
leccarono il suo sangue, secondo la parola del Signore «. San- 
t'Ambrogio, commentando la vita di Acab, scriveva parole 
che si posson ripetere tali e quali anche oggi : « historia 
tempore vetus, usu cotidiana ; cotidie Achab nascitur, 
numquam moritur ». Ce n' è anche oggi, difatti — e s'aspet- 
tano impazientemente i Siri e i cani, 

ACCADEMIA FRANCESE 

Consesso di quaranta immortali nativi di Francia che 
muoiono prima di aver raggiunta la decrepitezza. Sono 
eletti ad occupare le venerabili poltrone quelli scrittori 
che abbiano oltrepassato il mezzosecolo d'età e diano pro- 
mettenti indizi di rimbambimento. All'Accademia degli 
Immortali non furono ricevuti né Molière, né Saint Simon, 
né Balzac, né Flaubert, ne Baudelaire, né Verlaine. 

ACCAPARRARE 

Che bel verbo ! 
Io accaparro, 
tu accaparri, 
colui accaparra. 
Non e' è da far altro, in questo basso mondo, se non 
accaparrare e godere della roba accaparrata finché non si 
crepi. 

Se ci fosse il Paradiso.... 



71 



Ma la scienza 1' ha distrutto come tutte le altre favole 
scioccamente inventate dai preti e dai poeti. 

E allora poiché il Paradiso, se si vuole, bisogna saper- 
selo fabbricare sulla terra, 
io accaparro, 
tu accaparri, 
colui accaparra. 
Ecce verbum ! 

ACCAPPONARE 

Gentile operazione alla quale vengon sottoposti alcuni 
galletti fra i più rivoluzionari del pollaio, perchè abbiano 
anch'essi, come chi li mangia, la nobile soddisfazione di di- 
ventar grassi e benpensanti fino a quel giorno che, rag- 
giunti da una mano inevitabile, saranno strangolati, pelati e 
buttati in pentola. 

Meditare profondamente sull'accapponatura e le sue 
conseguenze, per intendere molte cose umane e divine. 

ACCATTONAGGIO 

L'uomo civile, che odia d' istinto il Povero perchè vede 
in lui un divino ed eterno Creditore, ha messo l'accatto- 
naggio fra i delitti passibili di contravvenzione, e punibile 
coUa prigionia a vita in uno di quei reclusori farisaici detti 
Ospizi di Mendicità. Gli umanitari, i quali citano spesso il 
Vangelo per scusarsi di non essere cristiani, hanno fondato 
delle società per la repressione dell'accattonaggio, che consi- 
derano come un succedaneo molesto del brigantaggio. 
Repressione : perchè la questua, ordinata da Cristo e dai 
Santi come il primo dovere del cristiano, è per loro uno 
scandalo insostenibile e colposo. Non sanno e non s'ac- 
corgono che siamo tutti quanti degli Accattoni ; che con- 
tinuamente chiediamo, con querula insistenza e magari 
con minacciosa sfrontatezza, qualcosa agli uomini o a Dio : 
che chiediamo a tutti i crocicchi del mondo un po' d'a- 
more, un po' di gloria_, un po' di fortuna, un po' d' impunità 
o di misericordia — beni infinitamente più grandi e pre- 
ziosi dei miseri spiccioli di cui s'accontenta l'Accattone 
del marciapiede. 

72 



ACCECARE 

Varie specie d'accecamenti. I peggiori quelli spirituali. 
L' ira, la superbia, la ricchezza, la gloria, l'amore carnale 
accecano internamente. 

Perdere la vista fisica, al confronto, è poco. Talvolta 
può essere un bene, perchè le tenebre esteriori non è raro 
che sian la causa di qualche illuminazione interna. 

I veri ciechi, in generale, son quelli ad occhi aperti. 

Chi non vede che il mondo, non trova Dio. 

Narra la leggenda che Santa Lucia si levò gli occhi 
e li donò ad un giovane che s'era inebriato della sua bel- 
lezza, dicendo : 

« Ecco ciò che ti rendeva folle ; per me erano un ac- 
cessorio ; prendili ; per contemplare il mio fidanzato ce- 
leste mi bastan quelli dell'anima ». 

. Alcuni onesti borghesi, professionisti e piccoli proprie- 
tari di campagna (che si scandalizzerebbero profondamente 
di Santa Lucia, se credessero possibile un fatto simile) 
hanno la gentile abitudine di mettere ad arroventire un 
ferro da calza e di bruciare con esso, non appena è diven- 
tato rosso, la pupilla di alcuni uccelli da paretaio, perchè, 
ne^la stagione del passo, cantando in versi, faccian meglio 
da richiamo ai loro compagni dell'aria. 

L' Omo Salvatico, pur non essendo uno zoofilo senti- 
mentale, crede tuttavia che non sia ridicolo inorridire di- 
nanzi a questa feroce stupidaggine. 

Non solo ; ma, quasi quasi, (se un giorno o l'altro — 
la sua fissazione — diventasse tiranno) sarebbe tentato 
di accecare i predetti accecatori, di metterli in gabbia, 
d' inaugurare una tesa sui generis, e di farli servire, a loro 
volta, da richiamo, per acchiappare altri bipedi implumi 
della loro specie ! 

ACCESSO 

C è l'accesso di sconforto che porta al suicidio — l'ac- 
cesso di pazzia che porta all'omicidio — l'accesso di mania 
religiosa che porta al convento e finalmente l'accesso d'en- 
tusiamo che porta, dicono i savi, alla disillusione. 



— La filologia mi darà torto — concludeva il prof. Me- 
diani — ma io credo fermamente che accesso non sia altro 
che una alterazione fonetica di eccesso. 

ACCIDIA 

— Non bisogna rinnegare — diceva una sera d'estate 
il cav. Paride Colossi — nessuno dei valori atavici e 
sto per dire aborigeni della nostra stirpe. Questo per dirvi, 
dolci amici, che io non disapprovo affatto 1' italico, e non 
soltanto partenopeo, dolce far niente. E l'approvo fino al 
punto di abbandonarmi talvolta, sbrigati i modesti ma 
impellenti doveri che mi derivano dalla mia qualità di 
funzionario, a quella voluttà del non fare eh' è forse, con- 
sentite l'espressione, uno dei vertici inattingibili dell'umana 
saviezza, 

— Ma la Cliiesa, — interruppe il prof. Mediani — ha 
posto l'accidia nientemeno che tra i peccati capitali. 

— Sapevamcelo, — replicò il Colossi — ed è davvero 
una delle più grosse buffonate dei signori preti i quali par- 
lano in nome di un Dio che in tutta l'eternità ha lavorato 
?ei giorni soli ! 

ACCIO (179-89 a. C.) 

Scrisse 50 tragedie, piene di morti e di assassini. È il 
Mario we romano : vuole ispirare il terrore. Suo è il motto 
«oderint, dum metuant » (mi odino ourchè mi temano) 
che tanti regnatori hanno preso per divisa. 

Era superbissimo : benché piccolo di statura si fece 
fare una statua colossale nel tempio delle Camene, Il tem- 
pio non esiste più ; la statua nemmeno — e delle sue fa- 
mose tragedie non restano che scarsi e corti frammenti. 

ACCIUGHE 

Senza testa e tutte pigiate simmetricamente in un 
barighone. Perfetto simbolo dell' ideale socialista. 

ACCLIMATARSI 

L'aw. Pappagorgia nel proprio studio. 

Un giovane, affacciandosi alla porta : — C è la Contessa. 

74 



— Passi. 

Entra una signora di mezza età, vestita di nero, quasi 
poveramente. 

L'avv. Pappagorgia la saluta senza alzarsi, le indica 
una sedia dinanzi al proprio banco e dice : — Si accomodi. 
Giusto, l'attendevo per significarle che tutto è stato si- 
stemato nel miglior modo possibile. 

La signora, pallidissima, silenziosa e nobilmente^ sof- 
ferente, si siede. 

« Ormai, continua l'avvocato, consummatum est. Tutto è 
stato venduto. I creditori, come del resto Ella stessa de- 
siderava sono stati in proporzione soddisfatti dal primo 
all'ultimo. E questa è la mia notula (spese ed onorarli 
compresi) che Ella potrà osservare a suo agio. 

« Ma dunque a me (balbetta la povera donna) che cosa 
è rimasto ? ». 

« Che cosa è rimasto ! Mi permetta di dirle, cara con- 
tessa, che una tale domanda, sulle sue labbra, in questo 
momento, dopo tutto ciò che sa^ è più che ingenua ». 

La signora, tristemente : « È vero ». 

Poi, dopo una pausa : « E allora ? ». 

« Allora bisogna dimenticare il fasto e le abitudini d'una 
volta e sapersi adattare (per così dire) a tutto un nuovo 
regime ». 

« Quale ? ». 

« Inutile farsi illusioni ; Ella sa, o meglio dovrebbe sa- 
pere, che dopo lo scandalo, il suicidio e.... il resto non e' è 
molto da scegliere, né da pretendere. 

« Tuttavia (purché ella non voglia ostinarsi, il [ che 
non credo, in certi pregiudizi aristocratici, del resto in- 
conciliabili con la sua condizione attuale e con lo spirito 
dei tempi) potrà sempre vivere col frutto del suo lavoro ». 

«Dio mio, non capisco bene...... 

« Impiegarsi, Ecco che cosa le resta a fare ; impiegarsi ; 
a meno che ella non preferisca stendere la mano ai passanti ». 

« Dunque, siamo giunti a questo ? ». 

« Ma era fatale, cara contessa, E quando accadono certi 
disastri, bisogna saperli sopportare col maggiore stoi 
cismo ». 



75 



«Allora, dunque, impiegarsi.... Io sono cristiana, e dopo 
il primo schianto dell'anima, accetto tutto oramai in espia- 
zione delle mie colpe. Ma come, dove, impiegarsi ? ». 

« Ecco ; Ella non vorrà disconoscere, come cristiana, 
che io da quando mi ha incaricato di sistemarle i propri 
affari, sono stato, fino ad oggi, il suo vero angelo custode. 
Può forse lamentarsi ? È vero che in questo spaventevole 
crak, non ho potuto salvarle neppure un centesimo ; ma 
ciò, ripeto, era fatale. Nondimeno, dopo averla assistita 
come professionista, ho voluto assisterla anche come amico ; 
e le ho già trovato, purché ella non lo rifiuti, un impiego, 
il quale se non è certo molto brillante, è tuttavia assai 
facile e, nonostante l'apparenza in contrario, niente affatto 
indecoroso : Si tratterebbe, in una parola, di assumere la 
direzione con adeguato stipendio di un « lieux d'aisance » 
nuovissimo e grandioso, munito di tutti i moderni conforts 
e costruito recentemente da una impresa ben quotata, 
dedicatasi a simili costruzioni in tutte le città d' Italia, 
e della quale io stesso faccio parte ». 

La povera signora decaduta, diventa bianca come una 
morta ; non può rispondere. 

Allora l'avvocato alzandosi bruscamente : • 

« Dunque ? Avrebbe ancora per il capo delle fisime 
aristocratiche ? Rifiuterebbe, essendo all'ultimo tuffo, que- 
st'ancora di salvezza che il mio buon cuore le porge ? Ca- 
pisco : un lieux d'aisance ! La signora contessa non po- 
trebbe acclimatarvisi. Ma, o afferrar subito questa for- 
tuna insperata, o acclimatarsi a ben altro. 

L'avv. Pappagorgia rimane immobile, pettoruto, e 
s'arriccia un baffo. 

La povera signora dà in uno scoppio di pianto ; a un 
tratto s'asciuga gU occhi, si alza ; sembra trasfigurata ; 
e dice : « Sì, grazie ! ». 

ACCONSENTIRE 

Certe volte, anzi il più delle volte, non e' è bisogno 
d' incomodarsi a metter fuori la voce e peggio che mai 
fare scorrere la penna, per dire che condividiamo perfet- 

76 



tamente l'opinione o 1' idea di chi desidera od esige il no- 
stro consenso. 

Basta tacere ; perchè ormai è risaputo che chi tace 
acconsente. Ed è il miglior modo d'acconsentire, conside- 
rando che, sebbene le parole volino, in bocca chiusa non 
c'entran mosche. 

Figuriamoci poi a scrivere ! « Scripta (dice un altro ri- 
spettabile adagio) manent ». 

Dunque, come regola, né parole né scritti. 

E se il tuo silenzio viene interpretato come accetta- 
zione, lascia fare ; documenti non ce n' é. E quando ti 
si accusasse, più tardi, d'avere acconsentito, tu potrai 
sempre dire : « Acconsentito io ? Niente affatto. Il mio, non 
fu, in quel caso, che uno sdegnoso silenzio «. 

E con ciò si dimostra che a tacere s'acconsente e non 
s'acconsente ; ovvero, come dice un altro non mai abba- 
stanza raccomandabile proverbio, si « salva la capra e i 
cavoli )), il che costituisce per l'uomo « ben pensante » 
(cioè a dire per il vero uomo) il culmine della saggezza. 

ACCORAMBONI VITTORIA 

Un bel soggetto per D'Annunzio — o per Giovacchirio 
Forzano. 

Vittoria fu costretta dalla madre Tarquinia a sposare 
Francesco Peretti. ma nel 1583 la suocera fece ammazzare il 
genero e Tarquinia dette alla figliola un nuovo sposo, Paolo 
Giordano Orsini, il quale aveva fatto ammazzare la prima 
moglie. Isabella. Ma anche l'Orsini dovette fuggire da Roma ; 
fu ucciso a Salò ; Vittoria, per la seconda volta vedova, 
si ritirò a Padova dove fu assassinata, insieme al fratello 
Flaminio, da Lodovico Orsini il quale però fu preso e 
strozzato. 

Ma sei morti basteranno ? 

ACCOZZAGLIA 

Prendete un branco d'uomini, di qualunque specie 
siano, scelti a caso. 

Se applaudiscono un discorso o un' accademia sono « il 
rispettabile pubblico » ; se fanno delle mediocri o cattive 

71 



leggi si chiamano « Parlamento Nazionale » ; se assaltano 
un palazzo o un regime sono « la plebe scamiciata » ; se 
fischiano le tragedie di un poeta sono la « gran bestia » ; 
se vanno a batter le mani sotto le finestre di un re o di un 
ministro sono la « nobile moltitudine plaudente » — e son 
sempre gli stessi uomini colla stessa faccia e la stessa anima. 
L'Omo Salvatico, per risparmiar tempo, li chiama sem- 
pre, qualunque cosa dicano o facciano, « accozzaglia ». 

ACCUMULATORE 

È il ciborio della grandiosa religione industriale dei 
nostri tempi. In esso e da esso s' imprigiona e si dispri- 
giona la nuova onnipotente energia, che ha sostituito giu- 
stamente la Divina Eucaristia. 

Senza l'accumulatore non si potrebbe accumulare né 
oro, né strepito, né puzzo, né fumo, né brutalità, né avi- 
dità, né pazzia. 

E senza questi elementi indispensabili alla vita mo- 
derna, l'uomo attuale non sarebbe più sotto-bestia, ma 
ritornerebbe uomo. 

Quod diabolus avertat ! 

ACEFALO 

Indispensabile requisito per potere esercitare a perfe- 
zione il basso mestiere di re democratico. 

Ma se questi pochi e poco augusti signori, imbastarditi 
e rimbecilliti dalle rivoluzioni, non fossero proprio senza 
testa, ne farebbero tagliare all'occasione qualche diecina 
perchè si vedesse, da per tutto, sulla loro, il 'sacro splen- 
dore della corona. 

Si dice che il mondo moderno, uscendo dai vicoli spor- 
chi dell'anarchia, ricomincia a calcare la via dell'Autorità. 

È vero? Vedremo (e forse presto), dai nuovi rapporti 
fra Pietro e Cesare, se l'autorità di cui si parla é legittima. 

ACERBO 

Variante d'una parola barbogia : quando il grappolo 
degli elogi è inattingibile l'autore se la piglia col critico 
troppo acerbo. Per fortuna ì critici maturi (marca univer- 

78 



sita) e i critici marci (marca mantice) son talmente fitti 
che di critici acerbi non son rimasti, in Italia, che i due, 
salvando, Salvatici. 

ACHEI 

Gli Achei dai belli schinieri dovevano essere gente molto 
manesca e disoccupata se ammazzarono e si fecero ammaz- 
zare dieci anni di fila per restituire a un marito poco 
spartano un'adultera invecchiata. 

ACHERONTE 

Il cav. Deifobo Luciferini, sfogliando l'enciclopedia po- 
polare illustrata di Palmiro Premoli, ch'è la miniera inesau- 
ribile della sua cultura trangugiata in casa e deiettata 
fuori, imbattutosi nella parola Acheronte legge quanto 
segue : 

« Figlio del Sole e della Terra, fu cambiato in fiume 
e precipitato nell' inferno, per aver somministrato l'acqua 
ai Titani, quando dichiararono la guerra a Giove ». 

Il cav. Deifobo, (la fronte appoggiata, mazziniana- 
mente, sulla palma) dopo aver letto una seconda volta, 
per esser ben sicuro d'aver capito, così ragiona : 

« Evidentemente si tratta d'una favola ; ma insomma 
(bestemmia oscena tra due virgole) anche nel paganesimo, 
come nell'aborrita religione cattolica, si credeva, a quanto 
pare, in un Dio crudele e tirannico che per conservare 
il potere, puniva le più sante ribellioni (come questa dei 
Giganti i quali debbono aver rappresentato, senza dubbio, 
qualche cosa di simile ai nostri moderni giganti del Libero 
Pensiero) e sfogava perfino la sua rabbia contro il citta- 
dino Acheronte, di nient'altro colpevole che d'aver com- 
piuto un'opera altamente umanitaria. 

Ma chi avrà messo in testa all'uomo (altra bestemmia) 
quest' idea ridicola (e fosse soltanto ridicola !) di Dio ? 
Forse la paura ? Eh sì, non e' è dubbio, dev'essere stata 
proprio la paura : gli uomini d'una volta, essendo asso- 
lutamente ignoranti, dovevano essere, per conseguenza, 
immensamente paurosi. Quindi (mi par di vederli !) ad 
ogni stormir di fronda pelle d'oca. Figuriamoci, dunque, 

79 



quando sarà scoppiato il fulmine o avranno sentito battere 
il terremoto ! 

Tuttavia questi terrori infantili, da cui si sviluppò la 
lebbra religiosa, si riferiscono a tempi che si perdono 
nella nebbia dei medesimi ; e, perciò, transeat ! 

Ma oggi ! Come si spiega, oggi, (epiteto osceno alla 
Vergine), il fatto che ci sono ancora dei bigotti che par- 
lano di « timor di Dio » ? 

Eppure bisogna farla finita con questo sconcio. E per 
farla finita davvero non e' è che il mezzo suggerito da 
quel grande di cui non ricordo più il nome : « Strozzare 
l'ultimo Papa.... ». 

In quel momento, un rimbombo, un boato ; e men- 
tre nel pensatoio del cav. Deifobo tutto trema e traballa e 
qualche oggetto cade, il misero cavaliere, con gli occhi fuori 
dell'orbita, aggrappato al proprio tavolino follemente dan- 
zante, balbetta fuori di sé dal terrore : « Gesù mio ! Gesù 
mi.... » e non finisce la parola, perchè invece d'esser lui 
a strozzare il Papa, una scossa di terremoto, più energica, 
gli strozza la sillaba in gola. 

ACHILLE 

« Ogni uomo — dice il professor Mediani — ha il suo 
tallone d'Achille ». Con queste parole l'onorando titolare 
della cattedra di Luoghi Comuni dimostra una conoscenza 
egualmente profonda della saga ellenica e della natura 
umana. 

L'Omo Salvatico presenta qui un primo elenco di que- 
sti diversi talloni : Tallone dell'avaro : il portafoglio. Della 
moglie: la fedeltà. Dello scrittore: la sintassi. Dell'ateo: 
il numero 13 e il sale versato. Del cattolico benpensatìte : 
la carità. Del deputato : la competenza. Del nazionalista : 
l'amor di patria. Del negoziante : l'onestà. Del borghese : 
l'aspirazione poetica. Del santo : l'orgoglio dell'umiltà. 

Ci sono, infine, degli uomini che son tutti tallone, dai 
piedi fino alla cima del capo e questi sono abbandonati 
alla lancia di Achille, simbolo pagano della parola di Cri- 
sto perchè risana dove ha ferito. 



80 



ACHILLINI CLAUDIO (1574-1640) 

Povero Achillini ! Tutti lo conoscono soltanto per quel 
famoso sonetto. 

Sudate, o fochi, a preparar metalli 

che sembra il brodo ristretto delle secenterìe. È il Cireneo 
del marinismo, il capro rognoso del secolo che per alcuni 
versi è superiore al cinquecento. Eppure fu uno de' poeti 
più famosi dei suoi tempi, non solo in Italia ma in tutta 
Europa, e le sue rime si ristamparono molte volte e il 
cardinal Richelieu gli regalò una collana d'oro che valeva 
non so quante centinaia di ducati : era, insomma, una 
specie di D'Annunzio di quei tempi. 

Ma non sempre poetava come tutti credono. Spesso era 
semplice, ed anche efficace : 

Corteggiata da Paure e dagli amori 
siede sul trono de la siepe ombrosa^ 
bella regina de' fioriti odori, 
in colorita maestà la rosa. 

Ricordiamo anche queste due terzine, di applicazione 
continua : 

Già d^oro eràn le spiche, al monte, al piano, 
quando, per riportar le mie fatiche, 
straniero mietitor non giunse invano. 

Corrono il solco mio falci nemiche, 
taglian la cara 7nèsse, e quella mano 
che nulla seminò, miete le spiche. 

ACIDO 

Indispensabile all'Omo Salvatico. 

Egli, che non ha calamaio, non manca d'una buona 
provvista d'acido cloridrico, nitrico, zolforico e prussico. 

Nemico implacabile della gente civilizzata, intinge la 
penna, secondo i casi, ora in questa, ora in quella boccetta, 
garantita dalla testa di morto, e scrive. 

Non ha altre soddisfazioni. 

8i 

6. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



E questo è per lui l'unico modo d'esplicare il suo delit- 
tuoso cristianesimo, benché sappia d'esser odiato, d'un odio 
cartaginese^ da tutti quei lattiginosi cristiani i quali si stu- 
diano, con ogni cura, di non contristare il Diavolo. 

ACKERMANN LOUISE (1813-1890) 

Antipatica e stitica versaiola ribelle che qualche cre- 
tino d' italiano ha paragonato al Leopardi. 

Benché francese ebbe una spiccatissima simpatia per 
i tedeschi. Preferiva Berlino a Parigi. Sposò un « boche » 
protestante che non riuscì a fecondarla e del quale ri- 
mase vedova dopo due anni. Confessa di non esser mai 
stata né bambina né donna, di avere ignorato l'amore, 
e di non aver conosciuto l' infelicità. 

E tuttavia nella sua Poésies philosophiques gonfia le 
gote e raggrinza la fronte per cantare (anch'essa !) la « do- 
glia mondiale » e rappresentar la parte di Prometeo con le 
sottane. 

Le sue bestemmie pseudo-lirioo-fìlosofiche fanno più 
schifo che paura. 

È un'oca ripiena di rcttorica che si sogna aquila e che, 
svegliandosi, si ritrova coi pie palmati e il becco a mestola. 

Barbey d'Aurevilly (pur così fine ed acuto) scambiando 
lo schiamazzo blasfemo di quest'anatra teutonizzata per 
ruggiti, la definisce « un mostro e un prodigio ». 

Troppo onore. 

Ed onore anche maggiore l'averle dedicato in questo 
libro una mezza pagina. 

AGOSTA URIEL (1590-1647) 

Figlio di ebrei convertiti visse come cattolico in Porto- 
gallo ma gli venne ad un tratto la nostalgia della sinagoga 
e ad Amsterdam rientrò nel giudaismo. Però, avvezzo forse 
a miglior cibo, non potè nascondere ai rabbini il suo di- 
sprezzo per le leggi cerimoniali e fu scomunicato, impri- 
gionato e costretto a pagare un'ammenda. Dopo quindici 
anni ricascò ancora nella sinagoga ma per rinnovare i suoi 
attacchi contro le tradizioni talmudiche. Allora il collegio 
dei Rabbini lo punì a questo modo. Dovette montare 

82 



sopra un palco di faccia a una moltitudine di giudei e di 
giudee e leggere una confessione e ritrattazione delle sue 
eresie ; poi fu spogliato fino alla cintola ed ebbe trenta- 
nove colpi di staffile ; infine dovette stendersi in terra al- 
l'uscio della sinagoga e tutti gli camminarono addosso.... 
Dopo pochi giorni, in seguito a questa cerimonia, si tirò 
un colpo di pistola nel capo. Si legga, per avere un' idea 
delle sue opinioni sul giudaismo^ la sua autobiografia : 
Exemplar humatKS vitcs. Buona risposta agli Ebri che sbrai- 
tano contro r Inquisizione ! 

ACQUA 

È odiata e amata. 

È odiata quella benedetta, — superstizione. 

Quella del diluvio, perchè rammenta una esagerata (per 
quanto mitica) vendetta divina. 

Quella del battesimo, perchè si versa sul capo dell'uomo 
in una età nella quale non è in grado di poter disporre 
liberamente del proprio pensiero. 

È amata : quella con la quale 1' immortale e giudizioso 
Pilato si lavò le mani. 

Quella delle spiagge marine dove ogni estate, senza 
troppo oltraggio al pudore, ci si può mettere in quasi ada- 
mitica libertà. 

Quella tofana (ahimè sparita) la quale era un meravi- 
glioso veleno che non lasciava traccia, utilissimo agli in- 
traprendenti eredi d'un parente ricco. 

Quella di Montecatini, dove si va appunto « a passar 
l'acque », ed in generale ogni acqua purgativa che ripulisce 
e disinfetta i ben otto metri, scientificamente misurati, 
di budella, lungo i quali l'anima del Borghese s'aggira, 
gorgoglia, ascende e discende, finché, con l'ultima emana- 
zione, abbandonando la sua legittima sede, si dissolve, 
tenebrosamente, nel mistico nirvana del pozzo nero. 

ACQUA IN BOCCA 

« Senti : questo, questo e questo. Ma, oh, acqua in bocca ». 

Discorso che può esser fatto da una spia, da un ladro, 

da un diffamatore o da un cretino che s'atteggia a furbo, 

83 



In generale aver l'« acqua in bocca » o raccomandare 
ad altri d'aver « l'acqua in bocca », salvo poche eccezioni 
lodevoli, vuol dire esser vigliacchi con qualche cosa di 
peggio ancora. 

Certe volte tutto quanto un popolo per qualche tempo 
si mantiene con l'acqua in bocca. Ciò si verificò durante 
la guerra parzialmente e si verifica ora totalmente. 

Oggi si sente parlar molto del freddo e del caldo ; ma 
di politica, dall'Alpi alla Sicilia, neppure un fievole bi- 
sbiglio. 

L'altro giorno un Cacasenno del Giornale d'Italia (ogni 
giornale n' ha uno) si lamentava (da che pulpiti !) di tutta 
quest'acqua in bocca. Ma all'Omo Salvatico, nemico dei 
diritti contìnuamente reclamati dagli uomini civili, sembra 
ancora poca ; e perciò a Benito Mussolini chiede l' istitu- 
zione immediata d'un esercito di bastonatori per tutti co- 
loro che conservano il diritto, in uno stato cattolico, d'of- 
fendere Cristo e la Chiesa. 

ACQUA ALLA GOLA 

Il « dissestato », 
il fallito, 
il tradito, 
il disonorato, 
il « nevrastenico »', 
e il giuocatore che ha perduto « perfin la strada per tor- 
nare a casa », son tutta gente « con l'acqua alla gola » ; 
e allora non vedendo che acqua e sentendosi sdrucciolare 
sempre più giù e « non potendosi neppure attaccare ad un 
rasoio», con una mano che stringe «nervosamente» \in 
piccolo oggetto meccanico si fanno « saltar le cervella ». 
Così l'ultima scena dell'ultìm'atto, rappresentata in- 
variabilmente dal solito protagonista che si trova « con 
l'acqua alla gola ». 

Eppure anche San Pietro, una volta, aveva l'acqua 
alla gola ; ma vicino a luì c'era Cristo ; e fu tratto in salvo. 
Quest'altri invece, hanno in tasca la rivoltella e ad- 
dosso il diavolo ; ecco perchè, mentre affondano, non tro- 
vano per aggrapparvisi neppure il filo d'un rasoio, 

84 



AGRI FRANCESCO (1836-1913) 

Filosofo e professore di filosofìa osò, in pieno dicianno- 
vesimo secolo, essere e proclamarsi cattolico. Cattolico 
combattè i mezzi cristiani e gì' incredenti ; filosofo amico 
di Platone ma più di Cristo si azzuffò cogli hegeliani e coi 
positivisti, tra loro nemici (assai meno che non paia) ma 
nemici egualmente di Cristo e del giusto filosofare. Scrittore 
ai tempi di De Amicis e di Rovetta ritrovò la semplicità 
candida, la limpidezza sobria dei trecentisti e nella prosa 
degli asceti offrì i più perfetti volgarizzamenti dei dialo- 
ghi platonici. Al disopra di tutte le scuole poneva « quella 
scuola, eh' è la Chiesa, nella quale visibile maestro è Cri- 
sto, e il maestro visibile è il Vicario suo ; il quale vive 
per essa Chiesa e questa vive per lui, viventi, come fa il 
capo e l'altro corpo, la vita medesima dell' invisibile spi- 
rito di Cristo. Fuori di essa Chiesa si cerchi in tutte le bi- 
blioteche, si vada in tutte le scuole, l'etica pura e intera 
non ci è stata, non ci è, non ci sarà mai ; non fu nell'an- 
tica Atene, né nell'Alessandria dei Tolomei, né in Roma 
pagana ; e non ci sarà nelle scuole de' razionalisti di Ger- 
mania^ né in quelle de' positivisti del nostro tempo, inglesi 
o francesi che siano. In vero senza Cristo chi può, per dire 
un esempio, dimostrare con la nuda filosofia che il corpo 
d'un rattratto o d'un lebbroso abbia il medesimo valore 
agli occhi di Dio che il corpo di un Alcibiade, e che l'anima 
di uno scemo di mente abbia il valore medesimo che quella 
di Tommaso d'Aquino ? E poi, ancora che l'etica si po- 
tesse apprendere fuori della Chiesa, fuori di lei l'appresa 
etica, cioè l'appresa scienza dell'amore, non si converte in 
amore », 

ACROBATA 

Chiunque vogHa « arrivare » dev'essere, anzitutto, un 
eccellente e resistente acrobata. 

Si avverta, però, che non bastano più i vecchi gioche- 
relli degli equilibristi — come sarebbe tenere il piede in 
due staffe o attaccarsi ai rasoi. Ci vuole ben altro ! 

• L'acrobata nuovo stile, polìtico o letterario che sia, 
deve saper dire con una sola lingua e nello stesso tempo 

85 



tredici discorsi diversi ; deve, colla stessa unica lingua, 
baciare, leccare, pulire, lustrare venti paia differenti di 
scarpe, stivaletti, babbuccie e pantofole ; deve, collo stesso 
piede destro, dare una carezzosa pedata nello stesso mo- 
mento che tira un calcio destinato a mutarsi in genufles- 
sione e infine deve dar l' impressione, colla fulminea si- 
multaneità, di possedere almeno sette deretani diversi per 
poter sedere contemporaneamente a un banchetto, a una 
seduta del Parlamento, a una conferenza, a una riunione 
di partito, a un caffè, sui guanciali di una fuggente auto- 
mobile e finalmente, meritato riposo, sul seggiolino di un 
pubblico water closet. 

ACTA SANGTORUM 

Il registro — sempre aperto — degli ostaggi che la spe- 
cie umana manda al Paradiso per risparmiare a tutti i 
loro cattivi o deboli fratelli l' incenerimento definitivo 
della nostra formicaia privilegiata. 

^^4^ ADAGIO 

Parola chiocciolesca, superata, morta ; si cancelli su- 
bito, non se ne parli più. 

Ma che adagio ! Il nostro tempo, munito di motore 
a scoppio, ha adottato « la maniera forte . 
Tutto, oramai, dev'esser rapido e forte : 
Parola forte, 
pugno forte, 
politica forte, 
gioventù forte, 
« governo forte, 

aceto forte, 
stomaco forte, 
peto forte. 
Avanti, perdio ! Tutto a macchina ! 
■ Volete scrittori, poHtici, artisti, inventori, ciarlatani, 
corruttori, filosofi, avvelenatori, ahenati, taumaturghi, ci- 
nedi, prestigiatori, truffatori, vighacchi, sicari ? Pronti. 
Volete guerre, rivoluzioni, pronunciamenti, processioni, 

86 



blocchi, bastonature, fughe, girandole e pout pourris ? 
Pronti. 

Tutto 'aap-pronta perfettamente dalla nostra « Casa 
della Pazzìa » nel minor tempo possibile. 

Una volta si diceva : « Adagio Biagio ! ». Ma ora da 
tutte le parti si strepita : k Forza, Biagio ! ». 

E Biagio si butta a fittoni nella mischia, senza paura 
di nulla. 

ADAMITI 

Setta antica cristiana la quale imponeva ai suoi adepti 
la completa nudità. Tutti gli uomini — eccettuati pochi 
santi — sono in realtà degli Adamiti da quando rifiutarono 
millenovecento anni fa la veste inconsumabile che apparve 
ai loro occhi un povero mantello insanguinato. Cercano 
di ricoprire malamente la loro nudità col manto degli im- 
peratori, colla toga dei giudici, colle corazze dei soldati, 
colle pelliccie dei commendatori colle sete e le trine delle 
donne pubbliche e private, ma invano. Son nudi sempre e 
tremano fuor della porta e tremeranno finché non saranao 
condotti, dalla pietosa morte, dinanzi a un immenso fo- 
colare che li riscalderà più del bisogno. 

ADAMO 

— Adamo era indubbiamente un abulico — sentenziò 
il dott. Enteroclismi davanti all'uscio del cafìè. 

— Adagio, amico — rispose il subeconomo dei bene- 
fici vacanti — Adamo era un uomo, un cavaliere, direi 
quasi in gentiluomo, e non poteva decentemente rifiutare 
il frutto che gli offriva una donna, che poi era la sua si- 
gnora. 

— Io credo, però — soggiunse l'ufficiale giudiziario 
strizzando l'occhio — che i frutti fossero due e che Adamo 
li trovasse molto di suo gusto. 

— Lei è uno scandaloso, interruppe il prof. Mediani che 
per caso era presente. La Bibbia, checché si dica, é un ve- 
nerabile monumento dell'antichità epperò non è tutta da 
pigliarsi a gabbo. La storia di Adamo ha la sua morale 

87 



beli' e buona ed è che bisogna informarsi bene prima di ac- 
cettare un invito o di buttarsi in un'avventura. 

— Allora mi dica lei che capisce la sacra scrittura, 
domandò il caffettiere, chi era quel serpente che parlò alla 
donna. 

— Distinguo, rispose il prof. Mediani. Nel senso lette- 
rale il serpente è un rettile senza mani e senza gambe e 
dunque infelice e si capisce che avesse una certa animo- 
sità contro il Creatore. Nel senso anagogico è un simbolo 
fallico ossia, per farvi capire, lo strumento della feconda- 
zione. Nel senso allegorico, infine, è l' incarnazione ani- 
male di Satana, cioè, come canta il poeta maremmano, 
il motore di ogni progresso e di ogni libertà. 

— In conclusione, saltò fuori il maestro. Adamo è 
stato un gran flagello per l'umanità perchè se non pec- 
cava non sarebbe venuto Cristo e se non fosse venuto Cri- 
sto non ci sarebbero i cristiani e per conseguenza neanche 
i preti che impestano i nostri paesi. 

— Lei dice bene, concluse il prof. Mediani, ma fino 
a un certo punto. Se non ci fossero i preti non ci sa- 
rebbero stati i roghi e i tribunali dell' inquisizione* e al 
Libero Pensiero sarebbero mancate le sue glorie più pure 
e i suoi più formidabili argomenti. 

ADATTARSI 

Il comm. Quattrostomachi, dovendo festeggiare in qual- 
che modo, durante la carestia derivata dalla guerra, le pro- 
prie nozze d'argento, ebbe lo squisito pensiero d'offrire àgli 
amici e colleghi di banca un modesto pranzetto in casa pro- 
pria, del quale ci reputiamo ben fortunati di poter pubbli- 
care il Menu : 

Consommé naturale 

Vino : Cherry 



Hors d^ oeuvre : 

Croùtons aux abatis de volaille. 

Jambon d^ Tork. 

Ostriche di Taranto. 

Vino : Chablis. 

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Trote del Reno. 
Sauce aux écrevisses 

Vino : Valpolicella. 
Frittura all' italiana. 
Pàté d-alouettes. 

Vino: Chàteau Lafitte 1893. 
Salmis di beccaccini 
Boeuf braisé gami 
Ortolani alla broche 

Vino: Brolio 1869. 
Salade. 



Pàtisseries 
Spumone alla siciliana. 
Bavaroise à la vanille. 
Plum Pudding. 

Brandy sauce. 

Dessert 
Moet et Shandon extra sec. 
Pori Jfine. 

Cafe- 
Liquori. 

Particolare non trascurabile : 

Quando venne in tavola il grande pasticcio d'allo- 
dole, la Signora Quattrostomachi, che sebbene non fosse 
precisamente di sangue bleu, era tuttavia ben nota nel- 
l'entourage del Commendatore per signorilità di gesti e 
di modi, accostando le labbra impeccabilmente dipinte al- 
l'orecchio della Signora Francatrippa le disse : « Sa, que- 
sto pasticcio, veramente, avrebbe dovuto contenere una 
piccola sorpresa ; uno scherzetto abbastanza grazioso, che 
forse si prestava alla circostanza : avevamo immaginato, si 
figuri, di farvi racchiudere due lodolette vive, simbolo della 
felicità matrimoniale, legate l'una all'altra con un bel 
nastrino color rosa, sul quale avrebbero dovuto figurare, 
scritti in lettere d'oro, il mio nome e quello del Commen- 
datore. S' immagina ! appena aperto il pasticcio, quei cari 
e gentili augelletti sarebbero volati per la stanza con gè- 

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nerale sorpresa, non è vero ?, di voialtri invitati. Ma che 
vuole ; il nostro cuoco (il quale, non fo per dire, era 
proprio un artista) si trova presentemente al fronte ; e 
così, anche noi, pur troppo !, ci siamo dovuti adattare, 
come ella vede, ad un regime di guerra ! 

AD BESTIAS 

Si sottintende : coloro che dovranno esser dati in pasto 
alle belve, non potranno essere che i cristiani ; ma non 
è cosa nuova ; ci sono avvezzi ; e quei pochi che non 
diventeranno bestie, saranno felicissimi di farsi divorar 
dalle bestie, sperando che la loro immolazione giovi ai loro 
stessi carnefici. 

ADDIO 

£ la parola che si dice continuamente da tutti, in ogni 
luogo e in tutte l'ore della giornata, ignorandone comple- 
tamente il significato e senza annetterle (salvo in certi ad- 
dii che straziano l'anima) alcuna importanza. 

L'uomo moderno è talmente areHgioso che non s'ac- 
corge di aver sempre sulle labbra una parola profonda- 
mente rehgiosa, con la quale si confessa l'esistenza di Dio 
e se ne riconosce la suprema importanza : 

Addio, cari atei, vuol dire, etimologicamente, « Vi rac- 
comando a Dio ». 

Sarebbe tempo dunque che trovaste un'altro saluto ; 
non fosse altro per non dare importanza, sia pure involon- 
tariamente, ad un nebuloso personaggio che, fra le altre 
molte deficienze, ha perfino quella di non esistere ! 

ADERIRE 

Spiacemi non potere aderire, causa precedenti impegni 
professionali, gentile, lusinghiero invito. Pregovi tutta- 
via tenermi presente patriottico banchetto, fra illustri col- 
leghi politica, foro, giornalismo, convenuti onorare degna- 
mente loro presenza, Bagoghi mia. 

Pappagorgia. 
Deputato Parlamento. 

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ADESCARE 

Due adescatoli : la donna pubblica e l'uomo pubblico. 

L'una e l'altro « adescano i passanti » ; la prima, con 
cenni discreti, dalla soglia del lupanare ; il secondo, con 
roboanti concioni, da un panchetto, da una seggiola, da 
un tavolino, da un terrazzo. 

L'adescatrice è punita od era (se colta in flagrante) 
per reato d'oltraggio al pudore. L'adescatore, più fortunato, 
è fatto ascendere dagli adescati in Parlamento, dove ap- 
punto voleva andare. 

In tutti e due i casi però l'adescato (popolo o semplice 
passante) quasi sempre, poco dopo, si vede camminare 
a gambe larghe. 

ADDISON GIUSEPPE (1672-1719) 

Figlio, nipote e pronipote di clergymen creò un gior- 
nale, lo SpectatOT (171 1), per poter pubblicare sermoni di 
tutte le qualità. « Il grande ed unico fine di queste mie spe- 
culazioni — diceva — è quello di bandire il vizio e l' igno- 
ranza dalla Gran Brettagna ». Un uomo che supponeva 
di poter bandire il vizio e l' ignoranza con un pezzo di fo- 
glio (che uscì per un anno solo) è un eroe — ed eroe si 
mostrò scrivendo una tragedia su Catone (per fortuna di-, 
menticata) ed infine sposando una vecchia contessa. 

Creò il tipo della letteratura per bene, l'unica lettera- 
tura degna della gente seria, decente e posata, a metà 
strada tra la frivolezza e la pedanteria. Il suo amore per 
1' Italia, dove stette due anni, gli faceva vedere negH ita- 
liani del seicento cadente, tanti morti di fame : « Essi ve- 
dono senza gioia colare l'oUo e il vino, languiscono all'om- 
bra del mirto odorifero, muoion di fame e di sete in mezzo 
ai beni della natura d nelle vigne cariche di grappoli ». 

ADDIZIONE 

Certo (meditava una sera fra sé e sé Narciso Franca- 
trippa dopo aver messo le bande e fatto il riscontro di 
cassa) non e' è da paragonare l'addizione con la moltipli- 
cazione. Questa é senza dubbio la più simpatica, deside- 

91 



rabile e proficua delle quattro operazioni. Eppure, per 
esser giusti, bisogna riconoscere che, anche con la somma, 
a forza d' incolonnare, sì fa mucchio. 

Invece quando si fa la sottrazione e la divisione..., che 
disastri ! 

Tuttavia bisogna distinguere : Se qualcuno sottrae qual- 
che cosa a me, ovvero se mi si costringe a dividere il 
mio con dei terzi, son dolori ; ma se avviene la cosa 
inversa, se son io, vale a dire, che in qualsiasi modo 
sottraggo ad altri, o mi becco i miei bravi dividendi, in 
un tal caso non si può negare che queste due operazioni 
si riabilitano. 

Però, tutto considerato, viva la faccia dell'addizione. 
Aààere (come mi fu spiegato una volta dal mio amico e 
cliente prof. Mediani — e non 1' ho più scordato — ^ vuol 
dire aggiungere. E aggiungere è una parola che mi risona 
bene per tutti i versi ; perchè non vuol mica dire che io 
debba aggiungere quando dò agH altri ? Allora sottrarrei 
a me stesso. Fossi bi.... ! 

Ma aggiungere (e cioè addizionare, ovverosia sommare), 
in qualunque modo la rigiri, mi significa aumento di cassa ; 
e qui, con questi porci panicati, comprati a trenta e riven- 
duti, come finocchiona, a trecento, per dir la verità non 
va male ! 

ADDOME 

Nobile e scientifico sinonimo di pancia — la quale, 
nell'edificio anatomico dell'uomo medio, corrisponde alla 
stanza della cassaforte negli edifici amministrativi. 

In esso addome — ben protetto di maglie e ventriere 
contro ogni insidia del mondo esterno — il signore che 
non ha mai spiccioli deposita le primizie che gli offrono a 
gara la terra, il mare e il cielo perchè siano da lui trasfor- 
mate in materia squisitamente fecale. 

ADDORMENTARE 

Tre son le specie di quelH che addormentano : i magne- 
tizzatori — i chirurghi — gli scrittori noiosi. 

. I primi tendono al cerretano, i secondi al macellaro, 

92 



— i terzi sono, a ripensarci bene, i più innocenti perchè 
sostituiscono le pericolose droghe degli insonni. Ma l'ad- 
dormentato per eccellenza è il massone in permesso — 
al quale non è vietato, in quello stato di sonnambulismo, 
di far parte, ad esempio, di un partito quasi cattolico. 

AD MAJOREM DEI GLORIAM 

Motto della Compagnia di Gesù, che fa sorridere gli 
scerebrati ma che dovrebbe essere di tutti i cristiani, 
anzi di tutti gli uomini. Dio, nella sua assoluta perfezione, 
non ha bisogno di gloria ; ma noi, sì, che abbiamo bi- 
sogno di glorificarlo, in ciascuna delle nostre giornate, in 
ciascuna delle nostre opere, perchè soltanto riferendo a Lui 
tutta la nostra vita siamo assicurati di partecipare, per 
sempre, alla sua. 

ADOLESCENZA 

Fra tutte l'età dell'uomo è forse la peggio : quando 
non è più fanciullo e non è ancora giovane. I francesi la 
chiamano «l'àge ingrat ». 

C è anche un'adolescenza dello spirito (più tarda) che 
spesso giunge fino alla morte ; la perpetua immaturità ; 
il bozzacchione invecchiato. E e' è l'adolescenza dei po- 
poli, quando non sono più miseri e divisi e non riescono 
a esser forti e imperanti : come 1' Italia di ora. 

ADONE 

Esser bello come Adone è il sogno di tutti i parrucchieri 
che desiderano d' incendiare i cuori delle dattilografe le 
quali, come ognun sa, sono altrettante Veneri. Non sanno, 
però, gli sciagurati, che Adone era figlio di un incesto 
e che mori giovane sotto le zanne di un cinghiale. Ma i 
nostri Adoni non hanno nulla contro l' incesto, perchè sono 
senza pregiudizi, e quanto ai cignali ormai son tutti dome- 
stici e ci cibano d' innocenti ghiande sotto gli occhi delle 
Circi candidate o reduci delle cliniche sifilopatiche. 

Ma in realtà non vi sono Adoni perchè la bellezza del 
corpo dipende da quella dell'animo, e l'anime nostre son 
tutte deformi e contraffatte, e tutti i belletti fabbricati a 

93 



Lutezia non riesciranno mai a dare al viso dell'uomo la 
fresca bellezza che dà la buona coscienza. 

ADORARE 

È noto come certe degne persone che non si degnano 
d'adorare Iddio, applichino questa parola ai vari escre- 
menti e tabù delle loro bell'anime perfettamente abbrutite. 

Tizio (per esempio) ha « una vera adorazione » per la 
motocicletta ; Caio (puta caso), scrivendo un biglietto 
erotico all'ennesima delle sue sgualdrine, la chiama la sua 
« adorata ». 

Ma queste sono « adorazioni « comuni e non mette 
conto parlarne. 

Esiste invece (a quanto ho inteso) un ebreo, un meravi- 
glioso spaventevole ebreo, settanta volte milionario, il 
quale, sebbene non conosca né Jahvé né Cristo, é affetto 
da una forma d'adorazione^ sui generis, assolutamente 
inaudita. 

È solo. Non ha né madre, né padre, né moglie, né figli, 
né parenti, né amici. 

Ha i suoi settanta milioni che gli lampeggiano in- 
torno sinistramente, e quattro o cinque automobili che 
lo rotolano, grugnendo, qua e là. 

I suoi occhi di pesce morto (che un unico oggetto ha la 
virtù d'animare) scivolano freddi, come lumache, di cosa 
in cosa. 

Un servitore intirizzito e muto, lo segue da per tutto 
come uno spettro. 

Egli depone in silenzio, ogni giorno, sempre alla stes- 
s'ora, sul tavolino d'ebano dinanzi al quale l'ebreo siede, 
un prezioso cofano chiuso. Poi, camminando piano, all'in- 
dietro, si ritira in silenzio. 

L'ebreo, solo, con le mani sul cofano, dà uno sguardo 
inquieto alla stanza ; é solo. 

II cuore gli batte metallicamente. 

A un tratto, muove una mano, la mette in tasca, ne 
toglie una piccola chiave ed apre, nervoso, il cofano con 
vm piccolo schianto. 

Ecco il suo paradiso : Tutta la collezione delle sue pietre ; 

94 



delle sue fredde rutilanti, preziosissime, rarissime pietre, 
gli sta dinanzi. Esse rappresentano esattamente la molti- 
plicazione lucida e fredda del suo cuore minerale. 

L'ebreo, le guarda, le riconosce, le conta, le contempla, 
le adora, cade in estasi. 

Con loro non è più solo, non è più morto, vive. 

Vive come una pietra. 

Ma quando richiude il cofafio rimuore. Cessa di vivere 
anche come pietra. 

Questo NULLATENENTE, Confinato nel deserto dei suoi 
settanta milioni, passa cotidianamente, ad ora fìssa, dal 
non essere all'essere ; e, quando è, come può essere, il 
maledetto deicida adora ciò che non è ! 

ADOTTARE 

Si può adottare un ragazzo e un'opinione : un ragazzo 
che non si è generato e un'opinione che non s' è inventata. 
Dimodoché 1' istituto dell'adozione è a tutto beneficio de- 
gH uomini infecondi e infruttuosi ed a questo, soltanto a 
questo, è dovuto l'estensivo sviluppo che ha preso a' giorni 
vostri. 

ADRIANO IV (m. 1159) 

L'unico Papa nato in Inghilterra. Il suo cognome era 
Breakspear, che vuol dire « spezza lancia ». Difatti sotto- 
mise Barbarossa imperatore e riprese Roma che Arnaldo 
da Brescia aveva ribellato. Dicono che da ragazzo fu pa- 
store di porci, come Sisto V : argomento, se ce ne fosse 
bisogno, che soltanto nella Chiesa è la vera democrazia. 

ADRIANO PUBLIO ELIO (76-138) 

Passa per essere uno de' migliori cesari romani : viag- 
giò gran parte dell' impero a piedi, pubblicò V Editto 
perpetuo, represse l' insurrezione giudaica di Bar Cocheba. 
Dicono, perfino, che volesse una statua di Gesù per met- 
terla insieme a quelle dei suoi dèi ! 

Ma il fatto sta che inalzò una statua (o un tempio) a 
Venere sul Calvario. 

Amò su tutti il gitone Antinoo — e costui si buttò 

95 



nel Nilo e sparì. Anche Adriano tentò verso la fine di ucci- 
dersi e ne fu impedito. 

— Sono il padrone — disse — della vita altrui e non 
della mia. 

Iracondo, sospettoso, lubrico, i suoi ultimi anni furono 
orribili. Era già pazzo quando morì, di dissenteria, a Baja. 

Fu poeta ed è autore de' versi famosi : Anìmula, và- 
gula, blàndula.... 

La vita di questo potente che avrebbe voluto arrolare 
Gesù tra gì' idoli di Roma eppoi pose l' immagine di Ve- 
nere sul Golgotha — e tentò di ammazzarsi e morì de- 
mente, di diarrea — che bel tema di riflessione per i 
nemici di Cristo ! 

ADULAZIONE 

Si chiama adulatore colui che dice, senza pensarle, le 
cose che l'adulato pensa di sé stesso senza dirle. 

ADULTERIO 

Uno dei tanti « fioretti » del dott. Enteroclismi : 

« Certo, allo stato attuale delle cose, l'adulterio è una 
faccenda seccante ; ma per abolirlo è semplice : basta abo- 
lire il matrimonio che, del resto, è un vincolo immoralissimo e 
falso, poiché non potendo pretendersi l'assoluta fedeltà fra 
i coniugi (cosa contraria alla natura), l'adulterio, accompa- 
gnato dalle sue non piacevoli conseguenze, ne deriva a 
fil di logica. 

Ergo, per ovviare a questo gravissimo inconveniente, 
in libero stato libero amore. 

Ecco la mia opinione ; che ho il coraggio civile di so- 
stenere a spada tratta ». 

ADULTO 

Quando si vede scritto « spettacolo per adulti » é 
sottinteso che si tratta di oscenità — e adulto viene così 
ad essere sinonimo di porco. 

Tutti i cittadini diventano legalmente adulti aUa fine 
del ventunesimo anno — tvitti eccettuati due : il Poeta 
e il Santo, che rimangono tutta la vita simili a quei fan- 

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ciulJi che Gesù cercava e per i quali è fatto il Regno dei 
Cieli. Ma da quando i Poeti hanno dato il posto ai ver- 
seggiatori e i Santi ai bigotti, l'intera umanità è irremissi- 
bilmente adulta — e si vede ! 

AD USUM DELPHINI 

Si adopra questa espressione sempre in senso polemico, 
come se ogni espurgazione fosse un delitto. Meglio, certo, 
leggere integri gli antichi — ma quando si devono far stu- 
diare ai ragazzi (e il Delfino era un ragazzo) bisogna per 
forza levar via le maialate. Le impareranno lo stesso an- 
che troppo presto e che siano proprio i maestri a doverle 
chiosare è chieder troppo. Come si ammettono le scelte che 
mantengono le pagine più ' belle si dovrebbero ammettere 
anche quelle che conservano soltanto, tra le belle, le più 
pulite. 

Se capita una mela bacata non e' è che due strade : o 
buttarla via tutta o scattivare là dove il baco ha mangiato. 
La seconda sembra, a chi riflette, la più ragionevole. Anche 
l'edizioni « ad usum delphini » hanno dunque una giusta ra- 
gion d'essere e quelli che le combattono fanno supporre 
che cerchino, nei classici, proprio le linee oscene : eh' è 
poi il sollazzo degli impotenti. 

ADVOCATUS DIABOLI 

L'Avvocato del Diavolo è canonicamente necessario 
in tutti i processi di beatificazione. Un santo non è ado- 
rato come santo finché il demonio non abbia vomitato 
su di lui tutto il suo veleno. Soltanto un accusato, e accu- 
sato dall'Avversario d'ogni luce, può essere alzato sugli 
altari della Chiesa trionfante. La voce del male è la testi- 
monianza indispensabile alla celebrazione del bene. Pro- 
fonda saviezza della Chiesa, incomprensibile ai fabbrica- 
tori di feticci laici i quali riguarderebbero come uno scan- 
dalo insopportabile se uno ricordasse, sia pure in sordina, 
gli amorazzi di Vittorio Emanuele II, l'esibizioni senili 
di Garibaldi e le tragiche debolezze di Giuseppe Mazzini. 



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7. — Dizionayio dell'Omo Salvatico. 



AEDO 

Parola greca per bardo. L'aedo per eccellenza è, se- 
condo l'erudizione borghese, Omero e da questa opinione 
ne deriva l'altra, egualmente solida, che il poeta è una 
specie di mendicante e cantastorie girovago, cieco dinanzi 
ai veri interessi dell'esistenza il quale racconta con molta 
enfasi le gesta improduttive di gente che non è mai esi- 
stita. 

AFA 

Clima perpetuo dei cinque continenti nel secolo XX. 
L'aria, impestata dai fumi delle fabbriche, dagli odori del 
petrolio e della benzina, dal fiato degli elettori eleggibili, 
dal fetore dei peccati occulti ; riscaldata e arroventata dalle 
passioni, dall'odio, dalle guerre e dalle guerriglie, l'aria del 
mondo, da un pezzo in qua, è pesante, puzzante, irrespi- 
rabile, afosa. L'afa, insegnano i contadini e i meteoro- 
logi, annunzia le burrasche : si sono avuti i primi spruzzi 
dal '14 in qua ma 1' Omo Salvatico teme che stiano per 
aprirsi sul serio le cateratte del cielo. 

AFFAMATI 

— Beati i famelici di giustizia perchè saranno saziati, 
dice Cristo. 

— Morte ai famelici di giustizia perchè turbano l'or- 
dine, risponde il Mondo. 

— Date da mangiare agli affamati, ordina la Chiesa. 

— Fate vomitare i ripieni perchè possano ingoiare una 
seconda cena, replica il Mondo. 

AFFARI 

« Les aifaires sont les aifaires >\ 

Perciò, pensa il Borghese, calpesterò mio padre, mia 
madre, mia moghe e all'occorrenza i miei figli, ogni volta 
che mi siano d'ostacolo a stringere un affare della massima 
importanza. Perchè soltanto gli affari sono, nel medesimo 
tempo, i miei veri madre, padre, moglie, figli e Dio. « Les 
affaires sont les affaires ». Il che è molto più sublime del 
preteso motto divino : « Ego sum qui sum ». 

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AFFERMAZIONE 

Ordina Cristo : Sia il vostro sì sì. Dice Mefistofele : 
Io son lo spirito che nega. Tra il Sì di Cristo e il No di Sa- 
tana — tra l'affermazione eterna che la vita ha nella morte 
la sua ricompensa e la negazione impotente di chi fu im- 
potente a creare, l'uomo deve scegHere — e non una volta 
sola ma ogni volta che il sole riafferma la luce sul buio 
della notte. 

AFFEZIONARSI 

Un giorno alla virtuosa consorte del comm. Quattro- 
stomachi (favorevolmente nota nel mondo bancario e fi- 
lantropico come instancabile organizzatrice di fiere di be- 
neficenza e di thè danzanti per ciechi, mutilati e « terre- 
motati ») fu domandato ingenuamente da un tale, che aveva 
ricevuto l'alto onore d'essere ammesso nell'entourage della 
predetta signora, se essa avesse mai visitato un'ospizio 
d'orfanelle posto a pochi passi di distanza dalla propria 
abitazione. 

Al che la signora Quattrostomachi, accarezzando la te- 
sta del suo prediletto bulldog : 

« No, veramente, non ci sono mai stata ; forse non ci 
andrò mai ; perchè non avendo figli, e quindi essendo im- 
mune, grazie al cielo, dalle noie che ne derivano, ho paura, 
ecco tutto, d'affezionarmi eccessivamente a qualcuna di 
quelle povere creature ! ». 

E la conversazione passò ad argomenti più allegri. 

AFFISSIONE 

Il grande universale paretaio dell'esibizione universale. 
Se il pubblico ignora non compra, se il pubblico ignora 
non segue. 

Bisogna dunque fargli sapere, al gran bestione, per 
mezzo di chilometri di carta disegnati coloriti e scritti 
con ogni membro da dei diavoli pazzi, che noi teniamo 
la regina dell'acque purgative, che il nostro callifugo fa 
sparire anche il piede, o che al nostro Cinema si rappre- 
senta la novissima film a colossale metraggio dell'ultimo 
definitivo impossibile. 

99 



E perciò su tutti i muri e lungo tutte le strade appic- 
cichiamo e sovrapponiamo sempre più febbrilmente le mol- 
teplici indicazioni frenetico-figurate della nostra merce. 

Ma poi butteremo giù case e strade ; e quando avremo 
sventrato lo sventrabile e con tutte le risorse della mecca- 
nica, ci saremo fabbricati le nuove città fantasmagoriche 
e semoventi, allora, abbandonata l'attuale barbogia affis- 
sione, affideremo la centuplicata reclame alle innumerevoli 
combinazioni foto-cromatiche d'una imprevedibile elet- 
tricità ! 

AFORISMA 

Una verità detta in poche parole — epperò in modo 
da stupire più di una menzogna. 

Tra gli aforismi laici — quelli cristiani si chiamano logia 
e massime — il più profondo eh' io conosca è quello di 
Lord Palmerston : « La vita sarebbe sopportabile se non 
ci fossero i piaceri ». 

AFFRICA 

Detta anche il « continente Nero » perchè abitata, prima 
dell'arrivo provvidenziale degli Europei, da negri affamati 
di carne umana. 

Per molto tempo ha servito come un gigantesco parco 
di carne da lavoro per gli evangelici Britanni e i puritani 
degli Stati Uniti ; eppoi è diventata il campo aperto per 
le gare e l'esperienze coloniali delle grandi nazioni di pelle 
bianca. Le quali hanno portato laggiù le armi da fuoco, 
l'acquavite, la sifilide e il sistema rappresentativo colla 
ferma speranza di sterminare a poco a poco gli antichi 
abitanti, colpevoli di ferocia . disarmata. Lo scopo che si 
proponevano gì' incivilitori è quasi raggiunto e nell'ultima 
guerra, per rendere più rapido lo sterminio, i francesi hanno 
portato in Europa, perchè prendessero parte ai nostri 
massacri e si educassero agli spettacoli della nostra civiltà, 
molte diecine di migliaia di negri affricani. 

All'Omo Salvatico resta però una speranza : che nel 
centro dell'Africa esistano ancora, insieme agli ultimi ip- 
popotami non confiscati dai giardini zoologici, alcune tribù 

100 



non deteriorate dalla civiltà dei paesi temperati e capaci 
perciò d' ingollare ogni tanto la carne di un esploratore 
e di allevare i figlioli nel salutare rispetto del bastone e 
del serpente. 

Non va dimenticato, tanto per promemoria agli altezzosi 
moderni, che la prima grande civiltà della terra, dalla 
quale anche oggi potremmo imparare parecchie cose, è 
fiorita in Affrica, sulle due rive del Nilo, ahimè, non più 
misterioso. 

AFRODISIACI 

La vecchia cantaride è vinta : ormai la letteratura 
basta a titillare le prurigini dei liceisti viziosi e la lubricità 
dei satiri in disarmo. Metà dei romanzi moderni hanno 
per fine prossimo e remoto l'erezione ; ergo gli autori dei 
suddetti romanzi sono dei diabolici prostituti i quali, dopo 
aver attizzata la lussuria, si rifiutano, come sarebbe giusto, 
di farla sfogare sul loro corpo. 

AGANIPPE 

Bastava, in Grecia, ber l'acqua della fonte d'Aganippe 
per diventar poeti. La fonte da gran tempo s' è asciutta e 
i verseggiatori moderni tentano di riacciuffare la poesia 
tracannando il « sugo della vigna », il « rio caffè », la « fata 
verde » cioè l'assenzio e magari la zozza. Sicché non è da 
meravigliarsi se vengon fuori versi briachi somiglianti ai 
discorsi dei malati di delirium tremens. 

AGANOOR VITTORIA (1865-1910) 

La sua più grande originalità fu di nascere a Padova 
di padre persiano. 

Ebbe a maestro Zanella il quale, commosso da un car- 
me della scolara sulla Grotta di Camoens, scrisse : « mi fac- 
cia la carità di continuare nello studio ; lo dico per lei, 
per la sua famiglia, per me, per l'Italia». Purtroppo gli 
dette retta e stampò, fra l'altro, un canzoniere amoroso 
del quale il Croce — che di poesia e d'amore s' intende 
come la nottola del sole — scrisse che « è certamente il 
più bello che sia stato mai composto da donna italiana ». 

lOI 



Lo stesso^' critico giudicò vero canto filosofico un'ode alla 
Primavera dove sono questi versi : 

Li sa, li sa gli eterni madrigali 
di rose e d'ali — di trilli e di raggi, 
e i languidetti omaggi, 
che gli echi ristornellano alle brezze 
dei venti innamorati e sospirosi 

e altre simili arcadicherie. A voler essere giusti diremo che 
nelle sue poesìe trovi decenza di forma e sentimenti di 
buona donna — novità, bellezza e potenza assolutamente mai. 

AGAPE 

I primi cristiani usavano, per ricordare e conservare la 
fratellanza, di riunirsi insieme per consumare le elemosine 
raccolte ; il di più era dato ai poveri ed ai malati. Oggi 
1' « agape fraterna » è la periodica ribotta dei frammasso- 
ni ; dove le bestemmie dei venerabili tengon luogo di Van- 
gelo, i rutti dei convitati ripieni della musica, e il fumo dei 
sigari del fumo dell'incenso ; e gli avanzi son divisi tra 
i cani e i camerieri. Usanze, del resto, che fioriscono anche 
tra molti che sì dicon cristiani. 

AGAR 

Due volte scacciata da Abramo per gelosia di Sara, due 
volte errante col figlio nel deserto, prossima a morir di sete, 
è soccorsa da Dio che le fa trovare un pozzo. Come Eva 
fu scacciata ; come Maria errò nei deserti ; come la Sa- 
maritana trovò, vicino al pozzo. Iddio. Simile ad Agar 
l'anima nostra nomade nel mondo — finché non abbia tro- 
vato l'acqua viva che disseta in eterno. 

AGAZZARI (FILIPPO DEGLI) 

Frate senese del trecento, autore d'un libro di Assem- 
pri che fortemente raccomandiamo alle zambracche co- 
cainiste e a' loro vagheggiatori. Ne riportiamo uno per 
assaggio : 

« Fue ne la città di Siena una giovana, la quale la ma- 
dre sua avendola maritata, e volendonela mandare a ma- 

102 



rito, acciocché ella paresse più bella e scarca, le fece una 
robba tanto stretta, che la sera medesima ch'ella n'andò 
a marito, essendo a mensa con molte donne e uomini e 
avendo forse mezzo mangiato, la misera fanciulla presente 
tutta la gente che v'era standosi a mensa crepò : e cosi 
la misera madre fu micidiale de la sua figliuola. E volesse 
Iddio che intervenisse così a tutte l'altre misere femmine, 
le quali tutto el loro studio pongono in lisciarsi et in ad- 
dornamenti de' lor maladetti corpi fracidi ; le quali no- 
tricano le loro putride carni a vermini e l'anima a diavo- 
gli, le quali son cagione continuamente de la dannazione 
di molte anime ; e di tanti peccati, quant'elle sono ca- 
gione di fare ad altrui, d'altrettanti son gravate le lor mi- 
sere anime ». 

AGESILAO 

Re di Sparta famoso per le sue vittorie sui Persiani 
e sugli Ateniesi. Ma più famoso dovrebbe essere per avere, 
sia pure per acquistar fama e benevolenza, usato coi nemici 
in modo quasi cristiano. « Se avveniva — racconta Plu- 
tarco — che alcuno degli avversari suoi cadesse in miseria, 
era il primo ad averne pietà, e ricercatone, lo soccorreva 
prontamente, procacciandosi per questa via l'onore e la 
benevolenza di tutti ». « Agli avversari non nocque mai in 
palese, e prestando sempre qualche favore acciò alcuni 
di essi ottenessero condotte o magistrati, fé' conoscere che 
s'erano mal portati e con avarizia : e di più con l'aiutargli 
e soccorrergli ne' giudizi, di nimici che erano se gli rendè 
amici, e sì a sé gli tirò che più non ebbe avversario ». 

Dal che si vede che l'amore per i nemici può essere 
anche un'eccellente politica, 

AGGEO 

Uno de' profeti minori del Vecchio Testamento. Così 
gli parlò il Signore un giorno : « Applicatevi col vostro 
cuore a riflettere sopra i vostri andamenti. Avete semi- 
nato molto e fatta piccola raccolta, avete mangiato e non 
vi siete saziati, avete -bevuto e non siete inebriati, vi siete 
coperti e non siete riscaldati, e colui che radunava i salari 

103 



li ha messi in una tasca rotta ». Aggeo profetò cinque se- 
coli prima di Cristo, ma, come si vede, descrive con mi- 
racolosa esattezza lo stato de' nostri tempi. 

«AGITATE ED AGITATEVI» 

È una frase che sebbene molto meno celebre dalla ce- 
leberrima « Dio e Popolo », è pur degnissima d'esser ricor- 
data, non fosse altro per essere uscita anch'essa dalla bocca 
d'oro di S. Giuseppe da Genova. 

« Agitate ed agitatevi » : Quanta sapienza politica in 
queste tre parole, e quale profonda intuizione dell'avvenire ! 

Le agitazioni caldamente raccomandate dal Santo Agi- 
tatore, sono andate infatti sempre più allargandosi come 
tanti cerchi d'acqua. 

Il beato spirito del grande ligure, può essere dunque, 
per il momento, soddisfatto. 

Sebbene ancora non sia nulla, in confronto delle agita- 
zioni che verranno. 

AGITAZIONE 

E una dolce conseguenza della libertà ; un governo li- 
bero, dice Montesquieu, è sempre agitato. 

E infatti : Agitazione dell' individuo e agitazione delle 
masse ; l' individuo (maschio e femmina) agita la lingua, le 
braccia, i piedi, le mascelle i membri « che l'uom cela » e 
sempre meno il cervello ; « le masse » s'agitano fra loro ; le 
macchine agitano l'uomo e sono agitate dall'uomo ; chi 
s'agita meno di tutti è il vero e proprio agitato, ossia il 
pazzo rinchiuso, non si sa perchè, nei manicomi. 

Proponiamo dunque di liberarlo per vedere (chiodo 
scaccia chiodo) se questo povero calunniato rimetta a 
posto le cose. 

AGNELLO 

« Bestia imbecille, se non ti mangia il lupo ti mangio 
io, tanto più che sei perfino il simbolo di quel cruciato mar- 
tire che pretendeva di cruciare gli uomini ». Pensiero del 
cav. Delfo bo Luciferini. 



104 



AGNESE (SANTA) 

Subì il martirio, tredicenne, sotto Diocleziano, l'an- 
no 305. 

Sposa di Cristo, avendo rifiutato le nozze umane, fu 
minacciata, arrestata, battuta, spogliata e lasciata nuda 
in un lupanare. Ma scioltasi i capelli, che le discesero fino 
ai piedi, vi rimase avvolta come in un manto, mentre una 
luce sovrumana s' irradiava prodigiosamente dalla sua 
persona. 

Nessuno osò disonorarla ; ma infine, con una stilettata 
nel collo, fu uccisa. 

Nel Messale Romano, in occasione della sua festa che 
cade il 21 gennaio, si leggono, fra l'altro, queste parole : 

« Roma inalzò ben presto alla memoria d'Agnese due 
templi : l'uno nell'antico Circo Agonale, già luogo di pro- 
stituzione, l'altro fabbricato da Costantino, fuori le mura, 
sulla Via Nomentana, dove, sotto un altare coperto di pie- 
tre preziose, si custodisce il corpo della gloriosa Vergine, 
Su questo altare, oggi, la Chiesa depone due agnelli, espres- 
sione, ad un tempo, della mansuetudine del Divino Agnello 
e dalla dolcezza d'Agnese, i quali, dopo essere stati bene- 
detti dall'Abate dei Canonici lateranensi, che officiano 
quella Chiesa, vengono condotti in un monastero di Ver- 
gini — le monache camaldolensi — che li allevano atten- 
tamente. Con la lana di questi agnelli vengono poi tessuti 
i Fallii che il Sommo Pontefice invia a tutti i Patriarchi 
e Metropolitani del mondo cattolico : Palili che, prima 
d'essere spediti, vengono deposti sulla tomba di S. Pietro, 
ad esprimere, in una sublime unione, il doppio sentimento 
della fortezza del Principe degli Apostoli e della virginale 
dolcezza d'Agnese onde devono esser ripieni i Prelati a 
cui si destinano ». 

Ecco i Santi e i simboli della Chiesa, di quella Chiesa 
che se anche non fosse divina, come pensano certi pesti- 
lenziali « pensatori », sarebbe pur sempre la più nobile e 
alta luce sulle tristezze del mondo. 



105 



AGNESI (MARIA GAETANA) (1718-1799) 

Tutti sanno che raggiunse la gloria in modo insolito 
per una donna, colle matematiche, che insegnò perfino 
all' Università di Bologna. Ma pochi sanno il resto, anzi 
il meglio — che nel 1751, mortole il padre, lasciò Bolo- 
gna, 1' Università e le matematiche e si dedicò tutta all'as- 
sistenza dei malati nel Luogo Pio Trivulzio. Nessuno legge 
più le sue ofere matematiche ma e' è Qualcuno, lassù, che 
ricorda ancora le sue opere di misericordia. 

AGNOSTICISMO 

Dice l'agnostico : Non si conoscono che fenomeni e 
non si può conoscere il noumeno, la cosa in sé, l'assoluto. 
Dunque la religione può darsi che sia vera e può darsi che 
sia falsa : io mi astengo. 

Ma come diavolo fa l'agnostico a sapere che al di là 
del relativo e' è l'assoluto e al di là dell'apparenza una 
sostanza ? Se tu confessi che e' è qualcosa dietro ai tuoi 
fenomeni perchè ti rifiuti di ammettere che questo qualcosa 
è la causa prima dei fenomeni e che questa causa prima è 
razionale e per conseguenza è Dio ? 

Gli agnostici son come quello che stava dinanzi a una 
porta chiusa e siccome aveva perso la chiave e non aveva 
la forza di buttar giù l'uscio a spallate, sosteneva per via 
induttiva e deduttiva che non si potrà mai entrare in casa. 

AGNUS DEI 

L'Agnello d' Iddio che toglie i peccati del mondo ; il 
Dio innocente che muore per i colpevoli : l' idea più su- 
blime che la terra conosca e alla quale gli uomini non sa- 
rebbero potuti giungere senza la Rivelazione. 

La plebe, che tutto insudicia, ha fatto di questa formula 
celestiale un espressione quasi di spregio per indicare i 
gingilli della superstizione ! 

AGONE 

I lettori di quei vangeli quotidiani che sono i giornali 
non conoscono che due agoni : l'agone politico e l'agone 

106 



letterario. Nell'agone politico si assiste alla lotta di alcuni 
conigli vestiti da tigri contro alcune volpi vestite da agnelli ; 
nell'agone letterario si assiste alla zuffa incruenta tra quelli 
che non sapendo vivere vogliono scrivere" e quelli che non 
sapendo scrivere vogliono giudicare gli scritti altrui. 

Assempri : 

« L' illustre parlamentare immaturamente scomparso, e 
sul quale l' intera nazione s' inchina addolorata e com- 
mossa, debuttò neWagone politico, quale candidato di parte 
liberale, nel 1890, riscuotendo dagli elettori del collegio 
di Bagoghi quasi 1' unanimità dei suffragi ». 

« Non bisogna dimenticare che l' illustre autore, giunto 
con quest'opera basilare all'apice della gloria, iniziò la pro- 
pria carriera neìVagone letterario con un romanzo dal ti- 
tolo fortemente suggestivo « Giano Bifronte » il quale, fin 
d'allora, faceva presagire per lo scrittore un avvenire il 
più splendido ». 

Questi ed altri spunti biografici sono manipolati da 
quegli animali graziosi e benigni che pugnano cotidiana- 
mente, a schizzi d' inchiostro, neìVagone giornalistico, in di- 
fesa d'ogni nobile causa, e senza i quali a pugnare negli 
altri agoni non ci sarebbe alcuna soddisfazione. 

AGONIA 

Da agone, agonia ; che è l'ultimo definitivo agone. 

E qui, l'Omo Salvatico con l' innata sconvenienza che 
lo distingue, si compiace di ricordare all'uomo civile che 
anche nell'ultimo minuto dell'ultim'ora bisognerà per forza 
agonizzare ; cioè combattere, spaventevolmente^ nell'agone 
degli agoni, sebbene, questa volta, con la certezza assolu- 
ta della sconfitta e senza aver tempo né voglia di pregu- 
stare le lodi necrologiche del giornalistico agone. 

Senonchè a questa ironia funebre dell' Omo Salvatico, 
il dott. Enteroclismi oppone : 

Storie ! L'agonia non è che il fenomeno, del resto 
naturaHssimo, che precede il trapasso. 

Mi si domanderà : Per dove ? Un momento. Intanto 
l'osservazione e' insegna che, col sopravvenire del « coma i^, 
le forze vitali rapidamente si paralizzano, finché poi ces- 

107 



sano del tutto. Allora abbiamo ciò che si chiama il cada- 
vere, vale a dire ancora della materia passiva d'ulteriori 
trasformazioni. Tutto questo processo di disintegrazione 
dell'organismo fisiologico, che si riscontra in tutta quanta 
la natura, non ha nulla di strano. 

Ma il significato metafisico della morte ? Inutile fare 
delle arbitrarie supposizioni oltre il campo dell'esperienza, 
le quali, come sappiamo, non approdano a nulla. Qui siamo 
davanti, a un fatto : Una macchina s' è guastata per sem- 
pre ; e tutto il resto sono pure fantasticherie. 

Tutt'al più si potrebbe concedere agh idealisti (i quali 
per me, ben' inteso, che non mi vergogno d'esser rimasto 
fedele al glorioso materialismo, sono dei preti senza to- 
naca) si potrebbe concedere, dico, che la cosi detta anima 
umana rientri, con la morte, nella così detta anima del 
mondo. 

Ma ciò che assolutamente bisogna abolire sono le cru- 
deli superstizioni cattoliche praticate intorno all'agoniz- 
zante, con le quali si spaventa il povero degente e si addo- 
lorano i parenti. 

E con ciò intendo alludere direttamente ai Sacramenti, 
alle preghiere che si recitano al letto del moribondo e so- 
prattutto a quel maledetto, fastidioso martellare delle cam- 
pane, col quale si disturba l'onesta gente che pure ha il 
diritto di accudire ai fatti suoi, e che amerebbe di non 
essere inutilmente contristata da questa anacronistica so- 
pravvivenza del più disgustoso Medio Evo. 

AGORA 

Fortuna delle parole ! Anche gV ignoranti di greco sanno 
che agora vuol dir piazza ma e' è questa rilevantissima dif- 
ferenza : quando si parla di Atene antica la politica fatta 
nell'agora è un esempio di somma saggezza ; se invere 
si tratta dell' Italia moderna la politica di piazza è sino- 
nimo di sopraffazione plebea. Il diverso giudizio proviene 
dalla presunta diversità tra gli ateniesi antichi e gli ita- 
liani moderni, oppure dipende dal suono diverso delle pa- 
role ? Agora ti dà 1' idea della solennità classica, con i 
bei colonnati di marmo e i cittadini in toga — piazza in- 

I08 



vece ti richiama l'idea di un luogo di mercato, sudicio spesso 
di sterco cavallino e di sangue umano. L'Omo Salvatico, 
che vive lontano dalle agore e dalle piazze, rimanda il 
problema dinanzi ai filosofi della storia. 

AGOSTINO (S.) (353-430) 

Una sera, in casa del prof. Mediani, il discorso cadde, 
chissà perchè, sulle conversioni. 

— Per conto mio, affermò reciso il commendator Quat- 
trostomachi, alle conversioni religiose non ci credo e quelle 
della rendita non le desidero. 

— Ma dove mette Sant'Agostino ? chiese con un mezzo 
sorriso il Professore. 

— Oh quello lì, saltò fuori il dottor Enteroclismi, era 
un epilettico di certo, come San Paolo^ come San France- 
sco, come tutti coloro che sono affetti di « psicosi religiosa ». 

— Può darsi invece che fosse un furbone, osservò il 
commendatore, e gli avranno forse promesso un vescovado 
per tirarlo dalla loro. 

— Prego, rettificò il Professore, Sant'Agostino era pro- 
fessore di belle lettere e aveva buoni amici e ricchi. 

— Avrà fatto per farsi della reclame, interruppe l'av- 
vocato Pappagorgia, se n' è visti parecchi altri che son 
andati in chiesa collo stesso fine. 

— Oppure per contentare la sua povera mamma, disse 
la 'signora Mediani, che andava alla messa per Pasqua e per 
Natale. 

— Dalle Confessioni, riprese l'avvocato, non si racca- 
pezza quasi nulla : tutti i momenti si mette a pregare 
o a lodare Iddio o a spiegare i misteri e in quel guazza- 
buglio è bravo chi si ritrova. Il filo degli avvenimenti deve 
essere cronologicamente e criticamente esposto, signori 
miei, e per me Sant'Agostino era un acciarpone. Prendete 
invece le Confessioni del gran ginevrino : quelle son belle 
davvero e si apprende tutto per filo e per segno, quando 
andò la prima volta a donna, di quando rubò, come fece 
a scappare a Ginevra : non manca nulla. 

— Eppure ho sentito dire che Sant'Agostino non faceva 
altro che scrivere, disse Zulimo Francatrippa per dire 

109 



anche lui la sua, tanto che ho sentito dire d'un giovane di 
studio : Quello lì ha scritto quainto Sant'Agostino. 

— Era un grafomane : altro segno di degenerazione, 
aggiunse il Dottor Enteroclismi. 

— E il suo Victor Hugo, allora, disse il Professore, 
che ha seguitato a pubblicare chissà quanti libri anche 
dopo morto ? 

— Ma Victor Hugo, professore carissimo, rispose il 
dottore, era il Patriarca della Democrazia Moderna e 
quell'altro uno dei Pilastri del Medioevo. Mi pare che non 
ci sia bisogno di aggiunger altro. 

AG RAMANTE 

La « discordia nel campo di Agramante » — cioè nel 
campo dei nemici del Cristianesimo — è il segno dell'aiuto 
divino alla debolezza umana. L'errore, essendo molteplice, 
fa combatter fra loro gli erranti di varia marca e una parte 
degli assalitori è sconfìtta dall'altra parte sicché agli asse- 
diati è scemata la fatica. Alcuni, però, fidano troppo sulla 
discordia dei nemici, i quali almeno in questo son d'ac- 
cordo : nel voler scalzare a ogni costo la croce di Cristo 
e la pietra di Pietro. È necessaria, dunque, ai cristiani, 
l'imita e l'unità non dura senza disciplina e non v' è disci- 
plina senza ubbidienza e l'ubbidienza per riuscire frut- 
tuosa dev'essere unica, a uno solo : al Timoniere della 
Nave Santa, solidamente attraccata alla riva del Tevere. 

AGRESTE 

Uno scultore italiano ancora vivente — anzi, dicono, 
benvivente — aveva l'abitudine, anni fa, di andare su e 
giù per i boulevards di Parigi, con tanto di tuba sui ca- 
pelli e di caramella all'occhio, elegante, serio, irreprensi- 
bile, — e con una capretta al guinzaglio. A chi gli chiedeva 
il perchè di quel? insolita compagnia rispondeva : 

— La nostalgia della vita agreste ! 

Di questa natura sono, in generale, le nostalgie agresti 
de' nostri poeti paesisti e cittadini. 



HO 



AGRICOLTURA 

Anch'essa, dopo qualche millennio di vergognosa stasi, 
rapidamente si evolve. 

Tra poco, spariti i bovi e i contadini, la macchina e 
il macchinista faranno tutto. Invece di muggiti si sentirà 
pei campi il motore a scoppio ; già l'aratro incomincia 
ad esser sostituito dal Motor ploughing e l'aratore dallo 
chauffeur ; graziose, aeree seminatrici, volando a bassa 
quota, come enormi e pur leggiadre artificiali farfalle, spar- 
geranno il grano nei solchi già preparati dai nuovi bovi 
d'acciaio. La chimica aiuterà sempre più la meccanica. 
Forse un giorno arriveremo a surrogare scientificamente il 
grano, l'uva, l'olio, il formaggio ecc. ; allora la terra la- 
vorativa, diventata inutile, a poco a poco sparirà ; tutta 
la sua superficie sarà occupata da officine, laboratori, 
scuole, garages, aerodromi, case di piacere ecc. e queste 
saranno finalmente le nuove auspicate chiese della nuova 
e redenta umanità. 

AGRIMENSORE 

Modesto e utile professionista — in contrasto col nome 
vasto e solenne. Ma quando si pensi ch'egli è il « misura- 
tore della terra », lo spartitore del tuo e del mio — e che 
la terra è così infima particola nell'universo e che di que- 
sta particola tanto piccolo spazio basterà a noi per sem- 
pre, si arriva a rappresentarsi la grandezza, veramente 
tragica, di questo piccolo misuratore del nulla. 

AGRIPPA DI NETTESHEIM (1486-1535) 

Nessuno sì ricorderebbe del vecchio alchimista e caba- 
lista se non avesse scritto un libro De Incertitudine et va- 
nitale Scientiarum (1527) che figura d'obbligo in tutte le 
storie dello scetticismo. Scrìsse anche un trattato di ma- 
gìa, in gran parte copiato da Pietro d'Abano. E degno di 
nota che tutti i proponitori e propagatori dì scienze strava- 
ganti e fantastiche sono nello stesso tempo dispregiatori 
e insidiatori delle scienze esatte — qual'era, in senso meta- 
fisico, la scolastica combattuta dal negromante di Colonia. 

Ili 



AGRIPPINA (GIULIA) 

Uno dei fiori, con Messalina, dell'eterno femminino 
romano. Da C. D. Enobarbo generò Nerone ; lasciò il 
primo marito per sposare un Crispo, ricco, che fece ammaz- 
zare; poi si fece moglie dello zio Claudio, imperatore, al 
quale fece adottare Neroncino, perchè succedesse al trono 
invece di Germanico. Quando ebbe ottenuto quel che vo- 
leva avvelenò Claudio e Nerone regnò, ma siccome voleva 
far troppo l' impacciosa col figliolo, al quale aveva procu- 
rato il trono coi delitti, il riconoscente Nerone le fece fare 
una passeggiata in una barca preparata in modo che do- 
veva afltogare. E siccome la vecchia delinquente riuscì a 
salvarsi il suo degno figliolo, persa la pazienza, la fece 
ammazzar dai soldati. 

AHASVERO 

Uno de' nomi dell' Ebreo Errante. 

Per tutti quelli a cui premon le sorti di questo simpa- 
tico globe trotter possiamo dare una buona notizia. Aha- 
svero s' è fermato ed ha preso domicilio, anzi due do- 
micili : una casa a Londra e una a Nuova York e tutti 
i suoi viaggi si riducono ormai a traversare di tanto in 
tanto l'Oceano in un transatlantico di lusso. 

«AH NON PER QUESTO!» 

Ma sì, caro ed egregio professore, proprio per questo. 

Non e' è bisogno di cascar dalle nuvole. 

Quelli erano i padri, questi sono i figli ; e legittimi ; 
non e' è, come suol dirsi, porcherie ! 

Ciò che i padri, forse senza saperlo, avevano in corpo 
transfusero nei figli, e questi riceverono, svilupparono e 
perfezionarono. 

Se non si voleva una tal razza di perfezione bisognava 
non trasmettere loro certe idee che sebbene sembrassero 
palloncini variopinti, belli a vedersi, non erano in realtà 
se non bubboni, pieni di marcia. 

Linguaggio oscuro ? Ghiribizzi dell'Omo Salvatico ; al 
quale certe volte piace di parlare così ! 

112 



AHURA MAZDA 

il « signore sapiente », il Dio buono degli Irani, il Dio di 
Zarathustra, il vincitore di Auramaìnyu (Arimane). Di sé 
stesso dice nelV y^vesta : « Io mi chiamo colui che molto 
vede, io mi chiamo colui che meglio vede, io mi chiamo 
colui che vede lontano, io mi chiamo colui che meglio 
vede lontano, io mi chiamo colui che spia.... io mi chiamo 
colui che conosce, io mi chiamo colui che meglio conosce.... 
io mi chiamo colui che non inganna, io mi chiamo colui 
eh' è al sicuro dell' inganno.... » (Yast, I, 12-14). 

Il Dio di Abramo e di Mosè disse soltanto : « Io sono 
Colui che sono ». Là parlava un mago prolisso — qua parla 
un Dio. 

Ma rispettiamo i morti : ormai Ahura Mazda non è 
ricordato che dagli ottantamila parsi dell' India e « Colui 
che è » vien pregato, oggi, da 500 milioni di uomini. 

AJA 

— Il luogo più sterile e infecondo del podere, ma dove 
son portate e vagliate le ricchezze dei campi. 

— Capitale dell'Olanda e sede di quel Tribunale In- 
ternazionale, sterile più di un'aia, e dove si portano tutte 
quelle liti che son troppo magre e irrilevanti perchè con- 
venga risolverle eroicamente colla legge del cannone. 

AIACE 

Soldataccio feroce dell'antica Eliade, conosciuto volgar- 
mente col soprannome di « furente ». Si racconta che Mi- 
nerva lo fece impazzire e che ammazzò una mandra di 
bovi credendo che fossero nemici. Le prodezze di questo 
bruto furon cantate da Omero e da Sofocle e fanno parte 
anche oggi dei libri di testo delle scuole medie e superiori 
del regno, dalle quali escono, infatti, moltissimi che Mi- 
nerva, per vendicarsi dell'abbandono in cui la lasciano, 
rende simili a Aiace. 

AIOLÀ 

L' « aiolà che ci fa tanto feroci » è rimpiccolita — a 
forza di treni espressi e di vapori rapidi — e tanto più 

8. — Dizionario dell'Omo Silvatico. 



rimpiccolisce tanto più si moltiplica la ferocia dei suoi 
abitatori, ciascun de' quali, alla fine, vorrebbe essere il 
solo bruco a rodere l'erbe di questo insanguinato patri- 
monio di Caino. 

AITA ! 

Esclamazione celebre della « celebre cuccia della grazie 
alunna «, nel più celebre « Giorno » del celeberrimo abate 
Patini. 

Troppe celebrità, sebbene oramai quasi rassegate, nelle 
storie letterarie che accolgono ampiamente soltanto i let- 
terati celebri. Contro molti dei quali sarebbe il caso pur- 
troppo di gridare aita, con più, disperati guaiti della « ver- 
gine cuccia ». 

ALCESTE 

Eroe del Misantropo di Molière che piace, a dispetto 
di certe sue contraddizioni e debolezze, all' Omo Salva- 
tico. Non foss'altro per questi versi : 

TetehUu ! ce me soni de mortelles blessures, 
De voir qvC avec le vice on garde des mesures ; 
Et parfois il me prend des mouvements soudains 
De fuir dans un désert Vapproche des humains. 

Anche senza leggere, però, la commedia di Molière si 
sa che tutti i Misantropi, come Alceste, son quelli che amano 
G hanno amato troppo i loro simili. 

ALADINO 

Proprietario della meravigliosa lampada che, strofinata, 
fa apparire un gigante pronto a tutte l'obbedienze. Code- 
sta lampada, sogno e desiderio di tutti gli accidiosi ingordi 
— cioè del genere umano meno dodici — fu barattata con 
una lampada nuova ma che non aveva il potere dell'altra. 
E a questo proposito si rammenta ai moderni che Aladino 
vuol dire, in arabo. Gloria della Fede, e che i nostri nonni, 
padri e contemporanei i quali barattarono la vecchia Fede, 
che pareva vile e polverosa, colla nuova e luccicante Scienza 
fecero un cambio che somiglia assai a quello che fece l' ignaro 

114 



servitore di Aladino. La Fede e una lampada che basta 
tenerla accesa per avere ai nostri ordini Qualcuno più 
forte assai di un gigante : e la Scienza, con tutte le sue 
conquiste, è, come il Diavolo, null'altro che una simia dei. 
Non dà e non può dare quel che desideriamo di più : né 
la pace al cuore, né la certezza alla mente — né l' immor- 
talità e la beatitudine dopo la prima vita. 

ALARICO 

Re dei Visigoti, famoso per avere due volte assediato e 
finalmente saccheggiata e decimata Roma (410). Per quanto 
barbaro non mancava di sarcastica prontezza. Agli amba- 
sciatori del Senato che parlavano della immensa popola- 
zione di Roma che avrebbe resistito alle sue armi, rispose : 

— Più folto é il fieno e più facilmente si sega. 
Chiese, per allontanarsi, tutto l'oro, tutti gli oggetti pre- 
ziosi e tutti gli schiavi ch'erano in Roma. 

— E a noi che intendi lasciare? chiesero gli ambasciatori. 

— La vita, rispose il re. 

L'anno dopo non lasciò loro nemmen quella : aveva 
dato ordine di rispettare la vita dei cittadini che non si di- 
fendevano ma i 40.000 schiavi d'origine barbara che con- 
tava la città, d'accordo coi Goti e cogli Unni, massacra- 
rono gli antichi padroni del mondo e le vie e le case di 
Roma diventarono in pochi giorni carnai. Un solo ordine 
di Alarico fu rispettato : quello di non toccare le chiese 
degli apostoli Pietro e Paolo. 

ALBA 

Pochissimi sanno ancora che esiste, perché moltissimi 
vanno a letto lodevolmente poco prima che spunti. 

Essa era cantata una volta, da quegli antichi poeti 
oleografici che la chiamavano « Aurora dalle rosee dita » ; 
ma i terribili poeti attuali delle parole in libertà, abban- 
donate simili fregnacce, cantan fra l'altro i vari voltaggi 
delle lampade ad arco adibite a surrogare il sole durante 
la notte, la quale è il giorno veramente adatto ai bipedi 
implumi dei nostri felicissimi giorni. 

Esiste, però ancora « Falba della gloria » ; ma anch'essa. 



uniformandosi ai tempi essenzialmente rapidi e dinamici, 
è in uno stesso istante alba e tramonto ; e ciò è giusto, 
perchè tutte l'albe della gloria non restino oscurate dalla 
gloria che oltrepassa l'alba. 

ALBANESE ENRICO (1831-1889) 

Medico e garibaldino, ammazzò doppiamente da buon 
democratico, il suo prossimo ; ma ebbe due meriti non 
certo indifferenti, pei quali, sebbene ahimè ! quasi in in- 
cognito, è passato anch' egli alla storia : 

Quello d'aver estratta ad Aspromonte « la palla infame » 
che colpi « nel tallone d'Achille » 1' « Eroe dei due Mondi », 
e quello d'aver assistito, come sacerdote laico-scientifico, 
il Duce morente, a Caprera. 

Non sappiamo se troneggi anch'egli, artisticamente 
mineralizzato, in qualche piazza d' Italia ; ma ci sembra, 
nel caso contrario, che si debba « colmare senza indugio 
una sì deplorevole lacuna ». 

ALBANY (CONTESSA) 

Grossa e grossolana tedesca che tradì il marito vecchio 
e inglese con Alfieri poeta italiano, poi tradì l'Alfieri con 
Fabre pittore francese, e tradì, finalmente, la posterità che 
la crede ancora una delle tante Laure venute in terra a 
grattar la pancia dei poeti cicale. 

ALBATRO 

Souvent, pour s^amuser, les hommes d'équipage 
prennent des albatros, vaste s oiseaux des mers 
qui suivent, indolents compagnons de voyage, 
le navire glissant sur les gowffres atmrs. 

A peine les ont-ils déposés sur les planches, 
que ces rois de Tazur, maladroits et honteux, 
laissent piteusement leurs grandes ailes blanches 
comme des avirons tratner à coté d'eux. 

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule ! 
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid ! 
Vun agace son bec ave e un brule-gueule, 
Tautre tnime, en boitant, l'infirme qui volati ! 

ii6 ' 



Le Poète est semblabU au prince des nuées 
qui hante la tempète et se rit de Varcher ; 
exiU sur le sol au milieu des huées, 
ses aiks de géant V empèchent le marcher. 

(Baudelaire, Les Fleurs du mat) 

ALBERGO 

Sta a 1' hotel, come il lume a mano alla luce elettrica, 
come la diligenza aìVautobus^ come l'aratro al mulo d'ac- 
ciaio. 

Esisteva quando invece dei turisti c'erano i pellegrini 
e, invece dei letti a molla, il letto con le panchette e, di 
qua e di là, sulla parete, un crocifisso con l'olivo benedetto 
e la piluzza dell'acqua santa. 

Ma sono vergognosi arcaismi ; e nessuno, all' infuori del- 
l' Omo Salvatico, li ricorda più ! 

ALBERO 

Tre Alberi sovrastano la storia del mondo. 

L'Albero dell' Eden dove l'uomo perse innocenza e 
felicità. 

L'Albero della Croce, col suo frutto sanguinoso, che 
ridette all'uomo il potere di tornare felice e innocente. 

L'Albero della Libertà del 1789 e seguenti — albero 
senza radici, dove l'Avversario, dopo diciotto secpli, tentò 
nuovamente l'uomo offrendogli, in cambio di pomi, teste 
recise. 

ALBERO UMANO 

vilis conditionis humanae indignitas, o indigna vi- 
litatis humanae conditio. Herbas et arbores investiga. lUae 
de se producunt flores et frondes et fructus, et tu de te 
lendes et pediculos et lumbricos. Illae de se fundunt oleum, 
vinum et balsamus, et tu de te, sputum, urinam et stercus. 
Illae de se spirant suavitatem odoris, et tu de te reddis 
abominationem foetoris. Qualis est arbor talis est fructus. 
Non enim potest arbor mala fructus bonos facere. 

Quid est enim homo secundum formam nisi quaedam 
arbor eversa i' cuius radices sunt crines, truncus est ca- 

117 



put cum collo, cuius stipes est pectus cum alvo, rami sunt 
ulnae cum tibiis, frondes sunt digiti cum articulis. Hoc 
est folium quod a vento rapitur, et stipula quae a sole 
siccatur. 

(Innocenzo III, De contemptu mundi). 

ALBERTAZZI (ADOLFO) (1865) 

Uno de' pochi prodigi della vivente letteratura italiana. 
Uno scolaro di Carducci che non fa il carducciano — ■ uno 
scrittore che sa scrivere e raccontare — uno scrittore che 
legge e sa leggere — un professore senza pedanteria — un 
letterato che conosce la storia — un uomo che ha pudore, 
ritegno, umiltà : che non fa il caposcuola, né il capopo- 
polo, né il pagliaccio : un'eccezione, un mostro, un eccen- 
trico, un modello — un galantuomo. 

ALBERTI LEON BATTISTA (1407-1472) 

Uno de' cosiddetti geni universali della Rinascita : scul- 
tore e architetto, forzatore e cavaliere, poeta e prosatore 
in latino e in italiano. In nessuna cosa veramente straordi- 
nario : meno forse che nella ginnastica perchè saltava a 
pie giunti un uomo ritto e gittava le freccie con tal forza 
da passare le più grosse corazze. 

De' suoi libri il più famoso è quello della Famiglia, 
nel quale soprattutto s'insegna come bisogna adoprarsi a 
« far masserizia » cioè a metter dapparte roba e quattrini. 

Meriterebbe invece d'esser conosciuto il Nummus, rac- 
conto latino, nel quale si narra che, avendo chiesto i 
sacerdoti antichi all'oracolo dì ApoUo quale Dio debba 
venerarsi sopra tutti gli altri apparve sull'ara una mo- 
neta — e i sacerdoti giurarono che il Nummo sarebbe 
stato sempre da loro adorato come il Dio supremo. 

ALBERTINELLI MARIOTTO (1475-1520) 

Pittore fiorentino il quale un bel di, stanco delle fatiche 
dell'arte e dell' invidia dei compagni, lasciò i pennelli e 
aprì un'osteria a San Gallo e una taverna sul Ponte Vecchio 
« dicendo che aveva presa un'arte la quale era senza mu- 
scoli, scorti, prospettive, e, quel eh' importa più, senza 

ii8 



biasmo ; e che quella che aveva lasciata era contraria a 
questa, perchè imitava la carne e il sangue, e questa faceva 
il sangue e la carne ; e che quivi ognora si sentiva, avendo 
buon vino, lodare ed a quella ogni giorno si sentiva bia- 
simare ». 

Non ricordiamo questo capriccio del buon Mariotto per 
gusto di curiosità ma per additarlo calorosamente a molti 
pittori d'oggi, che ben farebbero a imitarlo senza indugio. 
Tito, ad esempio, potrebbe aprire un emporio di carto- 
line illustrate ; Sartorio una bottega di parrucchiere per 
signore ; Nomellini un deposito di colori e vernici e via 
discorrendo. 

ALBIGESI 

Ecco uno dei tanti somari di battaglia dei nemici della 
Chiesa. La crociata contro gli Albigesi, dicono i teneri eredi 
di Robespierre o gli ammiratori di Lenin, è una delle ver- 
gogne della storia. 

Bisogna sapere prima di tutto eh© gli Albigesi (che da 
sé si chiamavano Catari, o puri, e in Italia Patarini) erano 
degli eretici pericolosissimi per l'unità dell' Europa Cri- 
stiana. 

Avevan risuscitato le vecchie fantasie degli Gnostici 
e dei Manichei ; per loro Geova era il principio del male, 
una specie di Satana ; Cristo aveva solo un corpo appa- 
rente ; credevano alla metempsicosi ; rigettavano la ge- 
rarchia e colla scusa che la materia era irreale molti di 
loro si abbandonavano a tutte le dissolutezze. 

Innocenzo III cercò di convertirli coli' apostolato ; 
Diego d'Osma e San Domenico andaron fra loro per ricon- 
durli all'obbedienza colla persuasione ma ottennero poco o 
nulla e uno dei legati del papa, Pietro di Castelnau, fu as- 
sassinato. Il papa allora bandì una crociata contro di loro 
ch'ebbe a capo Simone di Montfort che fu veramente spie- 
tato verso gli eretici. Gli strumenti della punizione non 
furono perfetti ma la colpa degli eccessi non fu del papa, 
il quale più volte intervenne per reprimere la ferocia e la 
rapacità dei crociati. Il motto attribuito al legato Arnaud 
(Caedite eos, novit enim Deus qui sunt ejus) non è au- 
tentico. 

119 



Tutto sì riduce a questo : gli Albigesi erano eresiarchi 
perniciosi e avendoli lasciati fare avrebbero disfatta la 
chiesa di Cristo per sostituirla con una sconciatura ma- 
nichea ; Innocenzo III e San Domenico provarono le vie 
della dolcezza e della predicazione ; la crociata fu per 
forza affidata (poiché i papi non avevano esercito proprio) 
a signorotti francesi cne talvolta si servirono del pretesto 
santo per sfogare la loro crudeltà e avidità ; e il papa 
intervenne più di una volta come moderatore e mandò, 
come scrive uno storico laico, « consigli di mitezza ». 

Con tuttociò si durerà ancora un pezzo, negli sgabuzzini 
delle farmacie e nei ridotti massonici, a descrivere Inno- 
cenzo III e San Domenico mentre, un giorno sì e un giorno 
no, fanno un bagno caldo nel sangue degli innocenti Al- 
bigesi. 

ALBUM 

Un giorno 1' Omo Salvatico, pregato e ripregato, cir- 
cuito e aggredito, dovette per forza scriver qualcosa nel- 
l'album (rilegato in pelle umana) della signorina Fiorenza 
Tirummi. Scelse una bella pagina bianca, pensò qualche 
momento, intinse la penna di vera oca nel calamaio d'ar- 
gento falso, e scrisse così : 

« O bel foglio bianco e intatto, eri forse destinato ad 
attendere, in una latrina di lusso, che una gentile ti ag- 
guantasse per nettarsi e insudiciarti. Fa' conto che ti ab- 
bia ricondotto al tuo vero destino, e permetti che ti 
sporchi per nettarmi la bile che nasce dal vedere la vanità 
sposarsi coli' improntitudine per infastidire un galantuomo 
innocente ». 

ALCEO 

Poeta di Mitilene che fu, per intendersi, una specie di 
Carducci dell'antichità perchè cantò contro i tiranni e in 
lode del vino. E qui cade acconcia l'osservazione che l'odio 
verso i tiranni è andato sempre d'accordo coll'amore della 
sbornia : o sia che i sensi di libertà portino, come corollario, 
al bisogno di esilararsi il cerebro col sugo dell'uva, oppure, 
com' è più credibile, che l'uomo briaco, essendosi riavvi- 
cinato all'animale, non possa soffrir padroni. 

120 



ALCESTI 

È l'unica moglie di cui narri la storia che si sia offerta 
di morire per salvare il marito. In tempi posteriori e nei 
nostri una moglie fa morire volentieri parecchi mariti piut- 
tosto che rinunziare alla propria vita e non le sappiamo 
dar torto perchè i mariti, se possono, fanno precisamente 
lo stesso verso le loro mogli. Morire nel posto di un altro 
è un'usurpazione beU'e buona e i nostri codici progressisti 
pimiscono severamente le sostituzioni di persona, 

ALCHIMIA 

Nelle regioni più alpestri della terra ancora si crede 
e si dice che l'Alchimia è fallita e morta. Ma in verità nes- 
sun secolo la vide fiorire, vigoreggiare e trionfare come 
il nostro. Gli antichi alchimisti volevano trasformare i me- 
talli ignobili in oro ; i moderni si contentano di trasfor- 
mare tutti i detriti del mondo in carta che ha lo stesso 
ufficio dell'oro. 

Il gesso diventa farina, il cemento pietra, la ghianda 
caffè, la patata formaggio, il cartone cuoio : non v' è tra- 
sformazione del vile in nobile che non riesca ai più 
fortunati successori di Geber e di Paracelso. E l'alchi- 
mia ha esteso le sue conquiste anche nel mondo mora- 
le : cosi l'uccisione dei cittadini diventa amore della cit- 
tà ; la passione dell' intrigo scienza politica ; il senza 
senso profondità ; l' ingegno genio ; il giornalismo lettera- 
tura ; la letteratura arte ; l'arte religione e via di seguito 
— fino al giorno aspettato, bramato, magnificato in cui 
tutta la carta posseduta dai nuovi alchimisti — carta mo- 
neta, carta stampata, carta manoscritta — ritornerà, per 
un altro prodigio dell'ermetismo alchimico, alla sua na- 
turale destinazione, e ridiventerà, per i canali delle la- 
trine, quod erat in principio. 

ALCIBIADE (451-404 a. C.) 

Bel giovane amato da Socrate più che dalla Fortuna. 
Come la maggior parte dei grandi ateniesi fu padrone del 
popolo, poi sconfitto, esiliato e nemico della patria. Ma 

121 



deve il meglio della sua popolarità tra gli arcisapienti 
del giorno d'oggi alla coda del suo cane come il Manzoni 
dovette la sua nel collegio di Merate al fatto d'essere stato 
il primo, fra gli scolari, a tagliarsi il codino. 

La fama, difatti, vien data, durante la vita, solo a quelli 
che tagliano qualcosa — sia la testa dei Re, come i Terro- 
risti, o l'ernie come i chirurghi, o le treccie delle donne, 
come i pervertiti, o gì' istmi di Suez o di Panama come 
gì' ingegneri — ma la fama maggiore viene assegnata a 
quelli che si tagliano da sé, coraggiosamente, i fregi geni- 
tali o per avere una voce più melodiosa o per meglio con- 
formarsi alle castrate opinioni dell' immensa plebe che di- 
stribuisce lodi e quattrini. 

Alcibiade, che fu il capo della dinastia dei tagliatori, 
si contentò della coda di un cane e si narra che quella 
coda fu l'unico oggetto che portasse con sé nell'esilio per 
contemplarla nei giorni che i giornalisti di quei tempi 
eran cori lui più mordaci del solito 

ALCINA (E ARMIDA) 

sono, nei libri dei poeti, le maliarde che avvincono a sé gli 
eroi nell' isole incantate. Oggi che non vi son più eroi e 
che le isole son tutte occupate dalle miniere di carbone fos- 
sile e dagli alti forni le xMcine e le Armide non hanno al- 
tri incantesimi che il belletto e le false poppe e rimbecilli- 
scono gli uomini secondo i prezzi di una tariffa appro- 
vata dalla polizia. 

ALCOOLISMO 

' Il più pericoloso non è quello del vino e neppure della 
grappa, ma quello delle passioni o delle idee. Ci si ubriaca 
d'odio, d'avarizia, di ferocia, d' imbecillità, di libertà, di 
filosofia, di scienza, dì politica, di rettorica, di vento, di 
bolle di sapone, d'ombre e di nuUa. 

Per combattere questa specie d'alcoolismi, non e' è che 
una medicina : la parola di Cristo ; ma ora parla l'Anticri- 
sto e perciò questa sudicia pallottola della terra barcolla 
ubriaca fradicia, con tutti gli ubriachi che partorisce e 
divora. 



122 



ALCOVA 

Un altro vecchiume. Nel linguaggio dei moralisti del 
secolo passato i « misteri dell'alcova » volevan dire le ge- 
sta della libidine, specie di quella fornicatoria. Allora 
c'erano le case, colle finestre e porte chiuse, e nella parte 
più segreta della casa la camera, e nell'angolo più raccolto 
e chiuso della camera l'alcova e nel fondo dell'alcova il 
letto. Oggi non si fanno più tanti misteri e quello che si 
faceva prima nell'alcova si fa nelle sale dei cinematografi, 
nelle carrozze, nei treni, nelle automobili, nei palchi dei 
teatri, sotto i portici delle strade, dietro le quinte dei 
palcoscenici, dietro i cespugli dei giardini pubblici e in 
tutti gli altri pubblici luoghi a disposizione dei gorilla 
vestiti di pelo altrui. 

ALEA JAGTA EST 

Il dado è tratto : per uomini come Cesare, ex dema- 
gogo goloso d' impero, la politica è un gioco. Parve, sul 
primo, che il dado fosse buono e che la partita fosse vinta 
ma agli idi di marzo il calvo dittatore dovette pagare la 
perdita colla vita, sotto la statua d'un altro per sua colpa 
assassinato. Pochi anni dopo una Voce dirà, nell'alba del- 
rOliveto : « chi di spada ferisce di spada muore «. 

ALEARDI ALEARDO (1812-1883) 

Celebratissimo poeta a' suoi giorni, come a' nostri D'An- 
nunzio — e caro alle donne, ai giovani, ai patriotti. Lo 
stroncò 1' Imbriani da par suo, e fece bene e da quel tempo 
non s' è più riavuto benché alcuni critici misericordiosi 
abbiano tentato di rianimare il povero cadavere (poetico) 
con balsami e iniezioni. 

Lo salva, però, l'amore ch'ebbe per la patria e per la 
dinastia e basterà ricordare i suoi versi al vincitore di San 
Martino : 

Emanuele re d'Italia, anch'io 

Non ultimo poeta. 

Un saluto f invio. Certo mia madre, 

Santa com'era, divinando il figlio. 

Me al nascer, di panni 

Tricolori fasciò. 

123 



Non son proprio belli^ come versi, ma bisogna molto 
perdonare alla buona intenzione. Famoso è rimasto, negli 
annali dell'amor platonico, quel suo verso sulle due isolette 
vicine (simbolo di due amanti). 

Si guardan sempre e non si toccan mai. 

Sorte ormai riserbata anche ai volumi del patriotta 
veronese. 

ALEMAN MATEO (1547-1614?) 

Studiò medicina ; fu imprigionato tre volte per debiti 
e peggio ; dovette scappare in America. Compose uno 
de' più celebri romanzi picareschi : Guzm^n de Alfarache 
(1599) ch'ebbe più risonanza e fortuna che, più tardi, il 
Don Quijote. L'eroe è un garzone d'albergo, ladro a Ma- 
drid, soldato a Genova, buffone a Roma : il vero tipo 
del picara, avventuriere cinico e malandrino, che la vec- 
chia letteratura spagnuola ha reso immortale. Se il famoso 
« realismo » di Zola e compagni consiste nel raccontare 
senza sottintesi e con particolari anche schifosi la vita dei 
farabutti imbroglioni e lussuriosi, è giusto ricordare ai fran- 
cesi che il « realismo », come sistema letterario, è nato coi 
novellieri italiani e coi picareschi spagnuoli. 

ALEMBERT (D') (1717-1783) 

Matematico ; creatore, con Diderot, della famosa En- 
ciclopedia. Scrisse di sé (in terza persona) un ritratto eh' è, 
naturalmente, un'apologia. Ex ore tuo judico : «sa ma- 
xime favorite est que, presque sur tout, on peut dire tout 
ce qu'on veut ». 

« Il serait au désespoir de penser que quelqu'un fùt 
malheureux par lui, méme parmi ceux qui ont cherché 
le plus à lui nuire. Ce n^est pas quHl oublie les mauvais pro- 
cedés ni les injures ; mais il ne sait s'en venger qu^en re- 
fusant constamment son amitié et sa confiance à ceux doni 
il a lieu de se plaindre ». 

Per finire : « Son àme, naturellement sensible, alme à 
s'ouvrir à tous les sentiments doux ». Come sarebbero, per 
esempio, il ricordo delle offese e le diffidenza e il disprezzo 

124 



verso quelli « dont il a lieu de se plaìndre », Codesti Enci- 
clopedisti son gli stessi che pretendevano di portare una 
morale più elevata e pura di quella cristiana — e gli stessi 
che educarono Robespierre (anche lui « naturellement sen- 
sible ») e i suoi precursori e imitatori. 

ALESSANDRO MAGNO (356-323 a. C.) 

Questo domatore di cavalli, alcoolista e concubinario, 
che uccise il suo miglior amico nel furore dell'ubriachezza 
e che arrivò coi suoi cavalli fino in India coli' idea di farsi 
un impero grande come la terra, e guardava con nostalgìa 
la luna desideroso di conquistarla, trovò finalmente il suo 
padrone dentro una botte. 

— Levati di lì che mi pari il sole, gli disse Diogene. 

Gli Alessandri minimi che son venuti dopo di lui avreb- 
bero fatto ammazzare il filosofo e questa superiore gene- 
rosità è la sola ragione che basta a giustificare il sopran- 
nome di Magno dato all' ingordo Macedone. 

ALESSIO (SANT') 

Uno de' più scandalosi campioni della pazzìa dei santi. 

Suo padre, Eufemiano, era ricchissimo e aveva, dice 
Jacopo da Varagine, tremila schiavi vestiti di seta colle 
cinture d'oro. All'unico figlio Alessio dette una bella e 
ricca sposa, ma la notte delle nozze il giovane esortò la ver- 
gine alla verginità, le dette il suo anello d'oro e fuggì. Andò 
a Edessa dove regalò tutto quel che aveva ai poveri e si 
mise con loro ad accattare alla porta di una chiesa. Suo 
padre mandò da ogni parte gente a cercarlo e alcuni che ca- 
pitarono a Edessa lo videro ma non lo riconobbero e gli 
fecero l'elemosina. « Io ti rendo grazie. Signore, che tu 
mi abbia permesso di ricever la carità dai miei servi ! » 
Dopo diciassett'anni di questa vita venne in fama di san- 
tità e per sfuggire agli onori s' imbarcò per Tarso ma la 
nave andò in Italia ed egli tornò al palazzo di suo padre 
al quale chiese ospitalità. Nessuno lo- riconobbe ma fu ac- 
colto in casa per carità e si acconciò in un sottoscala, con- 
tentandosi di un po' di pane e sopportando le ingiurie e 
le beffe dei servi. Vi stette diciasett'anni, senza esser rico- 



125 



nosciuto dai suol, ma scrisse in un foglio la sua vita : l'ave- 
va stretto in mano quando, una mattina, lo trovaron morto 
sotto la scala. 

Si può immaginare, dicono i cristianellini juste milieu, 
maggior pazzìa di questa ? Perchè abbandonare i geni- 
tori ? Perche togliere, lui ricco, le elemosine agli altri 
poveri ? Perchè non farsi riconoscere al padre, alla madre, 
alla sposa che tanti anni lo cercarono ? Perchè farsi in- 
sultare dai servitori nella casa dove poteva esser padrone ? 

Ragionando secondo il mondo codeste ragioni sono 
eccellenti ma per l'appunto Cristo ha detto che bisogna 
giudicare secondo il cielo e non secondo il mondo e che 
bisogna lasciare ricchezze e parenti per ottenere il resto. 
E la Chiesa ha giudicato che Alessio fece bene e lo fe- 
steggia come santo il 17 luglio. La poesia popolare, per- 
fino in Italia, ha cantato la sua vita e un poeta mo- 
dernissimo 1' ha scelta per farne un mistero : Le Pauvre 
soiis Vescalier di Henri Ghéon. 

ALFA E OMEGA 

Dall'alfa all'omega voleva dire, anticamente, tutto lo 
scibile. Il signore moderno è più modesto : la sua alfa è 
la tavola abbondantemente apparecchiata e il suo omega 
— obbedendo al proverbio che tutti i salmi finiscono in 
gloria — è il letto dove dorme dopo aver coperto la sua 
femmina. Tra quest'alfa e quest'omega non e' è che un 
passo e questa lineetta di congiunzione è l'Affare. 

ALFABETO 

Opinione del Santo padre Victor Hugo e quindi di 
tutta la democrazia mondiale : « Per ogni scuola che s'apre, 
una prigione si chiude w. Il pensiero laico è veramente pro- 
fetico ; infatti, rigurgitando le scuole, le prigioni rigurgi- 
tano : due vasi intercomunicanti, pei quali passa l'uma- 
nità moderna, accuratamente rigenerata dai benefici abo- 
litori di Dio. 



126 



ALFIERI VITTORIO (1749-1803) 

Del conte Vittorio nessuno legge più le tragedie e le 
tramelogedie a meno che non vi sia forzato dai « vigenti 
programmi » come maestro o scolaro. Ma resta di lui la 
leggenda del «volli, volli, fortissimamente volli». Ora il 
suo più erudito biografo ha scoperto e dimostrato che la 
sua Vita scritta non combacia spesso e volentieri colla vita 
vissuta e soprattutto che in lui la volontà fu debolissima. 
Difatti le storielle che si rammentano di lui, il legarsi al 
seggiolone, il tagliarsi la capelliera e altre, dimostrano 
ch'egli aveva bisogno d' impedimenti materiali ed esterni 
per astenersi o sostenersi — cioè il contrario di quel che si 
voleva dimostrare perchè la volontà si dice forte appunto 
quando vince da sola. 

L'Alfieri, dopo aver vissuto per molti anni in aperto 
concubinato con una tedesca, vedova di un mezzo re in- 
glese, che lo tradiva con un mezzo pittore francese, finì 
collo scrivere il Misogallo per vendicarsi della Francia 
che gli aveva sequestrato i libri e per far dimenticare che 
aveva cominciato la sua carriera di tragico imitando a 
tutto andare Racine, Crebillon e Voltaire. 

ALFONSO DE LIGUORI (1669-1787) 

È il santo che scandalizzava l'anticlericalismo asinesco 
di Guido Podrecca il quale, attualmente, sembra che scan- 
dalizzi i massoni con le sue conferenze americane in gloria 
e onore della Chiesa. 

Prima d'esser prete fu avvocato ; ma non potendo re- 
spirare nell'aule infette dei tribunali, abbandonò lo studio 
delle leggi umane per obbedire e consacrarsi a quelle divine 
di Cristo. 

A trent'anni cantò messa. Poi si dette ad evangeliz- 
zare la più bassa plebe della sua Napoli finché, più tardi, 
passato in Puglia, si consacrò all'apostolato delle campagne 
e fondò la Congregazione del SS. Redentore. 

Nel 1762 Clemente XIII lo costrinse ad accettare il 
vescovado di S. Agata de' Goti. La sua atti\dtà evangelica, 
com.e vescovo, non fu minore a quella precedente di mis- 
sionario. 



127 



Pio VII lo beatificò ; Gregorio XVI lo santificò, Pio IX 

10 ascrisse fra i dottori della Chiesa. 

Oltre che predicatore ed apostolo fu teologo e mistico. 

11 suo stile (pur risentendo dei difetti del tempo) ha la 
grazia persuasiva e commovente di S. Francesco di Sa- 
les, mentre, talvolta, nelle descrizioni della morte, assurge 
alla potenza espressiva d' Jacopone. 

Fra le sue molte opere, quella che stabilì per sempre 
la sua gloria ed anche gli procurò diffamazioni e dileggi, 
da parte di alcuni recenti ciabattini del giornalismo, è 
la teologia Morale. 

In essa, S. Alfonso reagisce giustamente contro il rigori- 
smo filogiansenista di quei molti confessori che con la 
loro severità, spesso inopportuna e quasi eretica, getta- 
vano la disperazione nelle anime e contrappone a quella 
intransigenza, la tanto fraintesa dottrina del « Probabilismo » 
che non è altro, in sostanza, se non la savia e costante 
norma seguita, nei casi dubbi, dalla prudenza evangelica 
della Chiesa. 

Ma ecco alcuni saggi dello stile di S. Alfonso : 

Il Cadavere. 

« Figurati di vedere un uomo il cui corpo, poco prima, 
è stato lasciato dall'anima. Guarda quel cadavere che 
ancora sta disteso sulle lenzuola ; il capo gli è caduto sul 
petto : ha i capelli scarmigliati e bagnati ancora dal su- 
dore della morte ; gli occhi incavati, le guance smunte, 
la lingua e le labbra nere ; a tutti fa nausea ed orrore. 

Ecco in quale stato deve ridursi questo tuo corpo che 
tanto accarezzi ! 

.... Considera ora a che dovrà ridursi dopo che sarà 
gittato nella sepoltura. Prima diventerà giallo, poi nero. 
Dopo apparirà una lanugine bianca e schifosa su tutta la 
carne. Di là scaturirà un marciume puzzolente che colerà 
per terra. In quel marciume poi si genererà una gran quan- 
tità di vermi che si nutriranno delle stesse carni putrefatte. 
Si aggiungeranno i topi a pascersi del tuo corpo : altri 
girando all'esterno, altri entrandoti in bocca, altri nelle 
viscere. Ecco a che si ridurrà questo tuo corpo. 

128 



E tu, per contentarlo, hai disgustato Di« ! 

Poi, dal capo, cadranno a pezzi le guance, le labbra, 
i capelli. Le costole saranno le prime a spolparsi ; e dopo, 
le braccia e le gambe, infradiciate. I vermi, dopo aver 
consumato tutte le tue carni, si consumeranno fra loro. 
Finalmente del tuo corpo altro non resterà che un fetente 
scheletro il quale, col tempo, si dividerà, cadendo il capo 
dal busto e separandosi le ossa fra di loro. Ecco che cosa 
è l'uomo, considerato come mortale ! ». 

La Pazzìa in Cristo. 

« Colui che passando dal Calvario quel giorn» in cui 
Gesù Cristo finì la vita sulla Croce, avesse domandato 
chi fosse quel reo crocifisso tutto lacerato nelle proprie carni, 
e gli fosse stato risposto che era il Figlio di Dio, vero Dio 
come il Padre, che avrebbe detto se non avesse avuto la 
fede ? Egli avrebbe detto quel che dicevano i gentili : 
che il credere ciò era una pazzia. Stultum visum est ut 
prò hominibus auctor vitae moreretur. (S. Greg. hom. ih 
Evang.). 

Se parrebbe pazzìa che un re, per amore di un verme 
si facesse egli verme, maggior pazzìa par che sia stata 
l'aver voluto un Dio farsi uomo per amor dell'uomo, e 
morire per l'uomo. 

Così parlava S. Maria Maddalena de' Pazzi, conside- 
rando l'amore immenso di questo Dio : « Gesù mio (di- 
ceva) tu sei pazzìa d'amore ». 

Farsi santi. 

c< Chi più ama Dio si fa più santo. 

Quanto più di terra vi è nel cuore, tanto meno di luogo 
vi trova il santo amore. Perciò i Santi hanno cercato di 
mortificare quanto più potevano l'amor proprio e i loro 
sensi. 

Per farci santi è necessario aver desiderio di farci santi, 
desiderio e risoluzione. Alcuni sempre desiderano ma non 
mai cominciano a metter mano all'opera. Di queste anime 
irresolute (diceva S. Teresa) non ha paura il Demonio. In- 
vece (continuava la Santa) Dio è amico delVanime generose. 

129 

9. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



Il demonio cerca di farci credere che è superbia il pensare 
di far grandi cose per la gloria di Dio. E sarebbe, infatti 
superbia se noi pretendessimo di farle confidando nelle 
nostre forze ; ma non è superbia il risolverci di farci santi, 
fidandoci in Dio e dicendo : Omnia possum in eo, aui me 
confortai. Bisogna dunque farsi animo, risolversi e comin- 
ciare. La preghiera può tutto. Quel che non possiamo noi 
con le nostre forze, ben lo potremo con l'aiuto di Dio, il 
quale ha promesso di darci quanto noi gli chiediamo : Quod 
cumque volueritis, petetis, et fict vohis ». 

ALGAROTTI FRANCESCO (1712-1764) 

Uno de' tanti giramondi mondani del settecento ita- 
liano ; amico di Voltaire, cortigiano di Federico II e di 
quasi tutti gli illustri e i potenti di que' tempi. Divenne 
celebre col Newtonianismo per le dame., nel quale, come 
oggi si fa con Einstein, volle spiegare l'ottica e la mate- 
matica sans larmes. Fondò a Bologna, lui sì domato dai 
salotti e dalle corti, V Accademia degli Indomiti. Amma- 
lato di petto il Voltaire lo voleva con se per fargli bere il 
latte delle vacche di Ferney, ma preferi rimanere in Ita- 
lia benché egli, italiano, desiderasse « con leggi inglesi, 
attico cielo ». Morto ebbe l'onore di avere per epigrafaio 
il famigerato prussiano Federico, ateo e sodomita, il quale 
fece incidere sulla tomba (che ora s' impolvera a Pisa) 
queste parole : Algarotto Ovidii aemulo, Ne"vtoni discipulo, 
Fridericus rex. Oggi si direbbe : mediocre volgarizzatore 
di passe novità forestiere. 

ALGEBRA 

Un fenomeno veramente consolante (dice l'avv. Pappa- 
gorgia ad alcuni ammiratori che gli fanno circolo al Caffè 
del Progresso, eh' è il principale caffè di Bagoghi) ci viene 
offerto dal fatto oramai indiscutibile che molte cose già 
inutili o funeste, con l' inarrestabile marcia della civiliz- 
zazione, son diventate algebra. 

Prima di tutte, per esempioj la religione. 

Essa è una cosa oramai che non e' è più bisogno neppur 
di combattere. 



130 



Il popolo che prima costituiva il suo terreno trista- 
mente fecondo, ora non la capisce ed è contentissimo di 
non capirla. 

Un'altra cosa poi che mi dà buone speranze per l'avve- 
nire della democrazia (che è congiunto indissolubilmente 
con l'avvenire della civiltà) è il continuo cedere ed adattarsi 
degli ultimi re ; i quali, come si vede sempre meglio, son 
re per modo di dire e si posson contar sulle dita. Prova- 
tevi dunque, oggi, col vento che tira, a parlare (poniamo 
il caso) di diritto divino ! 

Anch'esso da moltissimi anni è diventato algebra ; 
anzi è addirittura un rebus ed è così preistorico, che nes- 
suno si degna più di spiegarlo neppure per mero passa- 
tempo. 

Quanto poi alla teologia (mummificazione dogmatica 
d'una religione che sa di tanfo) io credo che incominci a 
diventare algebra perfino per i preti. 

Niente paura dunque d'un ritorno al passato. 

E se in Francia alcuni letterati snobs s'atteggiano 
(come sembra) a reazionari e in Italia s' intravedono delle 
piccole marmotte che tentano di ripeterne i lazzi, noi ce 
ne freghiamo altamente : 

La libertà batte il tamburo e insieme 
dileguan Medio-Evo e carneval. 

ALI 

Gli audaci volatori d'una volta erano gli uccelli, i poeti 
e i santi. 

Ma i primi, a forza d'esser messi arrosto, non esistono 
quasi più ; i secondi, avendo esperimentato nel secolo 
dell'economia politica che « carmina non dant panem » 
si procurano, giudiziosamente, con la prosa, ogni genere 
di companatico ; e i terzi, infine, non si fanno più vedere, 
perchè come ben disse il più gran genio di Pescia, « in oggi 
un chimico rovina un santo ». 

Cosicché d'alij ai nostri giorni, non ci son più, per for- 
tuna, che quelle vertiginose di Sem Benelli e l'altre, mec- 
canico-eroiche, di quegli angeli del progresso che si chia- 
mano aviatori. 



ÀLIBI 

Giuda, conturbato dalla morte del Maestro, andò per 
consiglio da un avvocato : — Tu hai — sentenziò il legu- 
leio — un magnifico, incontestabile àlibi. Quando Gesù 
fu condannato non c'eri ; quando fu crocifisso eri in città. 
Tu non sei un omicida e nessuno può condannarti. 

E allora, a dispetto dell'alibi, colui che nessuno po- 
teva condannare si condannò a morte da sé. 

ALIGHIERI DANTE (1265-1321) 

Poeta fiorentino che seppe quanto è duro calle discen- 
dere e il salir per l'altrui scale, si coprì spesso coll'u- 
sbergo di sentirsi puro e stette fermo come torre che non 
crolla per sofiìar di venti. Autore di un libro dei sogni dove 
immagina parecchie assurdità : cioè che nel? inferno sian 
puniti i malnati, che nel purgatorio patiscano i peccatori 
e che nel paradiso godano i santi. Di lui si ricordano pa- 
recchi versi utilissimi per le citazioni, come sarebbe a 
dire : Nel mezzo del cammin di nostra vita — quel giorno 
più non vi leggemmo avante — la bocca sollevò dal fiero 
pasto — era già l'ora che volge il disio — lasciate ogni spe- 
ranza o voi ch'entrate — ricordati di me che son la Pia — 
Ahi serva Italia di dolore ostello, ecc. 

Amò una giovane chiamata Beatrice che forse non è 
esistita o forse sposò un'altro ; lasciò la moglie derelitta 
quando fu esiliato da Firenze ; ruppe un fonte battesimale 
nel Bel San Giovanni, s'impiegò in diverse corti d' Italia 
come scrittore di lettere e ambasciatore e morì a Ravenna 
dov' è la sua tomba dinanzi alla quale la pietà degli ita- 
liani tiene accesa perpetuamente una lampada votiva e 
dove è stato inalzato un campaniletto perchè una cam- 
pana possa, tutte le sere, piangere il giorno che si muore. 

Per quanto fosse, purtroppo, un fervente cattolico, si 
dimostrò precursore della Riforma condannando alcuni 
papi e fu precursore del Risorgimento italiano perchè nel 
Veltro, secondo alcuni, volle annunziare Vittorio Emanuele 
Secondo. 

Ha dato origine a una famosa setta di pedanti, chia- 

132 



mati dantisti, i quali hanno scritto 743695 libri e opuscoli 
per dimostrare che al famoso poeta mancava in modo de- 
plorevole la prima qualità richiesta nei manuali di stilistica : 
la chiarezza. 

ALIMENTI 

« Il figlio è obbligato a somministrare gli alimenti al 
proprio genitore vecchio e impotente ». 

Cosi dice iniquamente la vecchia legge ; ma appunto 
perchè è vecchia bisogna farne una nuova che rispecchi 
lo spirito dei tempi e tenga conto soprattutto degh impre- 
scindibiU diritti della gioventù. 

Essa potrebbe dire in questo modo : « Il figHo non è 
affatto obbligato né a nutrire, né a curare, né ad allog- 
giare il genitore, vecchio e impotente ». 

L' ideale, a dir vero, consisterebbe nel sopprimere (con 
mezzi squisitamente umanitari suggeriti dalle sempre 
nuove scoperte della chimica sposata alla meccanica) l'uomo 
che non è più buono a nulla, e che quindi è a carico alla 
famiglia e alla società. Ma poiché, in queste faccende 
un po' delicate^ per non urtar troppo l'opinione pubbUca, 
bisogna procedere per gradi, basterà, frattanto, che lo 
stato vesta il vecchio barbogio con una montura da pochi 
soldi, che gli appiccichi un numero sul berretto, e che, 
così registrato e bollato, lo lasci vivere o crepare, a suo 
talento, in un regio gerontocomio. 

E qui si avverte che l' illustre dott. Enteroclismi, es- 
sendo stato interpellato dall'Omo Salvati co, espresse fran- 
camente il parere che, tanto per cominciare, si riformasse 
la legge nel predetto senso, in attesa di poter sopprimere 
senza dolore tutte le bocche inutili. 

Ma il prof. Mediani, che per avventura era presente, 
sebbene non si mostrasse aHeno dal prendere in seria con- 
siderazione la riforma della legge succitata, disse che, per 
ora, veramente, non gli sembrava opportuno né prudente 
portar la cosa, sia pure sotto forma di semplice proposta, 
in Parlamento, dato il fortissimo misoneismo ancora, pur 
troppo, imperante nell'assemblea legislativa. 



133 



ALLEANZA 

Due o più stati fanno tra loro alleanza quando uno 
ha paura dell'altro o tutti e due hanno paura di un terzo. 
Appena cambiano gì' interessi e le posizioni, le alleanze 
si denunziano, come i furti, e gli alleati del giorno prima 
si fanno la guerra tra loro. Non e' è bisogno di aggiungere 
che i trattati d'alleanza, al pari delle malattie veneree, si 
tengono segreti. 

ALLEGRI ANTONIO (1494-1534) 

Detto il Correggio, famoso pittore di Parma — malinco- 
nico e povero, come tutti gli artisti grandi. Ecco la sua morte 
come la racconta il Vasari : « Desiderava Antonio, siccome 
quello ch'era aggravato di famiglia, di continuo rispar- 
miare, ed era divenuto perciò tanto misero, che più non 
poteva essere. Per il che si dice che essendoli stato fatto 
in Parma un pagamento di sessanta scudi di quattrini, 
esso volendoli portare a Correggio per alcune occorrenzie 
sue, carico di quelli si mise in cammino a piedi, e per lo 
caldo grande che era allora, scalmanato dal sole, beendo 
acqua per rinfrescarsi, si pose nel letto con una grandissima 
febbre, né di quivi prima levò il capo, che finì la vita, nel- 
l'età sua di anni quaranta o circa ». 

Ricordo che dovrebbe esser presente a certi pittorelli 
del Novecento i quali, appena hanno malamente inverni- 
ciato poche braccia di tela, vorrebbero tanto ricevere da 
poter scarrozzare il loro genio in automobile. 

ALLELUIA 

« Parola ebraica dal significato ignominioso. 

In Italiano suona : « Lodate il Signore ». 

Come si vede, è lo stesso che dire : 

Lodate « una ipotesi non necessaria alla scienza », lodate 
la causa prima d'ogni superstizione e d'ogni tirannide, 
lodate un luttuoso fantasma creato dall' ignoranza e dalla 
paura degli uomini primitivi, d'onde tante catastrofi e 
tante vergogne sono derivate, nel corso dei secoli, alla 
povera umanità. 



Manco male, però, che questa parola essendo passata, 
per merito di Marco Praga, dalla Chiesa al palcoscenico, 
ha servito a darci, un eccellente dramma di più ». 

Dal nostro collaboratore straordinario cav. JDeifobo Lu- 
cif crini. 

ALLEGRIA 

Quanf è bella giovinezza 
che si fugge tuttavia ! 
Chi vuol esser lieto sia, 
del diman non r' è certezza 

Questo malnato Rinascimento che fu detto così perchè 
risuscitò, stilizzandola, la bella bestia pagana e, fino a ieri, 
mandò in solluchero gli esteti e i professori di belle lettere, 
rion è che una sfoglia d'oro falso sopra un' imalaia di con- 
cime. 

Perduto il senso cristiano, non e' è più certezza del 
domani. Domani, si muore ; e la morte se non è sinonimo 
di cadavere è per lo meno l'ultimo forse. Perciò allegri 
oggi : feste, mascherate, banchetti, danze, musiche, co- 
lori, amori accompagnino strepitosamente l'attimo fug- 
gente. 

Vale a dire, sensuale e artificiale bellezza fuori, e putri- 
dume dentro. 

Ecco perchè tutto ciò doveva essere ammirato, ma non 
del tutto imitato, dagli aborti del secolo XIX e del princi- 
pio del XX, i quali furono e sono talmente abbrutiti, spor- 
cati, infagottati e ingoffiti dalla loro civiltà meccanica 
e bancaria, da non saper esser belli neppure come semplici 
bestie, né paganamente giocondi come gli eleganti assas- 
sini del secolo XV. 

ALLENAMENTO 

Volete conseguire una perfetta educazione fisica, vale 
a dire l'unica educazione richiesta imperiosamente dal 
nuovo spirito dei tempi ? Allenatevi. 

Allenatevi al podismo, al ciclismo, alla lotta, al pugi- 
lato, al foot-ball. 

L'uomo nuovo dev'essere elastico, muscoloso, saltante, 



rimbalzante, rotolante, caprioieggìanttì, muìtìgiocolante e 
guerreggiante. 

Non è più l'ora di contemplarsi l'ombelico né di per- 
dere il tempo a leggere a scrivere o, peggio ancora, a me- 
ditare. 

Basta per la vita economica la sola scienza dei numeri : 
numeri per arricchire e allenamento per mantenersi fisi- 
camente educati. 

Una buona corsa podistica di trenta chilometri, una ci- 
clistica di cinquecento, un corpo a corpo, nudi, dinanzi 
agli spettatori deliranti che finisca con la perdita d'un 
©echio e la rottura d'una mascella dei due campioni, una 
tempesta di pedate contro una palla elastica fra una cin- 
quantina di baldi- giovani divisi in due campi, finche ca- 
dano, uno dopo l'altro, per terra, igienicamente sfiniti e 
moribondi, siano la chiusa e la piacevole conseguenza di 
ogni allenamento ben fatto. 

Né ci si venga a dire da qualche misoneista rammollito 
che queste son cose de populo barbaro. 

Il nostro filosofo è Marinetti e il nostro eroe l'omo 
nero, il formidabile Battling Siici, 

ALLODOLI ETTORE (1882) 

Un professore di letteratura italiana il quale, verso i 
quarant'anni, per effetto di nostalgia, si rammentò della 
sua fanciullezza e si accorse d'essere uno scrittore e un 
poeta. Il suo primo libro s' intitola // Domatore di Pulci 
e per quanto il contenuto sia ottimo il titolo è ancora mi- 
gliore. Una storia dei grandi capitani, • statisti e conqui- 
statori potrebbe avere lo stesso titolo — al plurale. Col- 
l'aggiunta che le pulci sono invincibili e si nutrono spesso 
del sangue del domatore. 

ALLOGGIARE I PELLEGRINI 

È una dell'opere di misericordia e per conseguenza con- 
dannata e soppressa a priori dalla civiltà moderna. Del 
resto oggi non ci son più Pellegrini del Santo Sepolcro 
ma soltanto touristes in cerca della Santa Bellezza e della 
sacrosanta Minestra ed è giusto che invece di ospizi trovino 

136 



i fastosi Palaces e ì sardanapalesdii Select^ dove sono legal- 
mente svaligiati, perfino dai portatori di valìgie, coloro che 
passano da un albergo a un altro colla pazza speranza di 
poter dimenticare quel vero e definitivo Hotel Terminus 
eh' è il cimitero. 

ALLONS ENFANTS DE LA PATRIE 

ecc. ecc. Quelli che cantavano codesta roba b' immagina- 
vano di combattere, e distruggere, la tirannia (« contre 
nous de la tyrannie l'etendard sanglant s'est leve »). Nean- 
che a farlo apposta cominciarono colla rivoluzione fran- 
cese, e proprio ai tempi della Marsigliese, quelle due galan- 
terie che sono la coscrizione obbligatoria e la semiconfisca 
del fisco — cioè le due forme più atroci della tirannia mo- 
derna e contemporanea. 

ALL RIGHT 

Vorrebbe dire : tutto diritto, ma gì' inglesi l'adoprano 
continuamente nel senso di approvazione e soddisfazione : 
Va bene, avanti. Per gli amabili insulari chi va dritto va 
sempre bene : cosa che noi, sul continente, abbiamo ra- 
gione di mettere in dubbio. Voltare a tempo una canto- 
nata può essere un eccellente mezzo per evitare di prenderla. 
E una linea circolare è più perfetta e divina della diritta. 

Ma i buoni inglesi non si smuovono tanto facilmente. 

Gli irlandesi si ammazzano ? Ali right. 

Gli egiziani si scuotono ? Ali right. 

I greci ne toccano ? Ali right. 

L' India congiura ? Ali right. 

I^russi muoion di fame ? Ali right. 

I mussulmani pensano alla rivincita ? Ali right. 

L'America stronfia ? Ali right. 

Se un nuovo diluvio allagasse la terra direbbero : Tanto 
meglio : 1' Inghilterra è la regina de' mari : ali right, 

ALLUCINAZIONE 

Apparizioni, guarigioni miracolose, morti che risusci- 
tano.... ma non me ne parli neppure, strilla inviperito il 
cav. Luciferini, battendo un pugno da spezzare il marmo, 
sul banco della farmacia. 



Eppure, ribatte il proposto dì Bagoghi, ci son centi- 
naia e centinaia di testimoni oculari e auricolari che atte- 
stano questi fatti. 

Testimoni ? E Lei pretenderebbe di farmi credere ai 
testimoni ? Ma si figuri, caro lei, che la mia miscredenza ' 
è così radicale che, in fatto di miracoli, anche se ne fa- 
cesse uno qui presente, Deifobo Luciferini darebbe di 
mentitore perfino a se stesso ! 

Eppoi la vuol sapere ? Quando si tratta di sopranna- 
turale, aut aut : o chi dice d'aver assistito a qualche 
prodigio è un bugiardo, oppure un allucinato. 

Ma figuriamoci, per menargliela buona, che i pretesi 
miracoli di Cristo e compagnia bella non siano invenzioni ; 
ebbene : se non sono invenzioni sono allucinazioni. O è 
lupo, o can bigio; qui non se n'esce. 

I ciechi vedono ? Allucinazione ! i sordi odono ? Allu- 
cinazione ? gli zoppi camminano ? Allucinazione ! Cristo 
risorge dopo esser morto ammazzato ? Allucinazione per 
antonomasia ! 

In questo momento il cav. Deifobo avendo urtato vio- 
lentemente nello scaffale un po' in bilico che gli sta dietro 
alle spalle, un grosso barattolo di maiolica pieno di polpa 
di tamarindo gli casca pesantemente sulla zucca. 

E il proposto correndogli incontro con affettata pre- 
mura : Ah, povero sig. Deifobo ! S' è fatto male ? Ma 
non s'allarmi, sa ! Forse non si tratta che d'una semplice 
allucinazione ! 

ALLUSIONE 

II dottore Enteroclismi, in un pioviscoloso giorno d'au- 
tunno, tornava col suo calesse dal giro delle visite mattu- 
tine quando, appena entrato in paese, il cavallo sdrucciolò 
sui lastroni fradici e cascò. H coraggioso dottore scese 
d'un balzo dal seggiolino e non potè fare a meno di gridare : 

— Accidenti al primo di novembre ! 

— Bravo dottore — disse una voce da un primo pia- 
no — se comincia a bestemmiare i santi di mattinata chissà 
che fulmini stasera ! 

E il Dottore, che stava rialzando il cavallo, si volse 
in su : 

138 



— Lei sbaglia, egregio cappellano, io non ho bestem- 
miato i suoi santi : ho fatto, tutt'al più, una semplice 
allusione ! 

ALMANACCHI 

Sempre diversi e sempre gli stessi — come gli anni e 
gli uomini. Si chiamavano prima Lunari ed era meglio — 
sia perchè gli uomini sostengono meglio la vista del satellite 
nottambulo che quella del sole signore, eppoi le lune re- 
golano le mestruazioni, che non soltanto accadono nelle 
donne ma nei maschi e nei popoli. 

L'Almanacco è una specie di breviario quotidiano del- 
l'uomo contemporaneo : dà i nomi di tutte le famiglie 
reali, le congiunzioni dei pianeti, gli eclissi di sole e di luna, 
indica i giorni delle fiere e dei mercati, e quando si riscuo- 
ton le pensioni o si pagan le tasse. Non mancano, natural- 
mente, le effemeridi storiche, le ricette per smacchiare i 
panni e i centenari. Mancano in compenso le vite dei Santi 
e i passi della Scrittura : ma l'almanacco insegna come si 
consuma anno per anno la vita e non come ci si prepara 
alla morte. 

ALPENSTOCK 

È il bordone dei moderni pellegrini dello sport. I san- 
tuari della loro religione turistica sono l'alte cime. Essi 
s'arrampicano sulle rocce, si bilanciano sui precipizii, sdruc- 
ciolano sui ghiacciai e sfidano il freddo e la tormenta per 
toccare la vetta più alta e per raccontare, se ritornano, 
d'averla toccata. Quando muoiono, precipitati in un bur- 
rone, sepolti dalla neve o intirizziti dal gelo, non rappre- 
sentano, secondo l'Omo Salvatico, che i martiri della loro 
stupidità e vanità. 

E se di ciò si volesse una prova convincente basterebbe 
pensare che neppur uno, probabilmente, di questi animali 
sportivi e rampicanti, ha mai sentito che l'alta montagna, 
come i cieli, narra la gloria di Dio. 

ALPI 

— Io non capisco, diceva con un sorrisetto il prof. Me- 
diani, tutti quei fanatici della montagna che si arrampi- 



cano sull'Alpi per la manìa dì sentir freddo di luglio e col 
pericolo di ruzzolare in fondo a un precipizio. 

— Hai torto, rispose il dott. Enteroclismi, l'alpinismo 
è uno sport altamente igienico e sulle cime maestose del- 
l'Alpi si respira l'ossigeno vivificante e si eleva lo spirito. 

— Sei diventato idealista anche te ? rispose, aggrot- 
tando gli occhiali, il prof. Mediani. Cosa vai cianciando 
di ossigeno e di elevazione ? L'ossigeno puro, quando ce 
n' è bisogno, si trova dal farmacista e lo spirito si può 
elevare benissimo in casa propria, accanto al camminetto, 
leggendo i Doveri deirUomo o Aiutati che Dio f aiuta o 
magari, perchè ci paiole anche un po' di poesia, la Postuma 
di Stecchetti o il Canzoniere delle Ai-pi del Prof. Bertacchi. 

— Tu sei chiuso, replicò il dottore, all'emozioni più 
sublimi della natura. Non pensi alla soddisfazione di po- 
ter dire, mettendo il piede sulla cima del Monte Bianco, 
qui sono a 5000 metri sul livello del mare ? Perchè non 
ammetti l'estasi scientifica dell'altezza ? Non ti piacerebbe 
vedere gli uomini come formiche e le case come scatole di 
fiammiferi ? 

— Non ti riconosco più, rispose con accento di mesti- 
zia il professore Non posso in coscienza approvare codesta 
insidiosa malattia sociale eh' è la smania dell' inalzamento. 
In una società ben ordinata non ammetterei gli uomini 
che aspirano all'alto, al cielo, chissà a quali utopie. Perciò 
condannerei gli alpinisti insieme coi poeti, cogli asceti e 
simili visionari. Non capisci che l'uomo cerca nella monta- 
gna d'esser più vicino al cielo e che di lassù disprezza 
gli onesti abitatori del piano ? Non senti la presenza di 
un orgoglio antisociale e un lievito di misticismo che po- 
trebbe scalzare le basi dell'umana convivenza ? 

— Di' cosa vuoi, replicò il dottore, ma io credo che 
per la salute, un po' di montagna l'estate faccia molto 
bene, e tutti gli igienisti la pensano come me. 

— Non vogHo essere ostinato, disse in tono conciliante 
il professore, e la scienza merita il nostro ossequio non 
foss'altro per averci Hberato dalle muffe della supersti- 
zione. Diciamo dunque che d'estate si possa andare un 
po' in alto, ma soltanto per sfuggire il caldo, e non già 

140 



sulle gigantesche Alpi che nascondono tra le nubi le cime 
ghiacciate, ma sopra una deliziosa collinetta, sopra un 
poggettino ameno, magari in una di quelle graziose mon- 
tagnole delle Prealpi dove si va colla funicolare e ci son 
tutti i comodi della città. Credi a me che la via di mezzo 
è sempre la migliore. 

— Allora, domandò il dottore, tu permetti l'alpinismo 
fino a mille metri ? 

— Mille sono un po' troppi, rispose il professore, fac- 
ciamo una cosa media : seicento, settecento ma purché ci 
si possa andare in carrozza. 

— E se tu dovessi andare a cavallo d'un mulo ? chiese 
il dottore. 

— O non te ne ricordi, benedetto figliolo, esclamò il 
professore, che soffro di emorroidi ? 

ALPHONSE 

Dopo la commedia di Dumas figlio è il personaggio più 
malfamato del mondo contemporaneo. Solite esagerazioni 
dei moralisti ! I giornalisti non sono, per esempio i soute- 
neurs degli industriali e degli uomini politici ? E i roman- 
zieri pornografi non sono i magnaccia della prostituzione 
maschile e femminile ? E i demagoghi non son forse gli 
alfonsi di quella famosa « puttana sciolta » eh' è la molti- 
tudine ? 

ALTALENA 

Arnese balocco molto adoprato dai bambini noiosi che 
si dicon filosofi — dai bambini sudici che si chiaman po- 
litici — da quelle bambine volubili che son le amanti — da 
quei bambini deboli che furono i modernisti ; e odiato, 
invece, dall'Omo Salyatico cui piace star seduto sopra un 
sedile scavato nel macigno del monte. 

ALTARE 

Gli altari di Cristo — sui quali Cristo vivo scende ogni 
giorno — sono, secondo i mufti della modernità, i banchi 
d'una bottega. Dunque vanno disertati e demoliti : in 
compenso avremo V Altare in versi del poeta di Filettole e 

141 



l'Altare del Pubblico Bene, molto frequentato da senatori, 
deputati e altri sacerdoti dello stesso stile. 

ALTERIGIA 

« Io vidi a Firenze uno che strascinando, a modo di be- 
stia da tiro, come colà è stile, un carro colmo di robe, an- 
dava con grandissima alterigia gridando e comandando 
alle persone di dar luogo ; e mi parve figura di molti che 
vanno pieni d'orgoglio, insultando gli altri, per ragioni 
non dissimili da quella che causava l'alterigia in colui, 
cioè tirare un carro ». 

(Leopardi, Pnis. XVIII). 

ALTEZZA 

Parola riservata unicamente ai geometri e agli inge- 
gneri dal giorno in cui l'altezza d'animo è diventata un ri- 
cordo, l'altezza dell' ingegno un' illusione e le Altezze Reali 
hanno dato il posto a molte bassezze ancora più reali. 

La sola altezza che incuta rispetto alla plebe colta e 
incolta è quella della Torre Eiffel. 

ALTOLOCATO 

11 Commendatore, il Gran Collare, il Ministro, il Re, 
il Papa sono persone certamente « altolocate )i. 

Ma l'altolocato per eccellenza è soltanto Colui che si 
fece LOCARE sopra una Croce ; e dopo di lui i veri altolo- 
cati sono unicamente coloro che invece di farsi appendere 
sul petto una brillante decorazione, si appendono o si la- 
sciano appendere a quella stessa Croce che il Vincitore 
del Mondo lasciò quaggiù, dopo averla insanguinata, per- 
chè fosse il letto fiorito o il trono imperiale di tutte quel- 
l'anime che aspirano, a loro volta, a vincere il mondo. 

Un giorno, a Firenze, in occasione d'una festa patriot- 
tica, vidi un frate minore (e non è il primo che ho visto) 
andar pettoruto, fra la gente, con una croce da cavaliere 
che gli spiccava, brillando, sulla male indossata santità 
del saio. 

Egli (il traditore di San Francesco), fra le due croci, 
aveva scelto, da persona bene avveduta, la meno pesante ! 



Forse verrà un giorno che quel frate mondanizzato (illu- 
minato dalla grazia) la butterà via ; ma intanto sappia 
(se l-eggerà queste pagine) che il Divino Altolocato lo guar- 
da ; e che non vorrebbe vederlo arrivare, con quella croce 
sul petto fino a quel punto estremo e sdrucciolevole, var- 
cato il quale non si torna addietro. 

ALTRUISMO 

Nei vocabolari correnti, ma non stampati, l'altruismo 
è il bene che gli altri devono fare a noi. Quelli che pre- 
dicano l'altruismo — che non ha nulla a che fare coll'a- 
more cristiano — vogliono semplicemente diffondere nei 
loro simili la tendenza a dare perchè loro stessi, i predica- 
tori, possano ricevere sempre di più. 

AMANTE 

« La valvola di sicurezza del matrimonio. 

Se non esistesse, come si potrebbe vivere nella chiusa 
ed asfissiante caldaia della perpetua fedeltà ? » 

Così ha l'abitudine di dire, scherzando, l'on. avv. Pap- 
pagorgia, alla sua virtuosa consorte, la quale, da com- 
pita dama, (all'insaputa del marito, ma non ad insaputa 
del pubbHco) possiede l'abilità d'aprire, anche nello stesso 
giorno, parecchie valvole. 

AMAZZONI 

Sono le antenate selvagge delle moderne femministe 
e dimostrarono che le femmine, essendo capaci di uccidere 
alla pari dei maschi, avevan gli stessi diritti degli uomini. 

Si racconta che si facessero tagliare una mammella per 
portar meglio la corazza e lo scudo e davan segno, con 
questa mutilazione, che rinunziavano al più alto privile- 
gio delle donne : quello di cibare col proprio sangue il 
loro futuro padrone. Le Amazzoni dei nostri tempi lasciano 
intatti i seni perchè servono ad attizzare la lussuria degli 
amanti, ma per non esser da meno delle antiche, e per 
potere, nello stesso tempo, saziare la libidine senza peri- 
coli, si fanno estirpare l'ovaia dai virtuosi chirurghi ai 



quali fu estirpata, grazie alla scienza, ogni trascia di super- 
stizione cristiana. 

AMBASCIATORE 

L'eccellente sig. Fosco Raspanti, prestatore in occulto, 
di qualche lieve sommetta all' interesse non diremo stretta- 
mente legale, ma neppure esagerato del cinquanta per 
cento, esercita, pubblicamente per conto di molti proprie- 
tari di case, l'onorata professione d'esattore d'affitti. 

Perciò egli conosce tutti i suoi inquilini intus et in cute 
e sa come trattarli a seconda della loro condizione sociale 
e soprattutto della loro solvibilità. 

Egli ha segnato in rosso (capisce lui !) nel registro che 
reca scritto Pigioni, il nome e cognome della vedova 
d'un tipografo, la quale s' è meritata qviel contrassegno 
perchè, essendo rimasta con cinque figli, tutti come le 
dita, e volendo guadagnarsi da vivere senza (come dice il 
Fanfani alla parola « meretrice «) far copia del proprio 
corpo, non sempre riesce ad esser puntuale nel pagare 
l'affitto. 

Un giorno, a un mese di distanza dalla scadenza non 
adempiuta, il sig. Fosco Raspanti bussa alla porta della 
pigionale insolvibile. 

Sono venuto, egli dice con voce melliflua, (e la guarda 
come volesse spellarla) a sentire se la signora è in comodo. 

La donna, che presente la catastrofe che la minaccia, 
prega, supplica, scongiura l'esattore dì volere aspettare 
ancora ed assicura che pagherà fino al centesimo. 

Allora l'uomo dalle prestazioni quasi legali simula un 
sospiro, poi dice : 

«Capisco.... Ma vede, il male è che col padrone di casa 
non si scherza. Ella, in conclusione non ha i denari ; e il 
proprietario che le ha affittato il quartiere, mentre ha di- 
ritto d'esigere in tempo utile la rendita del proprio immo- 
bile, sa benissimo che lei (sebbene per forza maggiore) 
non potrà mai soddisfarlo alle regolari scadenze. 

Perciò io la consigho di metter l'animo in pace e di 
rassegnarsi a ricevere, dentro domani, l' inevitabile di- 
sdetta. 



144 



La donna, barcollando, s'appoggia al muro. 

L'esattore continua : « Certo, son parti odiose ; ma Lei 
capisce benissimo che io non sono che l'agente del suo pa- 
drone di casa ; anzi, per dir meglio, io non sono che un 
semplice ambasciatore ; e l'ambasciatore, lei m' insegna, 
non porta pena ». 

Pronunciate queste savie e tecniche parole, l'ottim» 
sig. Raspanti si accomiata con urbanità. 

Qualche giorno dopo, mentre la vedova e i suoi cinque 
bambini son gettati legalmente sul lastrico, una impatac- 
cata cocotte (amante del sig. Raspanti il quale, poveretto, 
date le sue molte e gravi occupazioni, ha pur diritto di 
concedersi qualche svago) piglia possesso, altrettanto legal- 
mente del quartiere rimasto libero. 

Morale : Da ciò s' impara facilmente che colui che non 
porta pena (almeno fin che resta in questo móndo) è pro- 
prio l'ambasciatore ! 

AMBIENTE 

Il prof. Mediani dice spesso : a La colpa è dell'am- 
biente ». 

AMBIZIONE 

— Non c'è cosa al mondo più perniciosa dell'ambizis- 
ne — diceva un giorno il prof. Mediani ai suoi amici — ed 
io vi esorto a non desiderare gli onori che poi, come sapete, 
son sempre oneri. 

Vi ricordate dei versi del Monti nQY\i! Aristodemo ? 

. Comprendi 

Che Fuomo ambizioso è mi uom crudele ; 
Fra le sue mire di grandezza e lui 
Metti il capo del padre e del fratello ; 
Calcherà Vuno e V altro ; o farà d'ambo 
Sgabello ai piedi per salir sublime. 

Io non ho mai cercato di arrivare troppo in su : la lau- 
rea di professore è per me un onesto strumento di guada- 
gno e quanto alla croce di cavaliere di cui il regio governo 
volle per forza insignirmi vi assicuro che non la chiesi ma 
gli amici miei la chiesero per me, come compenso delle mie 

TO. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



modeste fatiche d' insegnante e di educatore, e non volli 
mostrarmi superbo respingendola. 

— Ma vi sono, interruppe il dott. Enteroclismi, ambi- 
zioni legittime e sacrosante, come ad esempio la ricerca 
del vero, la gloria presso i posteri e simili. 

— Caro dottore, rispose il prof. Mediani, ti risponderò 
colle parole di un altro poeta, ingiustamente dimenticato, 
il celebre Pignotti : 

Uomo ambizioso e cupido, 
Che sudi in seguitare 
Un ben, che lusingandoti, 
Si bel da lungi a-ppare ; 
Quando sarai per stringerlo 
In sul fatai momento ; 
Deluso allora e stupido 
Stringerai solo il Vfnto. 

— Ma codesto è un volgare utilitarismo, replicò il dot- 
tore, l'utilità dell'ambizione consiste nell'ardore, e nella 
purezza della ricerca ! 

— Niente affatto, rispose imperterrito il Prof. Mediani, 
l'ambizioso è sempre una bestia e lo dimostrerò con i versi 
del savio e delicatissimo Pindemonte : 

V ambizioso 

È Proteo novello, or tigre or drago, 

Ora serpe, or leon, ma un mostro sempre. 

— 11 nostro professore, osservò allora il curato, è un 
vero Parnaso ambulante e meriterebbe d'esser fatto cava- 
liere di Mnemosine. Ma converrà però che un'ambizione 
giusta c'è, ed è quella che dovrebbero avere tutti i cristiani, 
cioè l'ambizione più alta di tutte, quella di arrivare al pa- 
radiso. 

— Quanto a codesta, rispose sorridendo il prof. Mediani, 
la lascio tutta a lei e a quelli che ci devon credere. Ma io, 
lo sa, sto per il positivo e non lascio il certo per l'incerto. 
E se il paradiso ci sarà davvero spero che Dio ci met- 
terà anche me, perchè non fo male a nessuno. 

— Ah lei crede davvero di non far male a nessuno ? 

146 



proruppe il prete. E codesti discorsi impastati d'un comodo 
scetticismo che vuol sembrare saggezza non crede che 
possano far del male a qualcuno ? A me, per esempio, 
fa male sentirli. E crede lei che Dio accetterà volentieri 
uno che non ha mai pensato a Lui che per scartarlo e met- 
terlo tra le ipotesi inverosimili ? E se il Paradiso e' è dav- 
vero, come credo io insieme a tanti milioni di anime, crede 
proprio che toccherà a quelli che 1' hanno messo in bur- 
letta ? Dia retta a me che ancora è in tempo : lasci pure 
l'altre ambizioni ma veda di coltivare quella che dico io : 
l'ambizione d'esser degni di Quello che ci ha creati liberi 
anche di sbagliare perchè possiamo liberamente amarlo. 

— Bellissime parole, concluse il prof. Mediani, ma 
troppo al di sopra del mio intendimento. Cosa ne direste, 
cari amici, se si avviasse la solita briscola ? 

AMBROGIO (S.) (337-397) 

Gran vescovo e gran poeta : basta, per il primo, ram- 
mentare la conversione di Sant'Agostino e la penitenza 
imposta al potente Teodosio ; per il secondo i suoi inni 
che ancora si cantano nelle chiese. 

Ma di Sant'Ambrogio all' Omo Salvatico è rimasto 
impresso specialmente un fatto che si legge nel Passa- 
vanti. Andando a Roma si fermò a Malmantile, nel con- 
tado di Firenze « dove essendo con tutta sua famiglia in 
uno albergo per riposarsi, venne a ragionamento con l'al- 
bergatore, e domandollo di suo essere e di sua condizione. 
II quale gli rispose e disse come Iddio gli aveva fatto molto 
di bene, che tutta la vita sua era stata con molta prospe- 
rità, e giammai non aveva avuta alcuna avversità. Io ricco, 
io sano, io bella donna, assai figlioli, grande famiglia : 
ne ingiuria, onta o danno ricevetti mai da persona ; ri- 
verito, onorato, careggiato da tutta gente, io non seppi 
mai che male o tristizia vi fusse ; ma sempre lieto e con- 
tento sono vivuto e vivo. Udendo ciò santo Ambrogio, 
forte si maravigliò : e chiamando la famiglia sua comandò 
che i cavalli tosto fossero sellati, e immantinente ogni 
uomo si partisse, dicendo : Iddio non è in questo luogo, 
ne con questo uomo, al quale ha lasciato avere tanta prò- 

147 



sperità. Fuggiamo di presente, che l' ira di Dio non venga 
sopra di noi in questo luogo. E così partendosi con tutta 
sua compagnia, innanzi che molto fussero dilungati, s'aprì 
la terra di subito, e inghiottì l'albergo e l'albergatore, i fi- 
gliuoli, la moglie e tutta la sua famiglia e tuttociò che 
egli possedeva. La qual cosa udendo santo Ambrogio, disse 
alla sua famiglia : or vedete, figlioli, come la prosperità 
mondana riesce a mal fine. Non la desiderate, anzi n'ab- 
biate paura, come di quella che conduce l'anime all' in- 
ferno ». L'autore del De bono niortis e del De fuga seculi 
non poteva parlar meglio. Ma questo terrore dinanzi alla 
prosperità non si dovrebbe avere soltanto dinanzi a un 
uomo, ma a un popolo, a una scuola, a un partito. Guai 
a quei naviganti che hanno avuto sempre il vento in fa- 
vore ! La Chiesa di Roma, unica fra tutte le monarchie 
spirituali e temporali, dura da venti secoli perchè da venti 
secoli, senza riposo, è combattuta e perseguitata. 

AMBROSIA 

Da quando gii Dei bugiardi sgomberarono dall'Olimpo 
la ricetta della vera ambrosia fu dimenticata e perduta. 
Ma col paganesimo risorgente e sbevazzante tornò la voglia 
e i distillatori d'oggidì fabbricano a dozzine di dozzine 
nuove sedicenti ambrosie per le sbornie dei greculi a' quali 
lo schietto vino — transustanziato nell'ultima cena — 
non garba e non basta : bevanda da semplici e da preti. 

Ma le contemporanee ambrosie — poetiche, filosofiche, 
alcooliche — per dare ulteriore ebbrezza ai briachi son 
mischiate di veleni : veleni gustosi e pizzicanti, ma sem- 
pre veleni e coloro che le ingollano a tutto pasto muoiono 
prima del tempo, " non senza far prima sosta nel reparto 
frenetici de' più reputati e scientifici manicomi. 

AMEBA 

Il primo essere vivente secondo il defunto Haeckel, e 
il più semplice perchè consiste in una vescichetta che ha 
soprattutto le funzioni dello stomaco. S' intende senza dif- 
ficoltà che le amebe moderne, le quali vorrebbero ridurre 
tutta la vita all' ingurgitazione, seguita, purtroppo, dalla 

148 



defecazione, abbiano messo l'Ameba nel posto di Adamo. 
Si sono scordati, però, di spiegare per quale miracolo la 
materia morta, un bel giorno, abbia creato la materia viva. 

AMEN 

È l'unica parola della liturgia cattolica che non dispiaccia 
troppo ai non cattolici — prima di tutto perchè è la sola 
di cui sanno il significato, eppoi perchè essendo spesso 
l'ultima, è quella che permette di alzarsi e andar via. 

AMERICA 

L'America è la terra degli zii milionari, la patria dei 
trusts, dei grattacieli, del fonografo, del tranvai elettrico, 
della legge di Lynch, dell' insopportabile Washington, del 
noioso Emerson, del pederasta Walt Whitman, del vomi- 
tivo Longfellow, dell'angelico Wilson, del filantropo Mor- 
gan, dell' indesiderabile Edison e di altri grand'uomini di 
simil pasta. In compenso e' è venuto dall'America il tabacco 
che avvelena, la sifilide che marcisce, la cioccolata che 
stucca, le patate pesanti allo stomaco e la Dichiarazione 
d'Indipendenza che figliò, qualche anno dopo, la Dichiara- 
zione dei Diritti dell' Uomo. 

Dal che si deduce che la scoperta dell'America — ben- 
ché operata da un uomo che ebbe dei lati di santità — 
fu voluta da Dio nel 1492 come una punizione repressiva 
e preventiva di tutte l'altre grandi scoperte del Rinasci- 
mento : cioè la polvere da cannone, l'umanesimo e il pro- 
testantesimo. 

AMIANTO 

Il comm. Quattrostomachi, nella ipotesi del proprio 
decesso e nell'incertezza dell'ai di là, volendo avere un ri- 
paro contro eventuali arsure ed arsioni, lasciò nel codicillo 
del suo testamento ico lire per la Chiesa di Bagoghi e 1 50 lire 
per l'ospedale degli idrofobi. Ma non sicuro ancora si fece 
fabbricare un camicione di amianto, coll'ordine di rinvol- 
tarci da capo ai piedi il suo cadavere colla speranza di 
rimanere incombustibile — non si sa mai — nelle fiamme 
dell' inferno. 



149 



AMICA 

E quella stessa scrofa (liberamente accoppiata col so- 
lito porco in guanti gialli) che, una volta, le persone edu- 
cate chiamavano concubina e le sboccate, ma oneste donne 
del popolo, puttana. 

Amica è un ipocrita eufemismo recente col quale si 
caramella una pallottola di sterco. 

Il vizio, tra i lemuri mondani del nostro tempo, biso- 
gna che si presenti con aspetto distinto e un po' senti- 
mentale. 

Aver moglie ! Ohibò, quale volgarità ! Invece, aver 
l'amica, presentare l'amica, farsi vedere in automobile con 
l'amica, è veramente chic. 

In fondo, è questione d'una parola : cambiando una 
parola, la sostanza resta, ma l'apparenza cambia. Ed è 
l'apparenza e non la sostanza che ha libero ingresso dap- 
pertutto. 

Come si potrebbe soltanto immaginare che qualcuno 
dicesse : Questa è la mia mantenuta, la mia druda, od 
anche (appena appena meno peggio) questa è la mia amante.? 

Ma se dice invece : « Presento la mia amica. Signori- 
na X w, dice la stessa sporchissima cosa con parole di- 
stinte, e la distinta sporcizia delle <( persone per bene » s'in- 
china sorridendo e ammirando. 

Ormai la cosa è chiara : Famiglia è sinonimo di schia- 
vitù ; concubinaggio di libertà ; la moglie è un fastidio 
che mal si sopporta ; l'amica un'ala che ci trasporta. 

E tra la moglie (prosa) e l'amica (poesia) la scelta, pei 
lirici suini del nostro tempo, non può esser dubbia. 

AMICIS (DE) EDMONDO (1846-1908) 

Detto anche Edmondo dei Languori. Viaggiò per poter 
scrivere dei libri di viaggio, s'ubriacò per poter scrivere 
un libro sul Vino, fece l'ufficiale per scrivere i Racconti Mi- 
litari andò in tranvai per scrivere La carrozza di tutti, fu 
socialista per scrivere le Lotte civili e si fabbricò un cuo- 
ricino di gomma lacrimosa per scrìvere Cuore. Per poter 
comporre tutti questi volumi, che "fornivano il sostenta- 

150 



mento della vita a lui e ad un suo figlioletto, dovette com- 
pulsare molti vocabolari e dalla lettura dei dizionari ricavò, 
naturalmente, un altro libro che intitolò V Idiotna Gentile 
e che lo fece, naturalmente, soprannominare 1' Idiota Gen- 
tile. Fu uomo compito e uno dei più solerti operai della 
Ditta Treves. Morì tra il compianto delle maestre elemen- 
tari che ora però lo tradiscono vilmente con Pitigrilli. 

AMICIZIA 

Fortuna che gli stessi antiquari di virtuose comuna- 
lità che dai sett'anni in su ci fonografano le più fruste 
platonate e cìceronate sono i primi ad avvertirci che il 
« vero amico », protagonista di tutte le morali in azione, 
è la cosa più difficile del mondo a trovarsi — tanto dif- 
ficile che non si trova mai. Più caro del diamante ma 
più raro. Se ne trovano memorie approssimative in alcune 
leggende letterarie della Grecia antica — in raccolte di aned- 
doti del Rinascimento — in romanzi moderni ma poco 
nuovi. In conclusione il « vero amico » sembra apparte- 
nere più alla leggenda che alla storia e nessun esemplare 
perfetto fu registrato dagli stessi suoi panegiristi. I più 
propendono oggi a considerarlo come un mito laico sul 
genere di quelli moderni del « borghese )>, del « miliardario » 
e dell' « assassino misterioso ». 

Nessuno psicologo potrebbe ammetterne la realtà senza 
perdere ogni patente e brevetto. Mai fu immaginato un 
rovesciamento così completo dell'anima umana. 

Un uomo che non vive per se ma per un altro. Un uomo 
che preferisce un altro a sé stesso. Un uomo disposto a 
dar tutto, borsa e vita, per salvare un altro. Un uomo che 
piange davvero perchè un altro piange, e ride sinceramente 
quando l'altro ride. Un uomo che non è più proprietà pro- 
pria, ma quasi parte di un altro uomo. Un uomo così as- 
surdo, così invertito, così passivo, un uomo che smentisce 
tutte le leggi della meccanica morale, tutti i principi della 
fisica mentale, tutte l'esperienze della chimica sociale, — 
un uomo cosiffatto non è mai esistito. 

Scoperta per reductio ad absurdum, 1' inesistenza ideale 
e storica dei « veri amici » cantati nelle saghe etiche, resta 



assodato che possediamo soltanto dei « mezzi amici » e dei 
« falsi amici ». Gli uni e gli altri pericolosi — ma i secondi, 
non essendo altro che nemici truccati per agire con più si- 
curezza, più utili, alla fine, dei primi. 

Anche l'amicizia corrente è un affare e qualche volta, 
negli affari, si guadagna. C è un contratto amicale tacito 
e segreto come e' è, dicevano, un contratto sociale. Que- 
sto contratto, come quegli altri rogati dai notari, è fondato 
sul reciproco interesse. 

Io ti ascolterò e tu mi ascolterai — io ti farò compagnia 
e tu mi farai compagnia — tu mi darai qualcosa e io ti darò 
qualcosa — io ti presterò dieci lire e tu me ne presterai 
cento — tu dirai bene di me, e io non dirò male di te — tu 
mi difenderai e io ti difenderò. 

Non sempre tutte le clausole son rispettate ma questo è il 
tipo del trattato modello che unisce due o più uomini nel- 
l'epoche sperimentabili e nel migliore dei casi immaginabili. 

Quando faccio volentieri un piacere a un amico so che 
all'occorrenza potrò chiederne uno anche maggiore . a lui 
(il ricordo di piaceri già fatti a me non ha tanta forza come 
questa previsione). 

Quando dico bene di lui e ci credo — succede — gli è 
che godo di aver per amico, per compagno, per ammira- 
tore un uomo che gli altri devono stimare, lodare e ammi- 
rare, un uomo che ha delle qualità. 

Quando lo difendo, difendo prima di tutto me stesso 
perchè se no cosa dovrei pensare del mio gusto ? della mia 
scelta ? della mia intelligenza ? 

Quando mi piace quello che fa e non lo invidio — suc- 
cede anche questo ! — gli è che se lo metto in fila prima 
degli altri so che e' è uno che gli è accanto ma vien prima 
e qviest'uno son io. 

In ogni coppia di amici e' è una vittima, e' è un incubo 
e un succubo. 

Se i due sono di forza uguale e di qualità troppo simiH, 
l'amicizia finisce presto. Ci si annoia, non s' ha niente da 
dire, non c'è possibilità di lotta — né speranza di vittoria, 
né voluttà di sconfitta. «L'amitié ne dure qu'autant que 
les humeurs des deux amis restent complementaires ». 



Le qualità di ciascuno devono . essere opposte ma op- 
poste in modo da incastrarsi insieme, da completarsi. Se 
l'opposizione è troppo forte o troppo assimetrica, l'ami- 
cizia non nasce o muore dopo una stagione. 

Nel contrasto necessario e' è uno che vince e uno che 
perde — e' è sempre, perciò, un sacrificato. C è uno che 
subisce l' influenza dell'altro e si lascia guidare e domi- 
nare. Impara, senza accorgersene, a parlare, a pensare, a 
vivere come l'amico. La sua personalità, se l'aveva, ri- 
mane per i giorni di solitudine e torna fuori a stirarsi le 
membra, tutta appiattita dalla compressione dolce e invo- 
lontaria della consuetudine. In ogni paio e' è il maschio 
e e' è la femmina, e' è il padrone e il servitore, e' è il forte 
e e' è il debole, e' è l'uomo e e' è la scimmia. 

Male per tutti e due. Uno, il succubo, perde gran parte 
di sé stesso e anche se diventa migliore non è più lui — 
l'altro, l' incubo, che gioia e orgoglio deve provare a ritro- 
varsi fra i piedi una persona che non è più una persona, 
un essere che gli somiglia fin troppo, un vinto che non 
seppe difendersi, un uomo che si comporta come una donna? 
Possedere qualcosa che non si stima è lo stesso che nulla. 

Alla fine anche codesta amicizia si sfascia : se il debole 
non si rivolta, il forte si disgusta. E il divorzio inevitabile 
mette capo all'odio nel primo e al disprezzo nel secondo. 
L'amicizia ha questo di buono : che non è eterna. Ma 
ha questo di cattivo : che è difficile a troncarsi più del- 
l'amore. 

I primi tempi sono i più belli. C è la calamita del nuovo, 
e' è il gusto della scoperta reciproca. Ognuno dei due fa 
toilette e cerca di presentarsi nelle pose più belle e nelle 
luci più favorevoli. Si prova più godimento a parlare e 
meno seccatura ad ascoltare. Ma a poco a poco, a meno 
di non essere pozzi artesiani o vulcani in piena attività, 
ci si vuota. Per riempirsi ci vuol del tempo. Ma stando 
troppo separati si perde il contatto e l' intimità — conti- 
nuando a star troppo vicini viene la sazietà e la noia. In- 
tanto si scoprono i cantucci bui accanto agli angoli so- 
leggiati ; i difetti vicino agli eccessi, i pericoli sotto le 
promesse. 



A poco a poco l'amicizia diventa abitudine e perciò 
meccanica ; e quel calore che sulle prime era fatto di spe- 
ranza diventa tiepidume fatto di ricordo se pur non de- 
grada fino al ghiaccio della tolleranza. 

L'unico motto di spirito, e il più profondo pensiero, di 
quel professorone che fu a' suoi tempi Aristotele è il suo 
detto favorito : 

— Cari amici, non esistono amici ! 

AMICLATE 

Pescatore talmente povero, e nella sua povertà, tanto 
sicuro che a' tempi delle guerre civili lasciava aperto l'u- 
scio di casa anche la notte e una volta che vi capitò Giulio 
Cesare, che stava per passare l'Adriatico, lo accolse senza 
far mostra di mera\'iglia e di paura. E per questo fu giusta- 
mente eternato da Dante, là dove dice che la Povertà ri- 
mase, da Cristo a San Francesco, zitella: 

Né valse udir che la trovò sicura 
con Amiclate, al suon della sua voce 
colui che a tutto il mondo /<?' paura. 

AMICUS PLATO, SED MAGIS AMICA VERITAS 

Pare che l'abbia detto Aristotele, e oggi lo ripetono tutti 
quelli che, colla scusa d'essere amici della verità, voglion 
dir male dei loro amici. 

Si racconta che Giuda, il quale era uomo dotto, dicesse 
a Caifa : 

— Sono discepolo di Gesù ma vedo bene che insegna 
errori troppo pericolosi : mi dispiace : sono amico di Pla- 
tone ma più ancora della verità. 

AMIEL (1821-1881) 

Svizzero sfortunato, che voleva credere e non credeva, 
voleva creare e ruminava, voleva esser celebre e si nascon- 
deva. Raccontò i suoi patemi d'animo di profeta rientrato 
e di poeta abortito in un Giornale Intimo eh' è diventato 
il libro di testo di tutti quelli che esauriscono la loro po- 
tenza descrivendo la propria impotenza. 



AMLETO 

Guardarsi dagli uomini timidi e indecisi. Il principe 
Amleto traccheggia per quattro atti non sapendo se deve 
vendicare si o no il padre assassinato. Ma quando si decide 
apriti cielo : ammazza Polonio, fa morire Ofelia, uccide Laer- 
te, è causa della morte del patrigno e della madre e final- 
mente, sazio di tanto massacro, si decide a morire anche 
lui per evitare il definitivo spopolamento della Danimarca. 

AMMAZZARE \ ' 

Indicativo presente : 

Io ammazzo 

tu ammazzi 

egli ammazza 

noi ammazziamo 

voi ammazzate 

coloro ammazzano. 
E l'Omo Salvatico, rallegrandosi : quando vi sarete 
ammazzati tutti allora diventerò domestico ! 

AMMIRARE 

La storia umana (ha l'abitudine di sentenziare il pro- 
fessor Mediani) è vm immenso cinematografo sempre in 
moto, sul cui schermo, spinte dalla benefica legge del 
progresso, passano continuamente nuove persone e nuo- 
ve cose. 

Perciò rimpiangere il passato è puerile e voler tornare 
indietro è pazzesco. Tutt'al più (per dirla col cantore di 
Satana) morto Giove, resta 1' inno del poeta. Ma per quanto ì 
Poiché l'avvenire per sua natura essendo sempre in testa 
e mai in coda è più ricco e grandioso del passato, anche 
gl'inni nuovi debbono esser più belli degli inni vecclii. 
Vorreste sostenere per esempio che il nostro Gabriele d'An- 
nunzio è meno poeta di Dante ? Pensate che da Dante al 
cantore della « Città olocausta » sono trascorsi ben cinque 
secoli ; e in cinque secoli, ne scorre della sapienza e della 
poesia sotto i ponti ! 

Io non so capire dunque il perchè, se tutto si perfe- 
ziona, solo la poesia non dovrebbe perfezionarsi. Ma la mia 



regola fondata sulla teoria dell'evoluzione (la quale, chec- 
ché si dica, resiste vittoriosamente con l'eloquenza dei fatti 
ad ogni critica) è infallibile. Per esser sicuri che la nostra 
ammirazione sia veramente giusta bisogna ammirare (il 
che del resto è anche da buoni cittadini) gli usi, i costumi, 
le arti e le scienze del nostro tempo ; perchè se il passato 
ebbe del buono, il presente ne ha certamente di più e l'av- 
venire ne avrà più ancora. 

Ricordati il ballo Excelsior ? 

La fìc'.c^ la del progresso è destinata a vincere og-ni 
tenebra ad a varcare ogni confine. 

AMMUFFIRE 

Anche il cibo perfetto, il pane, ammuffisce — e si dice 
che una fede è ammuffita quando gli stomachi son troppo 
guasti e i cuori troppo aridi per risentirne la freschezza e 
il nutrimento. 

I signori dei quattrini e delle filosofie regalano genero- 
samente il pane ammuffito e la religione ammuffita ai poveri. 

— Per loro, dicono, qualunque cosa è anche troppo 
buona. 

E sgranocchiano, intanto, collo stesso appetito, i pa- 
nini di Vienna e i sofismi di Berhno. 

AMNISTIA 

« Les pouvoirs amnistient les coupables mais les cou- 
pables n'amnistient pas les pouvoirs qui les ont condamnés.... 

Dans un mouvement d'imprudence magnanime, le Pou- 
voir brise sur son genou le glaive de la j usti ce ; les partis 
ne brisent pas l'épée de l'hostihté sur le leur. C'est une 
raison de plus, au contraire, pour l'y aiguiser ». 

Barbey d'Aurevilly. 

AMO 

Arnese insidioso, col quale si chiappano, in mare e in 
terra, ogni genere di pesci. 

Tutti i pescatori, in tutti i luoghi e in tutti i tempi, 
hanno gittato l'amo in acqua e in terra : ami di varie forme 
e con esche diverse ; e sempre hanno fatto preda. 

156 



I pesci non son molto intellio-enti : vedendo qualche 
cosa d'appetitoso, accorrono e abboccano ; e quando son 
rimasti infilati nell'uncino, allora, dibattendosi invano, 
s'accorgono, poveri pesci, che sarebbe stato meglio non 
abboccare. 

Anche la Chiesa pesca l'anime da venti secoli ; ma, 
specialmente in questi ultimi tempi, non tira su quasi 
nulla. 

I pesci, diventati liberi pensatori, pensano che è me- 
glio farsi pescare dal Diavolo che da Dio ; e piuttosto 
che entrare a far parte della Vita Eterna, preferiscono 
d'esser fritti nelle varie rosticcerie dell'Inferno. 

AMOR DIVINO 

Era quello del Creatore per le creature e delle creature 
per il Creatore, 

Ma non esiste più. 

Anzi possiamo dire che non è mai esistito, dal momento 
che Dio non fu che una pura immaginazione degli uomini 
del passato, i quali non erano al corrente come noi delle 
leggi naturali che reggono, sole ed eterne, questo eterno 
gran macchinario dell'universo, in cui l'uomo non è che 
un atomo pensante, continuamente emanato e riassor- 
bito dal Gran Tutto. 

Perciò niente sogni d'una divinità trascendente o d'un 
Dio provvidenza, di cui cianciano ancora, sebbene in tono 
sempre più basso, gli ultimi preti. 

L'uomo è qua per pochi minuti ; poi si dissolve ; poi 
rinasce ; poi si ridissolve. Goda dunque il suo attimo di 
luce, fra le due tenebre. Ami tutto ciò che si sente, si gu- 
sta, si tocca, si vede e si odora. Ami insomma, intensa- 
mente e senza scrupoli, tutto ciò che gli fa piacere : donne, 
oro, sangue, vino, tutto, fuori che Dio. Perchè sarebbe 
curiosa che si dovesse amare ciò che non esiste e che, per 
questo amore puramente immaginario, ci si dovesse pri- 
vare di tutte quelle cose reali e piacevoli che se non le 
chiappi oggi, domani, essendo morto, non le potrai più 
chiappare. 

Cosi parlerebbe abitualmente l'uomo moderno, se que- 



sto animale maledetto avesse sempre il coraggio del pro- 
prio cinismo e non fosse trattenuto da certi superstiti fa- 
riseismi, che lo rendono ancor più ripugnante. 

AMOR FRATERNO 

Il padre, disteso sul letto, non dice nulla per la sem- 
plice ragione che è morto. 

I due fratelli, frugando nel cassettone : 

« Eppure dev'esser qui ». Con le mani convulse, che sem- 
brano artigli, buttano all'aria fazzoletti, camice, mutande, 
colletti e cravatte ; finalmente una delle quattro mani, af- 
ferra una busta. I due fratelli sospettosi e bramosi si sorve- 
gliano a vicenda ; quello che ha trovato ciò che l'uno e 
l'altro cercavano, lacera la busta, spiega un foglio, legge 
con voce tremante ; l'altro, avidissimamente, segue con gli 
occhi ; già, quasi senza accorrersene, con una mano ha 
afferrato un braccio del fratello ; il morto ha lasciato al 
primo tutto il patrimonio : all'altro la pura « legittima ». 

II primo si sforza di celare la propria gioia ; il secondo 
non può trattenere il proprio odio. A un tratto l' ira lo ac- 
cieca ; con una mossa tigresca strappa, per distruggerlo, 
il testamento al fratello ; questi si scaglia sull'altro ; si 
acciuffano, si avviticchiano, lottano, urtano sul morto, si 
picchiano sul morto, cascano insieme col morto sull' im- 
piantito. 

E qualcuno.^ invisibile, ma presente, è soddisfatto che 
il denaro seguiti a servirlo così. 

AMORE DEL PROSSIMO 

« Ama il prossimo tuo come te stesso », insegna Cristo. 

E il Borghese risponde : « Niente affatto. Anzi, per 
parlarti chiaro, devi sapere, una buona volta, che, con 
coteste massime, i giudei fecero ottimamente a metterti 
in croce. 

Il primo prossimo, dice il proverbio, è se stesso ; ed io, 
che non ho grilli per la testa, perfeziono perfino il proverbio 
dicendo : « L' unico prossimo è me stesso » ; e rifivito le tue 
■poesie. 

Ci siamo intesi ? » 

158 



AMORE DIVINO 

« Quando io parlassi le lingue degli uomini e degli an- 
geli, se non ho l'amore, sarei come un bronzo suonante o 
un cembalo squillante. 

E quando avessi la profezia, e intendessi ogni mistero 
o lo scibile tutto, 

E quando avessi tutta la fede talmente che trasportassi 
le montagne. 

Se non ho l'amore, io sarei nulla. 

E quando distribuissi in nutrimento ai poveri tutti i 
miei beni, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bru- 
ciato. 

Se non ho l'amore, nulla mi gioverebbe. 

L'amore è paziente, l'amore è benefico, l'amore non è 
avido. Non è insolente, non si gonfia, non è ambizioso. 

Esso non cerca il proprio tornaconto, non si muove ad 
ira, non pensa male. 

Esso non gode dell' ingiustizia, ma tripudia della verità. 

Tutto esso scusa, tutto esso crede, tutto esso spera, 
tutto esso affronta. 

L'amore non perirà giammai. Forse le profezie ? Esse 
passeranno ! Forse le lingue ? Esse cesseranno ! Forse la 
scienza ? Essa sarà abolita ! Imperocché parzialmente noi 
conosciamo, e parzialmente noi profetiamo : ma quando 
poi viene la perfezione, allora è rimosso ciò ch'è parziale. 

Restano così fede, speranza e amore — ma più grande 
di tutte resta l'amore ». 

San Paolo. 

AMORE LIBERO 

Cioè strettamente legato al ventre della bestia. 

La libertà, interpetrata dai dottori del vizio e prati- 
cata dagli schiavi della carne, fa di questi scherzi : invece 
di sciogliere incatena. 

Ma l'uomo non se n'accorge. 

Fino a che, un brutto giorno, avvertendo all' improv- 
viso il fetore del proprio cadavere spirituale, mentre vor- 
rebbe distaccarsene, cade putrefatto nella fossa e dalla 
fossa più giù. 



Il che potrebb' esser graziosamente chiamato ; Itine- 
rarium ad diabolum. 

AMOR PATRIO 

« Dulce et decorum est prò patria mori ». 

Ecco un famoso tema che risgocciola continuamente 
sui quaderni d' italiano dei nostri « cari ragazzi » nelle 
scuole secondarie del regno. 

« Ma la patria (dice tacitamente a se stesso il Sig. Fosco 
Raspanti) si può amar benissimo anche senza bisogno di 
morir per lei. Eppoi, siamo giusti, quando fossimo morti 
per la patria, come si farebbe a continuare ad amarla ? 

È dunque necessario di prolungare la nostra vita più 
che si può, per amar la patria più a lungo che si può. 

Certo, se scoppia una guerra, bisogna combattere e com- 
battendo è molto facile morire. Ma per combattere, fortu- 
natamente, ci vuole la gioventù, che è svelta ; e non gli 
uomini panciuti come il sottoscritto e d'una certa età. 
Questi sono invece adattissimi per la resistenza civile e 
cioè per quell'altra azione che si svolge nel paese, dove 
se non si combatte con le armi, non si sta tuttavia con le 
mani in mano. 

Quando la patria è in guerra ha bisogno di due specie 
di soldati : di quelli che « mangian male e dormono in 
terra » e di quelli che, pur facendo il loro dovere con esem- 
plare patriottismo, hanno il diritto di mangiar bene e di 
dormire nel proprio letto a molla. 

Questi sono i giornalisti, i propagandisti, gli esonerati 
e tutto il ceto commerciale e industriale, ai quali è affi- 
dato il sacro compito di tenere accesa la fiamma del patriot- 
tismo, d' impedire che si affretti la fine del conflitto, di 
persuadere il popolo che i preti parteggiano per lo stra- 
niero, di defraudare lo stato sotto colore d'aiutarlo, e di 
far sì che le molte lucciole sembrino altrettante lanterne ». 

Uno di questi tali benemeriti, mostruosamente obeso, 
raccontò tempo addietro all'Omo Salvatico che, durante 
la guerra, nell' imminenza della chiamata della propria 
classe, aveva mangiato non so più quante stala di fa- 
gioli ; e ciò per aver l'onore e il rischio (mercè la propria 

i6o 



trippa enormemente gonfiata da quei cereali) di combat- 
tere nel « fronte interno », come infatti avvenne e dove si 
comportò da temeraria ganascia. 

Né, per somma ventura delle nazioni moderne, simili 
esempi d' illuminato patriottismo son rari. 

AMOR PROPRIO 

L'uomo, dice Hello, non si ama abbastanza. Se si amasse, 
capirebbe che il suo interesse supremo consiste nell'amare 
Iddio. Soltanto i Santi, amando immensamente Iddio, 
amano immensamente se stessi. 

Ma queste parole, se son chiare per un cristiano, di- 
ventano assolutamente incomprensibili per un commerciante. 

Il nostro cav. Franca trippa, per esempio, non potrebbe 
fare a meno d'obiettare : 

« I Santi ? domando la parola. 

I Santi, per vostra regola e norma (sebbene, come 
quell'altra specie d'acchiappanuvole dei poeti, io non gli 
abbia a dir vero dimolto in pratica) son della gente che 
non possiede neppure una briciola d'amor proprio. 

Essi che voglion modellarsi (almeno per quel che ho 
sentito dire) sulla persona di Cristo, par che non sian con- 
tenti finché non hanno messo il sedere alla finestra disono- 
rando, in tal modo, le loro famiglie e se stessi. 

Non é infatti un mistero per nessuno, ch'essi amano la 
povertà, la pazzia, la questua, la reclusione o il vagabon- 
daggio, e che, soprattutto, non hanno un riguardo al mondo 
per r igiene. Essi disprezzano la buona società, i comodi 
della vita, le ricchezze anche bene acquistate, e insomma 
si compiacciono quasi in onta a tutte le persone per bene, 
di viver proprio alla rovescia. 

Io vi domando dunque come si possa sostenere seria- 
mente che i Santi amano Iddio e se stessi meglio degli altri. 

Quanto a me, quando sento dire dal mio amico per- 
sonale Prof. Mediani, che un Jacopone da Todi, o un 
San Francesco d'Assisi lasciarono l'uno l'avvocatura e 
l'altro il commercio per vestirsi di stracci e farsi deri- 
dere e insultare dalla canaglia ; o che una Santa Ca- 
terina da Siena leccava le piaghe dei lebbrosi ; o che un 

i6i 

II. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



Benedetto Labre (quello, con rispetto parlando, dei pidoc- 
chi) razzolava fra i monti della spazzatura come i cani, 
quando, dico, sento raccontare tutte queste cose che sem- 
brerebbero perfino impossibili, se non le registrasse la sto- 
ria, allora io credo d'avere il diritto di proclamare sita- 
mente che questi squilibrati non conobbero neppure da 
lontano dove stesse di casa l'amor proprio, e, di meravi- 
gliarmi altamente che la Chiesa li abbia fatti santi e, più 
ancora, che la polizia dei loro tempi, in omaggio al buon 
costume e alla decenza, non abbia pensato a rinchiuderli, 
come si meritavano, in un manicomio criminale ». 

AMORE CARNALE 

Leggere, in Derniers Conies di Villiers de L'Isle-Adam, 
« Les Amants de Toléde », per vedere (orripilandone !) 
con quali mezzi diabolicamente inquisitoriali riuscisse ad 
estinguere, su due giovani, i legittimi stimoli della carne, 
quel famigerato ed orrendo mostro di Torquemada. 

AMORFO 

— L'anarchia non è abbastanza radicale — mi diceva, 
anni fa, un nanerottolo'.che vendeva libri usati sopra un 
barroccino — l'anarchia è un balocco da ragazzi, troppo 
impregnata ancora di mentalità borghese e socialista. Lo 
stato anarchico ha delle associazioni, ed è un'associazione 
esso stesso, è un sistema che ha bisogno di capi, di burocra- 
zie, insomma di forme determinate. 

— E allora ? — chiesi io — cosa c'è di più innanzi 
dell'anarchia ? 

— Una scuola inventata da me — rispose l'omino — 
un partito che ha un solo maestro e un solo discepolo ed 
è quello che le sta dinanzi in questo momento : e questo 
partito, veramente radicale, è l'Amorfismo, cioè l'aboli- 
zione definitiva di ogni forma sociale e civile. Io sono 
amorfista, per servirla. 

AMOS 

Dice il profeta Amos : « Io non sono profeta né figlio 
di profeta, bensì mandriano e coglitore di sicomori. E 

162 



1' Eterno mi prese da guardare le pecore, e disse a me 
1' Eterno : va', profeta al popolo d' Israel. E ora ascolta 
la parola dell' Eterno : .... tua moglie nella città forni- 
cherà, i tuoi figli e le tue figlie per la spada cadranno, la 
tua terra colle funi sarà divisa, tu in terra impura morrai, 
e Israel andrà in esilio dalla sua terra ». 

Le profezie di Amos si sono avverate punto per punto 
benché egli dicesse di non esser profeta né figlio di profeta. 
Guardatevi dunque da coloro che da sé si proclaman pro- 
feti. Dio predilige gli umili e se gli piace parlare agli uomini 
sceglie più volentieri la voce di un pecoraio che quella di un 
professore di metafisica o di economia politica. 

AMUNDSEN ROALD (1872) 

Esploratore norvegese al quale con la scoperta del 
Polo Sud fu riserbata la gloria di violare l'ultimo mistero 
terrestre. 

Dopo di lui sono cessati i sogni delle favolose Atlantidi. 
Tutto è stato trovato, misurato, analizzato, geograficizzato. 
Ormai sappiamo vita morte e miracoli del nostro globo e 
lo possiamo percorrere in tutte le direzioni e possiamo 
toccarne tutti i confini. Constatazione umiliante, e nel 
tempo stesso alimentatrice d'orgoglio. L'uomo ha dissipato 
ancora un mistero ; perchè non li dissiperebbe tutti ? 

Questa illusione funesta gli fa credere d'esser Dio ; e 
con ciò lo trabocca nelle tenebre della bestia. 

Ogni sua vittoria sull'esterno, ha, come ripercussione, 
una disfatta interna. L'orgoglio, che moltiplica la sua forza 
puramente umana, gli diminuisce nell'anima la luce di- 
vina. A un certo punto, svanito Dio, non vedendo che se 
stesso, sul Piedistallo del Mondo, si decreterà l'apoteosi. 

Ma in questo stesso momento Dio riapparirà. 

E allora « sapientia eorum devorata eiit ». 

ANACREONTE (550-465 a. C.) 

Vecchio inaiale greco che cantava il vino e le donne 
senza però dimenticare anche i ragazzi ben fatti. Insieme 
a Béranger è il poeta da capezzale dei borghesi istruiti 
ed anzianotti i quali sentono il bisogno di spruzzare di 

163 



poesia le loro orgie prudenti ed esalano un po' di tristezza 
al pensiero che non potranno eternamente ubriacarsi e 
copularsi. 

ANACRONISMO 

— S' ha un bel dire che l'umanità è in cammino e non 
si ferma — osservava malinconicamente il cav. Deifobo 
Luciferini ai suoi compagni di tavola — ma fatto si è 
che in pieno secolo ventesimo siamo costretti a subire 
lo spettacolo di continui anacronismi. Non vi pare un 
anacronismo che ci sia sempre un papa col suo triregno, 
in Vaticano, a Roma, conquistata ormai dal laicismo da 
più di mezzo secolo? E non vi paiono anacronismi vi- 
venti questi uomini vestiti alla medievale e che girano 
di chiesa in chiesa senza far nulla ? E il crocifisso nelle 
scuole non è un altro anacronismo dal momento che non 
siamo neppur sicuri che Cristo sia esistito ? E il più grave, 
il più impressionante, e diciamo pure il più inquietante 
degli anacronismi, è di vedere un Re moderno, e costitu- 
zionale, andare alla messa mentre il suo ministro nomina, 
in pieno parlamento, 1' inesistente, il condannato, il sop- 
presso, l'assurdo, 1' inconcepibile — intendete bene di chi 
parlo, senza che mi abbassi a nominarlo anch' io ! 

ANAGNI 

Città di papi. Vi nacquero Innocenzo III, Gregorio IX, 
Alessandro IV e Bonifacio Vili. Questi (il gran Pontefice 
della Bolla « Unam Sanctam ») inviso a Dante, uomo di 
parte, fu dallo stesso Dante paragonato a Cristo quando, 
da Guglielmo di Nogaret e da Sciarra Colonna, mandatarii 
di Filippo il Bello, venne oltraggiato e fatto prigioniero 
in Anagni. 

veggio in Alagna entrar lo fiordaliso 
e nel vicario suo Cristo esser catto. 
Veggiolo tm'' altra volta esser deriso ; 
veggio rinnovellar V aceto e il fele 
e tra vivi ladroni essere anciso 

Magnifici versi esaltatori e giustizieri, coi quali il poeta, 
dinanzi alla sacrilega violenza sofferta dal Papa, si spo- 

164 



glia dei propri risentimenti politici e non vede nell'au- 
gusto offeso che il rappresentante di Cristo. 

E Giovanni Villani, non meno scultoriamente nella 
Cronaca : 

« Papa Bonifazio, sentendo il rumore e veggendosi ab- 
bandonato...., e veggendo che i suoi nemici aveano presa 
la terra e il palazzo ov'era, si cusò morto ; ma come ma- 
gnanimo e valente disse : « Dacch' è per tradimento, come 
Gesù Cristo voglio esser preso ; e se mi conviene morire, 
almeno voglio morire come papa ». E di presente si fece 
parare dell'ammanto di san Pietro, e colla corona di Co- 
stantino in capo e con le chiavi e croce in mano, in suUa 
sedia papale si pose a sedere ». 

Ma ciò non lo salvò (decreti di Dio !) né dallo schiaffo 
di Sciarra Colonna, né dalla dolorosa prigionia, né dalla 
morte che poco dopo ne seguì. 

Nondimeno quell'atto magnanimo fu l'ultima scena 
grandiosa con la quale si chiuse la vita battagliera di 
questo gigantesco papa. Egli che fu frainteso dai buoni 
e odiato dai malvagi, che fu contemporaneamente mal- 
trattato e ossequiato da Jacopone e da Dante, difese ed 
affermò con prodigiosa violenza, e come più mai nessun 
altro, l' indiscutibile supremazia della Chiesa su le po- 
tenze del mondo. 

Somma gloria, se pure, ben inteso, esistono ancora 
dei cattolici da poterla intendere. 

ANALFABETISMO 

Va rapidamente scomparendo. Lo stato democratico, 
centuplicando le scuole, abolisce l' ignoranza eh' é neces- 
saria e suscita la mezza ignoranza eh' é detestabile. 

L' Omo Salvatico é acerrimo nemico dell'alfabeto di- 
stribuito a tutti. 

Il suo programma di governo in Itaha, rispetto a ciò 
che si chiama la pubblica istruzione, é questo : 

Chiusura immediata del settanta per cento delle scuole 
elementari e licenziamento, pure immediato, nella stessa 
proporzione, di maestri e maestre ; a queste dovrebbe 

165 



esser messa la calza in mano, a quelli la zappa, o qmalche 
cosa di più pesante. 

Nelle scuole non soppresse, rinnovamento ab imis : 
studio ben fatto della grammatica ; del catechismo ; della 
Storia sacra ; esposizione e commento delle parabole evan- 
geliche e aritmetica fino alla regola del tre. Il tutto inse- 
gnato da maestri e maestre esclusivamente cattolici. 

Scuole secondarie pochissime ; quelle strettamente ne- 
cessarie per preparare all' università soltanto quegli alunni 
che abbian dato prova di molta intelligenza nella scuola 
primaria. Anche nelle scuole secondarie, bussola dell' inse- 
gnamento la dottrina cattolica. 

Università ; due soltanto, ma grandiose ; quasi tem- 
pli. Materie principali : Teologia e Filosofia Tomistica ; e 
tutto il resto irradiato dalla loro luce. 

Superbo programma ; ma attuabile soltanto sotto un 
gran papa, Signore del Mondo, dopo il fallimento univer- 
sale, che sembra prossimo, d'una civiltà sgangherata, 
senza Cristo. 

ANALISI 

Piglio un orologio, l'apro ; son preso dalla curiosità di 
vedere com' è fatto in ogni sua parte ; levo le viti, le ruote, 
le molle, le piccole leve ; smonto tutto, osservo minuta- 
mente tutto ; sono soddisfatto di conoscere alla perfezione 
l'anatomia dell'orologio ; ma quando voglio rimontarlo mi 
imbroglio ; ho un orologio in pezzi e non lo so rimontare ; 
e non so più che ora è. 

ANACORETI 

e Asceti erano una razza di uomini contro natura, ora for- 
tunatamente scomparsa, che viveva nelle caverne, senza 
umana conversazione, e che non riponeva il sommo bene, 
come noi facciamo, nel pollo arrosto e nel coito. Codesti 
miseri selvaggi adoravano un vecchio colla barba che chia- 
mavano, nel loro rozzo vernacolo, Dio Padre e piange- 
vano raccontando che un piccolo falegname ebreo era stato 
messo in croce, come ribelle alle autorità costituite, da un 
certo Pilato. Si cibavano di pane raffermo, di miele salva- 

i66 



tico, di radici, d'erbe mal cotte e di altri sudiciumi in- 
commestibili. Talvolta, presi da una specie di malcaduco, 
cadevano in estasi e cantavano inni incomprensibili ri- 
volti, probabilmente, ai loro idoli. Il glorioso Rinascimento, 
fra gli altri benefizi apportati alla civiltà, spazzò gli ultimi 
esemplari di codesta razza teratologica ed oggi se ne tro- 
vano alcune scarse ma sicure notizie nei manuali di fre- 
niatria. 

— L'ascetismo, ebbe a dire un giorno il dott. Entero- 
clismi, era un insulto permanente alle leggi degli uomini 
e alle leggi della Natura, ed era, soprattutto, un perpetuo 
delitto di lesa-igiene. La profilassi sociale ne reclamò giu- 
stamente l'abolizione. 

ANANIA 

Convertito dagli Apostoli si decise a vendere un suo 
podere, perchè tutto doveva essere in comune tra i primi 
cristiani. Ma, pentito, non portò a Pietro che una parte 
del ricavato — e, svergognato dall'Apostolo, d' improvviso 
cadde morto. La moglie Saffìra, complice e bugiarda, ebbe 
la stessa sorte. 

Anania — che significa « che ti ha dato Dio » — è l'ar- 
chetipo dei cristiani sempre più numerosi che voglion te- 
nere il capo nel cielo e il deretano nel mondo — e che vo- 
glion. far le partì a colui che tutto ha dato e tutto resti- 
tuirà. 

ANARCHIA 

L'anarchico è uno che non vuole né Dio ne Padrone. 
Difatti non ne ha bisogno perchè il suo riverito individuo 
è il suo Dio e il capocomplotto il suo padrone. Ma i borghesi 
hanno torto di trattarlo come una belva impazzita. L'anar- 
chico è il legittimo discendente dei borghesi che inventa- 
rono i Diritti dell' Uomo e che volevano strozzare l'ultimo 
re colle budella dell'ultimo prete. Se il cristianesimo è una 
leggenda, se Dio non esiste, se i re sono dei tiranni, se 
l'uomo ha soltanto dei diritti e non dei doveri, che ragione 
e' è perchè un povero manovale o un fornaio malinconico 
adorino il Dio moderno eh' è la Forza e obbediscano a 

167 



un padrone che li disprezza perchè hanno meno quattrini 
di lui ? 

ANASSAGORA (V sec. a. C.) 

Racconta Plutarco, nella vita di Pericle, che fu con- 
dotto ad Atene un becco con un corno solo. L' indovino 
Lampone sosteneva ch'era un presagio funesto mandato 
dagli Dei ; Anassagora, nemico d'ogni misticismo — fu 
bandito poi da Atene per empietà — fece ammazzare il 
becco, aprì il cranio e fece vedere che il preteso prodigio 
era la conseguenza naturale d'una mala conformazione 
della testa. 

Se a qualche celebre uomo, che trae la sua celebrità 
dall'avere un solo corno o una sola nota o un solo testicolo 
o una sola fissazione o una sola manìa, si facesse la stessa 
operazione che fece Anassagora al becco ateniese, c'è da 
scommettere che molte cose, le quali sembrano straordi- 
narie o divine, apparirebbero, come sono, mancamenti 
dell'anima o del corpo. 

ANASSIMANDRO (n. 611 a. C.) 

Lo Spencer dell'antichità. Tutto vien dall' Indefinito 
(1' Indistinto) e tutto vi ritorna. Il mondo attuale s' è for- 
mato per separazione o distinzione — a grado a grado, 
come volevano ieri gli evoluzionisti. 

L'universo ogni tanto muore e rinasce — e la causa 
di queste morti, secondo Anassimandro, è «l'ingiustizia» 
dell'universo, condannato a « portar la pena delle sue 
colpe ». Confuso intravedimento del peccato originale e 
del « solvet saeculo in favilla». 

ANASSIMENE (611 a. C.) 

poneva nell'aria il principio di tutte le cose, che da essa 
derivano per condensamento o rarefazione. 

Raccomandiamo questo vecchio jonico all'attenzione 
dei moderni : i discorsi degli oratori politici, i sistemi 
degli idealisti assoluti, le promesse dei ministri, i poemi 
degli « avanguardisti » non son forse flatus vocis, — aria 
condensata in parole ? 

i68 



ANATEMA 

•Maledizione sacerdotale, scomunica. Quindi, vocabolo 
privo di senso. 

Certo, « nel tempo che regnavano i preti » era una pa- 
rola che faceva impressione ed apportava conseguenze 
funeste. Ma oggi che, invece del prete, come si vede, regna 
il Popolo, è un arcaismo che diventa sempre più arcaico 
e che dunque dev'esser tolto senz'altro dai vocabolari del 
parlar rnoderno. 

Noi « uomini salvatici », tanto per far dispetto agli uo- 
mini civili, lo registriamo ; ma questi sanno qual conto 
tenerne. 

E, poiché, presentemente « il ciel non ha più fulmini » 
e, in ogni caso, la scienza ha il parafulmine, anatema sit ; 
ma unicamente al vecchio, detronizzato e superato semi- 
tico Iddio e agli ultimi sopravvissuti preti della sua reli- 
gione defunta. 

ANATOMIA 

Tagli scientifici di macellari laureati, su animali par- 
lanti, morti da sé o ammazzati dal medico. 

Una volta, sulla porta d'una sala anatomica vidi scritto : 
« Ex morte vita ». 

Ed ebbi la certezza che quelle tre parole erano uscite 
dalla bocca d' un Demonio ed erano state fatte scrivere 
lì da un suo scientifico nettaculo. 

ANCH'IO SON PITTORE 

dice il bertuccino cubista, sperperando tele, tinte e fiato. 

— Anch' io son poeta ' dice il garzone di barbiere dopo 
aver scodellato cento versi liberi — liberi dalla sintassi, 
dalla metrica e soprattutto dalla poesia. 

— Anch' io son filosofo ! dice il professore frettoloso 
dopo aver cavato dai libri del maestro in voga tante pa- 
role a caso, come i numeri dal sacco della tombola, e averle 
rimesse in fila in ordine diverso. 

ANCHISE 

Dicono i poeti che il pietoso Enea, per salvarlo dalle 
fiamme di Troia, si caricasse il padre Anchise sulle spalle. 

169 



Ma dev'essere una delle solite favole deKcantafavole per- 
chè i figlioli moderni, riprendendo una costumanza di 
certi economi selvaggi, appena il padre è vecchio e inutile, 
non vedon l'ora che muoia e, quando possono, danno vo- 
lentieri una mano alla Provvidenza per levarselo di torno, 

ANCIEN REGIME 

Vien chiamato così, per antonomasia, quello che prece- 
dette « la Grande Rivoluzione ». Ma tutti i regimi furono 
e son destinati a diventar vecchi per dar luogo ad altri re- 
gimi che seguiranno a loro volta la stessa sorte. 

Tuttavia e' è un regime, veramente strano, un regime 
misterioso e inspiegabile, che sebbene combattuto fino ad 
oggi, per venti secoli continui, con tutte l'armi materiali 
e spirituali, resta ancora come abbarbicato su tutta la terra 
e forma la disperazione e la meraviglia dei suoi multi- 
colori nemici. Perchè ? Se voi vi mettete a rosicchiarlo da 
tutte le parti ci consumate i denti ; se talvolta v' illudete 
d'averlo scalzato dalle fondamenta, mentre state ad aspet- 
tarne il crollo, morite. Egli vi ha visti tutti quanti nascere 
e morire ; voi avete lasciato dietro a voi le vostre opere, 
ed egli le ha viste cadere in polvere. Da quando il suo 
fondatore mori sulla Croce, gli fu dato il potere d'assistere 
alla morte di tutti i figli della morte. 

Vana speranza dunque di farlo diventare un ancien 
regime ! 

Se decapitaste il suo sovrano, scambiandolo per un 
Luigi XVI, lo vedreste raccattare la propria testa e ri- 
mettersi in trono. 

E allora, poiché, com' è chiaro, avete a che fare con 
lo Spirito Santo, è meglio, o « spiriti forti » che vi rasse- 
gnate a sopportare stoicamente questa sopraffazione divina ! 

ANCO MARZIO 

Il quarto re di Roma, nipote di Numa. Gli storici rac- 
contano di lui grandi vittorie, ma VirgiHo, al sesto del- 
V Eneide, dice di lui soltanto queste parole oscure : « Dopo 
di lui (di Tulio) viene Anco, più jattante, che troppo si 
compiace fin da ora del favor popolare ». 

170 



Ma quando si rammenti che delle costruzioni di Anco 
l'unica rimasta anche oggi (dunque la più solida) è il Car- 
cere Mamertino forse le parole di Virgilio cominciano a 
parer meno oscure. 

ANCONA (D') ALESSANDRO (1835-1914) 

Celebre universitario giudeo, dei tempi eroici dell'eru" 
dizione italiana, nell'epoca che il giudeo Artom rinnovava 
la diplomazia, il giudeo Luzzatti la finanza, il giudeo Lom- 
broso l'antropologia, il giudeo Ascoli la glottologia ecc. ecc. 
a maggior gloria degli Anziani di Sion. Spirito serrato a 
sette chiavi a qualunque misticismo volle per forza occu- 
parsi di rappresentazioni sacre e d'Jacopone da Todi e 
ne capì soltanto la lettera e la storia esterna — come quei 
rigattieri ebrei che rivendono stole antiche e pissidi e Ma- 
donne. 

ANDERSEN (HANS CHRISTIAN) (1805-1875) 

Il più grande danese conosciuto — senza escludere 
Kierkegaard. Gli adulti non leggono le sue novelle per i 
bambini e fanno male perchè ci troverebbero assai più 
poesia e profondità che non nei libri scritti per loro. Dei 
racconti come VAnatrino brutto, VAbeto, VOmbra, la Pic- 
cola Sirena, la Vecchia Casa, sono capolavori di grazia, di 
vita, d' immaginazione e d'amore. Andersen è un grande 
poeta che per esser meglio compreso s' è rivolto a quelli 
che son più vicini ai poeti — ai fanciulli. 

ANDREA (APOSTOLO) 

« In quel tempo (dice il Vangelo di S. Matteo), cammi- 
nando Gesù lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, 
Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, mentre git- 
tavano in mare la rete (che erano pescatori) e dice loro : 
Venite dietro a me e vi farò pescatori d'uomini. Ed essi, 
abbandonate subito le reti, lo seguirono «. 

« Subito » ! Non misero tempo in mezzo ; non riflet- 
terono, non ondeggiarono, non dubitarono. Al comando 
di Gesù non poterono resistere ; fattasi in loro fulminea- 

171 



mente la luce, seguirono colui che chiamò se stesso e la 
Luce del Mondo )). 

Simon Pietro, che fu la Pietra angolare della Chiesa, 
morì a Roma, sopra una Croce capovolta ; Andrea, dopo 
avere evangelizzata la Scizia, 1' Epiro e la Tracia, morì 
anch'egli, crocifisso, come il Divino Maestro. 

Condotto dinanzi allo strumento del suo supplizio, 
disse : « O buona Croce decorata dalle membra del Si- 
gnore ! O Croce da lungo tempo, ardentemente amata, 
senza posa cercata e finalmente preparata per la mia anima 
che anela a te, toglimi dagli uomini e rendimi al mio Mae- 
stro, aftinché, per tuo mezzo mi riceva. Egli che, per tuo 
mezzo, mi ha redento ! ». 

Poi si distese sul legno e copiò Cristo. 

Il corpo dell'Apostolo è nella Cattedrale d'Amalfi ; la 
testa a Roma, in San Pietro. 

ANDREIEF LEONIDA (1871-1919) 

Avvocato moscovita che tra una sbornia e l'altra scri- 
veva racconti di raccapricci e drammi di simboli, popo- 
lati da evasi degli ospedali, degli ospizi e delle case di sa- 
lute. Ha fatto la parte sua — coi Sette Impiccati e altra 
roba simile — per predisporre la nevrastenia russa alla fre- 
nesia bolscevica : la quale non s' è contentata di sette for- 
che sole e il suo precursore Andreief n' è stato ucciso senza 
bisogno di corda. 

ANDREOLI (GIUSEPPE) (1791-1822) 

Storia breve : 

Fu prima ingegnere, poi prete ; poi si fece, senza spre- 
tarsi, carbonaro e massone (vale a dire entrò a far parte 
di due sètte già condannate dalla Chiesa) ; poi congiurò (il 
che non è prescritto nel Vangelo) contro il governo del quale 
era suddito ; e, infine, secondo i modi sbrigativi di quel tem- 
po, dal Duca di Modena, suo sovrano, fu mandato al patibolo. 

Per quest'ultima ragione è annoverato fra i « martiri 
della libertà d, e venne perfin definito recentemente « asceta 
del risorgimento », da una fiera penna del giornalismo cat- 
tolico, o, per meglio dire, « popolare ». 

172 



Ma l'Omo Salvatico^ scandalosa « tempra di cristiano », 
condanna il prete e il duca : l'uno perchè, da stolto, po- 
spose Cristo all' idee del secolo ; l'altro perchè, da belva, 
preferì la vendetta al perdono. 

Et de hoc satis. 

ANEDDOTO 

Ne racconteremo uno solo, come campione di molto 
valore, e basterà per tutti. Eroe : Villiers de 1' Isle Adam, 
il grande poeta di Axel e di Tribulat Bonhomet. Viceversa : 
un Ebreo. 

« Des Juifs songèrent qu'il était une valeur, surtout 
à cause de sa noblesse et de son catholicisme ; l'un d'eux, 
aux lendemain de la France Juive d' Édouard Drumont, 
lui fut adressé, avec mission d'acheter sa piume, qu'un 
rien pouvait rendre pamphlétaire. La scène se passa chez 
Villiers, dans une chambre de la rùe Montmartre. L'envoyé 
exposa l'affaire, on ne lésinerait pas, le comte de Villiers 
de r Isle Adam fixerait le prix lui-m f me. 

— Mon prix, monsieur ? fit-il en relevant la téte. Il 
n'a pas changé depuis Notre-Seigneur Jesus Christ. C'est 
trente deniers. 

Et se drapant dans sa vieille robe de chambre : 

— Sortez ! acheva-t-il ». 

ANELLO 

L'anello del forzato e l'anello benedetto ; né il primo 
impedisce d'andare in Paradiso né il secondo di andare 
all' Inferno. 

ANFIBIO 

— È una delle tante credenze popolari degli antichi, 
disse una sera il prof. Mediani, prendere la parola anfibio 
come un'offesa. Ma come ? Se guardate bene l'anfibio è su- 
periore a tutti gli altri animali perchè può vivere in due 
elementi invece che in uno solo : ad esempio la foca nel- 
l'aria e nell'acqua, la salamandra nell'aria e nel fuoco e 
via discorrendo. 



Sarebbe anzi una bella cosa se gli uomini cercassero 
d' imitare codeste fortunatissime bestie e potessero tenere, 
come si usa dire in senso di spregio, il piede in due staffe. 
Due staffe, signori miei, son più sicure di una sola : se una 
si rompe ? Io, per esempio, sono un anfibio e me ne vanto : 
coltivo le scienze positive ma non disdegno di fare, all'oc- 
correnza, un sonetto acrostico ; sono monarchico ma tendo 
verso la repubblica ; parteggio per il liberismo in teoria 
ma ritengo che il protezionismo è necessario in pratica e 
per quanto ateo riconosco che l' idea di un supremo Ar- 
chitetto dell' Universo non è poi da buttarsi via. 

ANFITRIONE 

Non e' è altra scelta : o Anfitrione o Arpagone. Sei 
un Anfitrione se dai da mangiare lautamente a un branco 
di parassiti che ridono alle tue spalle ; sei un Arpagone 
se preferisci di mangiare un po' di minestra e lesso colla 
tua moglie e i tuoi figlioli. 

ANGELA DA FOLIGNO (m. 1309) 

Beata : visse per Cristo e con Cristo gran parte della 
sua vita. Vendè le sue possessioni per darle ai poveri. Gesù 
l'amava e dentro l'anima sua l'ammaestrava. Un frate 
Arnaldo scrisse molte delle sue parole : le più belle nel 
Libro delle mirabili visioni e consolar.ioni. Una, più adatta 
a questo luogo, è questa : « Molti sono quelli che si credono 
nell'amore e sono nell'odio ; molti quelli che si credono nel- 
l'odio e sono invece nell'amore. — L'anima allora chiese 
a Dio di essere almeno confermata in questa verità ; e 
Iddio mi avvivò di certezza e mi disse che io ero fra coloro 
i quali, per l'umiltà di credersi nell'odio, sono i più esal- 
tati nell'amore. Mi sentii perciò così abbondata e sovrab- 
bondata del divino Amore che non credo di poterne mai 
più rimanere desolata ; e se alcuno mi dicesse il contrario, 
non gli crederei assolutamente ; e se anche un Angelo me 
lo affermasse non solo non gli presterei fede, ma gli rispon- 
derei : Tu sei quello che precipitò dal cielo ! » 



ANGELI DIEGO (1869) 

Nato nel '69 — *si provò nel romanzo coìV Inarrivabile 
(titolo profetico) e coWOrda d'oro (titolo nostalgico) — si 
provò nella poesia fabbricando, come Matteo Palmieri, una 
Città di Vita — si provò nell'agiografia colla vita di 
Sant'Ignazio — si provò nella critica d'arte con molti vo- 
lumi, utili per 1' illustrazioni — si provò nella ^^ronaca 
mondana nelle colonne del Giornale d'Italia — si provò 
nell' inglese come traduttore di Shakespeare.... 

ANGELICO (BEATO) 

Il Beato Giovanni da Fiesole, detto l'Angelico, prima 
di cominciare a dipingere s' inginocchiava a pregare, e 
non dipinse mai una Crocifissione senza che non gli venis- 
sero lagrime giù per il viso. E fece la più grande pittura 
cristiana di tutti i tempi perchè era santa la sua vita e 
viva la sua fede. 

Oggi a forza di esposizioni, di programmi, di concorsi, 
di riviste, di teorie si vorrebbe risuscitare l'Arte Sacra che 
dal cinquecento, almeno in Italia, boccheggia. Ma un pit- 
tore che va sì e no alla messa la domenica per non perdere 
le rare commissioni dei prelati ; e comincia a dipingere 
dopo aver preso il caffè e letto il giornale, forse ancora 
stronco dalle fatiche amatorie, non dovrà per forza dipin- 
gere un Cristo che somiglia a un professore di calligrafia 
e una Madonna che sembra una balia da cinematografo ? 

ANGELO 

Personaggio, direbbe il dott. Enteroclismi, della mito- 
logia cristiana. Indica: bontà, purezza, splendore ecc.; 
perciò il borghese applica a se stesso, alla propria moglie, 
alla propria amante e perfino, quando è morta, alla propria 
suocera queste qualità celestiali. 

Modi di dire del Borghese : « Visse a morì come un an- 
gelo » (era invece uno strozzino, un ladro od un omicida 
incruento se uomo, o una dissimulata bagascia se donna). 

Il marito, lodando la moglie che tradisce e dalla quale 
è tradito : « È un angelo di bontà ». 



L'amante alla donna adultera : « Mio angelo ! ». 

Nell'epigrafe sulla tomba d'un pescecane : 

« Fu un angelo di carità ». Ecc. 

Il borghese dunque non ha bisogno della religione 
cattolica, perchè possiede, squisitissima, la religione del 
cuore ! 

P. S. — Il borghese, accennando al revolver che tiene 
in tasca, dice : con c[uest'' angelo custode non ho paura di 
nulla. Ed anche i carabinieri son chiamati da lui Angeli 
Custodi. 

ANGIOLIERI (CECCO) 

Bettoliere, bordelliere, giocatore e peggio, è il legno 
più torto della letteratura italiana. 

Le sue rime son simili a tragicomiche ranocchie graci- 
danti e sguazzanti dentro una pozza fangosa. 

In Italia nessun altro poeta lo somiglia. Dei francesi, 
ricorda Villon ; ma questi, nel molto male e nel poco 
bene, lo sorpassa di parecchi metri. 

Considerato sotto l'aspetto morale fa schifo ; tuttavia 
non è ipocrita ed è artista. 

Due qualità che gli danno il diritto di non essere ancora 
totalmente morto. 

ANGIOLILLO (1759-1784) 

di vero nome Angelo Duca — capo di banditi ch'ebbe 
la fortuna di avere come biografo, fin dal 1891, il senatore 
Benedetto Croce. Due poeti cantarono, a' suoi tempi, le 
sue gesta in due poemi. Era valoroso e generoso come 
tutti i briganti. Si racconta che, rivale di Sansone, con 
un pezzo di baccalà, strappato al soffitto di un'osteria, 
mise in fuga un intero reggimento. Obbligava i signori 
a metter fuori il grano accaparrato ; difendeva i poveri 
contro gli usurai ; teneva corti di giusta giustizia nei vil- 
laggi ; era religioso e non ammazzava nessuno. Tradito 
dal suo segretario fu preso a gran fatica — e, naturalmente, 
il « Re della campagna » fu impiccato da quelli che ammi- 
nistravano il regno di Napoli assai peggio di lui. 

176 



ANGLOMANIA 

Si crede ingenuamente che l'Anglomania sia riservata 
ad alcuni eleganti e limitata ai giochi e alle caccie. Nien- 
t'affatto : il mondo moderno è ormai una colonia della 
Gran Bretagna. 

Noi adopriamo le stoffe inglesi, i corni inglesi, gli spilli 
inglesi, i pennini inglesi, i guanti inglesi, le macchine in- 
glesi, facciamo il sabato inglese e abbiamo ridotto la vecchia 
e lieta domenica alla tetra domenica inglese. 

Dall' Inghilterra ci viene il carbon fossile, la locomotiva, 
il liberalismo, la costituzione parlamentare, la teoria del- 
l'evoluzione, il positivismo, il cani, la tank, il sidecar, il 
romanzo storico, la smania dell' impero coloniale, il foot 
ball, il bridge, la boxe, i boy scouts, il cricket, il golf, il 
base ball, le corse dei cavalli e il rosbif. 

Non ci resta ormai che da barattare il vieto Cattoli- 
cismo coll'Anglicanismo eppoi tra 1' Inghilterra e il Conti- 
nente non ci sarà più neanche il tempestoso fosso della 
Manica. 

ANGUILLA 

Sinonimo di Borghese, ogni qualvolta questo specchiato 
signore ha la disgrazia di cadere, per pura combinazione, 
fra le mani (del resto semiaperte) della così detta giustizia. 

ANILE ANTONINO (1869) 

Come poeta manca di cuore ; come pensatore di cer- 
vello ; come politico di polso ; come ministro di spalla ; 
come oratore d'ugola : per qual miracolo, dunque, un 
uomo a cui mancano tante parti del corpo può insegnare 
anatomia umana ? 

ANIMA 

Secondo Carlyle ha lo stesso ufficio del sale nella carne 
di maiale : perchè il corpo non marcisca. Ma poiché la mag- 
gior parte degli uomini oggi apparentemente vivi tra- 
manda un forte odore di putrefazione, è nato il sospetto 
che i maschi siano soggiaciuti allo stesso fato delle femmine, 
le quali, secondo l'apocrifa decisione di un famoso concilio, 
sarebbero prive di anima. 

177 

12. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



Nei tempi barbari del Medio Evo il primo pensiero 
dell'uomo era di salvare la propria anima ; oggi si pensa 
soltanto a salvare il proprio corpo e n' è venuto come im- 
previsto corollario che i corpi si consumano più presto e 
vengono distrutti dalle guerre e dalle pestilenze in mag- 
giore abbondanza. Soltanto le signore amatrici ed ama- 
bili ricordano ogni tanto quel metafisico soffio che alberga, 
a quel che dicono i preti, nella preziosissima carne loro e, 
per giustificare i successivi adulteri, esclamano : Cosa vo- 
lete ! Ho l'anima troppo sensibile ! 

ANIMA VILI 

Si badasse alle azioni sarebbe ogni giorno lecito fare 
esperienze in anima vili sui nove decimi degli esseri umani 
che passano per le strade. Ma quando si pensi che ognuna 
di quell'anime viene da Dio e fu ricomprata da Dio, anche 
la più vile, la stessa espressione — tolta al gergo dei ceru- 
sici e dei notomìsti — è una bestemmia così spaventosa 
da far tremare le montagne. 

ANIME BEN NATE 

Un giovine cattolico svizzero (che sotto il proprio nom? 
e cognome stampati, aggiunge modestamente, in penna, la 
propria considerevole qualità di « neo-laureato in diritto ») 
parlando, in una rivista di Lugano (abbellita da una « ar- 
tistica )) copertina disegnata con fine gusto elvetico su carta 
gialla da involgere) de « L' Ora di Barabba », dice che « le 
anime ben nate » rifuggono, turandosi gli orecchi e metten- 
dosi il fazzoletto al naso, dalle parole troppo crude e dagli 
« sconci e scurrili paragoni » che deturpano troppo spesso 
quel famigerato volume, il quale non è privo tuttavia di 
« beUe pagine piene di forza, di calore e di vita, riboccanti di 
amore verso quella Chiesa di cui l'autore pregusta il trionfo 
finale ». 

Oh anima ben nata (mi verrebbe quasi la voglia di 
dirgli) che non sei altro ! Tu sei tanto più ben nata, quanto 
più nata in mezzo a quel candido raviggiolo geografico, da 
cui ci sgrondano addosso cappelli verdi ed emmenthal. 

Noi toscani, però, pur troppo, anche se cattolici, quando 

178 



non siamo imbecilli, non siamo anime ben nate ; tanto 
è vero che Santa Caterina da Siena, alludendo a certi re- 
ligiosi del suo tempo, che facevano eccessivamente i porci, 
una volta ha scritto : « Non uomini ma animali, la carne 
loro consacrata danno alle meretrici e anche peggio ». 

E il « divino poeta », superando ogni più inimmagina- 
bile turpiloquio : 

« Taide è, la puttana.... 

« .... che là si grafia con V unghie rnerdose ». 



ovvero 



oppure 



« la corata pareva e il triste sacco 

che merda fa di quel che si trangugia » 



« ed egli avea del cui fatto trombetta ». 

Sconcezze e scurriHtà, come ognun vede, prettamente to- 
scane e tali da far perdere il latte, dalla vergogna, a tutte 
le mucche protestanti e cattoliche della ben nata patria 
di Guglielmo Teli ! 

ANIMALE 

L'uomo è salito al settimo cielo della felicità quando 
gli zoologi del secolo decimonono gli hanno dimostrato 
ch'esso pure è un animale. Dante aveva già detto a un uo- 
mo : « o animai grazioso e benigno » ma l'uomo del nostro 
secolo, divenuto sempre più sgraziato e maligno, prese alla 
lettera la sua' appartenenza alla zoologia e invece che ani- 
male voUe esser bestia e da bestia diventò bruto ed è spe- 
rabile che a poco a poco retroceda fino al regno vege- 
tale nel quale prenderà posto, con tutto il diritto, accanto 
alla cicuta, allo stramonio e alla mandragola. 

ANIMISMO 

Per i selvaggi ignoranti in tutte le cose del mondo e 
racchiuso uno spirito, benigno o maligno — per gli scien- 
ziati moderni neppure negli esseri vivi si riesce a trovare 
sia col microscopio che collo scalpello^ qualcosa che rasso- 
migli all'anima. 

179 



Ovvia osservazione qui ripetuta soltanto per rammen- 
tare che gli estremi si toccano tanto da unificarsi, come 
nel caso presente, in una identica bestialità. 

ANNA (SANTA) 

E e che ^ SanC Anne d rC urte celle stava 
igiene de doglie e de malanconie. 
se volta al deh e ce vidde n' ancella 
che sopr'a r'arbre ce facea tu nide ; 
Se volta e dice : — Ah, Segnare, Segnare I 
so' li aucelli, e pure fanne famiglie : 
z' che so* donna non lo pozzo fare ì' 
Calò n' Angelo da ru ciele e dicette : 
— Tjitte, Sanf Anne, ne nte dubetare : 
Tu farraji ^na Fijola tanta care, 
Ràggina de rru ciele s'ha da chiamare ; 
e po' farro' ^nu fijo tante belle. 
Patrone de rru ciele e de 'Ila terre. — 

Gesif, Marije, Sanf Anne! 

Ouanne i' dorme me guardete ; 

'cciò '/ nimmiche nne me 'nganne .• 

Gis ù , Marije, Sanf Anne ! 
« Cansuna » abruzzese. {La poesia religiosa del popolo 
italiano raccolta da P. Toschi). 

ANNI 

24 gennaio 1923. 

Uno dei due Salvatici (il più cannibale !) è nato 
nel 1877 ! ! 

Il lettore all'altezza dei tempi : 

« Quale fossilizzata decrepitezza ! E tuttavia quanto 
rabbioso misoneismo in simili sopravvissuti ! 

Non comprendono la gioventù : non hanno il senso 
della modernità ; non si rendon conto dell' evoluzione sto- 
rica e perciò pretenderebbero, i fessi !, di riportarci all'epoca 
della pietra. 

Vani conati ! 

L'uomo moderno, quanto più s'allontana da un pre- 
teso Dio trascendente, tanto più si scopre Dio. 

180 



In Russia la gioventù comunista universitaria (a parte 
l'utopia livellatrice) ha festeggiato il Natale con grandiose 
mascherate satiriche contro tutte le religioni ed ha cele- 
brato, nel contempo, l'onnipotenza dell'uomo. 

Segni dei tempi ! 

Non è dunque affatto improbabile che nel 2023 sia 
cambiata la faccia del mondo ». 

E i due Salvatici fregandosi le mani : « Anche prima ! 
anche prima ! ». 

(Parole minacciosamente ironiche ed assolutamente in- 
comprensibili). 

ANNIBALE (246-183 a. C.) 

— Se Annibale — usa dire il Ragioniere Consuntivi — 
non si fosse snervato negli ozi di Capua avrebbe conqui- 
stato Roma e ora noi saremmo gli eredi degli opulenti Pu- 
nici invece che dei gloriosi Quiriti. Il cambio sarebbe stato 
eccellente perchè Cartagine era la metropoli del commer- 
cio mondiale ed è chiamata giustamente 1' Inghilterra del- 
l'antichità. E oggi, invece di star sempre a rammentare 
Scipione, Catone e Cicerone, potremmo vantare chissà 
quali fasti mercantili e mercuriali. Avremmo inventata la 
borsa prima degli inglesi, la cambiale prima degli ebrei, 
e scoperta l'America, tanto ricca di materie prime, avanti 
Cristoforo Colombo. E 1' Italia avrebbe vantato dei Ro- 
ckefeller e dei Morgan assai prima degli Stati Uniti. 

« Pensare che quell' imbecille di Annibale ha vinto tante 
volte i romani eppoi non ha saputo vincer se stesso ! Se 
io fossi stato Annibale — continua l'eloquente ragioniere — 
dopo la battaglia del Trasimeno avrei puntato diretta- 
mente su Roma, avrei approfittato dello smarrimento del 
Senato, dell'assenza dei consoli, dello spavento del popolo, 
e oggi, invece del Campidoglio, sorgerebbe forse, accanto 
alla Rupe Tarpea, 1' Emporio Modello Universale, a prezzi 
fissi da non temere concorrenza ! ». 

ANO 

Nell'anatomia esoterica dei borghesi l'ano è, dopo la 
bocca, la parte più importante del loro amatissimo corpo. I 

181 



due orifizi corrispondenti sono l'uniche porte per le quaU 
i! borghese comunica col mondo esterno. Se l'ano non espelle 
f l Luperfluo, la bocca non può esser nuovamente riempita 
e per conseguenza non può esser compiuta l'essenziale mis- 
sione dell'uomo su questa terra. 

ANONIMO 

II « vile anonimo » è quello che scaglia il sasso e nasconde 
la mano. Noi siamo tutti un po' anonimi, non foss'altro 
per. he nascondiamo il vero nome nostro e lo strozzino 
si fa chiamar banchiere, il letterato si fa chiamar poeta e 
il demagogo si fa chiamare padre della patria. 

II borghese condanna le lettere anonime perchè ha paura 
dì riceverne ma però, siccome gli piace di far la spia o 
l' insultatore senza pericoli di brutte conseguenze, ha tro- 
vato im sistema ingegnoso che mette in riposo la sua co- 
scienza intemerata : le scrive a macchina e le firma con 
un nome falso. 

ANSELMO D'AOSTA (1033-1109) 

Santo : il primo degli scolastici. Celebre soprattutto per 
iJ suo Monologium, che fu paragonato, per l'altezza del 
pensiero, alle confessioni di Sant'Agostino. 

A lui si deve il famoso argomento ontologico dell' esi- 
■"-tenza d' Iddio, che ha dato origine a tante dispute, da 
Gaunilone a Kant. In poche parole è questo : abbiamo 
1' 'dea d'un essere che non si può concepirne uno più grande. 
Ora questa idea implica necessariamente l'esistenza, perchè 
l'esistenza è una perfezione la quale non può mancare 
al più grande essere. Dunque Dio esiste. 

Quest'argomento non fu accettato da San Tommaso 
e da altri scolastici, ma il fatto che perfino Kant abbia 
sentito la necessità di confutarlo dimostra che contiene, 
se non la prova assoluta, per lo meno l'avviamento a tro- 
varne una di più : Dio come esigenza interna del pensiero. 

« ANTE GUERRA » 

Fu «il tempo dell'afa paurosa e delle fermentazioni dia- 
boliche ». 

Ma agli occhi cisposi di coloro che lo rimpiangono sem- 

182 



brava soltanto un tempo spensierato, felice e grasso ; in- 
vece era gravido, e aveva in corpo ogni specie di mostri 
e di diavoli. 

Quando incominciò a partorire mise alla luce, una dopo 
l'altra, la guerra^ le rivoluzioni e la pazzìa generale. 

Oggi ciascuna di queste orribili figliuole, rimasta incinta 
a sua volta, sta per mettere al mondo altri mostri. Avremo 
forse altre guerre, altre rivoluzioni, altre pazzìe, altri or- 
rori ; finché gli uomini, prima battuti e poi illuminati da 
tanti flagelli, si volgeranno, dopo aver tentato invano 
di spengerlo e di distruggerlo, verso l'unico faro rimasto 
acceso ed intatto, in mezzo alla tenebra e alla tempesta. 

Allora il Papa, la sola autorità superstite, perchè d' i- 
stituzione divina, dirà una grande parola che avrà la 
virtù di restaurare davvero ogni cosa in Cristo ; e le Po- 
tenze dell' Inferno saranno fatte rientrare nell'abisso, e 
un nuovo periodo di pace riconforterà le genti. 

Oppure questo formicaio umano, inferocito e impaz- 
zito, dovrà sparire prossimamente col pianeta che lo sostie- 
ne, in punizione d'aver fatto seccare l'Albero della Vita 
che avrebbe dovuto divinamente adombrarlo. 

ANTENATI 

— Io sono l'antenato di me stesso, dicono l'arrivista, 
l'arrivato e il pidocchio rivestito, e sono il figlio delle mie 
azioni. 

Se tanto mi dà tanto immagino con spavento i nipoti 
di un simile antenato e se veramente costui fu generato 
dalle sue azioni saremo costretti, per ricostruire il suo al- 
bero genealogico, a spogliare accuratamente tutti i titoli 
e i paragrafi del Codice Penale. 

ANTEO 

Gigante dei tempi passati che ripigliava forza quando 
toccava la terra, sua madre. La sua fama è destinata a 
crescere perchè da parecchi secoli gli uomini, credendo di 
imitarlo, si voltolano nel fango, si accovano sulla terra e 
fanno grandi strippate di mota col resultato però di sen- 
tirsi sempre più deboli e più vigliacchi. 



ANTESIGNANO 

Ordinariamente è un animale politico che guida «le 
masse» alla conquista dell'Ideale. Le sue qualità son po- 
che, ma buone : forti polmoni, bella voce, parola facile, 
penna scorrente. L'antesignano non importa che vada a 
ponente o a levante, a mezzogiorno o a tramontana ; ba- 
sta che impugni una bandiera anche metaforica (simbolo 
dell' Idea) e vada avanti. La moltitudine lo segue, come 
le pecore il montone, e se il montone si butta a capo fìtto 
in un baratro, tutte le pecore gli vanno dietro. 

Oltre all'antesignano politico, che è il più frequente 
e il più rumorosamente ma anche effimeramente famoso, 
e' è l'antesignano filosofico, scientifico e letterario. 

Questo è l'antesignano che non urla ne sventola, ma 
scrive. Scrive ; e i semi-analfabeti leggono, capiscono a 
metà, volgarizzano per gli analfabeti assoluti e tutti, alfa- 
beti ed analfabeti, seguono « la nuova corrente del pen- 
siero ». 

Esempi : 

Croce è l'antesignano, in ItaHa, del neo-idealismo. 

Darwin fu l'antesignano mondiale dell' Evoluzione. 

Notari fa l'antesignano meneghino della letteratura por- 
nografica. 

Tre antesignani che, osservati con l'occhio dell'Omo 
Salvatico, si rassomigliano molto più di quel che, a prima 
vista, non sembri. 

ANTICAGLIE 

Le Principali che si ostinano a vivere, sempre più rare 
anche oggi, sono : 

Il segno della Croce. 
La preghiera. 
L'amore dello sposo. 
La fedeltà dell'amico. 
Il rispetto del figliolo. 
I lumi a olio. 
I vili pedoni. 
Lo scritto a mano. 
L'onestà del talento. 

184 



Il fuoco a legna. 

Il pane casalingo. 

La sincerità dei critici. 

L'affezione dei servi. 

La barca a vela. 

La Quaresima. 

Il vino fatto d'uva. 

La verginità delle ragazze. 

Il riso di cuore. 

Le medicine fatte coll'erbe. 

L'amore per gli alberi. 

La corona dei Re. 

ANTICHI E MODERNI 

La disputa sul primato degli Antichi e dei Moderni 
fu prima sollevata dal padre del conte di Culagna, Alessan- 
dro Tassoni, e in Francia vi prese gran parte il raccogli- 
tore delle novelle della nonna, Carlo Perrault. 

Oggi, mi sembra, la questione è decisa : i Moderni 
superano in tutto e per tutto gli Antichi. Gli Antichi bada- 
vano alla qualità e i Moderni alla quantità — gli Antichi 
creavano dei capolavori e i Moderni li commentano e li 
copiano — gli Antichi combattevano delle giornate intere 
lasciando pochissimi morti e i Moderni in pochi momenti 
posson ammazzare tutti gli abitanti di una città — gli 
Antichi credevano a Dio e i Moderni credono all' Io, eh' è 
più certo — gli Antichi volevano salire al cielo colle pre- 
ghiere e i Moderni ci vanno più comodamente coll'aeroplano. 
Arrogi che gli Antichi non conoscevano né il tabacco, né 
la cocaina, né la sifìlide, né l'automobile, né la pistola a 
sei colpi — e la causa ci sembra irrecusabilmente vinta. 

ANTICLERICALISMO 

Gli anticlericali affermano che sono anticlericali perchè 
il clericalismo é nemico della vera religione. Dunque gli 
anticlericali sono gli amici della vera religione, cioè sono 
i veri religiosi, i genuini credenti e gli unici cristiani e da 
queste equazioni deriva che il vero cristianesimo consiste 
nel viHpendere il Papa, nel perseguitare i curati, nel bestem- 
miare Cristo e la Vergine e nel rifiutarsi a credere in Dio, 

1S5 



ANTICRISTO 

Nacque con Cristo e sparirà con la scomparsa dell'ul- 
timo cristiano. 

Quando avrà sconfitto il Cristianesimo, immediatamente 
sarà sconfitto. Così è stabilito, così sarà. Il trionfo finale 
di Cristo sarà preceduto dal trionfo mondiale dell'An- 
ticristo. 

La sua lotta col Divino Antagonista non è mai cessata ; 
incominciò con la Passione ; continuò, nei primi secoli, 
con le sètte filosofico-religiose ; culminò con l'arianesimo ; 
si riaccese sempre più vasta, con Maometto, con Lutero, 
con la Rivoluzione Francese, e infine, ai giorni nostri, 
col Bolscevismo. 

Ma ? incarnazione suprema della Bestia non s'è vista 
ancora. 

Però sembra già esser nell'aria il suo fiato. 

Io fermo due preti, tre preti, cento preti, mille preti ; 
e domando loro se non avvertano qualche cosa che annunzi 
l'avvicinarsi degli Ultimi Tempi. Mi guardano ; sorridono 
di compassione ; credono che io sia pazzo. 

Non ho bisogno d'altro ; ho capito ; essi sono stati 
anche troppo chiari. 

Nella loro sordità, nella loro cecità, e nel loro stupido 
sorriso già s'avvera la profezia divina : « Veruntamen Fi- 
lius hominis veniens, putas, inveniet fidem in terra?» 

ANTIDILUVIANI 

I più antichi antidiluviani sono i due ospiti del Para- 
diso Terrestre. Ma, secondo la dottrina ufficiale dell' In- 
ferno Terrestre, tutto quello che si racconta in genere degli 
antidiluviani è falso e, se fosse vero, sarebbe ridicolo. Infatti 
è da antidiluviani preferire la pace alla guerra, la sposa 
alla puttana, l' innocenza ai saturnali, l'acqua pura al- 
l'acquavite, il cavallo alla motocicletta e soprattutto la 
presenza d' Iddio alla presenza del serpente. 

ANTIDOTO 

Contravveleno. 

II veleno più antico, più subdolo, più tenace e più inestir- 
pabile (ripete anche alla pietre il dott. Enteroclismi che 

i8ó 



^ì 



per i profondi studi medico-legali fatti in proposito se 
ne intende) è il Cristianesimo, 

Infatti, non è valso, (egli osserva) che contro questa 
inumana, antisociale e pazzesca dottrina, abbia reagito, 
per venti secoli, con maggiore o minor fortuna, il pensiero 
laico. 

La così detta « Buona Novella )> (una vera indecenza) 
si è insinuata, purtroppo, in moltissimi cervelli non rischia- 
rati ancora dal libero esame, e v' ha deposto le muffe e 
le ruggini d'ogni più vieta superstizione. 

Perciò è necessario ed urgente prescrivere contro que- 
sto veleno, diversi antidoti. 

Ma io per ora non ne consigli ero che uno : Il ritorno 
cioè, puro e semplice al culto della natura, ad imitazione 
dei nostri grandi padri pagani, al tempo che la triste ed 
inestetica croce non aveva ancora aduggiato il mondo. 

Ma ecco, per conseguenza, le cose che a tal fine sono 
a parer mio necessarie : 

Donne, vino, giuochi, danze ; assoluta proibizione di 
parlar di morte nel senso religioso, e infine quando il moto 
meccanico del cuore si ferma, e si verifica molto semplice- 
mente quel comunissimo fenomeno che i profani chiamano 
morte e non è invece che una delle tante trasformazioni 
della materia, il forno crematorio imposto per legge indi- 
stintamente a tutti i cittadini, e ciò non solo in omaggio 
all' igiene e alla libertà ma anche e soprattutto per impe- 
dire quel continuo sconcio del prete il quale non si perita 
d'oltraggiare una legge fatale della natura, con le sue in- 
comprensibili stregonerie. 

ANTIFANE (III sec. a. C.) 

Scrisse 365 commedie : restano solo pochi frammenti, 
che fanno rimpiangere il resto. 

« Chi per quattro quattrinelli superior crede sé stesso 
— si vedrà simile a tutti quando deve andare al cesso » 
{L'Arcade) — « La vita nostra rassomiglia al vino — quando 
ce n'è rimasto un fondigliolo — diviene aceto : tutti i mali 
bazzicano — nella vecchiaia come in una bettola » — « Mi 
fido, in una femmina, di questa — sola cosa e non più : 

187 



che quando è morta non può tornare al mondo. In tutto 
il resto — sino a che non è morta, io non mi fido ». 
Morì a 74 anni schiacciato da un albero di pero. 

ANTIFONA 

— Amatevi gli uni cogli altri, gridava il frate dal per- 
gamo, perdonate le offese, abbiate pietà de' vostri nemici.... 

— Ho capito — bofonchiò l'avv. Pappagorgia che aveva 
dovuto accompagnare la moglie alla predica — sempre 
la solita antifona ! Pare impossibile che in diciannove se- 
coli non abbian saputo trovare qualcosa di nuovo ! 

E scappò di chiesa, sbatacchiando la bussola in segno 
di protesta. 

ANTIGONE 

Giovinetta greca che amava teneramente il padre e i 
fratelli. Si tratta evidentemente di una leggenda spuria 
e inattendibile. Le ragazze moderne ingannano il padre, 
disprezzano i fratelli e amano, tutt'al più, e per un periodo 
che non supera i due o tre mesi, i diversi giovani che aspi- 
rano a distruggere la loro incomoda verginità. 

ANTIMILITARISMO 

È figliolo legittimo del militarismo. 

Brutti individui l'uno e l'altro, discesi in linea retta 
dalla Rivoluzione Francese, la quale dopo essersi giaciuta, 
come una infetta bagascia, con tutta la canaglia malpen- 
sante del secolo XVIII, scodellò sul mondo, che l'applau- 
diva, infiniti mostri ed aborti. 

L'Antimilitarista (una delle tante deiezioni putride della 
democrazia : altra fille de joie della predetta m-adre) sogna, 
come ultima mèta, l'abolizione totale delle armi in un 
presunto regime di grassa, laica e laida pace. 

Il miHtarista, invece, con in corpo un'alabarda ingoiata 
per traverso, vorrebbe marciare alla conquista anche del 
mondo stellato. 

Prima, durante 1' « ancien regime », gì' infelici sudditi 
dei vari tiranni, non avevano (come noi fortunati !) la 
consolazione di conoscere né il militarismo ne il suo con- 

i88 



trarlo. Esìstendo allora l'arte del soldato come tutte l'al- 
tre arti, chi spontaneamente l'abbracciava sapeva d'esser 
pagato per uccidere e farsi uccidere ed assolvere il pro- 
prio compito con coscienza se non con passione. 

Da ciò, guerre limitate e, in confronto a quelle d'oggi, 
con pochissimi morti. 

Ma poi, abbattuto il dispotismo e sorta, sulle sue fo- 
sche rovine, l'aurora dalle rosee dita della seducente libertà, 
questa mite signorina, tanto per fare onore al suo nome, 
impose, indistintamente, a tutti i « liberi cittadini » il ser- 
vizio militare obbligatorio. E allora (sempre in omaggio 
alla stessa demoiselle, che con tanta facilità, in presenza a 
tutti, abbassa il capo e rizza il culo) sorse, come reazione, 
l'antimilitarismo. 

Due « ismi » da mettersi insieme con tutti quegli altri 
deliziosi « ismi » che sono il contrapposto perfetto dei ca- 
rismi i quaU, come si legge, furon di moda una volta, 
ai tempi del Re Pipino e della civiltà cristiana. 

ANTIPAPA 

I piccoli anticristi preferiscono immensamente gli anti- 
papi ai papi legìttimi, e si capisce il perchè. La loro ammi- 
razione, però, è guastata dal pensiero che anche gli anti- 
papi credevano in Cristo e allora, vergognosi della loro 
indulgenza, ripongono tutte le speranza nel grande Anti- 
cristo il quale, come prima gesta, li ammazzerà tutti per 
non doverli mantenere. 

ANTIPATIA 

— L'antipatia — diceva il prof. Pocosale — è un 
sentimento invincibile, è più forte di me. Il priore, per esem- 
pio, con quel suo naso lungo e quelle spalle gobbe, m' è 
antipatico da quando l'ho visto, e per non vederlo son 
costretto da anni e anni a lasciar la messa, con mio grave 
dispiacere. Quando si dice l'antipatia ! 

ANTIPODI 

Essere agli antipodi di qualcuno o di qualche idea, si- 
gnifica occupare una posizione estrema ; come, per esem- 
pio, la cresta d'un monte o il fondo d'un abisso, abitare in 

189 



Paradiso o nell' Inferno, vivere nella fede o nell'ateismo ecc. 
Essere insomma estremi, nel bene o nel male, nel vero o 
nel falso. 

Posizioni incomode. Non bisogna dunque trovarsi mai 
agli antipodi, ma nel mezzo ; e spostarsi secondo i casi 
e sempre moderatamente, ora di qua ora di là. 

Iddio e il diavolo sono agli antipodi, e sono perciò 
(sia detto inter nos) due esagerati. L' ideale sarebbe di tra- 
vasare un po' di diavolo in Dio e un po' di Dio nel diavolo. 

(E inutile dire che questi ed altri simili concetti, fanno 
parte della sana filosofìa del prof. Mediani). 

ANTISEMITISMO 

Come tutti gli « anti » è generato e rafforzato dagli 
ebrei stessi. Questa razza divina e immonda, la cui puni- 
zione consiste nell'obbligo di punire i cristiani, ha talmente 
sopraffatto tutti i popoli dev' è sparpagliato, eh' è divenuta, 
benché non abbia una terra propria, una delle nazioni do- 
minanti della terra. I cristiani si difendono ; male, però : 
con i sistemi ebraici. Gli ebrei non avrebbero preso il po- 
sto che hanno, e non avrebbero tanta tracotanza, se i cri- 
stiani fossero veramente cristiani e non avessero adottato 
gli stessi valori giudaici : l'amore della potenza, della mo- 
neta, della quantità ecc. 

La conversione dei cristiani al Cristianesimo porterebbe 
la fine del semitismo — e perciò dell'antisemitismo — 
e forse la conversione degli stessi giudei alla Verità croci- 
fissa in Giudea. 

ANTISTENE 

Scolaro di Socrate e capo dei Cinici. 

Delle molte cose che si narran di lui racconteremo sol- 
tanto questa, che ben s'attaglia ai nostri democratici tempi. 
ConsigHò un giorno agli ateniesi di fare un decreto col 
quale si ordinasse che gli asini son cavalli. Tutti ridevano 
come se avesse detto la maggiore buaggine che possa ve- 
nire in testa a un matto. 

— Non decretate voi — aggiunse allora Antistene — 
che siano generali certuni che di guerra non sanno nulla ? 

190 



ANTOLOGIA 

Quando un uomo, preferìbilmente un professore, si per- 
suade, dopo molte ponzature, di non esser capace di defe- 
care un libro proprio, prende un certo numero di volumi 
celebri, un paio di forbici e un tegame di pasta e mette 
insieme un'Antologia, la quale viene adottata nelle regie 
scuole e procura al padrone delle forbici una buona raccolta 
annua di percentuali. 

Per quelli che volessero darsi a questa florida industria 
si avverte di non scordarsi in tutte le maniere di met- 
tere : « Ei fu.... » ; « S'ode a destra uno squillo di trom- 
ba.... » ; «Era già l'ora che volge il disio....»; «Ron- 
dinella pellegrina....» e soprattutto il sonetto «T'amo 
pio bove.... » eh' è un delicato omaggio a sé stesso del mo- 
desto compilatore. 

ANTONINO (S.) (1389-1459) 

Arcivescovo di Firenze ; nemico degli onori e dei lussi 
e grande amico della povertà e della giustizia. 

« Era di tanta riverenza e riputazione — scrisse il buon 
Vespasiano da Bisticci — che con quella cappa di fraticello 
in dosso, con pochi famigli, aveva tanta riputazione, che 
mai passava di luogo ignuno, che ognuno quando passava 
non si gittasse per terra ginocchioni. E sanza cavalli e sanza 
vestimenti e sanza famiglia e sanza ornamento ignuno in 
ca^, era più istimato e più riverito, che s'egli fusse an- 
dato con le pompe con che vanno i più de' prelati ». 

Scrisse libri molti, di teologia e di morale : tra questi, 
in volgare. VOpera a ben vivere — una delle gioie della 
prosa toscana del quattrocento. 

L'ultime sue parole furono : Non 1' ho detto sempre, 
che servire a Dio è regnare ? 

ANTONIO (S.) 

— Non capisco, diceva un giorno il prof. Mediani, 
perchè la Chiesa di Roma, alla quale appartengo per na- 
scita, abbia messo tra i santi l'asceta Antonio. Forse per- 
chè aveva delle forti tentazioni ? Ma queste sono un indi- 
zio della sregolatezza della sua fantasia e della sua inclina- 

IQI 



zione a peccare. Io, per esempio, modestia a parte, non ho 
mai tentazioni e non per questo pretendo d'essere un santo ! 

ANTONIO (MARCO) 

Sarebbe stato salvo e forse padrone del mondo se Cleo- 
patra fosse stata più brutta o, come dice Pascal, se la re- 
gina avesse avuto il naso più lungo. Ma non si sarebbe sal- 
vato lo stesso se avesse avuto, lui Antonio, il giudizio men 
corto ? 

ANTROPOFAGI 

Gli Antropofagi ammazzano i loro simili per mangiarli ; 
gli Antropolatri ne ammazzano molti di più ma non li man- 
giano, sicché per i loro massacri non hanno neppur la scusa 
dell'appetito. Lasciamo ai dialettici la facile fatica di ti- 
rare la conseguenza. 

ANTROPOLOGIA 

Un capitolo della Zoologia dedicato a quel bastardo 
postero dei babbuini che è, secondo gli antropologi mo- 
derno stile, l'animale ragionevole e ridente di Aristotele. 
Gli antropologi studiano soprattutto i crani e daUe misure 
degli angoli craniali deducono profondissime verità filosofi- 
che e sapientissime catalogazioni delle razze. Studiare nel- 
l'uomo la testa non sarebbe cattiva idea ma per l'appanto 
gli antropologi le prendono, le teste, quando sono scarnite 
di fuori e vuote dentro : senza la carne colorita che dà la 
bellezza o il carattere, e senza il cervello nel quale risiede, 
dicono, l' intelligenza. Epperciò mi somigliano a quelli che 
fondassero la scienza delle spade sulla misura della fodera 
dei foderi. 

ANTROPOMORFO 

La gran disgrazia dell'uomo è d'essere soltanto antro- 
pomorfo — cioè d'aver dell'uomo soltanto la forma e l'ap- 
parenza. Se l'uomo vorrà ascendere davvero all'umanità 
— grado insopprimibile per salire a Dio — dovrà diven- 
tare risolutamente Uomorfo, seguendo l'esempio dei santi, 
e ricordando che non tocca il segno chi non mira più in là. 

192 



ANUBI 

Presso gli Egizi era, anticamente, il cane che va fru- 
gando nei sepolcri ; divenne poi il Dio che guida i morti 
al paese dell'ombre e pesa i cuori nel giudizio a cui presiede 
Osiride, Ma gli restò del cane la figura e l'aspetto, benché 
sia rappresentato anche come imbalsamatore dei defunti. 
Un cane che ha fatto carriera : da violatore di tombe a 
conservatori di morti. Dovrebbe essere il Dio dei critici, 
che in tutti i modi, prima straziando eppoi esaltando, vo- 
glion vivere alle spalle dei grandi cadaveri. 

APACHE 

Per nominare questo autorevole personaggio delle mo- 
derne metropoli i dialetti italiani avevano già moltissimi 
nomi : barabba a Torino, teppista e locch a Milano, buio 
nel Veneto, lazzarone, camorrista, picciotto e mafioso nel 
Regno delle Due Sicihe. Ma il mondo della malavita come 
il mondo della gran vita sente il bisogno di nobilitarsi e 
ha bisogno del cachet dell'^f^o^ di Parigi per far migliore 
figura nell'arte del cinematografo e nella prosa dei giornali. 

APE 

Per il borghese moderno l'ape è il simbolo dell'uomo 
industrioso che mette dapparte l'estate per poter mangiare 
l' inverno — cioè che fa lo stiozzino nella virilità per poter 
vivere di rendita nella vecchiaia. E per conseguenza gli 
uomini cercano tutti, più o meno, d' imitare l'ape e di svo- 
lazzare qua e là sui fiori per succhiare la sostanza. Don 
Giovanni è l'ape dell'amore che svolazza sulle donne ; 
l'uomo di stato è l'ape politica che svolazza di partito in 
partito ; l'affarista è l'ape economica che svolazza di banca 
in borsa ; il letterato è l'ape poetica che svolazza tra i vo- 
cabolari e l'antologìe. 

Ma le api vere della campagna hanno, per i moderni, 
parecchie taccherelle : prima di tutto son monarchiche, 
eppoi hanno fornito il miele a San Giovanni Battista e 
forniscono tuttora la cera per gli altari di un Monarca 
spodestato. 

13. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



APELLE 

non permetteva ai ciabattini di giudicare più in su delle 
scarpe. Oggi che gli eletti del popolo giudicano di politica, 
i letterati di poesia, i filosofi di religione, i lattanti dei go- 
verni, i mendicanti di economia politica e i trombai di 
musica, il povero Apelle, se si ostinasse nella sua antiquata 
pretesa, sarebbe fucilato issofatto come ribelle. 

APERITIVO 

Il miglior aperitivo per gustare la letteratura moderna 
è di rileggersi' un canto di Omero o dieci terzine di Dante. 

Il miglior aperitivo per ascoltare la messa è di recarsi 
prima in un ospedale. 

Il miglior aperitivo per una festa da ballo è una vi- 
sita preliminare al camposanto o alla morgue. 

Il miglior aperitivo prima d'un banchetto è di con- 
templare le fotografie degli affamati del Don. 

E il miglior aperitivo per leggere i giornali quotidiani 
è una scorsa al presente Dizionario. 

APIS 

I nostri contemporanei fanno le più matte risate quando 
leggono che gli Egiziani antichi adoravano il Bue Apis 
e lo custodivano in un tempio. Quest'allegria andrebbe op- 
portunamente temperata se pensassero che noi inalziamo 
sul trespolo del potere o della fama degli animali, colle 
corna o senza, assai meno utili dei bovi e che li mettiamo 
in quei templi moderni' che sono i Parlamenti o 1' Univer- 
sità, invece d'aggiogarli all'aratro. 

APOCALISSE 

Cristo ritornerà ; così è scritto nel Sermone profetico 
e nella Visione di San Giovanni. 

L'uno e l'altra sono compresi nei libri canonici ; dun- 
que, per noi cattolici, la seconda venuta del Signore è ar- 
ticolo di fede. 

Ma Cristo (è detto ancora nei due luoghi) non tornerà 
in abito di povero e di pellegrino ; bensì vestito di gloria, 
ed esecutore terribile della giustizia del Padre. 

194 



La descrizione degli « ultimi tempi » e del Giudizio 
Finale, prima accennata nel Vangelo poi sviluppata nel- 
l'Apocalisse, è spaventevole. 

Eppure (se non siamo eretici) non possiamo metterla 
in dubbio od evitare di pensarci perchè ci fa paura. 

Il « Dies irae », per chi dice d'accettare totalmente la 
dottrina della Chiesa, va considerato come il preannunzio 
assolutamente certo deW ultimo fatto storico che (sebbene non 
sappiamo quando) ineluttabilmente avverrà. 

Cristo si paragona al ladro di notte : Voi dormirete , 
avrete chiuse tutte le porte, e non penserete a me. Ma 
io le scassinerò e vi sorprenderò nel sonno. Vegliate dunque 
perchè non sapete quando sia per essere la mia venuta. 

Parole al vento. Certi cristiani che Dio rivomita non 
posson credere che il Signore, così buono, così longanime, 
così misericordioso coi peccatori com' è stato dipinto, 
dica queste cose sul serio. 

L'Apocalisse ! il Giudizio Universale ! Mio Dio, ma non 
vedete che son cose che a fissarcisi farebbero impazzire ? 

E poi, dovreste capire una buona volta che a divul- 
garle troppo, è più lo scapito del guadagno. Tizio, per 
esempio, è cattolico ; ma capirete, vive nel secolo XX, 
è abbonato al Giornale d^Italia, possiede una certa cul- 
tura.... se gli mostrate dunque la religione dal lato tetro 
sapete che cosa farà ? perderà la fede, e chi s' è visto s' è 
visto. 

Ah no, Signore, non è questo il modo di trattare con le 
persone colte ; e se volete far breccia ancora nell'anime 
bisogna (persuadetevi pure) che, adattandovi ai tempi, 
sappiate insinuarvi educatamente con la tolleranza e l'amore. 

Assempro : 

Una sera di quest'anno, monsignor Boccoleri, vescovo 
di Terni, predicava in Santa Maria del Fiore. 

Prima d'entrare in argomento, avvertì l'uditorio che 
avrebbe parlato dell' Inferno. 

Accanto a me, stavano due signore (madre e figlia) 
sontuosamente impellicciate ed acremente profumate. 

Al fastidioso annunzio lanciato dal Vescovo, la signo- 
rina non potè trattenere una smorfia ; poi disse : « Mio 



Dio, s' incomincia male ! » E qualche minuto dopo se ne 
andarono l'una e l'altra lasciando in quell'aria, che già sa- 
peva di zolfo, una scia di beninteso cristianesimo perfet- 
tamente muschiato. 

APOCRIFI 

Apocrifi sono, per i moderni critici cristofobi, tutti que- 
gli scritti sia ebraici che greci, sia sacri che profani, sia 
storici che poetici coll'aiuto dei quali si può dimostrare la 
realtà di Cristo, la missione degli apostoli, la fortezza dei 
martiri, i miracoli dei santi, la tradizione della Chiesa e 
il primato di Roma. 

APOPLESSIA 

La malattia (giacché se non si muore ammazzati d' una 
malattia si deve morire) desiderata da tutti i « ben pen- 
santi » i quali, saggiamente, non accolgono fra i loro pen- 
sieri (pochi ma buoni) il pensiero di Dio. 

Un buon accidentino a secco, e là. Almeno non si 
patisce ! 

Questo discorso, fatto comunemente, non desta alcuno 
stupore ; sembra naturale ; tanto si sottintende che « con 
la morte finisce tutto ». 

Ma che sorprese di là, poveri filo-apoplettici che non 
vorreste soffrire ! 

APOLLINAIRE (GUILLAUME) (1880-1918) 

Essendo un polacco nato a Roma diventò naturalmente 
uno dei colonnelli della giovane letteratura francese verso 
l'epoca della guerra : alleato dei futuristi italiani e pre- 
cursore dei dadaisti rumeno-elvetici. Derivò molto da Vil- 
liers, da Jarry e dal suo amico Max Jacob. Teorico del cu- 
bismo, rivelatore di Rousseau le douanier, ebbe molta in- 
fluenza anche sui pittori. Partecipò alla guerra ma morì 
più tardi, di spagnuola. Il suo ultimo libro Le Poète Assas- 
sine è profetico — nel senso personale e letterario. Era 
grasso, gioviale, e si dilettava molto di bibliofilia e di lettera- 
tura pornografica. 

iq6 



APOLLO 

era il Dio dei Poeti e se lo immaginavano come un bel 
giovanotto biondo, coronato d'alloro, che stava strimpel- 
lando una lira sopra un poggio in compagnia di nove con- 
cubine chiamate Muse. 

I poeti moderni 1' hanno abbandonato e non si rivolgono 
più a lui per chiedere 1' ispirazione, che ottengono più si- 
curamente dal vino, dall'assenzio, dalla grappa e dalla co- 
caina. 

Ma ne conservano la memoria in grazia d'una sola delle 
sue gesta : lo scorticamento del rivale Marsia. Tutte le 
volte che un poeta canta più dolcemente del solito, e vanno 
dietro al suo suono le donne, gli altri poeti ripensano con 
nostalgica invidia ad Apollo, ma non potendo scorticare il 
concorrente coi coltelli lo fanno spellare dai loro amici 
e lo inchiodano, squartato, tra una colonna e l'altra dei 
giornali. 

APOLOGIA 

C è, prima di tutto, l'apologia di reato — che nel co- 
dice è iscritta tra i reati, ma che nella pratica è la via più 
facile per giungere agli « alti luoghi ». 

Poi viene la celeberrima Apologia di Socrate, strumento 
di tortura liceale e riprova della grande affinità fra il figlio 
di Sofronisco e i suoi amaci nemici sofisti. 

Viene per ultima, e si capisce il perchè, l'apologia del 
Cristianesimo alla quale, benché vi abbiano speso lor possa 
uomini come Sant'Agostino e Tertulliano, San Tommaso 
e Pascal, Manzoni e Newman^ è considerata ormai un 
perditempo per monsignori fuori corso e per chierici sacrifi- 
cati. La moderna sapienza ha decretato che la religione è af- 
far di cuore (alcuni dicono addirittura d' ignoranza) e ritiene 
che l'apologetica fa la stessa figura che farebbe, oggi, una 
difesa dell'astrologia giudiziaria. Eppoi non è « interessante » 
— cioè, tradotto alla buona, non frutta interessi tangi- 
bili, essendo risaputo che le chiavi di San Pietro non son 
quelle d'una cassaforte. 

« La nostra causa non è interessante ! — esclama il 
Manzoni — Ah ! noi abbiamo la prova del contrario nel- 

197 



l'avidità con cui sono sempre state riceviate l'obiezioni 
che le sono state fatte. Non è interessante ! e in tutte le 
questioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di 
più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più 
facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante ! 
e non e' è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una 
venerazione profonda, d'un amore prodigioso, e d'un odio 
ardente e infaticabile. Non è interessante ! e il voto che 
lascerebbe nel mondo il levamela^ è tanto immenso e orri- 
bile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, di- 
cono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi 
del genere umano. La nostra causa non è interessante ! 
e si tratta di decidere se una morale professata da milioni 
d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abban- 
donata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedel- 
mente ». 

APOSTATA 

— L'Apostata, ammonì il prof. Mediani, è un uomo 
che riconosce di aver sbagliato strada e che torna indietro 
e passa dall'errore alla verità. Perchè biasimarlo ? Io, per 
esempio, ho una devozione particolare per Giuliano l'Apo- 
stata, calunniato dalla canea clericale^ il quale voleva ri- 
stabilire i graziosi dei dell'Olimpo e ha difeso con fine 
arguzia — soggiunse lisciandosi amorosamente l'onor del 
mento — l'uso di portar la barba. 

APOSTOLO 

Dopo ì dodici famosi che portarono nel mondo la re- 
ligione di Cristo, oggi fortunatamente in piena bancarotta, 
l'Apostolo per antonomasia della terza Italia è, come tutti 
sanno, Mazzini. 

Esso voleva fondare una nuova religione, nella quale 
il popolo, senza tanti complimenti, si rivolgesse direttamente 
a Dio, e Dio, travestito da repubblicano, apparisse ritto 
sopra uno sgabello e parlasse al popolo. 

Ma non se ne fece di nulla ; perchè il popolo, abban- 
donati i preti, non trovò più Dio, e Dio, dall'alto del suo 
Paradiso (dopo l'apostasia generale) non vide più sulla 
terra che grufolanti e rissanti mandrie di melmosi porci. 

198 



APOTEOSI 



Festa solenne dell' Antichiesa democratica. 

L'apoteosi del grand'uomo (poeta, scienziato, politico,' 
martire, eroe) è la funzione più pomposa, celebrata, dì 
quando in quando, dai sacerdoti in marsina della religione 
laica.' 

Ordinariamente consiste nello scoprimento d'una Ia-> 
pide o neir inaugurazione d'un monumento. 

Allora si vedono schierati : musiche, bandiere, impen- 
nacchiati carabinieri, autorità, folla. 

A un tratto, cadendo una specie di gran lenzuolo da 
qualche cosa d' informe e di gigantesco che vi stava na- 
scosto, appare, dominante in mezzo alla piazza, l'effige 
bronzea o marmorea, con cavallo o senza, dell' immoto 
eroe minerale. 

Questi, superbamente scolpito da qualche genio appar- 
tenente al Senato, ha lo stretto dovere da quel momento, 
di restar fermo, giorno e notte, sul proprio piedistallo, non 
meno granitico della gloria di colui che sorregge, e di ricor- 
dare con la propria presenza, ai futuri passanti, che aHch'egli, 
seppe recitare ai suoi tempi, la parte non troppo facile di 
« benefattore dell'umanità ». 

Intorno all' idolo, caduto il cencio, la folla applaude ; 
le musiche suonano, le bandiere sventolano. Poi, « fattosi 
per incanto un religioso silenzio », un signore, a capo sco- 
perto, vestito di nero, in mezzo ad altri signori quasi tutti 
calvi, incomincia, da un palco, il suo dire. 

Egli, che è membro al tempo stesso dell' Università 
e del Parlamento, e possiede l'invidiabile segreto di ani- 
mare i più astrusi concetti delle scienze speculative e spe- 
rimentali coi più smaglianti colori della poesia, dopo avere 
■incominciato il suo discorso con una indovinatissima invo- 
cazione all' Italia ed a Roma, eredi dirette del pensiero la- 
tino, tesse l'elogio delle numerose virtù di quell'altro si- 
gnore dalla, faccia di bronzo che gli sta dinanzi, le mette 
in relazione con « le virtù autoctone de la stirpe », e ne trae 

199 



l' immancabile auspicio per una patria sempre più grande 
in mezzo all' incessante grandezza d'una rinnovata umanità. 

Ma il punto che veramente trascina lo sterminato udi- 
torio « fino al più alto diapason dell'entusiasmo », è quando 
l'oratore, con mossa repentina ed alata, confrontando la 
vecchia religione di Cristo, con quella senza dogmi ed ora- 
mai universale del pensiero laico moderno, conclude che, 
dinanzi al genio dell'uomo, non vi son più ne sfingi, ne 
confini. 

Un vero uragano d'applausi ricopre (come suol dirsi) 
l'ultime parole dell'oratore. 

I signori calvi che, mentre parlava, 1' hanno ascoltato, 
disposti in semicerchio intorno a lui, facendo col capo, a " 
quando a quando, manifesti segni d'approvazione, ora lo 
circondano, si congratulano ; qualcuno lo abbraccia e lo 
bacia. 

La folla freme, romba, ronza ; le bandiere risventolano ; 
le musiche risuonano ; le corone dei vari sodalizi, che sem- 
brano camminare da sé, vanno a disporsi fra due ali di 
verniciati carabinieri, sulla base del monumento. 

Poi tutta la piazza confusamente si sfoUa. 

II colpo d'occhio è magnifico. 

E l'oggetto dell'apoteosi, dall'alto del suo piedistallo, 
sembra che voglia parlare e non possa, essendo rimasto, 
per l'eccesso della commozione, letteralmente pietrificato. 



Nel pacifico paesino di Bagoghi era sorto, anni fa, per 
merito e onore del cav. Deifobo Luciferini un Circolo An- 
ticlericale Giordano Bruno. Ma gli aderenti eran pochi e 
il da fare meno. Avevano, sì, insudiciata colla vernice rossa 
la facciata della Chiesa ed avevano attaccato alle cantonate 
un fiero manifesto per il XX Settembre. Ma non bastava : 
ci voleva, come disse il cav. Luciferini, un segno tangibile 
che il dominio dell'oscurantismo e dell' inquisizione era per 
sempre finito nel paese di Bagoghi. Cosa s' inventa ? dice- 
vano, tutte le sere, i tredici membri del Circolo Giordano 
Bruno. Finalmente fu decisa l'apposizione di una lapide 

200 



commemorativa dell'eroico frate nolano sulla piazza del 
paese. L' iscrizione diceva : 

Ai mani invendicati di colui 

che dal rogo dalla Chiesa Romana acceso 

i contesi veri lasciò nelle ceneri 

perchè i non immemori nepoti 

da quella scintilla s' ispirino a nuove lotte 

il popolo di Bagoghi 

per virtù di apostoli e sacrificio di eletti 

redento dopo tanti secoli 
dalle tenebre dell'anacronismo conculcatore 

dedica e consacra 

per trarre auspicio dal fatidico martire 

alla prometeica libertà del vero. 

La lapide fu incisa e solennemente inaugurata, e il ce- 
lebre prof. Eliodoro Sofopanti, chiamato espressamente 
dalla vicina città, trascinò l'uditorio sui più alti fastigi 
dell'eloquenza. Quando il discorso fu finito si vide un 
giovanetto salire sopra una scala e appendere alla lapide 
una corona di papaveri scarlatti. 

— E stata una bella cerimonia, disse il tabaccaio, con- 
cessionario delle cartoline illustrate. 

— Dite piuttosto una magnifica vittoria, replicò il ve- 
terinario, segretario della Giordano Bruno. 

— Nossignori, gridò con voce tonante il cav. Deifobo 
Luciferini, è qualcosa di più di un trionfo : questa è un'a- 
poteosi ! 

APOTI 

Giuseppe Prezzolini ha proposto ultimamente la fonda- 
zione di una Lega degli Apoti — cioè di quelli che non 
bevono : dei furbi, di quelli che non si lasciano ubriacare 
né dalle fedi antiche né da quelle moderne. « Regime sec- 
co », più secco che in America. Ma l'arguto direttore della 
succursale italiana del Foreign Press Service (Incorporated. 
New York) dimentica che non si tratta, in fatto di credenze, 
di essere astemi assoluti (che non è possibile neanche a vo- 
lere) ma di sapere scegliere la propria bevanda. C è chi 

201 



beve il vino grosso della democrazia o l'etere dell' idea- 
lismo assoluto o il petrolio del bolscevismo o la zozza del da- 
daismo o il the col limone della teosofia e altri simili in- 
trugli. Noi, per esempio, abbiamo scelto il sangue di Cri- 
sto e crediamo che miglior poto non v' è di questo al mondo. 
Del resto Prezzolini non ha inventato nulla : la Lega 
degli Apoti e' è di già ed è formata dalle oche di Strasburgo 
che vengon tenute senza bere perchè diventin più grossi 
i fegati destinati a stuzzicar 1' ugola dei bevitori. 

APPAIARE 

« Da MonUlupo si vede Capraia ; 
Cristo fa le persone e poi V appaia ». 

Questa delle appaiature, nonostante ciò che dice il pro- 
verbio, è una cosa un po' difficile e non molto duratura. 
Le appaiature più appaiate sono sempre un po' dispaiate ; 
da quelle dei bovi a quelle del matrimonio, da quelle del- 
l'amicizia più fraterna a quelle che si formano fra i delin- 
quenti a scopo d'assassinio o di furto. 

In fondo è vero (anche se è triste) che ciascun uomo 
è un' isola. 

E tanto più è un' isola quanto più, per guardar se stesso, 
s'allontana da Cristo. 

Chi è perfettamente in Cristo, cessa d'essere un' isola 
e s'appaia, contemporaneamente con tutte le creature. 

Ecco l'unica appaiatura possibile ; ma difficilissima, se 
l'uomo non riceve la grazia di spaiarsi da se stesso. 

APPALTATORE 

L' Innominato dei Promessi Sposi era un semplice « ap- 
paltatore di delitti » e andò a finire, corne ognun sa, tra 
le braccia di un cardinale. I moderni « appaltatori di lavori 
pubblici », più furbi, metton dapparte qualche migliaio di 
fogli da mille, e finiscono quasi tutti in seno agli ordini 
cavallereschi e al Senato del Regno. 

APPANNAGGIO 

Lasciamo dapparte quello regio' — ma non è forse chiaro 
che l'appannaggio de' veri nobili è la povertà, de' veri cri- 

202 



stìani l'odio del mondo, de' ricchi V ignobiltà, de' poeti ìi\ 
scontentezza, de' letterati la fama, dei giocolanti l'applauso, 
degli umanitari l'egoismo — e de' salvatici l'amorosa pietà 
per gli uomini civili e domestici ? 

APPARECCHIO 

« L'apparecchio » (si pensa) ha dato lo sfratto al mi- 
racolo ». 

Infatti da quegli innumerevoli scemi che a forza di cre- 
dere nel progresso hanno finito col non credere più in Dio, 
sì parla continuamente dei « miracoli della scienza », che 
son dovuti, in grandissima parte, agli « apparecchi ». 

Senonchè, certe volte, nonostante la perizia dell'appa- 
recchiatore, l'apparecchio, sul più bello, non funziona. 

E allora qui habitat in coelis irridebit eos. 

APPARIZIONE 

Vi sono apparizioni vere e false. 

Vere : le apparizioni spiritiche, unico scampolo reli- 
gioso degli infedeli attuali ; false, ma divertenti (soprat- 
tutto per quell'arche di scienza dei reporters) le appari- 
zioni della Vergine. Essi ci ricamano sopra, con tutte le 
veneri del loro stile, i più bei fiori dell' ironia, dell'empietà, 
del doppio senso, e d'un elegante scetticismo, non privo 
talvolta di spruzzi mistici che rendono più piccante il ragù. 

Narciso Francatrippa, vecchio abbonato del Corriere ài 
Lonza, leggendo alla latrina, così commenta : « Pare im- 
possibile che nel secolo XX esìstano ancora le Madonne ; 
ma che fanno (e ponza) ì carabinieri che non arrestano i 
preti ! » 

Il nostro Narciso ha ragione. 

Anche noi (sebbene per un motivo diametralmente 
opposto) siamo dello stesso parere. 

Molti preti, fin dall'apparizione della Salette, furono e 
sono ì più implacabili nemici di Maria Vergine. 

Essi non sanno nascondere la loro indignazione contro 
la Madre del Salvatore, perchè opinano che non dovrebbe 
permettersi in alcun modo dì scendere dal Paradiso senza 
il loro regolare nulla-obsta, atteso che le troppo frequenti 

203 



apparizioni costituiscono un vero e proprio attentato alla 
serietà del sacerdozio e contribuiscono, sia pure indiretta- 
mente, a screditare la religione. 

Da ciò la loro zelante premura nel declinare ogni re- 
sponsabilità in proposito, nel cercare di prevenire ogni 
eventuale epidemia mistica che potrebbe intempestivamente 
scoppiare con paurosa virulenza, e nel difendere da qua- 
lunque eccesso, anche divino, l'ordinaria amministrazione 
d'una fede, razionalmente limitata a distribuita, secondo 
la capacità dei fedeli e le nuove esigenze dei tempi ! 

APPELLO 

— Faccio appello alla sua generosità — diceva un 
povero senza lavoro al comm. Quattrostomachi. 

— Mi dispiace — rispose il Commendatore — ma non 
bisogna mai fare appello agli assenti. Io non conosco nep- 
pur da lontano la generosità, eufemismo per indicare la 
dabbenaggine, la debolezza o la prodigalità. Io conosco 
soltanto, e me ne tengo, la giustizia. Se avete dei diritti 
da far valere fateli valere ed io son qua pronto a darvi il 
patrocinio della mia influenza e della mia autorità ma se 
fate appello alla mia generosità son costretto, con mio 
sommo rincrescimento, a rattenermi dall' incoraggiare il 
parassitismo degli inetti alla lotta per la vita. 

APPENDICE 

è un'aggiunta di cui si potrebbe fare anche a meno. La coda 
della scimmia è un'appendice e l'uomo, difatti, 1' ha sop- 
pressa ed è quasi soltanto per questo che si chiama uomo. 
Il cervello, secondo gli anatomici, è una semplice appen- 
dice del midollo spinale e per conseguenza potrebbe togliersi 
senza danno. 

L'unica appendice che va conservata è quella dei gior- 
nali perchè altrimenti come potrebbero le custodi delle 
latrine e le ricamatrici essere iniziate all'alta letteratura 
di Montepin e di Fevnl ? 

APPETITO 

Considerando nell'uomo l'animale è certo che l' appe- 
tito è ottimo segno di sanità ed augurabile senza ironie. 

204 



Se invece si considera nel medesimo uomo l'anima 
siamo d'opinione che di appetiti è meglio averne pochis- 
simi e che la perfezione consisterebbe nell'averne uno 
solo : l'appetito di Dio e del suo regno. 

APRÈS MOI LE DELUGE 

diceva Luigi XV — e difatti il diluvio venne, e di sangue, 
ma non bastò. Di rivoluzione in rivoluzione, di guerra in 
guerra altri diluvi — ancora non universali — vennero 
sulla terra dove furon decapitati, come dice il poeta, il Re 
e Iddio. Diluvi di sangue, diluvi di fuoco, diluvi di la- 
grime : sempre più vasti, sempre più lunghi, sempre più 
atroci e dureranno finché non siano rimessi ne' loro luoghi 
i due grandi Decapitati, 

APPROPRIAZIONE 

Quando il furto è commesso approfittando della fidu- 
cia del derubato si chiama « appropriazione indebita » ; — 
quando è commesso da un partito o da una classe ai danni 
di un altro partito o di un'altra classe si chiama t appro- 
priazione legale ». Nel primo caso la pena è minore che per 
il furto propriamente detto — nel secondo caso non e' è 
pena di nessuna specie ma, se la cosa va bene, plauso, ri- 
compensa e gloria. 

APULEIO 

Se i borghesi praticassero la letteratura antica Apuleio 
avrebbe oggi una fama superiore a quella di Omero e di 
Shakespeare. Basterebbe ad assicurargliela il titolo del suo 
libro, V Asino d^oro^ che congiunge così elegantemente le 
due segrete divinità dell'Olimpo contemporaneo. Un ricco 
ignorante e beato nella sua ignoranza e nella sua ricchezza: 
ecco l' ideale non confessato della nostra generazione. 

AQUILA 

I romani antichi veneravano più sorta di uccelli : il pic- 
chio, le oche e le aquile. Scelsero, si capisce, le aquile per 
mettere innanzi alle legioni e le aquile predarono per lungo 
e per largo il mondo, riportando al Campidoglio il bottino. 

205 



Finché venne il giorno che l'Aquila di Cesare dovè cedere 
il posto alla Croce di Cristo e la caccia degli uomini alla 
pesca delle anime. Le oche salvatrici, offese da questo 
tramutamento, schiamazzano ancora. 

ARABIA 

L'Arabia è la patria della Fenice e di Maometto. Quanto 
alla Fenice l'ottimo Metastasio ci avverte 

che vi sia ciascun lo dice 
dove sia nessun lo sa 

Quanto a Maometto ognuno sa dove sia — dove 1' ha 
visto Dante — ma non tutti sanno che i nostri moderni 
europei si son convertiti segretamente all' Islam, tanto è 
vero che vivono, come dice il poeta di Cargnacco, all'ombra 
delle spade e immaginano il Paradiso come un bordello di 
prima categoria. 

ARALDICA 

Ecco il blasone dell'Omo Salvatico : Croce vermiglia 
in campo nero ; inquartata con una testa d'asino paziente ; 
una testa di leone ruggente ; un doppio flagello per sé e 
per gli altri ; e un morione senza i buchi degli occhi. 
Motto : Chi gratta la rogna altrui la sua rinfresca. 

ARALDO 

Prima annunziavano, con umano cerimoniale, le guerre 
Oggi la dichiarazione di guerra consiste nell' immediato 
bombardamento o nella fulminea invasione. 

Ma son rimasti, per fortuna, gli Araldi della Verità, 
della Giustizia, del Diritto — gli Araldi strombettanti 
delle vecchie opere in musica — e finalmente il teutono 
Winckelmann, promosso da Carducci all'ufficio di « Araldo 
dell'arti e della gloria ». 

ARANCIO 

« Conosci tu il paese, dove l'arancio fiorisce ? » 
Oh se lo conosciamo ! Com' è bello, meraviglioso, 
divino ! . 

2o6 



Ma come son poco meravigliosi e poco divini una 
buona parte dei presenti abitatori di questo paese del- 
l'arancio ! 

« Dio, salva 1' Italia dagli Italiani », disse in un triste 
momento uno di noi due ; e lo disse col pianto alla gola. 

ARARAT 

La cima più alta dell'altipiano armeno su cui riposò 
l'Arca è alta appena 5325 metri. Per il prossimo Diluvio 
quale montagna sarà abbastanza alta per fare lo stesso 
ufficio ? Neanche 1' Everest, che pure è alto 8840 m., ba- 
sterà, se i nostri calcoli sono esatti. Per oggi, fino a quel 
dì, basta invece una montagna molto bassa, quasi invisi- 
bile — quella dove fu pronunziato il famoso sermone delle 
Beatitudini. 

ARATRO 

L'aratro è un coltello trascinato da bestie che ferisce 
la terra, madre nostra, perchè ci dia il « panem nostrum 
quotidianum «. L'Aratro è dunque, nel misterioso Dizio- 
nario dei Simboli, un sinonimo della Lancia di Longino 
che, brandita da un umano animale, ferì Dio, padre nostre, 
perchè ci desse il vino generoso del suo sangue. 

ARBITRO 

Ei /(?' silenzio ed arbitro 
Si assise in mezzo a lor. 

Agli amatori di grandi spettacoli piace di vedere Napo- 
leone Primo che si fa arbitro tra il secolo decimottavo e 
il decimonono. Ma il Manzoni s' è scordato di dire il re- 
sponso dell'arbitrato : i due secoli erano un contro l'altro 
armati. Chi aveva ragione ? Chi vinse ì 

All'Omo Salvatico sembra che non ci fosse bisogno 
d'arbitro e che i due secoli siano stati egualmente nefasti. 
Uno ci dette Voltaire e l'altro Renan, che fu un Voltaire 
più dotto ma più ipocrita ; il settecento ebbe il Terrore e 
l'ottocento la Comune ; il primo scaraventò sul mondo 
r Enciclopedia e il secondo ì libri di Hegel, Hacckel e 

207 



Nietzsche ; uno inventò la democrazia e l'altro l'applicò 
fino alla nausea, E gli par di vedere Napoleone, a braccia 
conserte, che in cima a una piramide, aspetti, dal 1821, 
immobile come uno stilita e con una corona in mano, male- 
dicendo il poeta che per forza gli ha voluto affibbiare 
la parte di arbitro tra due pozzi neri. 

ARCADIA 

Che gli uomini si , contentino del poco, che vivano in 
mezzo alla campagna senza sbudellarsi, senza automobili 
e senza rasoi automatici è, secondo i discepoli del prof. Me- 
diani, l'Arcadia. 

L'Arcadia è la pace, la semplicità, la solitudine ; dun- 
que uno stadio barbarico dell'umanità fortunatamente so- 
stituito dall'era civile nella quale gli uomini si ammazzano, 
s' ingannano e s' infettano in mezzo al lusso, al fumo, al 
puzzo e al rumore delle grandi metropoli. 

Il prof. Mediani ammette l'Arcadia soltanto in poesia 
e si racconta che una notte, uscendo da un lupanare igie- 
nico e quasi municipale, recitasse la famosa strofetta : 

Guarda che bianca luna 
Guarda che notte azzurra 
Un'' aura non sussurra 
Non tremola uno stel. 

ARCAICO 

Un uomo arcaico, al giorno d'oggi, è colui che preferisce 
camminare a piedi piuttosto che star seduto in una bi o 
motocicletta, in automobile o in velivolo ; è colui che ri- 
tiene più sicura la parola di un galantuomo clie dieci firme 
in dieci fogli bollati ; è colui, infine, che va alla messa e 
non ha paura d' insudiciarsi i pantaloni inginocchiandosi 
al momento dell'elevazione. 

La donna arcaica è poi quella di cui scrivevano gli an- 
tichi « domum servavit, lanam fecit ». Ma di cotali donne 
non ve n' è più una, neanche in campagna, neanche per 
seme ; tutte le donne de' nostri illuminati tempi stanno 
poco in casa e compran la lana filata a macchina e le calze 
beli' e fatte. 

208 



ARCANO 

L' « arcano poter che a comun danno impera » del 
contino Leopardi chi è ? Forse il Diavolo ? E allora se 
credi al Diavolo brutto e cattivo sei forzato a credere in 
Dio, e nessuno impera, dove Iddio è. Oppure quell' « arcano 
potere » è Dio medesimo, fatto sinonimo di male, come 
dirà più tardi il codino libertario Proudhon ? In tutti e 
due i casi l' infelice Giacomino dimostrò di non aver gobbe 
soltanto le spalle bensì anche le idee. Era misantropo : 
e chi non ama gli uomini (a dispetto di tutto quel che 
fanno per non farsi amare) non può "amare Iddio e chi non 
l'ama non l' intende e chi non P intende non può credere 
in Lui. 

' ARCESILAO (215-241) 

Socrate aveva detto : So di non sapere. Arcesilao, fon- 
datore della Nuova Accademia, aggiunse : Non so neppure 
di non sapere — cioè : ignoro anche la mia ignoranza. 

Ma quando codesta ignoranza della propria ignoranza è 
ignorata, cioè incosciente, accade il contrario di quel che 
voleva Arcesilao ; e gli uomini discorrono più di quel che 
men sanno — costume nel quale il nostro tempo da nessuno 
è sopravanzato. 

ARCHEOLOGIA 

Studio delle cose antiche, anzi deUe pietre antiche. Ci 
s'aspetterebbe che gli archeologi si occupassero, prima e 
più d'ogni altra cosa, delle Tavole del Sinai, che sono, 
senza contestazione, le più antiche e preziose pietre del- 
l'antichità e delle pietre che chiudevano il Sepolcro di 
Cristo. Ma in nessun libro di archeologia e' è avvenuto di 
trovar menzione di queste pietre. Ne abbiamo chiesta la 
ragione a un professore d'università, direttore di un museo 
di anticaglie, il quale ci ha candidamente risposto : 

— Lor signori sbagliano : di codeste antiche pietre si 
occupa una tutt'altra scienza, che si chiama in inglese Folklore 
e in tedesco V olkerpsychologie e in italiano Demopsicologia. 
Si rivolgano al reparto « superstizioni popolari » e avranno 
tutte le informazioni desiderate. 

209 

14 — Dizionario de' l'Orno Salvafico, 



ARCHITETTO 

Naturalmente il Grande Architetto dell' Universo dei 
Liberi Muratori, i quali concepiscono il mondo come un 
casamento del quale vorrebbero esser padroni. Non po- 
tendo addirittura levar di mezzo il Creatore — almeno 
negli Statuti — hanno fatto del Padre, che per amore su- 
scita, conserva e salva il mondo, un semplice ingegnere che 
ha costruito un palazzo per affittarlo a quei divini pigio- 
nali che sono gli uomini. Palazzo — cioè cosa morta, im- 
mobile, meccanica, sorda, fisica. 

Accettando, per un momento, la metafora muratoria 
quali appartamenti converrebbero meglio ai ragni delle 
Loggie se non le latrine ? 

ARCHIVIO 

Gli archivi — siano diplomatici, storici o notarili — 
sono sepolcreti di vite morte, destinati, secondo le sta- 
gioni secolari o millenarie, al macero o al fuoco. Di tanto 
in tanto alcuni disseppellitori scendono in quelle catacombe 
di carta e risalgono con qualche pizzico di cenere clie non 
sempre tramanda odore di santità. Perchè dei potenti non 
è permesso stampare i peccati e i delitti se non dopo che 
sian morti non solo gli attori ma anche i testimoni — e 
gli archivi servono, molto spesso, come nascondìgli dei 
documenti della delinquenza altolocata. 

ARCIGALLO 

Gran sacerdote della Dea Cibele, il quale per rendersi 
degno del suo ministero, si tagliava, con un sasso acumi- 
nato, i testicoli. Anche oggi il mondo è pieno di Arcigalli 
che hanno fatto il medesimo sacrificio ma la dea, invece che 
Cibele, si chiama Opinione Pubblica. 

ARCA 

Ora che il Diluvio di sangue e di merda va crescendo 
e fra poco arriverà fino ai monti, c'è bisogno di un'Arca 
come ai tempi di Noè. Ma quella era di legno — ci vuol più 
solida. Per fortuna 1' hanno già fabbricata di pietra e di 
santità i nostri antichi e si chiama Chiesa ed è ferma sul 



^10 



colle del Vaticano. Chi non vorrà entrarci, finché v' e tempo, 
non s' illuda di scampare. 

ARGO 

L'uomo moderno conosce due archi soli : l'Arco di 
Ulisse che nessuno poteva piegare fuor del suo padrone, 
e l'Arco di Tito sotto il quale non si devono cercare, secondo 
il paterno consiglio del prof. Carducci, le farfalle. E allora, 
da vero savio, adotta il revolver, del quale anche un bam- 
bino può piegare il grilletto, e sotto l'Arco di Tito cerca 
un po' d'ombra per baciare una donna o, meglio ancora, 
un cantuccio per pisciare. 

ARCHILOCO 

Secondo gli storici della letteratura greca fu l' inven- 
tore del giambo e i moderni sanno, grazie a Barbier e a 
Carducci, cosa siano i Giambi. 

Tra i suoi pochi frammenti ve n' è uno dove dice « che 
non invidia i tesori di Gige » — e questo pensiero non gli 
concilia davvero le simpatie dei nostri simpatici plutocrati 
— ma ce n' è un altro che suona : « So una cosa unica : 
Chi mi offende ricambiarlo con crudeli ingiurie » e questo 
sentimento, squisitamente anticristiano, gli conquisterà, si 
spera, i suffragi dei nostri lettori. 

ARCHIMEDE 

« Datemi un punto d'appoggio, diceva il patriarca de- 
gli Scienziati, e vi solleverò il mondo ». 

Il punto d'appoggio s' è finalmente trovato : è il Da- 
naro il quale solleva i popoli interi l'un contro l'altro, sol- 
leva le torri di Babele contro il cielo e solleva un carbo- 
naio fino al seggio dì Re del carbone. Il povero Archimede 
non se n'era accorto e per questo i civili romani l'assassi- 
narono, non essendo venuta all' infelice la semplice idea 
di offrire una manciata d'oro al soldato assassino. 

« Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorge- 
va ; un soldato romano gli entrava in camera, ed ei non se ne 
accorgeva ; il soldato romano d'una testa glie ne faceva 
due, ed Archimede non ebbe tempo d'accorgersene ; perchè 

311 



invece dì vivere nel mondo, coi lombi precinti e col ba- 
stone in mano, viveva alla buona nella geometria. Oh ! 
il mondo è una mala cosa ! 

Tanto peggiora più quanto più invetera^ 

diceva il Sannazzaro, or son trecento e più anni. Figuratevi 
oggi!» 

Carlo Bini {Manoscritto d'un prigioniero). 

ARCHITETTURA MODERNA 

Tout est déshonoré par les constructions modernes : 
le paysage, la terre et les eaux, et jusqu'à l'air dans lequel 
on ose les élever ! 

Quelles traces les Classes Moyennes, comme dit Gui- 
zot, leur publiciste et leur parrain, laìsseront dans 1' histoire, 
et quelle signature de leur bassesse que leurs monuments 

Barbey d'Aurevilly. 

ARDIGÒ (ROBERTO) (1828-1920) 

Trapassato filosofo positivista il quale, essendo prete, 
si convertì all'ateismo per aver contemplato il colore di una 
rosa. Il che dimostra, a dispetto della sfuriata satanica 
di Carducci, che Satana si può nascondere davvero anche 
in un cesto di lattuga. 

Come ricompensa all'apostasia fu creato, dal governo 
che reggeva 1' Italia in nome della Massoneria, professore 
d' Università e scrisse, nei suoi ozi, venti o trenta volumi 
alla cui lettura è sopravissuto un solo discepolo, ancora 
vivente e docente. 

Negli ultimi anni della sua vita il « venerando pensa- 
tore », o stanco di aver travasato in cattivo italiano le 
più famose banalità della filosofia anglo-franco-tedesca, op- 
pure assalito da un tardivo rimorso, tentò due volte di am- 
mazzarsi ma non gli riuscì di morire come non era riuscito 
a vivere e fu condannato a morire nel suo letto, con i 
soli conforti delle società razionaliste, e partì, con molta 
probabihtà, per un asilo molto più positivo del §uo si- 
stema filosofico. 



ARELIGIOSO 

Aggettivo indovinatissimo, inventato ed usato dagli 
atei bene educati, per non urtare (come suol^dirsi) « le su- 
scettibilità religiose di chicchessia ». 

Quell'^ disinvoltamente privativa, è rispetto, aìl'Jnti 
brutale ed aggressivo degli atei volgari, un' apprezzabile 
dichiarazione di tolleranza. Par che dica : « fate pure, io 
per non disturbarvi m'apparto ». 

Ma in questo dignitoso appartarsi e' è una condanna 
implicita e un leggero e perfido senso di commiserazione 
per chi dice il Pater Noster. 

frx L'uomo areligioso non odia Dio ; non se n'occupa ; 
come non s'occupa più dell'orco o della befana in cui cre- 
deva da bambino. Quindi, generalmente, è inconvertibile. 
Egli è una maledetta acqua tiepida, che non arriva mai 
né a bollire né a gelare. I persecutori posson diventar con- 
fessori ; gì' indifferenti, i tolleranti, gli areligiosi resteranno 
tali fino aUa morte. L'antireligioso è nel più profondo del- 
l'anima religiosissimo ; egli sente in sé il Demonio a cui s' é 
consacrato, e, perciò, odia Dio, di cui percepisce la 
tremenda ed insoffribile realtà. Ma, appunto perché odia 
l'Amore, un giorno, come San Paolo, può esser fulminato 
e ricreato dall'Amore. 

L'Areligioso è la sicura preda del Demonio, a cui non 
crede ; l'antireligioso, quanto più é zelatore del Demonio, 
tanto più facilmente può diventar martire e confessore 
di Cristo. 

Ma i nostri buoni cristiani par che siano felicissimi d'at- 
testare tutta la loro riconoscenza a chi si degna di tolle- 
rare il loro culto e il loro Dio ; e forse ciò fanno, perchè, 
anch'essi, da persone bene educate si credono in dovere di 
rispettare le convinzioni del Diavolo. 

AREOPAGO 

Quando son riuniti, nella farmacia o nel caffè o al cir- 
colo, il dottore, il pretore, il cancelliere, il veterinario, il 
maestro, il postino, il notare e l'assessore anziano e lì de- 
cidono, dalle nove all'undici, che Dio è una trappola in- 
ventata dai papi, che il Governo non ha abbastanza ener- 

213 



già, che il paese corre alla rovina e che la serva del ma- 
niscalco è certamente gravida, arriva il Sindaco, che ha 
studiato in collegio, e vedendoli tutti raccolti e severi come 
un tribunale che giudica vivi e morti senza batter ciglio 
esclama sorridendo : 

— Ecco il nostro Areopago ! 

— Cosa vuol dire Areopago ? domandò una sera il 
figliolo del farmacista. 

— Areopago, rispose pronto il veterinario, era un par- 
lamento dei tempi antichi che stava sopra un monte, su 
in alto, epperò si chiama areopago, per la stessa radice di 
areoplano eh' è una macchina per volare in alto, ma senza 
pallone. 

— Ma l'Areopago, aggiunse il maestro, doveva essere 
un covo di reazionari perchè condannò Socrate a bere 
la cicuta. 

— Colpa dei preti di qiiell'epoca arretrata, replicò il 
dottore, e del resto Socrate era un imbroglione perchè 
confessava di non saper nulla eppoi faceva perder tempo 
alla gente perbene colla scusa d' insegnar la sapienza ! 

— Ciò non toglie, saltò su il cancelliere, che Socrate 
non sia una vittima del Libero Pensiero ! 

— Ma se a quel tempo non c'era il Cristianesimo e 
dunque non c'erano i preti, osservò il notaro. 

— Già, concluse il sindaco, i preti non c'erano ma 
c'erano i sacerdoti e lei ra' insegna che preti e sacerdoti 
sono zuppa e pan bagnato, E nell'Areopago i sacerdoti 
c'eran di certo e proprio per questo sostengo che il nostro 
Areopago è superiore a quello d'Atene perchè qui non ci 
sono, grazie a Dio, sottane nere. 

ARETINO (PIETRO) (1492-1557) 

L'Aretino è il più famoso mandrillo questuante della 
letteratura universale. Ma per lo meno era un mandrillo 
che sapeva scrivere in ben colorito italiano e un que- 
stuante che chiedeva l'elemosina agli imperatori. Oggi vi 
sono torme di Aretinucci e Aretinelli che scrivono por- 
cherie in forma sporca e che chiedono la mancia e la glo- 
ria alle padrone dei bordelli ed ai clienti dei medesimi. 

214 



AREZZO 

Il paese d'Arezzo ha dato, in proporzione degli abitanti, 
il maggior numero di uomini grandi o segnalati all' Italia. 
Basta rammentare Guido (l' inventore delle notazione mu- 
sicale), Guittone, Petrarca, Michelangiolo, Cesalpino, Va- 
sari, Pietro Aretino, Redi e altri moltissimi. Ora è in de- 
cadenza : gli ultimi aretini celebri sono, ahimè, il Guada- 
gnoli, poeta sudicio, e il Chiarini, poeta pallido. 

Arezzo fu liberata da San Francesco dai demoni che 
l'abitavano ma pare che fossero tornati ai tempi di Dante 
che gli Aretini chiama « botoli ringhiosi ». 

Arezzo è città antica, quieta e bella, non sciupata an- 
cora dalla civiltà (benché alcuni fabbriconi la minac- 
cino) — e vi sono ancora stradine in salita, tra mura e 
case vecchie, dove l'erba verdeggia, ove si può dire orazione 
in pace sotto i tabernacoli : Via del Praticino, Via della 
Fioraia, "Via del Sasso verde sono ancora tra i pochi luoghi 
puliti e solitari del mondo. E nella Chiesa di San Francesco 
e' è uno de' miracoli della pittura: il sogno di Costantino 
di Pier della Francesca. 

ARGENTINA 

Grande paese dell'America del Sud dove gì' italiani 
vanno per far fortuna. È popolato di vacche, di bovi, di 
vitelli, di gauchos, di generali e di uomini politici demo- 
cratici. Il suo nome, che contiene l'argento, lo rende sim- 
patico a tutti gli affaristi internazionali. Non va dimenti- 
cato che servì, per un certo tempo, come terra d'esilio al- 
l' Eroe dei Due Mondi. 

ARGENTO 

La, parola, dice il proverbio^ è d'argento. Se fosse vero 
nessuno parlerebbe per non spender un sì goloso metallo 
— tanto più che il silenzio è d'oro e perciò tanto più frut- 
tifero. 

Il francese, più pratico, chiama « argent » il denaro e 
la parola, dunque, sarebbe denaro — ma l' inglese ha de- 
cretato che denaro è il tempo. Si può dedurre che la parola 
è tempo ? Il verbiim di San Giovanni sarebbe mai eguale 

215 



al times di John Bull ? E il silenzio sarebbe allora la. 
non-durata, l' inesistenza, il nulla ? E per tornare al pro- 
verbio, se il silenzio è d'oro, non si dovrebbe concludere che 
l'oro è il nulla ? E se la parola vai meno del silenzio con- 
fesseremo che vale ancora meno di nulla ? 

Questi corollari, benché ottenuti con una rigorosa dia- 
lettica fondata sulla « sapienza dei popoli », parranno tal- 
mente eretici agli occhi dei banchieri e degli avvocati — 
i padroni dell'ora — che l'Omo Salvatico rinunzia, inorri- 
dito, ad ogni ulteriore approfondimento, 

ARGO 

aveva cento occhi ed è probabile che non potesse dormire, 
per la difficoltà di chiuderli tutti insieme, e che non potesse 
vivere in pace, tante più turpitudini gli sarà toccato ve- 
dere. Da un bel pezzo gli uomini saggi, che hanno due oc- 
chi soli, e anche un po' annebbiati, hanno' preso l'abitudine 
di tenerne chiuso uno anche di giorno e ora si sparge la 
moda di chiuderli tutti e due con provvido benefizio per 
i ladri e per i pittori. 

ARGOMENTO 

(Alla Camera). 

Il presidente avverte Voratore 

che d'argomento è fuor e. 

E Vorator : Sì vasto è V argomento 

che non si sa quando si è fuori a drento. 

ARGONAUTI 

Se i mercanti e i coloniali conoscessero la mitologia 
non v' è nessun dubbio che avrebbero un vero culto per 
gli Argonauti che andarono in cerca del Vello d'Oro. An- 
ch'essi a loro modo seminano i denti del dragone da' quali 
nascevano i giganti armati : portano infatti, nelle terre 
vergini e lontane, quei velenosi doni che sono l'armi e le 
zozze eppoi si meravigliano di essere qualche volta massa- 
crati dalle tribù furibonde. 

2l6 



ARIA 

Il tale — si dice — campa d'aria. E nello stesso signifi- 
cato : campa di Spirito Santo. Lo Spirito Santo sarebbe 
dunque null'altro che l'aria ? Quando si rifletta che anima 
vuol dire, etimologicamente, soffio, fiato, non si potrebbe 
concludere che il linguaggio comune, nella sua inconscia 
profondità, riconosce che ogni spirito è un soffio che pro- 
mana dalla Terza Persona della Santissima Trinità ? 

E allora si capiscon meglio anche le locuzioni che indi- 
cano il digiuno e la sobrietà. In quelli che vivono soprat- 
tutto nello spirito e di spirito i bisogni del cibo corporale 
son quasi nulli : i santi potevano far a meno di mangiare 
per molto tempo e quando il proverbio aggiunge : In 
chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni vien ribadito il 
pensiero che l'astinenza non è un capriccio della Chiesa 
ma lo stato naturale degli spirituali. 

ARIANNA 

Tutti conoscono il « filo di Arianna » e sanno vagamente 
che servì a trar fuori un suo amante dal Labirinto. Gli uo- 
mini moderni non ammettono Labirinti epperò non si cu- 
rano molto dei fili che si sgomitolano e preferiscono, quando 
son furbi, dar del filo da torcere ai loro nemici. Ma però 
approvano con entusiasmo l' ingratitudine di Giasone che 
abbandonò sola sopra uno scoglio la sua ingenua sal- 
vatrice, tutti contenti di avere un alibi mitologico e clas- 
sico dei loro tradimenti. 

Nietzsche, che aveva predicata per parecchi anni la 
filosofia del Minotauro, s' innamorò, alla vigilia della paz- 
zia, di Arianna, ovverosia Cosima Wagner, la quale gli porse 
delicatamente un filo che lo condusse diritto diritto al ma- 
nicomio di Weimar. 

ARIELE 

Amabile spirito dell'aria, ubbidiente amico del nobile 
Prospero, protettore degli esuli, riparatore dell' ingiustizie, 
saluto musicale del cielo marino — dove sei fuggito, dove 
sei, dopo che Shakespeare ti licenziò colla fine della Tem- 
pesta ? Calibano, l'orrido bestione briaco, e' è sempre ; ha 

217 



fatto fortuna, ha rriesso su famìglia, ha quattrini e figlioli, 
siede nei consigli dello stato, trionfa e brinda e rutta nelle 
solennità della democrazia e dell' industria : è diventato 
un patriarca ; metà della terra appartiene ai suoi nipoti, 
ai suoi liberti, ai suoi bastardi. È forse per questo che il 
dolce Ariele, spirito al servizio della sfortuna, non è più 
ricomparso, neppure a quelli che l'amano ? 

ARISTIPPO (V sec. a. e.) 

Ai più, oggi, quasi ignoto ; eppure la sua filosofìa è 
quella più diffusa e seguita ai giorni nostri.... La felicità 
è nel piacere — non c'è di buono che il piacere — le virtù 
consiste nella ricerca del piacere — la vera libertà consi- 
ste nel liberarsi dal desiderio col godimento. 

I moderni fanno finta di studiare Socrate e Platone e 
li rammentano ogni istante — in realtà non vi sono, al 
di fuori dei cristiani, che seguaci di Aristippo. 

ARICI CESARE (1782-1836) 

A soli vent'anni fu secondo attuario processante nella 
pretura criminale di Brescia ; a venticinque commesso di 
seconda classe nella Corte civile e criminale del Mella ; a 
ventotto professore di liceo. 

Dicono che fosse anche poeta e di lui si leggono, cioè 
si stampavano, certi poemi sugli Olivi, sul Corallo, sulla 
Pastorizia, sull'Origine delle Fonti, frutto di una sua sfre- 
nata passione per la poesia didascalica : eleganze rasse- 
gate sopra argomenti glaciali. Compose anche, dopo il 
Manzoni, alcuni Inni Sacri ed è sperabile che gli abbiano 
procurato la gloria del paradiso in mancanza di quella 
poetica. 

ARIMANE 

Si racconta che un giorno, mentre un notorio satanista 
cantava fra sé e sé : 

tu deWEssere 
Principio immenso 

con quel che segue, gli apparisse dinanzi Arimane in per- 
sona. Al pò ver uomo si ghiacciaron le parole in bocca dallo 

2l8 



spavento ma Arimane Io incuorò e aprendo la bocca, che 
sembrava un' immane caverna orlata di zanne cignalesche 
e abitata da una lingua triforcuta, gli disse : 

— Vuoi venire con me ? Io ti darò tutti i piaceri e i 
trionfi che dice il poeta. Vieni via ! 

Il tremante satanista trovò la forza di accennare no 
colla mano. Allora Arimane, giustamente sdegnato, pro- 
ruppe : 

— E allora perchè canti con tanta lena le mie lodi se 
non hai cuore di farmi compagnia ? e voltategli le spalle 
lo salutò e l'appuzzò con un rombo veramente tartareo. 

ARIO (m. 336) 

vecchio eretico nativo di Libia che portò lo scompiglio nella 
Chiesa del V. secolo colla sua dottrina, secondo la quale 
e' è una differenza profonda tra Padre e Figlio, perchè 
il Padre non è generato e il Figlio sì. Dunque questi ha un'al- 
tra natura di quella del Padre e non può conoscerlo per- 
fettamente, e il Figlio non è eterno, e tutt'al più può esser 
detto Figlio adottivo del Padre. Fu condannato dai con- 
cili di Alessandria e di Nicea ma trovò molti seguaci e 
dette origine ad altre eresie. In sostanza Ario portava a 
negare la divinità di Cristo e perciò anche oggi è benigna- 
mente considerato da tutti quelli che, in odio alla Chiesa 
eterna, cercano di ripescare le memorie e le reliquie degli 
eretici effimeri. 

Anche oggi quando si sente dire da qualcuno, e succede 
spesso : « io credo in Dio ma ritengo che Cristo sia stato 
semplicemente l'uomo più perfetto nato sulla terra » è la 
vecchia ombra cocciuta di Ario che torna a far capolino 
su dalla palude delle vecchie eresie sconfitte. 

ARIOSTO (LUDOVICO) (1474-1533) 

Autore di un poema cavalleresco che rappresenta l' idea- 
le, insieme alle poesie di Francesco Gaeta, del celebre cri- 
tico napoletano Benedetto Croce. Si dice che un cardinale 
gli domandasse, dopo letto VOrlando, di dove avesse cavate 
tante coglionerie, e questa domanda, che dovrebbe dare un 

219 



buon posto a quel porporato nella storia della Chiesa, gli 
ha procurato i lazzi di tutti i parassiti della letteratura. 

In verità, dice TOmo Salvatico, tutti i libri che hanno 
per scopo di far dimenticare l'unica cosa che ha valore 
per l'uomo, la propria salvezza, e vogliono, secondo la pa- 
rola di Pascal, nous divertir, non sono e non posson essere 
altro che solenni e nefaste coglionerie. 

ARISTARCO (II sec. a. e.) 

Ogni manifattore all' ingrosso di recensioni il quale si 
permetta di fare osservare a un poeta che i suoi endeca- 
sillabi hanno tredici sillabe e ad un romanziere che i suoi 
racconti mancano di senso comune e di senso grammati- 
cale, è battezzato subito per Aristarco. Se poi, Dio ne scampi 
e liberi, non ammira con sufficiente entusiasmo uno dei 
celebri Bovi Grassi della mezza quaresima letteraria, è ad- 
dirittura un Aristarco Scannabue e la sua carriera mortale 
da quel giorno è finita. Se persiste sfrontatamente nella 
sua tiepidezza, gli vien buttato addosso come un esorcismo 
un altro spaventoso nomignolo : Zoilo, con i dovuti agget- 
tivi di fegatoso e ringhioso e Zoilo rimarrà tutta la vita 
anche se gli venisse fatto di dire che le poesie di Balsamo 
Crivelli o di Fausto Salvatori sono 1' Himalaia e il Chim- 
borazo del Parnaso Italiano, 

ARISTIDE (m. 467 a. e.) 

era detto il Giusto epperò gli fu applicato giustamente 
l'ostracismo. Questa pena non ha più ragione di essere oggi, 
almeno per lo scopo di bandire i giusti, inesplicabilmente 
assenti, e il buon Aristide serve soltanto nelle classi di Liceo 
per imparare le declinazioni e gli aoristi. 

ARISTOCRAZIA 

vuol dire, in greco, il dominio dei migliori. Ma siccome oggi 
nessuno vuol essere dominato e d'altra parte non e' è più 
nessuna unità di misura per giudicare chi è migliore non 
esiste aristocrazia. L'aristocrazia vecchia è morta o mar- 
cita ; e quanto all'aristocrazie nuove, quella del denaro 

220 



è ignobile e quella dell' ingegno forma il servitorame di 
quella del denaro. 

— Del resto, osservava il prof. Mediani, non e' è ragione 
di lamentarsi : l'aristocrazia e la plebe sono le nemiche 
nate di un ordinato regime. La sana democrazia non può 
fondarsi che sul medio ceto, al quale, non per vantarmi, 
appartengo, e tutti sanno che gli estremi si toccano, tanto 
è vero che troverete ormai dei bigotti soltanto nella vec- 
chia nobiltà o nella feccia delle campagne. 

ARISTOFANE 

L'uomo dell'antichità di cui si sente maggiormente la 
mancanza ai primi del secolo ventesimo. 

ARITMETICA 

L'aritmetica non è un'opinione, dice quello che cerca 
d' imbrogliare i conti per apparire in credito quando è in 
debito. Cos' è dunque l'Aritmetica ? È la certezza assoluta 
che due e due non posson fare a meno di diventar 
quattro. Fuori di questa certezza non ce ne son altre, 
afferma il ragioniere, e finché i signori preti non mi 
avranno dimostrato colla regola del tre semplice il dogma 
della Trinità e colle regole della moltiplicazione il miracolo 
dei pani e dei pesci e coll'equazioni algebriche l'esistenza 
d'Iddio e colla cubatura del legname la verità della crocifis- 
sione io mi rifiuto categoricamente d'esser cristiano e mi 
credo perfettamente libero di schiaffeggiare mia madre 
e di prendere a pedate il povero che picchia alla mia 
porta. 

ARKWRIGHT (RICCARDO) (1732-1792) 

Negoziante di capelli fiorito nella nobile Albione nel 
secolo dei lumi, il quale inventò il telaio meccanico — prin- 
cipio di quella Rivoluzione Industriale che ha imbruttito 
e impoverito il mondo, arricchendolo, assai più della Rivo- 
luzione xA.mericana, della Rivoluzione Francese, della Ri- 
voluzione Russa e di tutti gli altri rivoltolamenti dell' in- 
guaribile malato terrestre. 



ARLECCHINO 

Tutti, sebbene invisibilmente, portiamo addosso il va- 
riopinto vestito d'Arlecchino. Le nostre idee, le nostre 
passioni, i nostri sogni, son toppe multicolori, mal cucite 
fra loro, che con gli anni si stingono, finché tutto il vestito 
piglia il colore del grigio sudicio e si sbrindella e cade. 

Allora non resta più che quell'altro vestito, di pelle e 
d'ossa, il quale un bel giorno s' intirizzisce nella morte. 

E allora soltanto, il cav. Deifobo Luciferini, nemico 
acerrimo d'ogni contraddizione, potrebbe legittimamente 
esclamare : 

Ecco l'uomo che mi somiglia : Vuomo tutto d^un pézzc / 

ARLOTTO (IL PIOVANO) (1395-1483) 

Del piovano di San Cresci a Maciuoli, che meglio sarebbe 
riuscito buffone che prete, si raccontano molte storie, ma 
quella più filosofica, e eh' è restata nella lingua, è eh' e' sa- 
pesse leggere soltanto nel suo libro. Oggidì che gli uomini 
non sanno leggere in nessun libro, neppure in quelli che 
hanno scritto da sé — dico leggere intendendo lo spirito, 
il senso, il valore — il piovano sarebbe un miracolo vivente 
e una cisterna dì sapienza. Quando poi si pensi che il libro 
in cui leggeva Arlotto Mainardi era, con grande probabi- 
lità, il Messale dov' è contenuto, a brani, tutto il Vangelo, 
— cioè l'unico libro che veramente bisogna saper leggere, 
intendere, meditare e seguire — noi riteniamo il vecchio 
prete come infinitamente superiore a tutti i nostri moderni 
dotti che da centomila volumi sfogliati o saccheggiati non 
sanno, il più delle volte, che ricavare lo sbadiglio del nulla. 

ARMENTO 

Oggetto di disprezzo per l'uomo così detto superiore ed 
anche non di rado per l' imbecille, i quali, senza dubbio, 
debbono assomigliarsi, nell'assoluto, come due gocce d'acqua. 

Ciascuna pecora umana, pretende più o meno d'uscir 
dal branco e di farsi, secondo i casi, lupo o pastore ; ma 
in realtà é questione di abbandonare un armento per en- 
trare in un altro. 



2ZZ 



La storia umana è formata d'armenti che si cozzano 
fra loro furiosamente (guerre civili e incivili), quasi sempre 
per questione di pascoli, e che vanno a finire tutti quanti 
nella morte, mentre altri che rappresenteranno la stessa 
scena, si affacciano alla vita. 

Fra coloro che, non ammettendo questa fatalità, non 
volevano più armenti, c'era una volta l'on. Tvirati, attual- 
mente pecora marcia del socialismo che fu. Egli, come 
ognun ricorda, sebbene non alludesse certo a se stesso, 
fieramente cantava : 

« Come bruti d'un armento 
slam sfruttati dai signor ». 

E condivideva le proprie idee poetico-economico-rivolu- 
zionarie con l'ex famosa Culiscioff, candida colomba russa, 
in im appartamento non precisamente da bruti, situato sopra 
i portici settentrionali di Piazza del Duomo, nell'ultrabor- 
ghese Milan ! 

ARMI 

«.Arma virumque cano.... )) 

« L'armi qua Tarmi ; 
combatterò, procomberò sol io ; 
dammi o del che in fuoco 
agli italici petti il sangue mio ». 

« La terra dei suoni dei canti e dei carmi 
ritorni, qua? era, la terra deWarmi.... » 

1 voti dei tre illustri poeti sono stati copiosamente esau- 
diti ; sono stati anzi così bene esauditi, che noi, di niente 
altro armati che d'armi spirituali, non sappiamo spiegarci 
per quale strana combinazione, ci troviamo ancora vivi, 
fra tanti armigeri. 

ARMINIO 

Avendo massacrate alcune legioni romane, per vendi- 
care le ecatombi dei Cimbri, dei Teutoni e di altre orde 
germaniche, Arminio è l'eroe nazionale dei Tedeschi come 
Mario era l'eroe dei Romani, Gengiskan dei Tartari, Attila 

223 



degli Unni eccetera eccetera. Non e' è bisogno di aggiun- 
gere che si chiama eroe nazionale quel capitano fortunato 
e feroce che ammazza il maggior numero di uomini di un'al- 
tra nazione. 

ARMISTIZIO 

— Tra la Chiesa e lo Stato — vociava l'avvocato Pap- 
pagorgia in un comizio elettorale — tra la sopravvivenza 
del medioevo e la celebrazione dello spirito moderno non 
vi può esser mai pace ma tutt'al più un armistìzio. 

— A quali patti ? — chiese una voce. 

— Risponderò colla massima chiarezza, com' è mio 
costume — prosegui il valoroso avvocato. — I patti son 
questi : i cattolici appoggino lealmente lo Stato'con tutte 
le loro forze e lo Stato, generosamente, continuerà a tolle- 
rare la loro fede, purché rimanga strettamente nell'ambito 
dei luoghi destinati al culto. Soltanto su queste basi si po- 
trà concludere un armistizio — naturalmente provvisorio 
come tutti gli armistizi — fino al giorno che lo Stato, ve- 
ramente sovrano, non spazzerà dal suo seno tutte quelle 
credenze che traggono la loro ragion d'essere unicamente 
dall'antichità delle origini e dall'inerzia mentale delle 
masse. 

ARMODIO 

Una sera d' inverno, del 190 1, nell'elegante « fumoir » 
del comm. Quattrostomachi cadde la conversazione, fra il 
padrone di casa e i propri convitati (che erano precisamente 
il prof. Mediani, il dott. Enteroclismi, l'avv. Pappagorgia 
con signora e il neo cavaliere del lavoro Narciso Francatrippa 
pure con Signora) sopra un argomento che se non era in 
quel momento della più palpitante attualità, ebbe il merito 
tuttavia d'accendere fra quei dotti d'ambo i sessi un'ampia 
e calorosa discussione. 

Si trattava dunque di sapere se il delitto politico do- 
vesse considerarsi alla stessa stregua d'ogni altro delitto, 
ovvero se, in certi casi, potesse esser degno di lode e in 
altri d'esecrazione. 

All'elegante quesito, così bene impostato dal prof. Me- 
diani, voleva risponder subito, con la solita foga, il dott. En- 



1 



teroclismi ; ma il comm. Quattrostomachi (che, nell'ora 
consacrata al chilo, si dilettava giornalmente di letteratura 
in genere e di poesie in ispecie) con un gesto cortese quanto 
energico, lo interruppe e gli disse : 

■ — Scusi un momento, dottore ; prima di abbordare la 
questione che il prof. Mediani ha messo come suol dirsi sul 
tappeto, io sarei del parere, per deferenza al più illustre 
degli italiani, che è anche (si licet magna componere par- 
vis) mio collega in Senato, di interpellare su questo impor- 
tante soggetto, il famoso poeta di Satana, Giosuè Carducci. 

E tolte da un piccolo scaffale (in cui figuravano, tra 
gli altri libri, il Conte di Monte Cristo e i Tre Moschettieri) 
le poesie complete del succitato autore, trovata la pagina 
che cercava, lesse : 

Tal, salutando Armodio, 

incoronar le cene 

solea, tornata a cinica 

egualitade Atene : 
Fremean gli aerei portici 

al canto, e Salamina, 

rosea nel sole occiduo, 

ridea da la marina. 
Pensoso udia Trasibulo ; 

e, nel bel fior degli anni, 

la fronte radiavagli, 

minaccia dei tiranni. 
Oh, ancor nel mirto ascondere 

convien le spade ; ancora 

V antico e il nuovo obbrobrio 

ci fiede e ci addolora. 

GÌ' invitati, non escluso il prof, dì belle lettere cav. Me- 
diani, si guardarono in faccia come per dirsi : v O questa ?». 

Ma il comm. Quattrostomachi^ pronto, sfogliò qualche 
pagina del libro che teneva fra le mani e, trovato il punto, 
esclamò con aria di trionfo : « Capisco. Questi versi giova- 
nili del mio illustre collega sono un po' oscuri ; ma ecco 
qui una nota del poeta stesso che li chiarisce : 

« In questa e nelle tre seguenti strofe (le quattro che vi 

225 
1 5. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



ho lette) si accenna al glorioso scolio di Callistrato (Scolio 
disse, piano, il prof. Mediani al sig. Francatrippa, significa 
commento) che solevasi cantare dagli Ateniesi ne' conviti, 
a onore degli eroi della libertà Armodio e Aristogitone : 
incomincia « Entro un ramo di mirto la spada io vo' por- 
tare, come Armodio e Aristogitone, quando il tiranno uc- 
cisero e a leggi uguali Atene fecero ». 

— Già, disse il dott. Mediani, il nostro Enotrie vuol dire 
che Armodio e il suo compagno Aristogitone (come si legge 
nella storia greca) fecero benissimo ad ammazzare il ti- 
ranno per rivendicare la loro patria in libertà ; ed in questo, 
non v' ha dubbio, io non posso non consentire di tutto 
cuore ; ma.... 

— Ma, non c'è ma che tenga (saltò su il dott. Enterocli- 
smi scattando come una molla) il Carducci ha ragione ; 
ì tiranni, nemici del popolo e sostegno dei preti, vanno 
levati di mezzo ; e Mario Rapisardi, leone dell' Etna, è 
ancora più esplicito. Udite : 

....e su U regie teste scintilla muto 

e scende^ scende, scende, scende il pugnai di Bruto. 

— Coteste, permetta che così mi esprima, interloquì il 
Commendatore, sono esagerazioni belle e buone ; non è 
vero ? disse rivolto all'avv. Pappagorgia. 

— Certo, rispose l' interrogato ; per quanto io sia ten- 
denzialmente repubblicano, pure debbo distinguere fra re 
e re ; le generalizzazioni non son mai eque. 

— Sarebbe a dire ? domandò candidamente Francatrip- 
pa, che non aveva capito il significato dell'ultima parola. 

— Ecco, le spiegherò : (gli rispose con un sorriso legger- 
mente ironico l'avvocato) vi sono re assoluti e tirannici e 
re squisitamente democratici ; perciò il pugnale rapisar- 
diano che scende scende scende e non finisce^mai di scen- 
dere su tutte indistintamente le teste coronate mi sembra, 
caro signor Enteroclismi, un po' troppo retorico. 

— Già, s' intende bene : voi che appartenete alla nuova 
generazione, urlò il dottore, siete gente morbida, perdio ! 
e con la scusa di non voler esser retorici.... 

^— Ma diamogli un taglio, via (interruppe Francatrippa) 

226 



tanto nessuno dì noi (non per offendere) ma non sarebbe 
capace, scommetto d'ammazzare una mosca. 

A questa uscita, eccettuata la signora Francatrippa che 
tirava la giacchetta al marito, tutti risero. 

Soltanto il dott. Enteroclismi fremeva. 

Quand'ecco, entrò la cameriera col caffè ; e mentre 
stava per deporre il vassoio il prof. Mediani che, con un 
largo gesto oratorio s'accingeva a fare ima equilibrata con- 
clone per riportar la pace negli animi, urtò col gomito in 
una tazza e ne rovesciò il contenuto sul petto piuttosto 
sporgente della signora Pappagorgia. 

Quadro ! E d'Armodio e compagni per quella sera, 
(peccato !) non si parlò più. 

ARNALDI 

farmacista e filosofo è l'uomo che in questi ultimi anni 
ha mandato il maggior numero d' italiani alla latrina. La 
sua teoria sulla monogenesi delle malattie si riduce all'uso 
intensivo e metodico di purganti per mandare via i ve- 
leni che dai budelli infettano il sangue e per riflesso l'a- 
nima. 

Approviamo Arnaldi e la sua cura e tentiamo di far 
per lo spirito quel che il mago di Uscio fa per il ventre e i 
nostri purganti son destinati a far defecare o recere i ve- 
leni che cinque secoli di pessima nutrizione hanno ammuc- 
chiato nell'anime* umane. 

ARNALDO DA BRESCIA (m. 1155) 

Frate che si ribellò al 8uo massimo superiore, il Papa, e 
talmente ingenuo e scemo da credere che nella Roma del- 
l'undicesimo secolo si potesse ristabilire la repubblica ro- 
mana com'era prima di Cesare. Questo imbecille disubbi- 
diente, per il solo fatto che vestiva la tonaca e che fu pu- 
nito dal Papa, è diventato uno degli Eroi del Libero Pen- 
siero, Precursore della Riforma, antesignano dell' Indipen- 
denza italiana, restauratore del mito romano e repubbli- 
cano e, perchè nulla mancasse alle sue postume vergogne, 
ha dovuto figurare come protagonista di una tragedia di 
Giambattista Nicolini, detto lo Shakespeare dell'epoca di 
Canapone. 

227 



ARNO 

Fiumicello famoso che nasce e muore in Toscana. 
Per qualche secolo ha servito agli scrittori allobroghi lu- 
cani e padani per risciacquare i loro cenci, con esito molto 
ineguale. I fiorentini, forse per evitare questa servitù flu- 
viale, 1' hanno talmente intorbidato che oggi perfino le 
scrittrici napoletane, ed è tutto dire, si rifiutano di lavare 
nelle sue acque le loro pezze mestruali. 

ARNOBIO 

Antico apologista del Cristianesimo. Dopo aver inse- 
gnata la rettorica tutta la sua vita, nell'Africa proconso- 
lare, a sessant'anni fu toccato dalla Grazia e per dare un 
pegno della sua conversione scrisse un grosso libro Adversus 
Nationes, dove risponde copiosamente a coloro che facevano 
responsabile la nuova religione delle miserie di que' tempi 
e sberta, con molto spirito, le favole pagane. Il suo cristia- 
nesimo non è sempre perfettamente ortodosso — mostra 
influenze platoniche, neoplatoniche e perfin pirroniane — . 
ma per un vecchio di sessantott'anni passati era difficile 
rifarsi la mente come s'era rifatto il cuore. Precorre quei 
moderni che hanno voluto fondare la necessità della fede 
sulla debolezza della ragione ma sa con eloquenza abbassare 
l'orgoglio dell'uomo che chiama, con appropriati epiteti, 
« animai miserum et supervacuum ». 

AROMA 

Quello più soave di tutti non emana né da fiori, né da 
essenze, né da cosmetici, né tanto meno, come qualche bi- 
gotto potrebbe credere, da certe reliquie di santi; ma dal 
corpo e dall'anima del Borghese moderno, il quale é, indub- 
biamente, qual « sale della terra » di cui si parla a spropo- 
sito nel « così detto » Vangelo ! 

ARONNE 

S' é biasimato molto il fratello di Mosè per aver conten- 
tato gli Ebrei doppiamente erranti modellando il vitello 
d'oro. Ma pensando bene non gli mancano giustificazioni. 
Prima di tutto per fare il vitello si fece dare tutti i gioielli 

228 



delle donne, vincendo così la vanità e l'avarizia, egualmente 
fortij come sappiamo, nelle giudee. Inoltre voile mostrare 
al popolo, quasi per scherno, di che Dio fosse degno : del 
Bove, come gli odiati e castigati egiziani. Infine potè, 
con quello strattagemma, trastullare gli ebrei perchè aspet- 
tassero con maggior pazienza il ritorno di Mosè colla Legge. 
L'atto di Aronne fu, ben guardando, profetico e nessuno 
negherà che i giudei non siano, anche oggi, più aronnici 
che mosaici — cioè adoratori delle bestie e dell'oro. 

ARPA 

Troppo antica ! 

David (figuriamoci !) se ne serviva per accompagnare 
le sue sciocche lodi al suo fantastico Dio ! 

A tempi nuovi, nuovi strumenti ; nel tempo dei rumori 
(di quei rumori soprattutto di cui parla Cristo) V « into- 
narumori » del futurismo. 

Non arpe, ma timballi, crotali, sibili, rutti, peti, ruggiti, 
pistolettate, bombe e cannonate. 

Ecco le musiche moderne, egregiamente dirette dai 
Toscanini dell'Anticristo ! 

ARPOCRATE 

Era il Dio del silenzio. Si rappresentava sotto forma 
d'un giovane mezzo nudo, con un corno in mano e un dito 
sulla bocca 

Benché deità gentilesca, potrebbe prefigurare ottima- 
mente la carità cristiana. 

Ma ecco l'autentica fotografia della beneficenza moderna. 

Una popputa pescecanessa carica di collane e d'anelli 
che — tanto per far l'opposto di ciò che vien comandato nel 
Vangelo — sventola una bandiera e soffia a perdifiato in 
una lunga tromba, perchè si sparga triplicemente ai quat- 
tro venti la fama del suo civismo, della sua meritata ric- 
chezza e del suo prodigioso buon cuore. 

ARRA 

« Arra di sicuro progresso » sono, nei discorsi degli 
ispettori scolastici o dei consiglieri provinciali, tutte le 
immagini false di bene che l'uomo d'oggi mulescamente 

229 



persegue. Ad esemplo la diminuzione degli analfabeti (col- 
l'aumento correlativo dei furti e dei ferimenti) ; la diffu- 
sione del telefono (colla relativa diffusione della nevraste- 
nia) ; l'uso crescente dell'automobile (col relativo crescere 
degli storpiati,' degli spiaccicati e degli invidiosi maledic'enti); 
l'estensione del suffragio ai minorenni e alle donne (col 
necessario e conseguente aggravarsi del bailamme politico 
sociale e morale dei paesi) e altre simili delizie e vittorie 
dell' inciviltà contemporanea. 

ARRANGIARSI 

Il soldato s'arrangia le scarpe, i pantaloni, la giacca e 
il berretto per esser più Don Giovanni nei giardini pubblici 
intorno ai grembiuli bianchi delle donne di servizio che sono 
la sua passione. 

Il letterato ameno, che vuol far quattrini con la pro- 
pria amenità, arrangia il romanzo, la commedia o la no- 
vella secondo l'ultima moda che consiste nel diminuire 
ancora la foglia di lieo già ridotta dalla moda precedente ; 
il commesso di negozio, il presta nome di farmacia, l'agente 
di beni, il computista ecc. cercano d'arrangiarsi onesta- 
mente alla cassetta o allo scrittoio, finché, a forza d'arran- 
giarsi, pigliano il posto di chi s'accorge troppo tardi delle 
loro arrangiature. E tutti questi arrangiati e arrangiatori 
cadendo fra le mani dell'Omo Salva tico, ricevono da que- 
sti l'arrangiatura definitiva che non s'aspettavano. 

ARRESTARE 

Verbo poliziesco oggi quasi in disuso perchè i colpevoli 
o sfuggono alle « febbrili indagini » o vengono ammazzati 
senza « preventiva detenzione ». 

Ma resta, come luminoso ricordo, nella letteratura : 
tra Faust che vuol arrestare l'attimo perchè bello e Zola 
che proclama : la verité est en marche rien ne l'arrétera, 
e' è scolpita l'antitesi tra due razze e due epoche : tra la 
staticità della beatitudine perfetta e il dinamismo della de- 
magogia progressista. 

230 



ARRI 

Zeppa poetica che un asinaio poneva nei versi delia 
Divina Commedia e che forse non guasterebbe in altri 
poemi — per esempio nel Lucifero di Mario Rapisardi. 

La sapienza del popolo (ch'è asino, secondo i suoi amici 
Guerrazzi e Podrecca) avverte cha «vai più una bastonata 
che cento arri là » e l'esperienza lo conferma meravigliosa- 
mente ogni giorno. I politici del bastone vincono sempre 
i politici dell'arri là — benché il popolo sovrano rimanga 
ciuco sempre. 

ARRICCHIRE 

Se r Omo Salvatico, invece d'odiare l' idee false e 
malvage che sovvertono il mondo e conducono gli uomini 
alla dannazione, avesse qualche odio personale, pregherebbe 
Dio, pei suoi nemici, così : « Signore, ricolmali di ricchezze 
materiali ; avvolgili e legali in un manto di fogli di banca 
e fra catene di perle, di diamanti, di lapislazzuli e di zaf- 
firi, fa' che ogni loro cibo si trasformi in oro, e che l'oro li 
nutra, li ingrassi e li conserta come un miracoloso elixir ! ». 

Moltissimi imbecilli credono che il peggiore dei mali 
sia la miseria. 

Invece l' infimo dei miserabili, sarà alla fine più grafide 
degli imperatori. 

Il vero miserabile, che finirà disperato, affamato e dan- 
nato, fra i suoi tesori inut'li, è il ricco. 

Una certa squala (moglie d'un lattaio svizzero), la 
quale per distrarsi dalla malinconia che le dava il proprio 
incipiente disfacimento fisico si dilettava a perdere o a vin- 
cere interi patrimoni ai giuochi d'azzardo e si trascinava 
dietro, d'albergo in albergo, quattro milioni di gioielli, 
quando questi, un bel giorno, le furono rubati, dopo i 
primi momenti d'angoscia, dette un respiro di sollievo e 
disse : « In fondo, tutto il male non vien per nuocere ; 
con tutta quella ricchezza addosso, avevo sempre paura 
d'essere assassinata ! ». 

Uno spiraglio di luce s'era fatto in quel putridume 
d'anima fasciata di milioni. Forse questa spaventevole 
ricca il cui fetore, nell'ora della morte, farà indietreg- 

231 



giare i demoni, meditando sulla sua fortunala sfortuna^ 
avrebbe potuto salvarsi ; ma lo squalo lattaio, suo marito, 
saputa la notizia del furto, afetiuos amente le telegrafò : 
« Cara Fifì, non piangere ; il tuo Lulù ti regalerà altri 
quattro milioni di gioie 1 ». 

E quindi, probabilmente, la smisurata ricchezza del si- 
gnor lattaio riuccise la grazia di Dio e V avvertimento divino 
rimase lettera morta. 

ARRIGO IV (1050-1106) 

È colui, sapete, (spiegava il dott. Enteroclismi) che andò 
a Canossa. 

Andare a Canossa vuol dire commettere la maggior vi- 
gliaccheria che si possa immaginare, perchè vuol dire umi- 
liarsi ; e se si pensa, nel caso nostro, che chi dette origine 
a questa frase, diventata ormai proverbiale, fu un impera- 
tore il quale non ebbe vergogna, l'infelice ! d' inginocchiarsi 
e di domandare perdono, davanti a un papa, la cosa diventa 
ancor più stomachevole. 

Ma come ! Io sono, non solo un uomo (il che dovrebbe 
bastare) ma un potente, sia pure decaduto, una testa co- 
ronata e debbo abbassarmi fino al punto di diventare il 
cencio da lumi del Maggior Prete ! 

Che vigliaccheria ! 

Ma perchè questo signore Arrigo non si fece saltar piut- 
tosto le cervella ? 

ARRIGO VII (1269-1313) 

conte di Lussemburgo, imperatore di Germania, voUe 
(13 io) scendere in Italia per rimetterla in obbedienza. Ma 
l'oro de' fiorentini fu più potente della parola del fiorentino 
Dante, Giunse a Roma e fu incoronato non dal Papa ma 
da certi cardinali ; non in San Pietro, dove non potè en- 
trare, ma in San Giovanni Laterano il 29 giugno 13 12 ; e 
morì a Buonconvento il 24 agosto 1313 — dissero di ve- 
leno — spezzando le speranze di Dante, de' fuorusciti e 
de' ghibellini. 

Era venuto con buona volontà di pace, ma gli Arrighi, 
quando vogliono cozzare coi papi, hanno sempre a\aito 

232 



poca fortuna. Scrìsse il Tommaseo : « Straniero più buono 
d' Enrico VII sarebbe difficile ritrovare ; ma agli stranieri 
è fatale, e provvidamente fatale, che non possano giovare 
all' Italia ». 

ARRIVATO 

L'arrivato (al colmo della gloria, all'apice della felicità 
o sul? imalaia dei propri miliardi) non è affatto un arrivato ; 
egli è ancora in cammino verso una stazione parata di 
nero, alla quale di giorno e di notte convergono da ogni 
parte lunghissimi, rapidissimi, sovraccarichi, innumerevoli 
e funebri treni. Poi, su due linee perfettamente opposte, 
si prosegue per altre due stazioni ultime e definitive ; la 
prima linea (una direttissima) percorsa da uno spaventevole 
express i cui sinistri ferrovieri hanno facce e modi diabo- 
lici, conduce a quella popolosa metropoli sulla cui porta 
sono scritte, secondo Dante, alcune parole di colore oscuro. 
L'altra linea ha tina fermata intermedia, in un luogo 
eh' è una specie di Montecatini spirituale, dove molti son 
fatti scendere perchè prima di continuare si purghino invece 
che con l'acqua del Tettuccio con un fuoco non di paglia, 
mentre soltanto pochissimi seguitano il loro viaggio fino 
alla Città Superna. 

Sennonché gli « arrivati » (vale a dire coloro che da 
questo mondo dovranno arrivare fatalmente o nella città 
della Morte o nella città della Vita) non credono in gene- 
rale che all'esistenza delle ferrovie dello Stato : e allora 
avviene che questi increduli signori s'accorgeranno soltanto 
della ultramondana realtà dei treni discendenti verso l'abisso, 
quando il loro credere non potrà più salvarli dalla danna- 
zione eterna, per la semplice ragione che vi staranno già 
dentro. 

Tuttavia, poiché non ebbero sulla terra altro desiderio 
che quello d'arrivare dove non era Dio, non avranno il 
diritto di lagnarsi (enonostante certi incomodi piuttosto 
gravi inerenti alla loro condizione), saranno in certo modo 
soddisiatti d'essere finalmente arrivati fra l'amorose braccia 
del diavolo. 



233 



ARROSSIRE 

Una volta (al tempo del pudore) arrossivano special- 
mente le donne ; e ciò piaceva ai fidanzati e ai mariti per- 
chè s' immaginavano (i fessi !) di scoprire in quel rossore 
delle loro amate una certa garanzia di fedeltà. 

Oggi se si potesse arrossire di qualche cosa si arrossi- 
rebbe d'essere arrossiti. 

Ma neppure questo rossore è possibile dacché le facce 
maschili sono d'autentico bronzo e su quelle femminili 
non appare altra arrossatura che il rossetto. 

Semmai non si potrebbe arrossire che di quella cosa 
di cui non arrossiva San Paolo (i) ; ma anche questo 
rossore è divciitato fortunatamente impossibile, data l'abo- 
lizione definitiva del Vangelo di Cristo e l'entusiastica ac- 
cettazione di quello di Carnegie, i cui 500.000.000 di se- 
guaci, incapacissimi d'arrossire, arrossano sempre più ab- 
bondantemente le cinque parti del globo. 

ARROSTO 

Mettere nello spiede un solo scricciolo di numero ; ver- 
sarci sopra dimolto condimento ; circondarlo da una gran 
nuvola di fumo e lasciare spalancata la finestra di cucina 
perchè l'odore appetitoso penetrando nelle narici dei confi- 
nanti li faccia pensare a LucuUo. 

Ecco un ottimo consiglio (se non fosse superfluo) da 
darsi agli scrittori, ai politici, agli oratori e ad altri cuochi 
del genere. 

ARRUFFAPOPOLI 

Parola antiquata e non più adoprabile. Quando i popoli 
erano calmi, placidi, rassegnati e ubbidienti v'era bisogno 
di chi li arruffasse — ma furon tanti coloro che si posero 
d' impegno ad arruffare le idee e le costumanze delle rriol- 
titudini che ora non e' è più posto per gli arruffatori e si 
desidera, ma invano, un pettinapopoli. 

(1) Non enim erubesco Evangelium. 



ARS (IL CURATO D') (1786-1859) 

« Il pensiero di Voltaire, se la parola pensiero può ap- 
plicarsi a Voltaire, consisteva nel sopprimere le altezze. 
Lo scopo che s'era proposto consisteva neUa distruzione 
d'ogni grandezza naturale o soprannaturale. Egli odiava 
il cielo, il mare e le montagne. Fu quindi l'espressione, 
più completa e fedele del suo secolo ! Il secolo XVIII ebbe 
un gusto tutto suo: il gusto della scimmia. Voltaire, ■ al- 
meno per quanto è ciò possibile all'uomo, si fece scimmia ; 
ed esercitò gran prestigio sui suoi contemporanei, che 
accorrevano a Ferney per contemplarsi in lui come in uno 
specchio, perchè Voltaire corrispondeva al loro desiderio 
occulto : al loro desiderio di decapitare l'uomo. 

Ma che andavano a cercare nel deserto, i pellegrini che 
affluivano ■ ad Ars ! Vi abitava forse un uomo che corri- 
spondeva ai desideri infami che gli uomini portano in se 
stessi ? forse si trattava d'un uomo che corrispondeva, 
con la sublimità naturale del suo genio, ai desideri elevati 
che gli uomini portano in sé ? No ; li non c'era né un 
adulatore delle nostre miserie, né lo splendore umano so- 
gnato dai sogni umani che bruciano i cuori di vent'anni. 

Non era né l'uomo che si desidera quando si vuol com- 
mettere il male e ci si vuol liberare dei ricordi della luce, 
né l'uomo che si desidera quando evochiamo dal fondo di 
noi stessi 1' immagine dell'uomo adornato d'ogni naturale 
grandezza. Ma se l'uomo che si andava a trovare nel de- 
serto non era l'oggetto naturale dei desideri naturali del- 
l'uomo, era almeno adornato, insignito, trasfigurato dalle 
magnificenze della natura e dalla pompa della civiltà ? 
Pronunciava forse degli oracoli da qualche luogo storico e 
famoso ? Era forse la nostra immaginazione, occupata e 
colpita, fin dall' infanzia, dall'eco delle voci che avevan 
risonato di secolo in secolo nello stesso santuario ì 

La verità è questa : Nessuna umana attrattiva aveva 
mai richiamato nessuno in quel piccolo villaggio mediocre 
ed oscuro, senza pregi né storici né naturali ; e tuttavia 
quel villaggio ha conquistato i suoi titoli di nobiltà davanti 
a Dio e davanti agli uomini ed é oggi un santuario ! Lo 
Spirito soffia dove vuole. Un giorno lo sguardo della Colomba 

235 



infinita sì posò sul campanile d'Ars ! Povera pìccola cap- 
pella ! Dio, che cos' è la gloria ? Chi attira dunque il 
suo raggio di fuoco ì Spirito di pace, spirito di gioia, tu 
che lanci dove vuoi la sapienza, tu che tai impallidire di- 
nanzi al minimo dei tuoi raggi tutte le luci scoperte o 
sognate, qual'è dunque la potenza che attira il tuo sguardo ? 

La risposta fu data da lungo tempo : Diciotto secoli 
addietro, la Beata Vergine Maria, madre di Dio, pronunziò 
il nome, cantando, di questa potenza che attira gli occhi 
della Colomba ; di questa potenza il cui nome è rimasto 
un segreto, benché il segreto sia pubblico : Respexit humi- 
litatem. 

Ecco perchè le cinque parti del mondo conoscono il 
nome di quel piccolo villaggio, oramai storico. Dio non 
è cambiato. Oggi, come una volta, respexit humilitatem. 

L'umiltà ha attirato il suo sguardo. 

Gli uomini, a loro volta, hanno veduto l'uomo umile. 
Se quest'uomo si fosse chiamato Isaia, Daniele, David, 
Salomone, San Giovanni, San Bernardo, San Tommaso, 
potreste, abbacinati dalla luce, ingannarvi sulla natura del 
suo fascino. 

Ma Dio aveva spogliato il curato d'Ars d'ogni rassomi- 
glianza con i grandi, perchè non potesse illudere e far pen- 
sare ad un fascino tutto umano. 

Ascoltiamo questo aneddoto : 

« Qualche anno fa, dicono i continuatori del Padre 
Giry, la curiosità e non altro, condusse ad Ars un lette- 
rato che non aveva se non il culto dei sensi e della ragione. 
Quando quel filosofo, abituato a giudicare ogni cosa se- 
condo le apparenze, vide il Padre Viannay vestito grosso- 
lanamente, con gli occhi modestamente abbassati, e lo udì 
parlare alla buona e scoprì che la sua fisonomia non re- 
cava altra distinzione che quella che deriva dall' impronta 
misteriosa delle virtù sacerdotali, rimase molto scontento ; 
e non potè fare a meno dì dire a se stesso con ironica de- 
lusione : «Non è che questo ì Ed io che credevo.... Oh se 
lo avessi saputo !... ». 

Il padre Viannay usciva di chiesa. Quando s'accorse 
che quel povero filosofo era pentito ed irritato d'aver cre- 

236 



duto ad una falsa fama, non potè non rivolgergli una pa- 
rola di consolazione. ''Ahimè, signore (gli disse, con voce 
triste ed affettuosa) son molto dispiacente che siate rima- 
sto ingannato e che abbiate fatto inutilmente un lungo viag- 
gio. Non era necessario, certo, venire da tanto lontano, 
per vedere il più miserabile e il più ignorante degli uomini ». 

Queste parole operarono come una rivoluzione nell'a- 
nima dell' incredulo, che, già convertito e rapito d'am- 
mirazione, esclamò : « Ecco l'uomo che cercavo ! ». 

Questo pellegrino avrebbe dovuto dire : Ecco il Dio 
che cercavo ! Poiché la risposta data dal Curato d'Ars 
alla sua delusione interiore, non gli presentava le qualità 
naturali che aveva desiderato di vedere, ma la presenza 
d'un dono superiore a quello che si aspettava. 

Quell'uomo aveva portato con sé, fino ad Ars, un biso- 
gno pivi profondo del suo desiderio. Il suo desiderio cer- 
cava l'uomo ; il suo bisogno cercava Dio ». 

Da queste pagine d' Helo, balza umile e grandissima, 
(grandissima, perchè umile) la santa figura del Beato 
Viannay. 

Egli non é (per natura) un uomo superiore, una gran 
mente, un sapiente. Il suo linguaggio è quello rozzo dei 
campagnoli ; spesso, parlando, commette errori di gram- 
matica ; ignora i grandi padri e dottori della chiesa ; non 
sa di filosofia o di teologia ; a mala pena fu ammesso in 
seminario ; ma si vuotò d'ogni miseria umana per farsi 
vaso dello Spirito Santo ; e lo Spirito Santo lo riempì, 
parlò, operò, illuminò, per lui. Tutta la sua vita fu con- 
sacrata alla preghiera e alla parola ; non andava ad evan- 
gelizzare di terra in terra ; ma da tutto il mondo la gente 
accorreva a lui. 

Dall'altare andava al confessionale ; dal confessionale 
risaliva all'altare ; dall'altare ascendeva sul pidpito. Pre- 
gava, ascoltava, rispondeva, risanava, predicava la parola 
di Cristo con l'ardore, l'amore e la potenza dei primi apo- 
stoli. Il suo corpo debole, malaticcio, mal nutrito, affati- 
cato, era tenuto in vita miracolosamente perchè servisse 
di custodia diafana e trasparente oltre la quale l'anima 
s' irradiava sull'anima. 



237 



La sua testa (prodigiosa coincidenza) assomigliava a 
quella di Voltaire. 

Forse l'Anticristo assomiglierà a Cristo. I due poli, il 
sì e il no, l'assoluta menzogna e l'assoluta verità, si toc- 
cano per farsi guerra e perchè l'uno dei due muoia. 

Nel secolo XVIII vinse Voltaire ; nel secolo XIX il 
Curato d'Ars. 

È scritto che la tenebra s'alterni alla luce fino alla fine 
dei tempi. Poi vincerà la luce ; e tutti i soldati della luce 
canteranno osanna, in eterno, dinanzi al trono di Dio. 

Il padre Alfredo Monnin, missionario, dopo avere 
scritto la più bella vita del Beato Viannay raccolse le sue 
parole. 

È un prezioso libretto tutto profondità, tutto altezza, 
tutto luce, tutto inondato d'una sapienza che non è umana, 
e dal quale togliamo queste pagine : 

« Le prove per coloro che sono amati da Dio non son 
prove, ma grazia.... Non dobbiamo considerare la pena, 
bensì la ricompensa. Che sono venti, trent'anni, in confronto 
dell'eternità ? Che abbiamo noi finalmente da soffrire ? 
Alcuni umiliazioni, alcuni urti, alcune parole pungenti : 
son cose che non uccidono ». 

« Molto noi siamo e non siamo nulla.... Nulla che sia 
più grande dell'uomo, nulla che sia più piccolo. Nulla di 
più grande se si guardi all'anima ; nulla di più piccolo se 
al corpo. Ci pigliamo pensiero del corpo come se non aves- 
simo da curare che questo ; al contrario, non abbiamo 
che questo da disprezzare ». 

« Il segno della Croce è temuto dal demonio perchè 
per via della Croce noi gli sfuggiamo.... Dobbiamo fare 
il segno della Croce con rispetto grande. Si comincia dal 
capo : la creazione, il Padre. Quindi il cuore : l'amore, la 
vita, la redenzione, il Figlio. Le spalle : la forza, lo Spi- 
rito Santo.... Tutto ci ricorda la Croce ; noi stessi siamo 
fatti in forma di Croce ». 

238 



« Se un dannato potesse per una sola volta dire : Mio 
Dio, t'amo ! per lui non vi sarebbe più inferno. Ma ahimè ! 
povera anima ! essa ha perduto quel potere di amare che 
già ricevette, e di cui non ha saputo far uso. Il cuore le 
si è disseccato come un grappolo sotto lo strettoio. Non 
v' è più felicità in quell'anima, non v' è più pace ; per- 
chè non v' è più amore ». 

« Se i poveri dannati avessero il tempo che noi spre- 
chiamo ! Oh il buon uso che ne farebbero ! Se avessero 
soltanto mezz'ora, in mezz'ora si spopolerebbe l' inferno ». 

« Morendo, noi facciamo una restituzione : rendiamo 
alla terra ciò che ci ha dato.... Una pallottola di polvere 
grossa come una noce, ecco che cosa diverremo. E siamo 
tanto superbi ! ». 

« Quando andiamo a confessarci bisogna intendere che 
cosa stiamo per fare. Può dirsi che andiamo a schiodare 
Nostro Signore ». 

« Coloro che hanno l'anima pura sono come aquile e 
rondini che volano per l'aria.... Un cristiano che possiede 
la purità è sulla terra come un uccello legato a un filo. 
Povero uccellino ! Non aspetta che il momento in cui 
quel filo sia tagliato, per volar via ». 

« I buoni cristiani sono come quelli uccelli che hanno 
grandi ali e piccole zampe e che mai non posano a terra 
perchè non potrebbero più levarsi a volo e sarebbero presi. 
E però fanno il loro nido sulla vetta della rocca, sui tetti 
delle case, in luoghi alti. Cosi il cristiano : egli deve sempre 
stare sulle alture. Appena ricadiamo col pensiero verso la 
terra, siam presi ». 

« Figuratevi una povera madre costretta a lasciar ca- 
dere la lama della ghigliottina sulla nuca del suo figliuolo : 
tale Iddio, quando condanna un peccatore ». 



« Una volta andavo a visitare un ammalato : era di 
primavera ; le boscaglie erano popolate d'uccelli che si 
tormentavano il capo a cantare. Io godevo nell'udirli, e di- 
cevo a me stesso : Poveri uccellini, non sapete che cosa 
cantate ! Ma se lo sapeste ! Voi cantate le lodi al Signore ! ». 

« Più si prega e più si pregherebbe. A guisa del pesce 
che nuota prima a fior d'acqua, e poi / immerge e va sem- 
pre più nel profondo.... L'anima s' immerge, s' inabissa, 
si perde nella dolcezza del conversare con Dio ^\ 

« Il cuore dei malvagi è un formicaio di peccati. Somi- 
glia un pezzo di carne putrida che i vermi si contendono ». 

« Quando noi moriamo siamo spesso come lamine di ferro 
arrugginite che bisogna mettere nel fuoco ». 

«I poveri peccatori sono intorpiditi come serpenti nel- 
l' inverno ». 

Il libretto dal quale abbiamo scelto queste spirituali 
meraviglie s'intitola: «L'anima del Curato d'Ars». 
E può stare accanto ai Quattro Evangeli. 

ARS LONGA, VITA BREVIS 

Un boia, amante .della lettura e ottima pasta d'uomo an- 
che nell'esercizio del suo officio, aveva studiato tutta la 
vita i perfezionamenti della ghigliottina. Stava per scoprire 
il segreto del taglio automatico trasversale quando s'am- 
malò gravemente e poco prima di morire fu udito esclamare : 

— Purtroppo è vero anche per me il vecchio adagio : 
Ars longa, vira brevis. 

ARTE BIANCA 

In parole povere, fornai. Ma per non urtare la suscet- 
tibilità di quella benemerita classe che si pulisce i piedi 
con ciò eh' è destinato alla bocca, non si dice più. 

Fornaio a chi sta al forno ! Quale mancanza di ri- 
spetto ! È vero che chi fa il pane non lo può fare senza 
il forno e perciò in tempi barbari fu chiamato fornaio ; 

240 



ma è anche vero che chi fa il pane s' infarina ; e allora 
(pensarono i pensatori del pensiero rosso) noi lo chiameremo 
più nobilmente «proletario organizzato dell'Arte Bianca». 

ARTE PER L'ARTE 

Formula idiota, come sarebbero quelle della vita per la 
vita, del chiasso per il chiasso, del camminare per il cammi- 
nare. Se l'arte è per la vita, o per la morale, o per la fede 
— che e' è da ridire ? L' importante è che sia davvero arte^ 
anche se serve a qualcosa di più grande dell'arte — e anzi, 
per servire veramente, dev'essere veramente arte. Sicché 
la probità dell'artista e la sua dignità — in quanto artista 
vero — son salve ma in più e' è il giovamento che col- 
l'arte, e spesso scltìnto coWùTte, si può raggiungere. I 
doni che fanno l'artista son doni, come tutti gli altri, d' Id- 
dio — e dovrà vergognarsi di metterli al servizio di Colui 
che li assegnò ? 

ARTICOLO 

Non parleremo di quello grammaticale che non e' inte- 
ressa affatto ; ma bensì di quello commerciale che è l'unico 
veramente importante. 

« Battere l'articolo «, « saper battere l'articolo » significa, 
nel gergo dei commessi viaggiatori, ingannare il cliente e 
dare incremento alla « casa » che si rappresenta. 

Tuttavia, l'articolo non «si batte» soltanto traspor- 
tandolo in valigia (come gli orologi, gli estratti e i preser- 
vativi) di città in città. Ma si batte ugualmente bene (seb- 
bene in altro modo) restando seduti al proprio tavolino, col 
calamaio e con la penna. 

Questo genere a parte di battitori battono in breccia, 
con Particolo, l'onestà, la grandezza, la generosità, l'amore 
e spesso anche la grammatica. 

E quindi (fatte le necessarie eccezioni) essi potrebbero 
esser definiti benissimo i commessi viaggiatori, non viag- 
gianti, d'ogni colera morale. 



241 

16. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



ARTIFICIALE 

A me (diceva un pittore metà tisico e metafisico) la na- 
tura vera fa schifo ! 

Ma che natura d' Egitto (balbettano gli spettri mondani 
del secolo XX) noi vogliamo l'artificiale ! 

Alfredo Fanzini, nel suo Dizionario Moderno, riporta 
queste parole che assicura scritte da una signora : 

(( Abbiamo inventato i paradisi artificìah perchè tenes- 
sero luogo dei celesti, decaduti col decadere della fede. 
L'oppio è il giusto successore del dogma ». 

ARTISTA 

— Sarebbe ora di finirla — esclamò una sera il prof. Me- 
diani — con questa smoderata idolatria per gli artisti ! Pri- 
ma di tutto osservate che non si potrebbe vivere senza 
la culinaria o la medicina ma si potrebbe vivere benissimo 
senza l'arte. Eppoi, dite cosa volete, l'arte non sorpasserà 
mai la divina natura. Un uomo intelligente e sensibile non 
ha bisogno di quadri o di poesie o di musiche per godere 
le bellezze dell'universo. So che per conto mio preferisco un 
grazioso paesaggio o l' interno pittoresco di un'osteria di 
campagna a tutti i quadri del mondo e quando voglio la 
musica ascolto il mormorio del ruscello, lo stormire delle 
foglie, il crescendo dei tuoni e l'armonia delle sfere, e quanto 
alla letteratura mi pare che non si possan trovare romanzi 
più belli e intrecciati e commoventi di quelh che si leggono 
nella cronaca dei giornali. 

• Cosa pretendono dunque questi signori artisti che sono 
così orgogliosi e scontenti ? Si vantano forse dell' inge- 
gno ? Ma quello è un dono di natura e non ci hanno nessun 
merito. Si lamentano di non esser compensati abbastanza ? 
Ma tutta la storia insegna che la miseria e magari la fame 
sono condizioni favorevoli per la creazione dell'opera d'arte. 
Dico la verità, concluse il professore, in fatto di artisti 
preferisco di gran lunga un calzolaio che sia capace di farmi 
un paio di scarpe benigne ai lupini dei miei poveri piedi, 
a tutti i più celebri artisti del mondo ! 

— Ma l'arte, interruppe l'assessore anziano, è una 
delle glorie più pure della nostra patria. 

242 



— Ma non la sola, replicò il professore. Quando un 
paese ha dato i natali a un Balilla, a un Pietro Micca, a un 
Marconi, a un Mantegazza, a un Rossi, a un Giovanni Gio- 
litti, non ha davvero bisogno, per esser gloriosa, dei Ciotti, 
dei Michelangioli o dei Barabino. 

— Ma Dante ? insistè l'assessore. 

— Dante è più che un artista, rispose in aria solenne 
l'egregio insegnante, Dante è il repubblicano, il cittadino che 
fa parte da sé stesso, è il « ghibellin fuggiasco », il profeta 
del Risorgimento, e, per dirlo con una frase sola, il « genio 
tutelare della nostra stirpe ! ». 

ARTURO 

Il nobil re di Brettagna aveva Dodici Pari - — cavalieri 
di fede e di cuore come lui. 

I moderni monarchi son più fortunati di lui che di pari 
ne trovano, nei loro reami, a milioni : sarebbe forse — si 
scusi la malignità — perchè la qualità de' re e de' sudditi 
è calata, dai secoU barbari a ora, in proporzione diretta e 
geometrica del civile progresso ? 

ARTUSI 

Autore di un aureo libretto, L'Arte di Mangiar Bene, 
le cui edizioni gareggiano con quelle della Divina Commedia. 

Prima la biblioteca delle donne italiane di provincia era 
composta della Via del Paradiso e dell'onesto Sesto Cajo 
Baccelli. Ora, per conciliare l'economia e 1' idee moderne, 
s' è ridotta al solo Artusi il quale si potrebbe forse me- 
glio intitolare : La Via della Latrina. 

ASCENSORE 

Ci sembra che sia l'ora di farla finita con questo mezzo 
poco meno passatista delle preadamitiche scale. 

Ma ci consoliamo pensando che, fra poco, mediante 
l'amoroso connubio della meccanica sempre più perfezio- 
nata con l'architettura sempre più disarchitettata, si 
avranno case veramente adatte ai gusti e ai bisogni del- 
l'homo sapiens del XX secolo. E forse, da certi ordigni 
che s' intravedono, applicabili al culo umano, saremo 
scaraventati ogni sera, con una spinta energica quanto 
innocua, ai vari piani delle nostre abitazioni dernier style. 

243 



ASCOLI (CECCO D') (1269-1327) 

Noto archileo trecentesco, autore di trattati latini non 
letti e illeggibili, e d'un poema quasi italiano che chiamò 
L'Acerba. 

Medico, astrologo, matematico, mezzo mago, amante 
d'una monaca, e « martire » (anch'esso ! !) del « libero pen- 
siero » o (come scrisse, naturalmente sulla Nuova Antolo- 
gia, l'ancora esistente Luigi Luzzatti), e vindice della li- 
bertà di coscienza », questo povero Cecco, saturo d'erudi- 
zione stopposa, di mediocrità orgogliosa e d'eresie nebu- 
lose, questo universitario medioevale che finì (troppo ono- 
re !) per esser bruciato \nvo — e che fu preso troppo sul 
serio dairOrcagna, quando lo effigiò fra i dannati e da 
Leonardo che s' ingolfò nell' interpretazione dei suoi logo- 
grifi, — immaginandosi, verso la fine del proprio indigeri- 
bile poema, d'aver sorpassato e oscurato la Divina Com- 
media, cosi ronchia : 

Qui non se canta al modo de le rane, 
qui non se canta al modo del poeta 
che finge, imaginando, cose vane. 

Ma qui resplende e luce onne natura 
che a chi entende fa la mente leta. 
Qui non se gira per la selva se tira ; 

qui non veggio Paulo né Francesca ; 
de li Manfredi non veggio Alberico, 
che die V amari fructi ne la dolce esca ; 

del Mastin vecchio e novo da Varrucchio, 
che fece de Montagna, qui non dico, 
ne de' Franceschi lo sanguigno mucchio. 

Non veggio el Conte che per ira et asto, 
ten forte Parcevescovo Rugero, 
prendendo del so ceffo el fero pasto. 

Non veggio qui squadrare a Dio le fiche ; 
lascio le ciance e torno su nel vero ; 
le fabule me fur sempre nimiche. 

E insieme con le « fabule », a Quest'anima secca e eoe- 
ciuta, fu nemico il genio. 

Tuttavia, caduto fra le mani dell' « inquisitore dell'ere- 

244 



tica pravità » ebbe anch' egli (come tutti i tragici vanitosi) 
la sua « frase storica » : 

« L' ho scritto, lo sostengo e lo credo ». 

Ragione per cui ci meravigliamo, e non poco, che dal- 
l'anaìfabetismo comitatofilo dei nostri propensi anticleri- 
cali, non sia stato ancora consacrato alla memoria del 
(.' martire » un indispensabile monumento, « là dove il rogo 
arse ». 

Ma noi lanciamo l' idea ; e non dubitiamo minimamente 
che qualche talentone la faccia sua. 

ASDENTE 

ciabattino di Parma che divenne famoso come indovino. 
Dante dice di lui 

che avere inteso al cuoio ed allo spago 
ora vorrebbe, ma tardi si pente. 

Il suo contemporaneo Fra Salimbene ci assicura, però, 
che fu « pauper homo purus et simplex et timens Deum » 
e fa pensare quasi al calzolaio tedesco, illuminato anche lui, 
ad Hans Sachs. 

Anche oggi molti ciabattini smessi vanno sdottorando 
e profetando — il conte Tolstoi raccomodava le scarpe da 
sé, quando c'erano fotografi nelle vicinanze — ma è desi- 
derio generale che molti profeti si risolvano a cambiar 
mestiere e comincino a racconciare scarpe cioè gli indu- 
menti che proteggono gli organi del loro intelletto. 

ASFODELI 

Sono fiori a uso esclusivo di poeti che vogliono alludere 
delicatamente alla morte. L'ai di là, secondo i cercatori 
di rime e di paiagoni, consiste in una prateria di asfodeli. 
E Dante, pover'uomo, non ebbe in poesia buon gusto quando 
osò assicurare che ? inferno, invece che di asfodeli e di buone 
intenzioni, è occupato da fiamme, da sterco e da diavoli. 

ASGILL JOHN (1659 1753) 

AvA'^ocato inglese il quale volle dimostrare in un opuscolo 
(An Argument) che gli uomini potrebbero andare al cielo 

245 



senza morire: la morte è dovuta, secondo lui, alla forza 
dell'abitudine, alla paura di morire più che a una vera 
necessità. Per quest'opinione venne cacciato dalla Camera 
dei Comuni e, infedele alla sua idea, morì in prigione per 
debiti. 

ASIA 

L'Asia è stata la matrice di tutte le religioni perciò 
non è da meravigliarsi che il prof. Mediani abbia proposto 
di cambiare il famoso detto « Ex oriente lux » in quest'altro 
« Ex oriente tenebrae ». 

ASILO 

Prima le chiese e i conventi godevano del « diritto d'asilo » 
il quale serviva a salvare gì' innocenti falsamente accusati 
o a sottrarre i colpevoli alla bestiale giustizia della folla. 
Ma parve ai riformatori un intollerabile abuso degno di 
tempi barbari ; e fu abolito, conservandolo però per i di- 
plomatici. 

Oggi abbiamo gli asili d' infanzia, che accolgono i bam- 
bini troppo piccoli per andare a scuola e che le famiglie si 
levano volentieri di torno. Quando furono creati i primi 
asili si disse che una nuova era si apriva per l'educazione 
degli uomini, i quali sarebbero cresciuti più intelligenti e 
più buoni. Dal 1766 (fondazione del primo) a oggi gli 
uomini son diventati più bestiali e più idioti — resultato 
che pareva, a priori, imprevedibile. 

ASINO 

« L'asino è il popolo, scrisse il Guerrazzi, utile, paziente 
e bastonato ». Ma i tempi son cambiati : il popolo, da 
quando gli hanno dato il comando, è più dannoso che utile ; 
non sopporta intorno a sé che adulatori e bastona quei 
pochi sciagurati che vorrebbero fargli intender ragione. 

Quando poi si dà di asino a qualcuno, intendendo di 
offenderlo come ignorante e villano, si offende invece il pre- 
zioso compagno del montanaro. L'asino conosce magni- 
ficamente la scienza che gli occorre per compiere il suo do- 
vere : sa camminare sull'orlo dei precipizi senza cadere, 
sa portare in equilibrio le some, sa compatire la rabbia ma- 

246 



nesca degli uomini^ riconosce la voce del suo padrone è 
l'uscio della sua stalla e in tutta la vita non apre bocca 
che in due soli casi : quando ha fame e quando è in amore. 
Confrontatelo coll'uomo che non sa mai la sua vera strada, 
che mette il piede in tutti gli abissi, che non sa sostenere 
la soma dei suoi doveri e dei suoi dolori, che non vuol ri- 
conoscere né padroni ne case, e che apre continuamente la 
bocca per dire un' infinità di cose oscene, idiote, bestiali 
e soprattutto superflue. 

Se la giustizia regnasse almeno nella zoologia, il leone 
dovrebbe esser chiamato il brigante degli animali e l'asino, 
colla sua umile rassegnazione, il cristiano del terzo regno 
della natura. 

ASMODEO 

L'eroe del Diablo cojuelo di Guevara (libro rifatto in 
francese da Lesage) ebbe bisogno del diavolo Asmodeo 
perchè gli mostrasse g? interni delle case, e tutte le ver- 
gogne e le ridicolezze che nascondono i tetti d'una città. 
Oggi non e' è più bisogno di Asmodeo : i giornali, i cine- 
matografi, i romanzi veristi e priapisti compiono esatta- 
mente la stessa rivelazione. La letteratura ha preso il posto 
del diavolo ed è un gran peccato che le nostre case non ab- 
biano, come quelle romane antiche, il vomitorio. 

ASPASIA 

Il « secolo di Pericle », che gli amatori delle favole anti- 
che rinfacciano sempre alla barbarie cristiana, vide anche 
questa : il primo cittadino di Atene, il luminare della 
Grecia, si faceva guidare e dirigere da una meretrice di 
Mileto, la quale, non contenta di prostituir sé ai grandi 
personaggi dello stato, era « soprantendente, dice l'onesto 
Plutarco, ad un mestiere non decoroso né onesto, che al- 
levava fanciulle a turpe guadagno ». Pericle, per pigliarsela 
in casa, ripudiò la moglie e pare che per far piacere a lei 
intraprendesse la guerra di Samo. Socrate, naturalmente, 
che si ficcava dappertutto pur di stuzzicare il prossimo, 
andava a far da ostetrico filosofico anche in casa della ce- 
lebre concubina. 



247 



La quale, morto il suo mantenitore si acconciò con 
un certo Lisicle, uomo ignobile, venditore di carne di pe- 
cora : degna fine di Aspasia e degna pena, benché postuma, 
di Pericle. 

ASPETTARE 

È un verbo che non trova più credito. Nessuno vuole 
aspettare ; tutti corrono, volano, si precipitano verso qual- 
che cosa che non esiste. 

Lo star fermi, l'attendere, fa paura all'uomo moderno ; 
forse egli aumenta la propria vertigine e la comunica alle 
cose per non esser costretto ad accorgersi della miseria 
spaventevole nella quale è caduto. 

La società attuale, completamente capovolta, gira come 
un' immensa trottola sul proprio ferro : un cono che sta 
ritto sul vertice a causa della rapida rotazione ; ma se il 
moto rallenti barcollerà ; e se cessi cadrà. 

Bisognerebbe rimettere il cono sulla propria base ; ma 
non si ha più mani da tanto. Ecco perchè l'Omo Salva- 
tico (il solo uomo che aspetti) aspetta l' intervento di Dio. 

ASPIRARE 

Ad una cosa sola, non a due : ad una posizione so- 
ciale rispettabile. 

Questo è « il caro ideal ! » 

Senonchè, in brevissimo tempo, con lo sviluppo sem- 
pre più vasto e profondo della istruzione primaria e secon- 
daria, non avremo più contadini, calzolai, fabbri, fale- 
gnami, ecc. (arti vili), ma distinti professionisti e, fra que- 
sti, soprattutto impiegati, etimologicamente : piegati in, 
cioè fisicamente, su se stessi, ovvero sulla pratica da evadere. 

Allora, l'aspirazione suprema essendo stata raggiunta, 
moltissimi, invece d'aspirare, spireranno ; e per non spi- 
rare tutti quanti, bisognerà per forza che riaspirino all'opere 
servili che ora disprezzano. 

ASSASSINARE 

— L'assassinio, diceva il dott. Enteroclismi, è certa- 
mente un atto poco socievole e piacevole. Ma bisogna ve- 

248 



dere tutti i casi e i frangenti e allora si vedrà che gli assas- 
sini veri, in fondo, son pochi. Chi ammazza per difendere 
il svio non è un assassino ; che ammazza per troppo amore 
non è un assassino ; chi ammazza per vendicare il suo onore 
non è un assassino ; chi ammazza per legittima difesa non 
è un assassino ; chi ammazza spinto dalla fame atroce, 
come quelli della zattera della Medusa^ non è un assassino ; 
chi ammazza un tiranno non è un assassino.,.. 

Domando e dico, conclude il Dottore, dove sono gli 
assassini veri e propri ? Ho una gran paura che anche que- 
sto orrore dell'omicidio non sia altro che un residuo di 
quelle tavole apocrife che Mosè portò giù dal Sinai dando 
ad intendere ai poveri ebrei spaventati che si trattava dei 
comandamenti d' Iddio ! 

ASSEMBLEA ' 

Ci sono tre principali assemblee : l'assemblea dei rap- 
presentanti del popolo in cui i rappresentanti studiano il 
modo di rimbecillire e di tassare il popolo ; l'assemblea 
degli azionisti in cui si spartiscono i guadagni leciti e ille- 
citi delle società dette, per prudenza, anonime ; e l'assem- 
blea annuale del partito nella quale il partito si partisce 
in due o tre frazioni o fazioni per ricominciar daccapo l'an- 
no dopo. 

ASSENTEISMO 

Assenteismi celebri : quello di Nicodemo al Sinedrio, 
quello di Pietro alla Crocifissione, quello di Tommaso al 
Cenacolo. Oggi sono assenti al banchetto di Cristo tutti 
gli eretici, tutti gli scettici, tutti i pagani, 'tutti i superbi, 
tutti gl'impuri. Ma nel giorno dei clangori resuscitanti non 
saranno possibili assenze : e la Presenza gloriosa del Padre 
chiederà stretta ragione di tutti gli assenteismi dei figli. 

ASSENZIO 

ovvero la « musa verde » dei poeti francesi : da De Mus- 
set a Verlaine e via giù calando. In Italia, più sani, sappiamo 
che l'assenzio è un veleno e il popolo dice « amara come l'as- 



senzio » di cosa amarissiraa. Per conseguenza non esiste, 
da noi, poesia moderna : Carducci bevitore di vino è un 
contemporaneo del Monti e D'Annunzio astemio risale, 
come hanno detto di corto, ad Omero. 

ASSERELLE 

Due tavolette fra le quali « i nostri cari giovinetti « ten- 
gon legati con una cinghia durante il tragitto, dalla casa 
alla scuola e viceversa, i numerosi « libri di testo » che 
contengono i primi principii della scienza laica ed obbli- 
gatoria. 

Anche l'Omo Salva tico, da ragazzo, dovè trasportare, 
giornalmente, fra quei due pezzetti di legno, la colazione 
e la merenda governativa che si pretendeva di far tran- 
gugiare alla sua anima. 

Ma era un cibo che lo faceva recere ; e perciò dell'as- 
serelle e del loro nobile contenuto egli se ne serviva, so- 
prattutto, come proiettile da scagliar sulla testa e sulla 
schiena dei suoi più diligenti compagni. 

Da tali inizii, poco rassicuranti, era facile prevedere 
che quel ragazzo sarebbe doventato un pessimo cittadino. 

E infatti, oggi, si vede ! 

ASSICURAZIONE 

Di tutte le assicurazioni, la più importante è quella 
sulla vita. 

Un tempo (al tempo del re Pipino) ì santi si assicura- 
vano la vita, con macerazioni, penitenze, digiuni, opere 
di misericordia, preghiere ed estasi. 

Oggi l'onesto professionista, il savio pensionato, o l'ac- 
corto proprietario, si assicurano la vita (quella non chime- 
rica) dall'agente ad hoc. 

E soltanto quando creperanno (cioè a dire quando 
incominceranno a vivere, di là, nella dannazione eterna) 
s'accorgeranno, con terrore, che la polizza, firmata di qua, 
non è più valida. 



250 



ASSIDUO 

L'assiduo è un collaboratore gratuito e occasionale, 
che poppa assiduamente una delle tante enciclopedie co- 
tidiane da quattro soldi alla quale regala di quando in 
quando, sebbene con timidezza e rispetto, una stilla della 
sapienza propria, fondata unicamente sul proprio modesto 
buon senso. 

L'assiduo, quando ha da proporre o da rettificare qual- 
che cosa^ incomincia un'epistola così : 

« Spett. Sig. Direttore : Vengo con la presente.... ». 

Oppure : 

« Scusi se mi prendo la libertà.... ». 

Ovvero : 

«Avendo letto nel suo pregiato giornale...... 

Lo stile, dice Buffon, è l'uomo. 

Infatti lo stile dell'assiduo è lo stesso assiduo. E i gior- 
nali son fatti principalmente per gli assidui, i quali formano, 
con l'aiuto del giornale, quella tale opinione pubblica.... 
che se la tocchi stai fresco ! 

ASSIOMA 

è ciò che non ha bisogno d'esser dimostrato perchè troppo 
evidente. L' imbecillità dei nove decimi degli uomini vi- 
venti non ha bisogno di esser dimostrata, dunque è un 
assioma. Da questo assioma si posson trarre parecchi co- 
rollari. 

i^ che le idee degli uomini d'oggi sono imbecilli e 
per conseguenza da risputarsi ; 

2° che le azioni dei suddetti uomini sono inficiate d' im- 
becillità e per conseguenza contrarie alla giustizia, alla 
verità e alla carità ; 

30 che i figli di questi imbecilli, essendo allevati e 
istruiti da padri imbecilli, diventeranno sempre più raffi- 
natamente imbecilli ; 

40 infine che i pochi intelligenti rimasti, essendo 
un' infima minoranza, sono, secondo le leggi della demo- 
crazia, nel torto, dunque sospetti, per conseguenza colpevoli 
e in quanto sospetti e colpevoli degni della pena capitale. 

251 



ASSISE 

La corte d'assise è quel posto dove dodici presunti 
galantuomini — tra i quali si possono benissimo incontrare 
degli stupratori o dei ladri in incognito — debbono condan- 
nare quel 13 per cento di delinquenti che la questura riesce 
ad agguantare e che, per strana congiuntura, non abbiano 
commesso i loro delitti per irresistibile slancio di passione 
o per vendicare il proprio onore o per legittima ritorsione. 

ASSISI 

dopo Gerusalemme, Betlemme, Nazareth e Roma è una 
delle città più sante della terra. La santità di Francesco, 
il genio di Giotto, la lode di Dante, il sorriso d' Iddio 1' han- 
no incassata, come una gemma mistica, sopra una delle 
più meravigliose vallate del mondo. 

Ma la civiltà moderna, che nulla risparmia e rispetta, 
ha pensato anche a insudiciare Assisi. Presso uno de' più 
antichi e venerabili santuari francescani, vicino a Santa 
Maria degli Angeli, esiste fin dal 1908 un grandioso stabili- 
mento per la fabbrica del Perfosfato della società Montecatini 
(2C0 milioni di capitale versato, sede Milano) che occupa 
in tutto 95500 mq di terreno e produce ben 160.000 quin- 
tali all'anno di perfosfati. Cosi una società che ha nome 
dalla purga appuzza l'aria di San Francesco per fabbri- 
care concimi e acido solforico e dar quattrini ai quattrinai 
milanesi. 

Se si aggiunge, a questo ornamento, i pellegrinaggi 
degli esteti atei e dei francescanofili luterani e salottai la 
profanaziene di Assini non lascia più nulla a desiderare, 
e il Denaro s' è ben vendicato dello sposo della Povertà. 

ASSOCIAZIONE 

Qualunque associazione è una gabbia con dentro di- 
versi uccelli che, beccandosi rabbiosamente fra loro, non 
hanno il coraggio, quasi mai, d'abbandonarla anche se 
vedono l'usciolo aperto. 

Non solo ; ma coloro che dedicano i più appassionati 
gorgheggi alla libertà, son proprio quelli che più amano 
la gabbia, cioè a dire la schiavitù. 

252 



Più volte qualcuno di questi ingabbiati ha invitato 
l'Omo Salvatico (uccel di bosco) a entrar dentro ; ma in- 
vano. Egli non vive bene che alla macchia ; e se svolazza 
talvolta intorno alle dorate voliere degli uccelli inciviliti, 
è soltanto per apprezzar meglio i numerosi vantaggi della 
propria inciviltà. 

ASSOLUTO 

Prima e dopo Einstein si sapeva e si sa che tutto è re- 
lativo e dunque eh' è vana cosa parlar d'Assoluto. Asso- 
luto vuol dire, secondo etimologia, sciolto da ogni vin- 
colo, liberato, ed è giusto che non voglian saperne quelli 
che rifiutano la Liberazione, detta anche Redenzione, of- 
ferta dal Figliolo d'Iddio mentre era legato sopra una croce 
tutt'altro che relativa. 

ASSOMMOIR 

Celebre e laido romanzo del fu Zola Emilio, cretino 
francese di origine italiana. Fra gì' altri suoi sudiciumi è 
de' men sudici come arte, ma de' più sudici come spetta- 
colo : l'eroina finisce prostituta, l'eroe finisce col ddirium 
tremens e il personage:io poetico è un fabbro, patetico fino 
all' imbecillità integrale. 

ASSUNZIONE 

Il cav. Deifobo Luciferini, ritto sullo scalino della far- 
macia di Bagoghi^ vedendo entrare in chiesa la gente 
vestita a festa, domanda al donzello comunale che gli sta 
accanto : Si può sapere che diavolo di festa è questa ? Al 
che il donzello, atteggiando le labbra, per compiacenza, ad 
un mefistofelico sorriso : 

— È l'Assunzione. 

E il cav. Deifobo : — Io non conosco altre assunzioni 
che quelle degli eroi nel « cielo indigete della patria ». 

ASSURDO 

Il Prot. Eliodoro Sofopanti, esimio conferenziere, aveva 
annunziato un suo discorso intitolato : Il trionfo dell' As- 



surdo. Eccone il riassunto quale si leggeva il giorno dopo 
nella terza pagina del Corriere dì. Lonza : 

e L'egregio oratore cominciò il suo dire ponendo il prin- 
cipio che assurdo è tutto ciò che contrasta colla testimo- 
nianza dei sensi illuminata dalla ragione e registrata dalla 
storia. Partendo da questo incontestabile assioma passò a 
dimostrare — con parola ora poeticamente alata ora squi- 
sitamente sarcastica — che il .capolavoro dell'assurdo è 
la religione in genere e in particolar modo la religione cri- 
stiana, specialmente nella forma che assunse nella Chiesa 
Romana. Il concetto di un Dio personale eppure infinito, 
uno eppur trino, quello di una creazione ex nihilo, e so- 
prattutto l' idea di un padre che per vendicarsi dell'offesa 
fatta a lui uccide o fa uccidere il suo figliolo primogenito 
sono, secondo la dotta discettazione del prof. Sofopanti, 
il trionfo dell'assurdità e la prova che 1' intelletto umano 
è ancora miseramente irretito nelle ambagi del pensiero 
preistorico, animistico e mitologico. L' illustre conferen- 
ziere illustrò da par sua l'esphcita confessione che fece 
un cristiano di questa assurdità fondamentale della teo- 
logia cattolica, cioè la famosa frase : Credo quia absurdum 
e concluse il suo smagliante discorso, che fu ascoltato con 
religiosa attenzione dal numeroso e scelto pubblico," con 
un inno ai trionfi immancabili e imminenti}' della ragione 
e della scienza ». 

ASTINENZA 

L'astinenza dalle carni vive e morte nei tempi coman- 
dati dalla Chiesa ed altre astinenze della stessa specie re- 
pugnano alla coscienza moderna libera e sovrana. Il savio 
si può astenere tutt'al più dal far l'elemosina ai poveri e 
dall'obbligo di dire la verità. Quando l'astinenza s' im- 
pone al deputato, unita alla paura di compromettersi colla 
capra del governo e coi cavoli degli elettori, si chiama 
astensione. 

ASTRATTO 

— Astratto è il contrario del concreto — dice il dot- 
tor Enteroclismi — dunque è V inesistente. Ma siccome la 



sola cosa concreta, nel mondo, è la materia, specie nelle 
sue forme più deliziose che sono la carne femminile e la 
carta moneta, ne deriva che la fede, la poesia, la virtù, 
il paradiso e tutto il resto sono astrazioni e per conseguenza 
non esistono — - o esistono soltanto nei cervelli astratti, 
cioè in quelli che appartengono di diritto alla più concreta 
psichiatria. 

— Eppure anche la verità è un'astrazione — risponde 
il prof. Mediani. 

— Nient'affatto ! — replica il dottore — La verità è 
una sensazione o, se mai, un insieme di sensazioni, e io 
la posso vedere se accosto l'occhio alla lente di un micro- 
scopio o di un telescopio. 

ASTREA 

Personificazione mitologica della giustizia la quale, se- 
condo i pagani," dopo la perduta innocenza del genere 
umano (vedi peccato originale), abbandonò la terra e si ri- 
tirò nel cielo. 

I pagani attuah che, di quando in quando, sentono 
più acuta la sua mancanza, suscitano, stoltamente, guerre 
o rivoluzioni e credono o voglion far credere che dopo il 
sangue versato Astrea ritornerà nel mondo. 

Ma continuamente sono smentiti dai fatti, e continua- 
mente ricadono nello stesso errore. 

Ogni guerra ed ogni rivoluzione accresce i mali prece- 
denti. La torre di Babele non ha mai cessato e non può 
cessare d'esistere ; la' folla che vi formicola intorno, inten- 
dendosi sempre meno, impazzisce e s' inferocisce sempre più. 

Astrea, la mitologica inesistente Astrea, sebbene invo- 
cata da tanti tragici imbecilli che, non credendo più in 
Dio, ricredono, per loro castigo, nelle favole, non dà alcun 
segno di vita. 

Da ciò nuove delusioni, nuove rabbie, nuove stragi. 
Ecco la storia moderna ; ed ecco, se non si ripudiano le 
favole e non si ritrova Cristo, l' imminente barbarie e la 
morte. 



255 



ASTROLOGIA 

Oggi è di moda screditare gli astrologi e considerarli 
poco meno che mentecatti. Però gli astrologi hanno sugli 
uomini moderni almeno una grande superiorità : che si 
occupano del cielo. Oggi si guarda in su soltanto per spe- 
culare se pioverà o non pioverà ; i poveri astrologi, invece, 
credevano, ed eran nel giusto, che il cielo avesse un' in- 
fluenza grandissima sulle cose umane. Soltanto eran di 
vista corta e perciò si fermavano alle colonne del peristilio 
e non avevano 1' idea o il coraggio di guardare più in su. 
Come se uno, invece di salire al primo piano a riverire il 
padrone, si fermasse a discorrere colle seggiole del portiere 
immaginando che sia la stessa cosa. Da questo errore, ma 
da questo solo, derivano tutte le ridicolezze e le imbecil- 
lità dei calunniati astrologi. 

ATALANTA 

Suo padre, che voleva soltanto figli maschi, la fece 
esporre sopra una montagna dove fu allattata da un'orsa. 

Difese la sua verginità uccidendo i suoi pretendenti 
ma finalmente Ippomené la vinse alla corsa, coll'astuzia 
delle mele d'oro che fece cadere innanzi a lei, e la sposò, 
ma per aver mancato di rispetto agli dèi furon trasfor- 
mati in leone e in leomessa. 

Morale prima : l'oro vince anche le vergini ribelli. 

Morale seconda : chi ha succhiato latte di bestia fini- 
sce bestia. 

ATANASIO (S.) (298-373) 

È il gigante antiariano del IX secolo. Fu detto il mar- 
tello degli eretici. Dominò e irradiò, manifestamente assi- 
stito dallo Spirito Santo, le discussioni teologiche del Con- 
cilio di Nicea. 

Dopo lui, nessuno errore, intorno al mistero delle Tre 
Persone, è possibile. 

L' incomprensibile verità del Dogma brilla inserita nel 
suo credo, come nella durezza multiluminosa d'un immenso 
diamante : « Quis vult ergo salvus esse, ita de Trinitate 
sententiat «. 

E ancora quel sigillo è intatto ! 

256 



ATAVISMO 

Qualche anno fa era di gran modo, tra gli scienziati 
che bevevano a un capezzolo di Darwin e a un capezzolo 
di Lombroso, dar la colpa d'ogni bruttura e delitto all'ata- 
vismo. Ma i medesimi scienziati quando leggevano nella 
Scrittura Santa : i figli saranno puniti per le colpe de' pa- 
dri, vociavano allo scandalo e all' ingiustizia. E cos' è 
altro mai l'atavismo — se veramente accertato — se non 
la constatazione che i padri son castigati nei figli ? 

A TAVOLA NON S»INVECCHIA 

dice, alla trattoria, uno dei quattro orefici che, seduti 
a un tavolino accanto al mio, dopo aver divorato cinque 
pietanze a testa ed aver visto il fondo del fiasco, s'eran 
fatti portare la panna e il caffè. 

« Domineddio (sentenzia un altro) ha inventato tre 
belle cose : la tavola, la latrina e il letto. Ma la latrina ! 
Ci pensate alla latrina ! Un mezzo toscano in bocca, il 
giornale in mano.... », 

« Già, e la donna ? » osserva un terzo, dal muso di 
micco. 

« Ma che donna ; (gli risponde il quarto) l'è tutta so- 
stanza che si butta fòri ». 

E non sento altro, perchè son buttato fuori da quei di- 
scorsi. 

ATELLANE 

Farse agresti degli antichi latini nei quali ritroviamo 
i personaggi o maschere della « commedia dell'arte » e della 
vita eterna e contemporanea — cioè, per chi non lo ri- 
cordasse, Macco, l' imbecille ; Pappo, il vecchio ridicolo ; 
Bucco, gran mangiatore e gran chiacchieratore ; Dossenno, 
il gobbo imbroglione.... Il Miles gloriosus, oggi più florido 
che mai, venne più tardi, con Plauto. 

ATENE 

Atene era una città di sofisti e di citaredi apperciò è 
stata assunta, dagli intellettuali, a simbolo della Dea Intel- 
ligenza. Ci sono parecchie Ateni nel mondo : Firenze è 

257 

17. — Dizionario Dell'Omo Salvatico. 



l'Atene d' Italia, Monaco l'Atene della Germania, Parigi 
l'Atene della Francia, Boston l'Atene dell'America, Gine- 
vra l'Atene della Svizzera, Catanzaro l'Atene della Cala- 
bria e Cuneo l'Atene del Piemonte. Tutte queste città, 
per far onore al nome, son pronte a dar la cicuta a' loro 
Socrati e a trattar da ubriachi i San Paoli. 

ATENEO 

Fabbrica governativa a rotazione continua d'avvocati, 
medici, farmacisti, ingegneri, professori. 

Questi animali domestici, dopo essere stati debitamente 
verniciati di sapienza ufficiale, vengon registrati e bol- 
lati e quindi affidati alla Gran Madre Italia. 

La quale (infelicissima !), pur troppo, a sua volta, si 
affida a loro ! 

ATEO 

L'ateo non riconosce l'esistenza di un Dio Padre — e 
dichiara da sé stesso di essere un povero orfano, venuto 
dal nulla, al quale, del resto, assomiglia. Questo spiega 
perchè gli avvocati, che hanno l'obbligo di proteggere gli 
orfani, siano quasi tutti atei. 

In realtà il vero ateo sa che Dio esiste ma non vuol am- 
metterlo perchè dovrebbe ammettere anche la legge d' Id- 
dio e questa gli sarebbe d' inciampo nelle gelose intimità 
della sua vita privata. 

ATLANTE 

Prima, che la terra pesava, era da compiangere ma oggi 
così parla in un dialogo del Leopardi : « il mondo è fatto 
così leggero, che questo mantello che porto per custodirmi 
dalla neve, mi pesa più ; e se non fosse che la volontà 
di Giove mi sforza di stare qui fermo, e tenere questa pal- 
lottola sulla schiena, io me lo porrei sotto l'ascella o in 
tasca, o me l'attaccherei ciondolone a un pelo della barba, 
e me n'andrei per le mie faccende ». 

258 



ATLANTIDE 

I sacerdoti egiziani di Sais raccontarono a Solone che 
lo raccontò al nonno di Crizia, che lo raccontò al nipote, 
che lo raccontò a Socrate, che lo raccontò a Platone, che 
lo raccontò a noi, nel Timeo, la storia della famosa Atlanti- 
de, isola meravigliosa al di là delle colonne d'Ercole, abi- 
tata da popoli savi, potenti e felici discesi da Poseidon. 

Un terremoto e un maremoto la fecero sparire, in un 
giorno e una notte, negli abissi del mare. Secondo gli an- 
tichi era un'allegoria inventata da Platone ; secondo i mo- 
derni dal cinquecento in giù una renjiniscenza o in presenti- 
mento dell'America. Non potrebbe essere invece l'una e 
l'altra cosa, una profezia della sorte riservata all'Ame- 
rica la quale, come terra promessa della Quantità, sta 
corrompendo gli altri continenti i quali riescono^ purtroppo, 
a scimmiottarla perdendo l'ultimo aroma degli antichi 
valori, mentre essa non riesce a prender delle vecchie civiltà 
asiatiche ed europee che le buccie, i gusci e i nomi ? 

ATLETA 

Anticamente trionfavano gli Atleti dei giochi pubblici 
che ricevevan corone e peani — poi vennero gli Atleti 
della Fede che ricevevano tormenti in terra e gloria in 
cielo — oggi regnano gli Atleti dello Sport, che si tormen- 
tano per guadagnar quattrini. Ma il vero Atleta de' nostri 
giorni è il galantuomo che ha lo stomaco abbastanza forte 
da poter rattenere ogni momento il vomito che gì' ispi- 
rano i detti e i fatti dei suoi simili. 

ATMOSFERA. 

Non si può vivere fuor dell'atmosfera del proprio tem- 
po — sosteneva calorosamente l'avv. Pappagorgia a una 
tavola dell'albergo delle Tre Zucchette — le idee vagano 
per l'aria come bacilli, a volte mortali, a volte benefici, 
e non si può fare a meno di respirarle. Oggi che tre quarti 
del teatro è dedicato all'apologia dell'adulterio, tre quarti 
del cinematografo alla glorificazione della mala vita, tre 
quarti delle canzonette e dei ballabili alla idealizzazione 
della lussuria, come volete che non vi siano in abbondanza 



cocus, apaches, gigolettes, vieux marcheurs et putains ? 
(Parlo francese per rispetto alla gioventù presente). E cosi 
si dica delle teorie sociali, politiche, artistiche : l'atmo- 
sfera morale del tempo dà il la a tutte le manifestazioni 
imitative dei singoli, e vani sono gli sforzi dei moralisti 
per risalire la corrente, per mettere gli argini, per costruire 
le dighe — tanto più quando le pietre di queste dighe sono 
sgretolate e corrose dal tempo inesorabile, come sarebbero 
quelle tratte dal Decalogo o dal Vangelo. I signori mora- 
listi, se voglion sottrarsi all' influenza dell'atmosfera, si 
chiudano in una macchina pneumatica e facciano il vuoto, 
e dopo poco tempo avranno finito per sempre di lamentarsi 
della corruzione dilagante. Corruzione, badiamo bene, che 
io non nego e tanto meno giustifico, ma ch'è un portato 
necessario dell' evolversi tumultuoso dell' umanità nella ri- 
cerca affannosa di un nuovo ubi consistam, che sarà forse 
trovato dai nostri lontani nipoti. Ma intanto giova ripetere, 
per tranquillizzare le coscienze, che la colpa di molte colpe 
è nell'atmosfera e che all'atmosfera dell'epoca nessuno può 
impunemente sottrarsi. 

ATOMO 

A detta dei chimici, i quali la sanno assai più lunga 
dei teologi, l'universo è composto d'atomi e di nuli' altro 
che atomi. Ma siccome la parola « atomo », nel vocabolario 
di tutti, significa nulla, perchè non si vede, non si tocca 
e non ha estensione, si deduce chiaramente che l'universo 
è fatto di nulla — quod erat demonstrandum. 

ATREO 

tradito dal fratello Tieste gli uccise i figliuoli e glieli fece 
mangiare : Tieste, naturalmente, ammazzò Atreo ed altri 
personaggi. 

I mitologi non hanno accordato abbastanza attenzione 
al fatto che Atreo possedeva, come segno e talismano del 
suo potere, un « agnello d'oro ». Tutti quelli che adorano 
l'oro, specie se in forma di bestia, finiscon male — come 
finì male il popolo ebreo adoratore del Vitello d'oro, e il 
popolo fiorentino che nelle sue monete d'oro aveva raflft- 

260 



I 



gurato Tagnello, e il popolo romano che portava nelle in- 
segne l'aquile d'oro. 

ATROFIA 

— Quando la funzione vien sospesa — dichiarava ener- 
gicamente il dott. Enteroclismi — l'organo si atrofizza. E 
succede lo stesso anche degli organi morali, o sentimenti. 
Io, per esempio, da ragazzo credevo a Dio e a tutto il re- 
sto del carlino ; ma ho smesso di andare in chiesa e così 
il mio sentimento religioso s' è atrofizzato e vi assicuro 
che ora non mi dà più noia : proprio come se non 
l'avessi mai avuto ! 

ATROPO 

Quella delle tre Parche che adopra le forbici. Ma quando 
darà il colpo ? E il filo tagliato, dove andrà ? Domande 
inopportune e seccanti, che l'uomo vertiginosamente allegro 
dei nostri tempi non ha più tempo di farsi. Talvolta questo 
povero filo umano che non vuol ricordarsi d'essere in balìa 
delle Parche, sente la vicinanza delle forbici e perfino il 
ghiaccio delle lame. Ma poi le forbici sì ritirano ; l'uomo 
respira, ritorna allegro e non ci pensa più. La me- 
ditazione sulla morte non è di moda. Ma la morte non 
passa di moda ; e i suoi paesaggi, che dovremo vedere fa- 
talmente, per chi rifiuta la vita, non saranno ameni. 

ATTA TROLL 

Poema antigermanico, del giudeo tedesco semiparigi- 
nizzato Arrigo Heine, tradotto in settenari, alla cardvic- 
ciana, da Giuseppe Chiarini, il quale, essendo un eco del- 
l' heiniano di Pietrasanta, non poteva, per logica conse- 
guenza, non essere anch' egli un heiniano. 

Atta Troll (il protagonista del poema) non è un uomo, 
ma un orso ; un orso maldanzante e benpensante che 
simboleggia (secondo l'autore), tutta la goffaggine della 
Germania patriottica, religiosa, morale, tradizionale, me- 
dioevalista e antifrancese, che va dal 1813 al 184C. 

In questa, come e più che nell'altre opere dello stesso 
poeta, e' è spirito, malignità, empietà, sarcasmo, ingiurie, 

2*61 



ingredienti romantlco-iivoluzionari, adoprati contro il ro- 
manticismo reazionario, e sprazzi lirici qua e là. 

Ma, dal punto di vista cristiano e cattolico, è un'opera 
detestabile. Heine, anche qui, bestemmia sghignazzando 
come un demonio. 

Talvolta, come nel capitolo XX, in cui vien fatta la 
parodia del Padre Eterno, è più grossolano e cretino d'un 
caricaturista àeìV/^sino. 

Altrove esalta la degenerazione e il sadismo giudaico 
d' Erodiade, e sputa ingiurie e sarcasmi sulla testa tagliata 
del Precursore. 

Che importa che in questo libro ci sia dell' ingegno, 
sebbene mescolato alla più sozza imbecillità rivoluzio- 
naria ? 

Atta Troll, l'orso onesto e limitato, ucciso a tradimento 
da un demagogo malaticcio, è infinitamente superiore 
(benché tedesco, il che è grave) al suo bastardo caricatu- 
rista e giustiziere. 

La famiglia, la patria, l'onestà, la Divinità (sia pure 
deformate e sbavate dal farisaismo borghese) restan cose 
eterne e divine. 

E perciò la Germania tradizionalista, anche se goffa 
e sgraziata come un orso, ebbe ragione di rinnegare Heine, 
giudeo perverso e tedesco rinnegato che, dall'alcova di 
Marianna (dove finì paralitico), oltraggiò il proprio paese 
e squadrò le fiche al Creatore. 

ATTENTATO 

Ne avevano la triste prerogativa gli anarchici : era di- 
retto contro re, presidenti di repubbliche, ministri. 

Oggi è scomparso. 

L'attentato anarchico destava orrore e conduceva, giu- 
stamente, il delinquente all'ergastolo. 

Quando Dio (ai suoi tempi) comandava fra l'altro di 
« non ammazzare », l'uomo, non di rado, si lasciava ca- 
dere di mano il coltello e gettava le braccia al collo del 
proprio nemico. 

Ma dal giorno che « la rehgione laica » sostituisce i dieci 
comandamenti, i sette peccati mortali sono la sola legge : 

262 



l'ultima per fortuna ! Perchè forse fra poco (se i segni 
non mentono) « dies Domini sicut fur in noeta ita veniet » : 
e allora, povera, piccola, spaventata gente, lo sguardo 
del Giudice tremendo da per tutto ti raggiungerà. 

ATTEONE 

Giustamente punito. Diana rappresenta la nudità di- 
vina che non può esser contemplata che da se stessa. At- 
teone è la curiosità empia, cretina ed oscena della scienza 
umana, che vuole oltrepassare i limiti che le sono imposti, 
per violare e spiegare il mistero. 

Atteone fu trasformato in cervo e divorato daij^suoi 
stessi cani. 

Così certi critici ed esegeti : entrano pettoruti, in aria 
di conquistatori, sul terreno sacro ; e subito diventan be- 
stie e in ultimo quasi tutti son divorati dai cani della loro 
coscienza. 

ATTICO 

Nell'antichità era famoso il sale attico, che condiva 
d'urbana arguzia la profondità del pensiero. Oggi i palati 
son guasti e si adopra, invece, il pepe di Cajenna, nemico 
della buona digestione. Quando si rammenti che l'Attica 
produceva ottimo miele e che Cajenna ospita i forzati a 
vita si avranno forse idee più chiare sulla differenza che 
passa fra l'arte antica e la letteratura moderna. , 

ATTILA 

Durante l'ultima guerra la parte di Attila fu assunta 
dall'Imperatore di Germania. Quest'aborto prussiano del- 
l'antico barbaro fu debellato (dicono) da quell'aborto pro- 
testante che si chiamava Wilson e ora si diverte, come un 
boscaiolo d'Arcadia, a spaccar legna nella patria dei gia- 
cinti e dei crisantemi. 

L' Omo Salvatico teme la venuta d' un' altro Attila, 
d'un' Attila maggiore ed autentico che scorra, coi cavalli 
dell'Apocalisse, la faccia della terra a capo degli Unni, 
risorti dall' Oriente, e non si fermi, come il vero Attila, 
finché non incontri, dalle parti di Roma, un piccolo vec- 

263 



fchio vestito di bianco che faccia un segno di croce sulle 
teste dei carnefici e sui cadaveri dei giustiziati. 

ATTIMO 

« O attimo fuggente, arrestati, sei bello ! » 

Notissima e stupidissima invocazione di Faust, retro- 
cesso da dottore a tenore nel Mefistofde di Boito. 

Fortuna che quel « bell'attimo » ha tanto buon senso 
da non dargli retta ; altrimenti, dopo un certo tempo, si 
sentirebbe dire dalla stessa voce di levarsi tre passi dalle 
scatole. 

La vita umana, non puntellata dalla fede, è relativa- 
mente sopportabile perchè composta d'attimi diversi e 
continuamente fuggenti ; e perciò, anche la pochissima 
gioia che si può godere quaggiù è tanto più intensa, quanto 
più rara e rapida. Se durasse, si trasformerebbe, a dir poco, 
in noia ; perchè, essendo prodotta da oggetti efììmeri, spesso 
indegni e sempre inferiori al nostro desiderio d'assoluto, 
è falsa gioia. 

Un attimo solo (o vogliamo o non vogliamo) s'arresta : 
quello che segna l' inizio della Vita Eterna la quale (ricor- 
diamoci) sarà beata o disperata secondo la scelta che avremo 
fatto nell'attimo cui segue l'attimo abolitore del tempo. 

ATTIVO E PASSIVO 

Questa coppia inseparabile appartiene in comune alla 
ragioneria e alla pederastia. Nella ragioneria si chiama at- 
tività quell'azione che consiste nel prendere denari o merci 
e passività ciò che bisogna, purtroppo, dare agli altri. E il 
sogno segreto, e anche confessato, dello scaltro merciven- 
dolo è, come ognun sa, di poter esercitare, ai danni dei 
concorrenti e dei clienti, quell'azione pochissimo pulita per 
la quale rimandiamo ai trattati di psicopatia sessuale. 

ATTORE 

Uno che non è mai se stesso ma sempre un altro ; e 
un altro neppure esistente^ perchè nato dall' immaginazion/r 
d'un altro. 

264 






Gli attori (anche se famosi) non sono, alla fin fine, che 
le marionette dello scrittore drammatico. 

Essi, truccandosi dentro e fuori e sempre in modo di- 
verso, si condannano, per tutta la vita, a rappresentare 
le varie finzioni di quegli scrittori (spesso di second'ordine) 
che pretendono di fissare e scimmiottare i molteplici aspetti 
della vita su quattro tavole di legno, illuminate da un 
sole di luce elettrica e circondate da pareti o paesaggi 
di cartone dipinto. 

In questo piccolo mondo artefatto di scenari, di vestiari, 
di parrucche, d'orpelli e di belletti, l'attore, quanto più 
si perfeziona nell' incarnare con l'arte propria le creature 
fittizie d'un'arte non sua, tanto più cessa d'esser uomo, 
di aderire a se stesso, di appartenersi. 

A un certo punto, avendo dovuto fingere tutte le pas- 
sioni egli non ne ha più. 

Quando è fuori dal palcoscenico, recita ancora. Recita, 
involontariamente, ma continuamente, con tutti, e soprat- 
tutto con quel brincello d'anima impataccata che gli è 
rimasto e che non sa più se è suo o d'Amleto o d'Osvaldo, 
o d'Oreste o di Rabagas, 

Forse anche dormendo, se sogna, recita. 

La tragedia del commediante consiste nel sorprendersi 
commediante anche quando la commedia è finita. 

Se gli muore x\n figlio, non è impossibile che il suo 
dolore sia fatahnente studiato ; se prova una gioia, l'espri- 
merà senza accorgersene come se fosse alla ribalta ; il 
teatro se lo porta dietro, 1' ha nel sangue. Il teatro insomma 
1' ha rubato alla vita e ne ha fatto un automa parlante. 

Ed egli, povero fantoccio di carne, è consapevole di ciò. 

Se gU attori, oltre ai « copioni », s'occupassero di qual- 
che altra cosa, l'Omo Salvatico consiglierebbe loro la let- 
tura d'uno dei più bei racconti di Villiers.de L' Isle-Adam. 
Quello che s' intitola : « Le désir d'étre un homme ». 

Esso è l'epilogo inevitabile del commediante che non 
può ripescare in sé l'uomo. 

Ed è tale, poveri guitti, da farvi venir la voglia di mu- 
tar mestiere. 



265 



ATTRAZIONE 

L'attrazione universale di Newton è in pericolo ma re- 
stano, per sommo conforto, tutte le altre « attrazioni » che 
figurano nei cartelloni delle cantonate : il tenore che fa 
i do di cinque minuti, la ballerina che ha lo scoscio più 
vasto, l'uomo con due teste, il bambino con quattro gam- 
be, — e infine, attrazione ottima e massima, il negro che 
spacca il muso a qualunque bianco. 

ATTUALITÀ 

Apocalypsis. 

Beati Joannis Apostoli. 

AUCLERG (GABRIEL ANDRÉ) (1750-1815) 

Perchè alla Rivoluzione Francese non mancasse nessun 
condimento di ridicolo venne fuori anche costui, il quale, 
come i ghigliottinatori si facean chiamare Bruti, cambiò 
il suo nome in quel di Quintus Nantius e predicò il ritorno 
alla religione pagana dei misteri, per sostituirla al catto- 
licismo abolito, E camuffato da jerodulo celebrò in casa 
sua i riti ellenici che illustrò in un suo libro detto Thréicie 
ou la seuU voie des Sciences divines et humaines du Culle 
vrai et de la morale. Pare che da ultimo tornasse alla Chiesa. 

AUDAGES FORTUNA lUVAT 

Ovvero : « chi non risica non rosica ». In latino e in 
italiano è un detto caldamente raccomandabile a chi si 
tira su per delinquente. 

Chi vuol fare « un bel colpo » non ci pensi due volte. 
Architetti bene il suo piano e poi, forza ! 

Il metodo sbagliatissimo che consiste nel temporeg 
giare contiene molti più rischi dell'azione fulminea ; non 
foss'altro quello, esizialissimo, del rimorso di coscienza. 

Tu stabilisci, per esempio, d'ammazzar Tizio, di derubar 
Caio, di disonorar Sempronio ; se hai fatto bene i tuoi 
conti, se sei quasi sicuro, raggiunto lo scopo, di cavartela 
liscia, agisci audacemente, e subito ; perchè se ti metti 
a traccheggiare e' è il caso che t'entrino addosso gli scru- 
poli e che quella vecchia megera della morale o quella bi- 

266 



snonna rimbecillita della religione ti buttino all'aria ogni 
cosa. 

E questo è un paterno consiglio dell'Omo Salvatico 
alle nuove generazioni, sebbene da segni non dubbi se ne 
veda, fortunatamente, l'assoluta superfluità. 

AU DESSUS DE LA MÉLÉE 

Titolo scioccamente orgoglioso d'un libro contro la 
guerra, scritto in Isvizzera nel 191 5 da Romain RoUand. 

L'autore, grottesco sacerdote in marsina d'una falsa 
religione in quel momento senza seguaci, fu meritamente 
seppellito sotto i fischi e 1' ingiurie di tutti i paesi belli- 
geranti. 

Il pacifismo demoniaco, che aveva partorito la strage, 
era quello stesso sul quale lo scrittore franco-elvetico 
sgrondava le proprie lacrime umanitarie, non senza invo- 
carlo giudice, a guerra finita, contro coloro che, secondo 
lui, erano i soli responsabili della guerra. 

Pietosa confusione, in uno spirito che aveva la pre- 
tesa d'esser rimasto inoffuscato e « al di sopra della mischia ! » 

Ma nessuna meraviglia. A Romain Rolland, come a 
tutti i signori intellettuali inghiotti-spade o sputa-elegie, 
mancava totalmente il senso religioso ; vale a dire quel- 
l'occhio spirituale che oltrepassa l'angusta cerchia della 
ragione e scopre al di là delle catastrofi il loro perchè divino. 

Uno solo, in mezzo al generale ottenebramento vide, 
comprese ; si mantenne davvero al di sopra della mischia, 
e ripetè, sull'odio, con paterno amore, le Parole Eterne. 

E sebbene fosse anch'egli deriso, insultato, odiato, 
non sparì, non fu travolto ; e quando, dopo la tempesta, 
apparvero visibili le rovine. Egli era ancora al suo posto, 
incrollabile, necessario, invitto. 

Ma pochi pensano (e perciò non comprendono), a que- 
sta immobilità luminosa che non conosce tramonti ! 

AUFKLARUNG 

vuol dire « schiaramento » ed è il nome tedesco di ciò che 
in italiano si chiamava, alla fine del settecento e anche 
dopo, «secolo dei lumi». Il quale schiaramento consisteva 

267 



nell'avere spento (o tentato di spengere) la luce che ri- 
fulse sul Thabor e che esce dalle pagine dell' Evangelo 
per illuminare la terra. I lumi del secolo furono poi le 
fiamme dei castelli bruciati e i fuochi delle guerre che an- 
cora non sono spenti — ^ né si potranno spengere finché 
non si ritorni a quel fuoco che Gesù era venuto a met- 
tere in terra. 

AUGIA 

Problema : Nelle stalle di Augia v'erano tremila bovi 
e non erano state pulite da trent'anni. Se per nettarle oc- 
corse la forza del gigante Ercole ; quanti corpi d'armata 
di Ercoli saranno necessari per nettare la terra che contiene 
millecinquecento milioni di uomini e non è stata pulita 
da millenovecent'anni ? 

AUGIER EMILE (1820 1889) 

Uno dei più repugnanti borghesi che abbiari messo 
ventre all'ombra del Secondo Impero. Antiromantico, an- 
tipoeta, anticlericale : il ritratto sarebbe finito se non 
mancasse quella verniciatura di bassezza barzellettante 
che dà i riflessi ai colori fecciosi del fondo. Colla delicatezza 
che lo distingueva aspettò che VUnivers fosse sospeso per 
vituperare Veuillot nel Fils de Giboyer. 

La sua stessa satira dei ricchi ha un fondo d' invidia : 
è il borghese talmente borghese che non ammette l'esagera- 
zione neppure quando si tratta del suo Dio : il Denaro. 
Pare dare un' idea del suo stile riportiamo i versi che chiu- 
dono il suo dramma La Ciguè : 

Une famille, à mai ! Quelle jote, et comment 
Ai-je fu jusqu'ici vivre àiféremment ? 

Era una reazione ai rulli ed ai clangori di Victor Hugo 
— ma reagire contro il cattivo spumante offrendo l'acqua 
lessa è un'apologia involontaria dell'ubriachezza. 

ÀUGURI 

— Tutti sanno, osservò il dott. Enteroclismi, che gli 
antichi àuguri, quando s' incontravano insieme, si nascon- 

268 



devaiio il viso per non farsi veder ridere. E lo stesso, io 
credo, dovrebbero fare i preti, che sono gli àuguri del no- 
stro tempo e come quelli sfruttano la credulità dei popoli. 
Che differenza trovate voi, dico io, tra la sonnambula che 
predice il futuro ai contadini e il predicatore che promette 
agli stessi zotici il paradiso o l' inferno ? E tra la fattuc- 
chiera che fa le carte per dir la buona ventura e il frate 
che minaccia i gastighi al mondo corrotto io preferisco la 
prima che imbroglia anche lei ma almeno manda a casa 
la gente contenta e non spaventata. Per saper l'avvenire 
non e' è bisogno di àuguri : basta la scienza la quale può 
prevedere con precisione il passaggio delle comete e anche 
il giorno, spero, in cui San Pietro sarà finalmente adibito 
a palestra ginnastica o a pubblico teatro. 

AUGUSTOLO (ROMOLO) 

L'ultimo imperatore romano d'Occidente — ch'ebbe il 
nome del primo re e del primo imperatore, per doppia 
canzonatura. Era un giovinetto di sedici anni, di stirpe 
pannonica ; regnò dieci mesi e fu da Odoacre deposto e 
mandato a svernare in Campania, con una pensione, dove 
morì. 

Così finiva, in persona di un ragazzo di razza barbara, 
quello ch'era stato, secondo l' immaginazione gonfiante dei 
poeti latini, l'impero destinato a regger per sempre i popoli. 

AUREA MEDIOGRITAS 

L' ideale di Orazio {Odi, II, io, 5) il quale, contentan- 
dosi di tanto poco, fu de' pochissimi che raggiunse il pro- 
prio sogno. Aurea : perchè aveva messo insieme un patri- 
monietto ; mediocritas : perchè, senza inalzarsi alla profon- 
dità di Lucrezio o alla nobiltà di Virgilio, era riuscito a met- 
tere insieme, piluccando i greci, delle poesie che piacevano 
alla gente altolocata. 

Per il cristiano l' ideale consiste in due estremi : l'u- 
miltà più bassa per la prima vita; la gloria più alta per 
la seconda. 

269 



AURELIANO (m. 275) 

Uno de' tanti imperatori di razza barbarica della superba 
Roma. Vinse e trionfò sui Goti, sui Vandali, sugli Alemanni, 
su Zenobia di Palmira, sugli usurpatori Fermo e Tetrico ; 
uccise, dicono, di sua propria mano 800 nemici. Ma nel 
275 mentre si preparava a una guerra contro la Persia fu 
ammazzato dai suoi servi, sobillati da un Mnesteo, che 
l' imperatore aveva punito. Gli stessi che avevano ucciso 
Aureliano uccisero poi, pentiti, Mnesteo. L' impero, a 
quei tempi, era un feudo effimero di cui si pagava l'affitto 
colla morte violenta. 

AUREOLA 

Aureola della gloria, 

aureola della popolarità, 

aureola del martirio (laico). 

« Va bene ». 

Aureola della santità. 

« Non sappiamo che farcene ; l'uomo è Dio, e distri- 
buisce lui, ai suoi simili, per commissione del diavolo, le 
fiammeggianti aureole della religione dell' Inferno ». 

AURICOLARE 

Testimoni auricolari son quelli che hanno sentito coi 
loro orecchi e per ciò non possono essere smentiti anche 
se per malignità o stupidità o confusione di memoria riferi- 
scono deformando e falsando. L'esperienze fatte a Gine- 
vra dal Claparède sul valore delle testimonianze dovrebbero 
render più accorti gli « eccellentissimi tribunali ». 

Lo sconcio insopportabile, invece, è quello della confes- 
sione auricolare. I protestanti la riprovano ; i porci contenti 
di sé la detestano. Meglio, semmai, dicono, la confessione 
coram populo, come facevano i p^-imi cristiani. Ma siccome 
la confessione pubblica è stata vietata dalla Chiesa per 
troppi e giusti motivi e a quella auricolare non voglion sot- 
tostare, va a finire che non si confessan mai. E così, come 
dicono i militari, l'obiettivo è pienamente raggiunto. 

. 270 



AURI SACRA FAMES 

Emistichio dal significato tremendamente diabolico. 

Si cita senza meditarlo. Si crede che voglia dire sempli- 
cemente che gli uomini bramano la ricchezza. 

Ma il poeta ha voluto esprimere ben altro. 

L'uomo ha fame d'oro : di pane, di giustizia, d'amore, 
di bellezza, di verità può aver desiderio. Ma d'una certa 
quantità di pezzi di metallo luccicante ha fame. E questa 
sua tremenda, assurda, dissennante, travolgente fame è una 
fame sacra. È l'empia fame mistica dell' antireligione, della 
religione capovolta. 

Non si ama 1' Essere, ma il Non Essere ; non l' ineffa- 
bile, assoluta Vita divina, ma una Cosa inerte, lucidamente 
ghiaccia, dove non vibra neppure 1' infimo palpito della 
vita animale : un oggetto. 

È dunque l' idolatria del nulla, dal quale si spera tutto, 
pel quale si calpesta tutto, col quale si perde tutto. 

Il poeta pagano, con tre parole ispirate, ci porta a me 
ditare sopra ad una delle più spaventevoli conseguenze 
del Peccato Originale. 

L'uomo decaduto, caduto in se stesso, cade, d'abisso 
in abisso, fino a toccare l'ultimo fondo ; fino a toccar 
l'oro, nascosto nelle viscere della terra e più presso all'In- 
ferno. L'oro non è un minerale intrinsecamente più nobile 
del sasso, ma più raro a trovarsi, più immerso nella te- 
nebra, e perciò, dall'uomo sprofondato nella materia, de- 
siderato, cercato, trovato, e deificato in sostituzione di Dio. 

Tremendo castigo, infermità insanabile, possessione dia- 
bolica indistruttibile. 

Cristo venne per abbattere gì' idoli : tutti caddero 
ma il Vitello d'Oro è rimasto. 

Da una parte la Croce, dall'altra il Vitello d'Oro. 

Centinaia di migliaia di santi e di martiri seminarono 
il frumento della Croce. Qua fece la spiga, là intristì. Tut- 
tavia la Croce è ancora ritta ; se la scalzano, vacilla, non 
cade ; quando cadrà, per poi rialzarsi e volare con ali 
d'aquila fin nell' Empireo, schiaccerà tutto ; schiaccerà i 
servi, i ministri e i sacerdoti dell'oro. Maj^ Vitello d'Oro, 
l'anti-Dio senza vita, propagatore della móirte, è ancora 

271 



piantato e quasi radicato con le sue quattro zampe mo- 
struose nel centro della terra. 

Gli uomini lo adorano, se ne inebriano ; ed ebbri e 
faziosi, si scannano, bestemmiando, intorno a lui. 

Inesplicabile mistero che ci sarà spiegato nell' Ultimo 
Giorno. 

AUSPICI 

« Quinci trarrem gli auspici » diceva Ugo Foscolo, un 
di quelli che « l'anima col corpo morta fanne », dinanzi 
ai sepolcri illustri di Santa Croce. Il paganeggiante plagiario 
dei romantici non pensava che dinanzi all'ossa aride, se 
nuU'altro e' è, nessun auspicio può trarsi e che se anco- 
ra gli spiriti de' grandi morti vivono invisibili ai vivi non 
e' è bisogno di cercarli presso ai cenotafi e che gli auspici 
meglio si posson trarre dall'opere che lasciarono. 

Ma il Foscolo — settentrionale ventaccio che volea 
mutarsi in zeffiro ellenico — era un retore, anche in poesia, 
ed ai retori è permesso trarre gli auspici, com'è accaduto 
di fresco, perfìn dal suicidio di un giudeo nauseato di se 
medesimo. 

AUSTRALIA 

Questo ultimo venuto tra i continenti non è popolare 
tra i filistei d' Europa. Perchè dell'Australia sa questo 
soltanto : che là furon trovati per la prima volta i cigni 
neri. Ora il filisteo odia i cigni bianchi perchè son puliti ; 
odia ancora di più quelli neri perchè non li può insudi- 
ciare e soprattutto odia nel color nero il doppio simbolo 
del clericalismo e della morte. 

AUSTRIA E ITALIA 

In un secolo poco più si son visti i seguenti passaggi. 

1 815-1859. L'Austria occupa e tiranneggia una parte 
dell' Italia e spadroneggia nelle rimanenti. 

1859-1866. L' ItaHa vince l'Austria (1859) ; l'Austria 
vince, ma inutilmente, 1' Italia (1866). 

1866-1881. Austria e Italia si guardano in cagnesco. 

272 



1882-1914- P^i" evitare di azzuffarsi stringono fra loro 
alleanza. 

1915-1918. L'Austria vince 1' Italia (Caporetto) e 1' Ita- 
lia vince l'Austria (Vittorio Veneto). 

1919-1923. L'Italia aiuta l'Austria e l'Austria non chie- 
de di meglio che unirsi all' Italia ! 

« A questo mondo e' è una giustizia finalmente ! » di- 
ceva Renzo Tramaglino. I discendenti di Renzo (che co- 
minciarono nel '48 a provare la verità di questa esclama- 
zione) negheranno ancora che e' è una giustizia divina an- 
che nella storia — se pure non paga sempre il sabato ? 

AUT AUT 

1920. 

La processione esce di Chiesa. 

Uomini, donne, bambini, con fiori e ceri, cantano in 
lode della Vergine. In testa uno stendardo bianco sovra- 
stato dalla Croce ; in coda, sotto il baldacchino, tre preti 
parati, e l'Ostensorio scintillante tra gli effluvi dell' in- 
censo, 

A un tratto, da una via laterale, sbocca un'altra pro- 
cessione : 

I suoi componenti, facce sinistre e minacciose, seguono, 
armati di bastoni, una bandiera rossa e due nere e cantano 
fosche canzoni in lode del Diavolo e della Morte. 

Le due processioni s' incontrano. 

Gli schiavi della Bestia, inferociti dalla presenza della 
Croce, si scagliano, furibondi, sui servi di Cristo, inermi. 

Donne, bambini, vecchi son malmenati e travolti. Un 
prete vien pugnalato ; un altro è circondato dalla mar- 
maglia. Essa lo percuote, gli sputa in faccia, lo schernisce, 
gì' impone : « O grida : Viva il Comunismo, o sei morto ! » 

Aut, aut. 

II povero prete (non santo) chiede perdono a Dio della 
propria viltà, e grida tutto ciò che vuole la Bestia. 

Allora, finalmente, la masnada s'allontana. 
E, dietro ai vessilli infernali, i canti dell'Anticristo ri- 
suonano vittoriosi, con maggior forza. 

273 

18. — Dizionario dell'Omo Salvatico- 



AUT CESAR, AUT NIHIL 

Motto di Cesare Borgia, al quale toccò il « nihil » di qua 
e di là. 

Ma, agli occhi di chi guarda al di là de' nomi, non si 
tratta in realtà di un vero aut aut. Dinanzi a Dio — e 
anche dinanzi alla storia, che narra, come i cieli, le glorie 
d' Iddio — un Cesare può essere l'equivalente del nulla : 
fantasma padrone effimero di fantasmi. Chi s'abbassa sarà 
esaltato, ha detto il Figlio d' Iddio : soltanto chi sceglierà 
d'esser nulla può diventare signore dell'anime, cioè vero 

AUTENTICO 

Non e' è più nuUa di autentico e che sia davvero quel 
che sembra e quel che dicono. 

Non autentico il colorito delle donne, fatto di paste e 
di polveri — non autentico il talento fatto di plagi e di 
trucchi — non autentico il vino, di tutto composto men 
che d'uva — non autentica neanche la ferocia fatta spesso 
di paura o d' impunità. 

Si falsificano le statue, le perle, i manoscritti, gli avve- 
nimenti, le reputazioni, i programmi. Due sole cose riman- 
gono, al di sopra di tutto e di tutti, irrecusabilmente au- 
tentiche : il Vangelo di Cristo e l' imbecillità universale. 

AUTOCRATE 

— L'ultimo autocrate finalmente è morto ! esclamò 
il cav. Deifobo Luciferini leggendo nei giornali il massa- 
cro della famiglia imperiale di Russia. 

In quel mentre entrò nella stanza la moglie colla figliola 
maggiore : 

— Deifobo, noi si va fuori a far delle spese. 

— Fuori ! Spese ! — gridò, anzi ruggì il cavaliere. — 
Fuori a quest'ora che la cena è vicina ! Fuori senza avermi 
chiesto prima il permesso ! A far delle spese, a spendere 
dei quattrini guadagnati da me ! A far delle spese proba- 
bilmente superflue e voluttuarie ! Niente fuori ! Niente spe- 
se ! Spogliatevi subito : te va' in cucina, e te piglia la 
calza ! In casa mia comando io, sono il padrone io, e guai 
a chi non ubbidisce ! 

274 



I 



AUTODAFÉ 

Il signor Euterpe (genere femminile !) Bellachiorba, ex 
maresciallo dei carabinieri in pensione e titolare dell'unica 
privativa di Bagoghi, appoggiato al proprio banco, tra 
il vassoio dei sigari e la buca del sale, spiega a tre o 
quattro clienti che siedono, fumando a pipa, intorno al 
solito tavolino rotondo, il significato d'una parola etero- 
clita che ha trovato nel giornale che sta leggendo. 

«Auto-da fé. Guardate, è proprio scritto così. Ma chi 
sa dirmi ciò che vuol dire questa parola ostrogota ? Nes- 
suno ? E allora lo dirò io : Essa vuol dire, figuratevi !, 
Atto di fede. Ma sapete che razza di fede era questa, a 
tempo del Medio-Evo ? 

Ora che mi ricordo, se avessi il libro dell' « Inquisi- 
zione di Spagna » che lessi una volta, nella caserma di Ca- 
serta, quand'ero semplice appuntato, vi potrei spiegare 
ogni cosa (facendovi vedere anche le figure), per filo e 
per segno. 

Ma vi basti sapere che si tratta d'una delle tante infa- 
mie inventate dai preti, al tempo che facevan le palle e 
le tiravano, e cioè fino a quel giorno che il General Cadorna, 
per la festa del XX Settembre, entrato in Roma Italiana, 
buttò giù senza tanti complimenti il Potere Temporale, e 
fu finita la cuccagna. 

Insomma, per non mi perdere in chiacchiere, Auto-da- fé 
o Atto di fede, voleva dire esser messi alla tortura, e poi 
bruciati vivi a fuoco lento, in nome della religione, da 
qualche frataccio arrabbiato, messo su da Torquemada, 
per la bella ragione (per portare un paragone) che io non 
me la sento di pensarla come il piovano di Baghoghi. 

Tant'è vero che perfino Giordano Bruno e Galileo Ga- 
lilei, (che insieme a Dante Alighieri, sarebbero i tre più 
famosi scienziati dell'universo mondo), perchè non vollero 
(come dice la storia) passar da vigliacchi davanti agli in- 
quisitori, andò a finire che anche loro, com' altre centomila 
vittime dell'oscurantismo, prima furono straziati in mille 
modi e poi incatramati e bruciati. 

E cosi v'ho spiegato, in quattro e quattr'otto, ciò che 
significa questa brutta fregnaccia de l'Auto-da-fè, 

'^1^ 



Ebbene : volete sapere quali sono le conseguenze che 
derivano dalle infamie del clericalismo ? Io prima andavo 
alla messa e, tutti gli anni, verso Pasqua, mi confessavo. 

Ma da quando lessi la « Storia dell' Inquisizione di Spa- 
gna » non vo più alla messa e mi guardo bene dal con- 
fessarmi. 

Certo io non sono come quelli che dicono che Dio non 
e' è. Io credo in Dio e non mi vergogno a dirlo. Ma credo 
che Dio debba essere il più accanito nemico dei preti. 

E ragiono così : Dio ha creato l'uomo, ma non ha 
creato i preti ; sono i preti invece che si sono creati da sé 
per dare ad intendere che senza loro non si poteva andare 
in Paradiso, Ma hanno finito col farne tante e tante, che 
la gente oramai non crede più neppure nell'acqua fresca. 

E questo è il brutto. Perchè quanto a non credere ai 
preti, chi dovrebbe crederci ? 

Ma quanto a non credere a Dio, la mia lunga esperienza 
di vecchio carabiniere m' insegna che Dio è necessario e 
che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo ; non fosse 
altro per risparmiare un po' di lavoro alla pubblica sicu- 
rezza. 

Non so se m' intendete. 

Ad ogni modo, io concludo, come tutte quelle persone 
che non si son fatte beccare il cervello, che per credere in 
Dio non e' è bisogno dei preti ; anzi io credo fermamente 
che se sparissero i preti, tutti, ed io per il primo, s'ande- 
rebbe alla messa. 

E questa, e non già quella che non si capisce (concluse 
l'ex maresciallo Bellachiorba, riaccendendo la cicca semi- 
spenta) è la vera spicologia. 

AUTODECISIONE DEI POPOLI 

Il primo dei « quattordici punti » di Wilson, coi quali 
questo dentista americano dai denti d'oro pretendeva 
ricucire la sbrindellata Europa. 

Fu una nuova frase vescica (la più gonfia e ventosa di 
tutte) che si gonfiò e si sgonfiò rapidamente, lasciando con 
tanto di naso un'infinità di compunti barbagianni anche cat- 

276 



I 



tolìcì che s'eran convertiti, dalla sera alla mattina, alla re- 
ligione umanitaria del quacquero d'oltre Oceano. 

I popoli, cioè le razze diverse, sparse attualmente in 
tutti i punti del globo, e denominate da altre razze, non 
possono sperare di viver libere se non affidando le loro ra- 
gioni alla spada. hanno forza e vincono; o non hanno 
forza, e allora è inutile appellarsi (specialmente in tempi 
democratici) ad una pretesa giustizia. 

La democrazia è il più ipocrita ed ingiusto dei regimi 
politici. Nonostante che abbia sempre la giustizia sulle 
labbra abituate alla menzogna, ha l'avidità nel cuore e 
sbocca sempre nell' ingiustizia. La sua vera natura consi- 
ste in una continua e crescente volontà di rapina : rapina, 
coi balzelli, sulla borsa dei cittadini ; rapina nelle colonie 
col pretesto dell' incivilimento ; rapina, con l'annessione, 
sui piccoli popoli inermi. 

Ecco la morale che discende logicamente dall'anti- 
vangelo già proclamato nel Settecento coi famigerati Di- 
ritti dell' Uomo. 

I governi attuali (la guerra non ha sostanzialmente 
mutato nulla) sono ancora tutti, più o meno, impastati e 
impestati di democrazia. 

E l'effimero, ripugnante Messia, venuto dall'America a 
far l'allocco in Europa, non fu che un democratico imbe- 
cille caduto in una grossa imboscata di democratici gras- 
satori. 

AUTODIDATTA 

La distinzione che si fa di solito tra scolari di scuole e 
autodidatti — dando la palma ora ai primi, ora ai secondi — 
non ha ragion d'essere. Tutti quelli che veramente sanno 
qualcosa sono, in realtà, autodidatti, anche se hanno fatto 
una copiosa collezione di pagelle, di licenze, e di lauree. 
I maestri possono, tutt'al più, far crescere l'amore dell'ap- 
prendimento (e anche di questo bisogna che ci sia il seme 
nello scolaro) e insegnare con quali metodi e libri si può 
meglio apprendere. I più imparano, spesso, a dispetto delle 
scuole e dei programmi : da sé, coli' esperienza, colla lettura, 
colla meditazione. E l'uniche cose che veramente si sanno 
3on quelle scoperte da noi medesimi. 

277 



Un solo Maestro ha l'uomo — Maestro poco ascoltato, 
non sempre inteso, quasi mai seguito, Maestro infallibile 
che ha dettato la verità ad alcuni scrittori, le ha pro- 
nunziate colla sua propria bocca diciannove secoli or sono 
e ancora parla di tanto in tanto dal trono del principe 
degli Apostoli. 

AUTOGRAFO 

La più bella lezione ai fastidiosi collezionisti d'autografi 
la dette Rudyard Kipling a un buon uomo il quale, avendo 
sentito dire che le riviste pagavano la prosa dell'autore di 
Kim uno scellino la parola, immaginandosi che costui 
dovesse adoprare chissà quali preziose e inaudite parole, 
gli spedì un vaglia di tre scellini pregandolo che gli man- 
dasse in cambio tre parole sue. Kipling prese una carto- 
lina e ci scrisse su : « Siete un imbecille » e con tanto di firma 
la diresse al compratore di parole illustri. 

Metodo che sarebbe da seguirsi sempre se coli' inflig- 
ger la meritata lezione non si contentasse, nello stesso 
tempo, l' indiscreta manìa dei petulanti. 

AUTOLATRIA 

Il comm. Quattrostomachi, dopo il lauto pranzo quoti- 
diano, con un grosso sigaro avana fra le labbra, fa il 
chilo, comodamente sdraiato sulla poltrona a dondolo. 

Quasi avvolto in una odorosa nuvola di fumo (il suo 
incenso) egli pensa : Sono soddisfatto, mi voglio bene ; 
anzi mi adoro. Io sano, io ricco, io stimato, io, per censo, 
senatore del regno ! 

I miei occhi, per soddisfarsi pienamente, non possono 
oramai che guardare la mia sacra persona riflessa nello 
specchio ; anzi, certe volte, mi vien quasi la voglia d' in- 
ginocchiarmi davanti alle mìe sembianze. 

Ma a questo punto del soliloquio il sigaro avana gli 
casca dalle labbra e la grossa testa gli si ripiega sul petto. 

Si è forse il comm. Quattrostomachi placidamente ad- 
addormentato ? 

Ahimè ! non è così : il Gran Mangia Pan è morto ! 

278 



AUTOMA 

È l'uomo moderno. 

Arrivato al massimo della civiltà ha creduto di rag- 
giungere il massimo della libertà ; invece è diventato 
macchina fra le macchine. 

Il movimento del suo cervello è determinato da idee 
non sue, ma create e propagare dallo spirito di menzogna. 
L'uomo le trova belle e fatte ; e le riceve senza accorger- 
sene, come l'automobile non s'accorge d'esser messo in 
moto dallo chauffeur. 

Tutti, oggi, fanno e dicono in sostanza le medesime 
cose ; la loro discordia è apparente. Sotto la diversità 
della maschera e' è l'uniformità del cadavere. 

Morti semoventi, schiavi meccanizzati, quanto più di- 
ventano automi, tanto più inneggiano alla libertà di cui 
non sono più degni. 

Cristo potrebbe ancora farli vivi e liberi ; ma non lo 
conoscono più ; e non sospettano neppure che l'orologio 
della storia ha quasi finito la carica. 

AUTOMOBILE 

La carrozza diabolica dell'arricchito e del nobile invol- 
garito e incanaglito. 

Sui primi tempi, essendo odiata dai poveri, non man- 
cava, di quando in quando, qualche lodevole barrocciaio o 
contadino che mettesse all'improvviso attraverso alla strada 
un tronco d'albero o un ostacolo qualunque, perchè i po- 
tenti dell' HP si rompessero l'osso del collo. 

Ma oggi, tutti sembran felici di lasciarsi insozzare o 
schiacciare dalle sempre più vertiginose automobili. 

Perciò, 1' Omo Salvatico che è rimasto solo ad ese- 
crarle, si rallegra, com' è suo costume, tanto se crepa chi 
ci sta sopra, quanto se muore chi metton sotto. 

AUTORITÀ 

L'amico Bernardo Sanvisenti, milanese « de Milan », 
mi racconta questo aneddoto : 

« Una mattina, uscendo di casa, come al solito, per an- 
dare a far lezione, m'accorsi che i tranvai non circolavano, 

279 



ma poco dopo essendone apparso uno vuoto che rientrava 
al deposito, vi salii, ed avendo chiesto se potevo usu- 
fruirne per un certo tratto di strada, mi venne risposto 
di sì. 

Allora domandai al conduttore : si può sapere perchè 
e' è lo sciopero ? 

Ed egli : — Han copà la sciura Rosa. 

Ma lei (dissi) lo sa chi è ? 

— Mi no. 

Ed io spiegai : È la Luxembourg, tedesca.... 

— Ah, mi la conoss' no. 

E allora perchè scioperate ? 

— Ma.... È vegnu l'ordin. 

Questo tranviere meneghino, debitamente rimbecillito e 
tesserato dal socialismo allora trionfante, è la personifica- 
zione del popolo di tutti i luoghi e di tutti i tempi, che 
obbedisce sempre, senza sapere e senza discutere, all'or- 
dine ricevuto dai suoi sovrani. 

Poco importa in fondo che i suoi sovrani siano Napo- 
leone I ieri l'altro o l'ebreo Trotski oggi ; il popolo (an- 
che quello rivoluzionario, anzi, specialmente, quello) ha 
bisogno d'esser comandato e di ricevere ordini e d'ese- 
guirli. 

Egli (e i demagoghi, che per la loro sozza ambizione 
ne fanno toppe da scarpe, sono i primi a saperlo) non è nato 
per la hbertà ; questa è soltanto una parola che gli risuona 
bene all'orecchio e che serve soprattutto per terminare 
certi versi tronchi delle canzoni popolari e ribelli. Vice- 
versa, la cosa della quale il popolo ha veramente biso- 
gno (essendo un gigante senza testa) è l'autorità. Quando 
gli stessi anarchici, qualche anno addietro, portavano a 
processione le loro fosche bandiere col motto infame : 
« Né Dio né padrone «, obbedivano, senza saperlo, all' in- 
ventore di quel motto ; e quando tiravano le bombe, nei 
teatri e sui cortei patriottici, o una persona o un opu- 
scolo l'aveva loro ordinato. 

Ma se tutto ciò è vero (ed è indiscutibilmente vero) 
tutta la questione consiste nel sottrarre il popolo all'auto- 
rità dei demagoghi, dei capi partito, delle sette, e di qua- 

280 



ìunque privato mascalzone, per sottoporlo all'autorità le- 
gittima e suprema che risiede solo nei Re. 

La quale però, (beninteso) non può esser né completa- 
mente restaurata né a lungo mantenuta se non è giusta e 
paterna ; e non può esser giusta né paterna se non è illu- 
minata e guidata dall'autorità del Papa, il quale, nelle 
cose dello spirito, é l'unico sovrano sulla terra che sia illu- 
minato dallo Spirito Santo. 

Certo, un simile linguaggio é diventato, pur troppo !, 
incomprensibile ; eppure, o si torna a comprenderlo, e con- 
seguentemente si ristabilisce l'ordine su queste basi, o par- 
lare d'autorità in altro modo è vano. 

AUTUNNO 

Il romanticismo ha messo di moda, tra le stagioni, l'au- 
tunno — epoca del disfacimento, della maturità che di- 
viene marcitura, della decadenza e di altre simbologie 
ben adatte al nostro tempo. L'antichità si rallegrava nella 
primavera ; il Rinascimento fu una selvaggia estate : l'Omo 
Salvatico, che ha messo dapparte molte cataste di legna, 
aspetta imperterrito il grande imminente inverno. 

AVANGUARDIA 

E la stagione delle « avanguardie ». 

Ce n' è più che mosche e tafani, durante il solleone, 
sul ventre osceno d'una carogna. 

Rosse, nere, bianche, verdi, gialle, calò, ronzano, girano, 
s' incontrano, si mischiano, s'azzuffano, si separano, si 
riabbracciano. 

Ciascuna ha un' insegna diversa come le contrade del 
Palio di Siena. 

I suoi componenti che da poco tempo hanno lasciato 
« il pappo e il dìndi » né son giunti ancora alla pubertà 
spirituale, non sanno bene ciò che vogliono ; si spingono 
avanti verso conquiste fantastiche ; precedono eserciti ine- 
sistenti ; urlano, cantano, marciano, giuocano ai soldati 
come i ragazzi. 

Tutti sono affetti da una specie di Ballo di San Vito 

281 



e da una sbornia molesta cKe non dà requie né a loro ne 
agli altri. 

Anche i giovani cattolici hanno contratto la stessa ma- 
lattia. Anch'essi farneticano d'avanguardismo, di squa- 
drismoj dì scoutismo, ecc. Ma son più buffi, più meschini, 
più tardigradi. 

Scimmiottano male, arrivano in coda, sciupano, com- 
promettono ed avvihscono il cattoKcismo. 

Era un pezzo che volevo dir loro queste cose. 

La smettano'; interrompano insomma la rappresenta- 
zione, rientrino tra le quinte e si rivestano da cristiani. 
Brucino i loro « gagliardetti »), si spoglino delle loro « di- 
vise », si stacchino i loro « distintivi », spezzino i loro « ba- 
stoni » o « manganelli », se ne hanno. 

Cessino di far concorrenza, con gli stessi mezzi, ai loro 
multicolori colleghi. 

Ripudino ogni forma di modernità, di vanità, di spor- 
tismo, d'esibizionismo. 

Non facciano dichiarazioni non richieste (e del resto 
non apprezzate e spesso mal ricompensate) di modernità, 
di democrazia, d' umanitarismo, ecc. 

Si comportino apostolicamente da cristiani. Questo è 
tutto. Non s'occupino di politica, ma della redenzione 
delle anime dalla schiavitù del peccato. 

Non vadano, come tutti gli stolti del nostro tempo, 
in cerca d'un programma. Il loro programma fu finito di 
scrivere venti secoli addietro, col sangue del Salvatore che 
gocciolò dalla Croce. 

Se vogliono un distintivo riadottino il distintivo di Cri- 
sto, quello di tutti i santi e di tutti i martiri : La Croce. 

Non s' iscrivano in un partito, ma agiscano, dentro 
la Chiesa, contro le parti. 

E se vogliono essere all'avanguardia dei Cattolici della 
loro nazione, lo siano ; ma non spoliticando, bensì evan- 
gelizzando : cioè ripetendo e vivendo la Parola di Cristo 
e per essa all'occorrenza (intrepidi soldati inermi) facen- 
dosi ammazzare. 



282 



AVANTI ! 

Organo dei socialisti italiani, e parola magica per tutti. 

Ogni antigambero moderno vuole andare avanti a ogni 
costo : non importa con qual mezzo, in quale direzione e 
per qual motivo. 

Avanti, perchè avanti ad ogni avanti c'è un altro avanti ; 
e nessuno di questi avanzanti cretini (che vien fatto avan- 
zare> a sua insaputa, verso la putredine e l' inferno) non 
sospetta neppure che tutte le « avanzate » sono inutili per- 
chè durante ogni avanzata si vedono e si fanno in sostanza 
le stesse mascalzonate e le stesse sciocchezze. 

La profonda, irrimediabile imbecillità dei contempora- 
nei che non possono (dicono) credere in Dio, consiste dun- 
que, nel credere che, andando sempre più avanti e con 
sempre maggior velocità, si possa un bel giorno agguantare 
un frammento di coda dell' impossibile. 

Invece, prima trovano la pazzia e poi la morte. 

Ma non importa ; essi, r preagonici cretini, continuano, 
vestiti in maschera, a scavalcare i morti e a correr dietro 
all' inesistente senza accorgersi d'essere aggiogati alla pe- 
sante macina della loro sciocca superbia e di rifar sempre, 
in tondo, come l'asino, a cui somigliano, anche se truccati 
da sciacalli, la stessa via. 

AVARIZIA 

— I preti, osservava maliziosamente il commendator 
Quattrostomachì, hanno messo l'avarizia tra i peccati ca- 
pitali e la ricoprono di tutti i vituperii. Secondo me hanno 
torto. Prima di tutto gì' invidiosi accusano d'avarizia quelli 
che seguono semplicemente i dettami della saggia econo- 
mia e del giusto risparmio. Eppoi per poter dare molto 
bisogna aver molto e chi non possiede per eredità e deve 
ammucchiare non può diventar ricco che a forza di ladro- 
nerie e d'avarizia e tutti mi accorderanno eh' è meglio 
esser avaro che ladro. E infine gli avari, oggi, sono gli unici 
asceti che io conosca perchè si privano di tutto, resistono 
a tutte le tentazioni, e vivono peggio dei Padri del Deserto 
pur di non toccare il loro tesoro. Se le privazioni fanno 
guadagnare il paradiso e' è il caso che Dio tenga conto 

283 



anche dì quelle degli avari. Eppoi volete sapere chi è che 
predica contro l'avarizia ? Sono i poveri, i pezzenti, i nul- 
latenenti, e si capisce bene il perchè. Cristo dice di dar via 
i propri beni e di non pensare al domani. Ma lui era Dio 
e io sono un uomo : i beni me li son guadagnati colle mie 
onorate fatiche di appaltatore di lavori pubblici e non vo- 
glio regalarli al primo scalzacane che capita — e se do- 
mani non ho da mettere il lesso al fuoco non posso mica 
pagare il macellaro coli' Evangelo ! 

— Ma se lei patisce un po' di qua, rispose timidamente 
uno de' commensali, starà meglio di là. 

— Può esser benissimo, rispose il commendatore, ma 
i] medico mi ha detto che per il mio organismo ci vuole un 
po' di carne tutti i giorni. Il Paradiso è una bella cosa ma 
la salute, capirà bene, preme a tutti ! 

AVE, IMPERATOR, MORITURI TE SALUTANT 

Anche a' nostri tempi i gladiatori — non sempre obbli- 
gati — si sbuzzano in quell'anfiteatro che si chiama, come 
i giornali sanno, « arena politica ». Ma non hanno più il 
conforto di salutare, nell'agonia, un imperatore splendente 
d'oro, di porpora e di gloria nell'altezza di una tribuna. 
Non ci sono più imperatori, e neanche re ; i monarchi 
son quasi tutti fuggiti o abdicandi ; e quelli che restano 
non assistono ai tornei parlamentari. I poveri gladiatori 
in falde debbono morire sotto gli occhi smorti dei cronisti 
freddolosi, dei capisezione intirizziti o di un usciere col 
veggio, e l'ultimo bagliore che appare ai moribondi è tutt'al 
più il fiammifero di un portiere che accende la sigaretta. 

AVE MARIA 

La più dolce, profonda e celestiale preghiera della 
Chiesa. 

Se nel mondo ci fossero ancora dei veri cristiani, non 
potrebbero pronunciarne le parole senza cadere in estasi. 

Il suo contenuto, diviso in tre parti, è sublime. 

Nella prima compare l'Angelo, s' inchina ; poi, quasi 
con tocchi d'arpa, annunzia alla Vergine sine labe la vo- 
lontà dell' Eterno. 

284 



Nella seconda, la madre del Precursore, ospitando 1' E- 
letta fra le donne, ne benedice il grembo immacolato, 
che custodisce il mistero dell' Incarnazione divina. 

Nella terza, tutta la Chiesa militante, volgendosi alla 
Regina degli Angeli, ne invoca l' intercessione, presso il 
Figlio, che le sta a fianco, nella Gloria Eterna. 

L' intero poema divino ed umano del Cristianesimo è 
qui. Ma forse, mentre il mondo agonizza, nessuno s' af- 
faccia adorando su questo abisso d'amore. 

AVENTINO 

— Mi ritiro sull'Aventino, disse un giorno il rag. Con- 
suntivi, rinchiudendosi nel solaio, dove lo raggiunsero le 
ultime invettive e scarpate della moglie, inferocita dall'ava- 
rizia maritale. 

AVIAZIONE 

Inutile ritesserne le lodi. 

Si veda su questo argomento l'entusiastiche pagine, 
squisitamente avanguardistiche, di Domenico Giuliotti, ne 
« L' Ora di Barabba », libro in cui si celebrano liricamente 
le più strepitose invenzioni del genio moderno e in cui si 
esalta soprattutto l'uomo volante del XX secolo, per 
esser riuscito, dopo tanto, a mangiare la pappa in capo 
al suo presunto creatore. 

AVVENIRE 

Dal libro della Sapienza Borghese : 

« A chi conosce il vivere del mondo, è riservato imman- 
cabilmente un lusinghiero avvenire ». 

« Non bisogna star sull'albero a cantare come la cicala, 
ma tener presente la formica, la quale pensa per tempo 
all'avvenire ». 

« Sebbene i tempi sian critici, dobbiamo preparare al- 
l' Italia un avvenire che sia degno dei suoi radiosi destini ». 

« Noi troppo odiammo e soflFerimmo, amate : il mondo 
è bello e santo è l'avvenir ! ». 

Ma ecco l'opinione totalmente opposta, d'un povero 
folk: 

285 



« Non vogliate mettervi in pensiero per ciò che sarà 
domani ; basta a ciascun giorno il suo affanno ». 

AVVENIRISTA 

S' è avuta la musica avveniristica (quella di Wagner) 
che ora puzza di stantìo e mostra le travi mezze marcie 
dove sembrava che ci fossero belle colonne di pietra — s' è 
visto anche la poesia avvenirista, che oggi fa l'effetto 
di balbettamenti di Polinesiani o di Bantu. Se gli avveni- 
risti pensassero che ogni avvenire è destinato a diventar 
passato si attaccherebbero alla semplice verità del genio — 
la quale è al di fuori delle alternative dei tempi, e non 
è del passato e neanche dell'avvenire perchè appartiene 
all'eterno. 

AVVENTORE 

— Ma perchè avete ridotto il vostro caffè una bolgia infer- 
nale ? (diceva un giorno il parroco di Bagoghi a un caffet- 
tiere del luogo). Ogni volta che passo di qui sento litigi, 
parole oscene e bestemmie orribili. Specialmente la dome- 
nica, giorno consacrato al Signore, questo locale sembra far 
concorrenza al turpiloquio infame di tutti i diavoli. 

Eppure siete cristiano ; la vostra famiglia viene in 
Chiesa ; voi pure v'accostate qualche volta ai Sacramenti. 

Io non capisco dunque come non v'accorgete di com- 
piere con la vostra inesplicabile tolleranza un peccato gra- 
vissimo del quale dovrete render conto innanzi a Dio. 

« — Io la lascio dire (rispose il caffettiere). 

E gli avventori, quando mi fossi perso, col far troppo 
lo schizzinoso, quelli che sparlano e bestemmiano, me li 
riporta lei ? 

Chi sta a bottega, per sua regola (se non ha fatto un 
patrimonio da potersi pigliare il lusso di chiuder l'eserci- 
zio) bisogna che non abbia né bocca né orecchi. 

L'avventore paga e vuol fare il suo comodo. 

E poi, sarebbe bella che Dio mi mettesse in conto le 
bestemmie degli altri ! 

Quando bestemmio io, segni pure ; ma quando bestem- 
mian loro, io crederò che Domineddio (se vede e sente 
davvero ogni cosa) non scambi bocca. 

386 



Gli torna questo ragionamento ? E, se caso mai un gli 
tornasse, la un sa i' che 1' ha fare ? 

L'ha fare i' che la vole ». 

E inutile dire che al povero parroco non rimase che 
pentirsi della propria ingenuità. 

AVVENTURIERE 

C'erano, nel Medio Evo, i soldati di ventura e i cavalieri 
di ventura : quelli a soldo dei principi, i secondi agli or- 
dini dei santi e d' Iddio. Poi nel secolo dei Lumi fiorirono 
gli avventurieri de' quali Cagliostro fu l'Amadigi e Casa- 
nova l'Ariosto ma erano, agli occhi dei sedentari, eccezioni. 
Dopo la Grande Avventura del 1789 non si videro che 
avventurieri : un avvocatuccio diventò ghigliottinatore della 
Francia, un tenentiiio còrso il padrone dell'Europa, il fi- 
gliolo d'un macellaro re di Svezia, un profugo marxista il 
despota della Russia. 

L'uomo che prende moglie, che procrea figlioli, che fab- 
brica una casa, che scrive un libro, è oggi il più arrischiato 
degli avventurieri perchè le leggi di quaggiù son cosi rotte, 
le difficoltà tanto cresciute, le sorprese moltiplicate, che 
ben per lui se non morirà di fame o di vergogna prima 
d'esser giunto a mezza strada. 

AVVERSARIO 

L' « antico avversario », l'avversario per eccellenza di 
tutti i cristiani, era uno de' nomi del Diavolo. I moderni, 
dolci di cuore e che non vogliono aver nemici, hanno fatto 
la pace anche con lui : una pace così leale e perpetua che 
il Demonio è divenuto a poco a poco l'amico di casa della 
maggior parte delle famiglie. 

AVVILIRE 

Chi riesce megho ad avvihre ? Lo stato, il mondo mo- 
derno, risponde Péguy : « Avilir est son instinct le plus 
profond. Quand il avilit, quoi que ce soit, très profonde- 
ment mais très surement il se sent bìen dans la voie de sa 
destination.... Le monde moderne avilit.... D'autres mon- 

387 



des idéalisaient ou matérialisaient, bàtissaìent ou démo- 
lissaient, faisaient de la justice ou faisaient de la forcef 
d'autres mondes faisaient des cìtés, des communautés, des 
hommes ou des'dieux. Le monde moderne avilit. C'est 
sa spécialité. Je dirais presque que c'est son métier s'il 
ne fallait pas respecter au dessus de tout ce beau nom 
de métier. Quand le monde moderne avilit, mettons que 
c'est alors qu'il travaille de sa partie ». 

AVVOCATO 

Ab uno, disce omnes : 

L'avv. Pappagorgia, nato a Bagoghi in quel di Lonza, 
dimostrò fin dalla più tenera infanzia una spiccata di- 
sposizione all'eloquenza ; egli non ancor settenne e già 
orgoglio dei propri genitori si dice che tenesse a' coetanei 
del luogo fanciullesche, sì, ma impressionanti concioni. 

Poi fu mandato al ginnasio, superò il liceo, ascese al- 
l' Università ; sostenne nella tesi di laurea la necessità del 
divorzio, in una tesina di diritto costituzionale espresse 
il giudizioso parere che il re, in omaggio ai principi demo- 
cratici, dovesse vestire costantemente in borghese ; e in 
un'altra tesina di medicina legale dimostrò, con argomenti 
ineccepibili, che in certi casi la religione influisce sinistra- 
mente sulla delinquenza. 

In pretura, in tribunale, e in assise, passò di trionfo 
in trionfo. Sotto la sua parola smagliante, il bianco diven- 
tava nero e viceversa, I giurati pendevano attoniti dalla 
sua bocca ; e i delinquenti, assolti, continuavano con più 
zelo nella loro proficua carriera. 

L'avvenire dell'avv. Pappagorgia si dispiegava con i 
colori più rosei. Un bel giorno (era fatale !) debuttò contem- 
poraneamente in politica e in letteratura ; in letteratura 
con un volumetto di versi intitolato Ciclamini ; in politica 
presentandosi candidato di parte democratica nel collegio 
di Roccabicocca : due strepitose vittorie. Bagoghi, sua 
patria, gli apprestò festeggiamenti solenni ; nel banchetto 
che fu dato in suo onore egli parlò, raggiungendo (come 
ben disse il giornale locale) il più alto diapason dell'elo- 
quenza e facendo pianger tutti dalla commozione. Disse tra 

288 



l'altre cose che si sentiva orgoglioso d'esser bagoghiano e 
italiano ; che si sarebbe adoperato per illustrare con l' in- 
gegno largitogli da madre natura Bagoghi e 1' Italia ; che 
grandi battaglie lo aspettavano nella stampa, nel parla- 
mento e nel fòro ; e concluse col dimostrare che Bagoghi 
era il fiore dell'Italia, e che l'ItaUa, terra di Giordano Bruno 
e di Dante, era il giardino del mondo. 

La sera, in paese, ci fu concerto vocale e strumentale e 
illuminazione alla Fantappiè. 

Tre anni dopb, l'avv. Pappagorgia, già comproprietario 
d'Un giornale e azionista di diverse banche, fu incaricato 
da Sua Maestà, in momenti- difficilissimi, di formare un mi- 
nistero di conciliazione, dal quale si aspettava la salvezza 
della patria. 

E r illustre bagoghiano Pappagorgia, abilissimamente, 
e quasi di sottogamba, la salvò. 

AZEGLIO (MASSIMO D') (1798-1866) 

Creatore della celeberrima frase : L' Italia è fatta, ora 
bisogna far gì' Italiani. 

Per offrire un modello adeguato per questa fabbrica- 
zione scrisse i propri Ricordi, nei quali si manifesta simile 
a quei grandi Italiani del Rinascimento che furono, come 
dicono i professori di liceo, multanimi e poliedrici. Il no- 
stro Massimo, difatti, come uomo di stato voleva espellere 
dal Piemonte i rifugiati del '48 e promosse con le leggi 
Siccardi la lotta contro la Chiesa ; come pittore dipinse la 
Sfida di Barletta e come letterato sposò una figliola di Ales- 
sandro Manzoni. 

AZIENDA 

Un giorno al sig. Teofilo Panciadoro (persona religiosa 
e facoltoso esercente) fu raccontato da qualcuno che San 
Francesco (figlio d'un rinomato mercante di pannine) no- 
nostante tutta la sua santità, non si peritò di rubare (di- 
ciamo rubare) diverse stoffe dal negozio paterno, per re- 
staurare col ricavato delle medesime una chiesa in rovina. 
Non solo, ma che in seguito, essendosi messo a fare, per amor 
di Cristo (bell'amore !) ogni specie di mistiche pazzie, fi.ni 

289 

19. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



col gittare il discredito perfino sull'azienda già felice- 
mente gestita dal suo disgraziato genitore, la quale, sebbene 
la storia non lo dica, è supponibile che andasse a rotoli. 

Sul primo, di fronte a tali notizie, il nostro religioso 
Panciadoro rima:^e incredulo ; ma poi dovè pur troppo 
convincersi che quella era la pura e semplice verità. 

E allora, perisando con raccapriccio che la propria 
azienda gli potesse venir rovinata da un figlio della risma 
di San Francesco, non potè fare a meno d'esclamare : « Se 
la cosa sta proprio in questo modo, io mi formalizzo alta- 
mente che la Chiesa non si vergogni di certi santi ! ». 

AZIONE DIRETTA 

Certe volte (sebbene di rado) ci si contenta dell' « azione 
dimostrativa », cert'altre si passa dall'azione dimostrativa 
all'azione diretta ; ma più spesso, sempre più spesso (fin- 
ché prestissimo sparirà qualunque eccezione) l'azione di- 
retta non soffre ostacoli. Fra poco, un secondo prima del- 
l'azione, non ci sentiremo più dire : « ti rompo il muso », 
ma ci troveremo fulmineamente col muso rotto, e non 
avremo neppure la modestissima consolazione di sapere 
né il perchè né da chi. 

L'educazione fìsica ha sorpassato gloriosamente qua- 
lunque più rosea aspettativa. 

Tanto che, d'ora in avanti, soltanto a mettere il piede 
fuori dell'uscio, e' è il caso d'aver l'onore d'essere educa- 
tamente ammazzati, per puro sport. 

AZIONISTA 

L'azionista è, insieme all'assiduo, all'elettore, al contri- 
buente, al cavaliere uno dei personaggi più diffusi della 
grande atellana del nostro secolo. L'azionista, contraria- 
mente a quel che potrebbe immaginare il volgo profano, 
non fa nessun'azione ma si contenta di tenere chiuse le sue 
azioni e di recarsi ogni anno a riscuotere quello che hanno 
prodotto, grazie al lavoro di altri uomini che compiono azioni 
penose e faticose per otto ore del giorno. 

290 



AZTECHI 

Famoso popolo morto, che dopo aver conquistato il 
Messico, fu, a sua volta conquistato e sterminato dagli 
spagnuoli. 

Molte cose si raccontano e si conservano degli Aztechi 
— perfino monumenti e inni. Ma nulla merita d'esser ri- 
cordato più del mito dei Quattro Soli, 

Gli Dei, secondo gli Aztechi, crearono un dopo l'altro 
quattro mondi illuminati da quattro differenti soli. Sotto 
il regno del primo sole, Chalchiuhtonatiuh (sole di gemma) 
venne una specie di diluvio e gli uomini che non affogarono 
furon cangiati in pesci ; sotto il secondo, Tkionatiuh (sole 
dì fuoco) gli uomini miserabili si nutrivan di gramigna e 
una pioggia di fuoco li distrusse e li trasformò in cani e gal- 
line ; sotto il terzo, Tohualtonatiuh (sole di tenebre) gli 
uomini mangiavano la pece e furono sterminati dalle belve 
e dai terremoti ; sotto il quarto, Ehecatonatiuh (sole del 
vento) gli uomini campavan di frutti ma furon distrutti 
dalle tempeste e trasformati in scimmie. 

Cortez, nel 1521, mise un termine alla civiltà azteca e 
non sapremo mai com'essi avrebbero concepito il quinto 
sole, cioè quello che regna oggi. Uno degli ultimi discen- 
denti di Motecuzoma, che vive ancora in Cuernovaca nel 
Messico, ci confidava che il nostro sole è detto Sole di san- 
gue, che gli uomini di questa epoca si nutrono di carne e 
di merda umana e che diventeranno, fra non molto, iene e 
scarabei. (l) 

AZZECCAGARBUGLI 

— Il signor Alessandro Manzoni — diceva un giorno 
in un crocchio autorevole l'avv. Pappagorgia — a me è 
sempre andato poco a genio. Dicono che scrive bene ; 
sarà ma quello stile freddino freddino, con quei risolini 
un po' scemi e un po' maligni, mi svaga poco : non e' è 
fuoco, non e' è nerbo, non e' è quella lussureggiante dovì- 
zia d' immagini che renderà preziosa nei secoli la prosa 

(t) W. Lehmann. Tradizioni degli antichi messicani (Jour- 
nal de la Soc. des Americanistes de Paris, T906, pp. 209-29) . 

291 



signorile, e direi quasi imperiale, del nostro Gabriele. Eppoi 
quell'untuosità cristiana, quei preti e frati che fanno tutte 
le carte loro, e quella supina rassegnazione che il mio 
maestro Carducci bollò col marchio infuocato del suo giu- 
sto disdegno, son tante ragioni che me lo rendono antipa- 
tico. Ma e' è di più. Quel collotorto ha offeso profondamente 
la dignità professionale della classe alla quale mi onoro di 
appartenere. È ormai pacifico che la figura dell'Azzecca- 
garbugli vorrebbe essere una satira degli avvocati e del- 
l'avvocatura. Il signor Manzoni si permette d' insinuare 
che gli avvocati si lasciano imporre dal grado sociale e dalle 
condizioni di coloro contro i quali dovrebbero brandire le 
armi della giustizia. Respingo con tutte le mie forze la turpe 
calunnia. Io non ho mai restituito a nessun contadino 
nessun paio di capponi e se il mio cliente è pronto a soddi- 
sfare il mio onorario io son pronto a difenderlo, anche 
se ha torto, e a difenderlo contro tutti, anche se l'avversario 
fosse, putacaso, il sindaco o il priore ! 

AZZURRO 

La domenica, dopo aver digerito il pranzo più succu- 
lento del solito con l'aiuto di sfiatamenti orali ed anali, il 
bottegaio esce di casa, si avvia verso i giardini pubblici, 
dove sorgono i monumenti degli eroi pubblici e si aggirano 
le donne pubbliche, guarda il cielo ed esclama : 

— Com' è bello l'azzurro ! Se non avessi preso la carriera 
del commercio quasi quasi avrei preso quella della poesia ! 



292 



B 



BAAL 

Uno de' nomi assiri d' Iddio : voleva dire, in lor lin- 
gua, « padrone » — non padre. 

Gli Ebrei più volte lasciarono il Padre per il Padrone 
— o i Padroni, pe'rchè molti erano i baalim. Furon puniti, 
e più atrocemente quando uccisero il Figlio del Padre. 
Tutte le volte che i popoli non vogliono essere figli del- 
l'unico Padre diventano servitori, e bastonati, dei molti 
Padroni « il cui regno è dì questa terra ». 

BABBO 

Esisteva, insieme con la mamma e i figli, quando esi- 
steva la famiglia, al tempo dei comandamenti di Dio. 

Oggi, che comanda il Diavolo, il matrimonio s' è tra- 
sformato in un contratto e la famiglia, che ne deriva, è 
una società i cui membri possono unirsi e separarsi a se- 
conda degli interessi e delle passioni. 

È naturale quindi che, in una tale società, mentre co- 
lui che si chiamava babbo è il semplice socio capitalista, 
colei che si chiamava mamma e coloro che si chiamavano 
figli non siano che i comodi soci consumatori. 

Talvolta, quando l'una e gli altri hanno consumato ab- 
bastanza, la società si scioglie. 

Colei che si chiamava mamma, va in cerca d'un altro 
socio ; coloro che si chiamavano figli son messi in un isti- 
tuto, se piccoli, vanno a fare i delinquenti per il mondo 
se grandi ; e colui che si chiamava babbo si consola della 
propria bancarotta come può. 

Quadro, come ognun vede, attraentissimo. 



BABBUINO 

Scimmia cinocefala, con pelo giallo-scuro-verdiccio, 
faccia biancastra. 

Il suo nome par che derivi dal latino Babhius, sciocco, 
a cagione dei suoi sciocchissimi lazzi. 

È, tra le scimmie, la più brutta, la più oscena e la 
più maligna : impossibile, dunque, non identificarla col 
« glorioso patriarca di Ferney ! ». 

BABELE 

La torre di Babele rimase in tronco ma la confusione 
delle lingue va crescendo di settimana in settimana : né i 
popoli ne gli uomini s' intendon più. Gli stampatori s'af- 
fannano a metter fuori vocabolari ppliglotti, ma ognuno 
storce le parole e le lingue sono coagulamenti di gerghi 
anarchici. Invadere una regione inerme significa difendere 
il diritto ; spendere cento per riscuotere venticinque si 
chiama amministrare ; mettere insieme delle filastrocche di 
astrazioni senza senso vuol dire aver messo il piede sul- 
l'ultima Thuie della filosofia ; accozzare parole senza lega- 
me e costrutto vuol dire far poesia e via di seguito. 

— Al cielo, si arriva lo stesso anche senza torri ! 
gridano gli aviatori. 

BABILONIA 

Capitale dell'Asia antichissima, che conquistò e fu con- 
quistata, distrusse e fu distrutta, come tutte le capitali 
e le nazioni del mondo. Babilonia furon chiamate via via 
le altre metropoli famose per la superbia e il vizio : Ro- 
ma, Parigi, Berlino, Londra. 

Ma tra queste e la prima e vera Babilonia una diffe- 
renza profonda e' è che non possiamo tacere : a Babilonia 
gli Ebrei furon portati come schiavi e prigionieri ; nell'al- 
tre Babilonie gli ebrei sono i padroni dei re. 



294 



BACALARO 

Così vien chiamato, a Firenze, il servitore dei fiaccherai. 

Mi ricordo ancora di quello che, trentacinquanni addie- 
tro, faceva il proprio mestiere in Piazza San Marco. 

Era un cenciume semovente d'età indefinibile, lungo, 
secco, malaticcio, quasi afono. 

Io l'osservavo, dalla finestra : e lo vedevo andare su 
e giù per il marciapiede, lungo la fila delle carrozze, ora 
con la balla del fieno, ora col bigonci olo dell'acqua, ora con 
la granata di scopa con la quale spazzava le porcherie 
dei cavalli. 

Aveva una giacchetta verde-gialla sdrucita sulla schiena 
con le maniche rimboccate sui polsi e le tasche gonfie chi 
sa di che ; portava in capo un cappello unto, a grondaia ; 
e i piedi che gli uscivan fuori dai pantaloni sbrindellati, 
invece che dalle scarpe eran calzati da un par di zoccoli. 

A vederlo camminare tutto slogato faceva pietà. 

Quando lo chiamavano, e lui doveva rispondere da lon- 
tano, pareva che, a metter fuori quella po' di voce che gli 
era rimasta, gli si strappasse dentro qualche membrana. 

Non si fermava mai ; se qualche signore accennava 
di volere una vettura, toglieva la balla del fieno dalla 
testa del cavallo, gli metteva la briglia, e appena il signore 
era montato in carrozza, lui richiudeva lo sportello e salu- 
tava, a capo scoperto, senza chieder nulla. 

Mentre lavorava tossiva ; e se fra un colpo e l'altro di 
tosse bestemmiava senza arrabbiarsi, le bestemmie per la 
fiocaggine gli rimanevano appastate in gola. 

La sua faccia insudiciata da una barba vana e biondic- 
cia aveva preso il colore dell'orina dei cavalli ; e mi ram- 
mento che, quando uscivo di casa e dovevo passargli ac- 
canto, mi pareva che puzzasse d'ospedale e di stalla. 

Un giorno, affacciatomi alla finestra, non lo vidi ; così 
il giorno dopo ; così per una settimana di seguito. 

Poi, una sera, mentre il lampionaio, con la pertica, 
accendeva il fanale sulla cantonata, passò un carro funebre 
di terza classe ; sul carro, senza croce, c'era una camicia 
rossa da garibaldino ; e dietro, fra le quattro o cinque 



295 



persone che l'accompagnavano, due fiaccherai con la tuba 
sulle ventitré. 

La mia padrona mi disse : È il bacalare di giù. 

BACCELLI ALFREDO (1863) 

Figlio di Guido medico, letterato e ministro, ci ha la- 
sciato fortunatamente le sue memorie di fanciullezza (in 
Roux, Illustri Italiani Contemporanei, v. I, p. II, 238-249). 
Dalle quali si apprende che assunse fin da piccino « abitu- 
dini di serietà » ; che un vecchio signore « guardandomi 
negli occhi, che spesso rimanevano estatici come a seguire 
un' immagine invisibile, una volta mi disse : Bimbo mio, 
tu sarai poeta ». Profezia la quale ognun vede come si sia 
avverata : basta leggere Diva Natura o Iride Umana o 
qualunque altro de' registri lirici del già sottosegretario 
per l'Agricoltura, Industria e Commercio. 

Dalle suddette memorie si apprende altresì che da fan- 
ciullo difese con immaginarie e private arringhe il suo 
cuoco arrestato; che il 20 settembre 1870, rimasto solo 
in casa, si mise a piangere dalla paura, ma dopo partecipò 
al generale entusiasmo con una bandieretta tricolore da lui 
medesimo composta ; che leggeva con somma soddisfa- 
zione le opere di Alessandro Dumas e di Giulio Verne ; 
che fu sempre il « primo della classe >ì in tutte le scuole, 
che scrisse a dodici anni un romanzo storico, a quattor- 
dici un romanzo fantastico, a qiùndici un romanzo senti- 
mentale ; che amò in quei medesimi anni una bruna fan- 
ciulla a San Vito e una bionda giovinetta a Livorno ; che 
schiaffeggiò Pietro Sbarbaro per difendere l'onore dei suoi 
genitori e finalmente che ebbe la medaglia d'oro della li- 
cenza d'onore. E il poeta conclude : « non ci si deve mai 
avvilire : avanti sempre, forti nella propria coscienza ; il 
giorno della giustizia spunterà ». Difatti, se non si sbaglia, 
è già spuntato : Baccelli Alfredo non conta più nulla a 
Montecitorio e men che nulla nella letteratura italiana. 

BACCELLI (SESTO CAIO) 

Libro eterno perchè libro del tempo. Arriva tutti gli 
anni, alla fin del dicembre, coi capponi e i panforti, pun- 

296 



tuale. Non lo registrano le bibliografie, non lo tengono sotto 
vetro e in luce i librai. Eppure è tra i pochissimi, assieme 
a Guerrino guerriero e a Bertoldo contadino, che si trovi 
nelle case più sole delle più sole frazioni. 

Annunzia il futuro a uso di pastori e zappatori. Pre- 
vede le meteore e insegna le coltivazioni. Libro di cielo e 
di terra, come quello di Dante. E tutti noi che viviamo 
sulla terra e di terra e siamo sotto il cielo e dal cielo aspet- 
tiamo benefizi ed auspici, ritroviamo qui, nelle sue forme 
elementari, pasto per la nostra bocca. 

Piccolo libro turchino, che sembra adoprare ancora i 
legni del tempo paterno di Pietro Leopoldo e ricordarsi 
dei mezzadri canuti e saggi che son morti nelle novelle di 
Neri. S' intitola il Vero Sesto Cajo Baccelli, indovino-agri- 
coltore fratello maggiore di Settimo Cajo Baccelli nipote del 
celebre Rittiìio Benincasa astronomo cabalista soprannojninato 
lo Strolago di Brozzi. Lunario per VAnno Bisestile 19.... — 
Firenze, Stab. Tipo-litografico E. Ducei, Via dei Pilastri, 32. 
Una figura ce lo rappresenta col cappellone a punta, so- 
pra una faccia di Carlomagno, mentre con una mano ag- 
guanta il telescopio sporgente fuori da una finestra che in- 
quadra stelle e comete fitte e coll'altra aperta par che inor- 
ridisca delle congiunzioni scritte in cifre di fuoco in un 
librone aperto a' suoi piedi. Sul frontespizio un contadino 
in camicia conduce due vacche aggiogate, colla mossa sem- 
plice e secolare che si ritrova nei cinesi e negli indi, nei 
greci e negli etruschi. 

Il primo capitolo, sormontato dalla figura d'una cometa 
fallica, tratta dell'eclissi : il primo fenomeno celeste die 
turbò i terrestri. Poi vien la poesia. Tutti gli anni 14 se- 
stine annunziano in sintesi familiare i grandi avvenimenti 
dell'universo. Lo Strolago di Brozzi è modesto, insieme, e 
superbo : 

Se rileggete — amici — ciò che scrissi 

Nelle profezie dello scorso a?mo 

Vedrete che le cose che vi dissi 

son avvenute oppur s'' avvereranno ; 

sarà questione di mesi, ma vi giuro ; 

che ciò che afermo avviene di sicuro. 

297 



Sovrabbonda di sillabe e di fede ma non tiene alla 
puntualità. E a' suoi fedeli promette pace e ricchezza — 
questa per mezzo del lotto : 

Siccotne certamente voi dovete 
Sostener delle spese^ ho pre-parato 
Un terno che a Firenze giocherete 
Finché non ve Vavranno sorteggiato, 
Prendete nota e abbiate fede in me, 
— 59. 80, 33 !... 

E i futuristi credevano d'aver inventato un gran che met- 
tendo i numeri in mezzo alla poesia ! 

Il lunario che vien dopo è accompagnato settimana per 
settimana dalle previsioni del tempo, ma l'ottimo Sesto 
Cajo non s' è lasciato defiorare, come i suoi parenti Vesta- 
verde e Barbanera, dallo scientismo moderno. Per non 
compromettersi s'attiene al generico. « Pioggie parziali — 
Alternative di pioggia, di vario e di sereno — variabile — 
tempo costante — buono ma venti alti potrebbero disporlo 
diversamente — Cattivo, ma che venti alti potrebbero can- 
giarlo al buono ». Sistema eh' io trovo infallibile e profon- 
dissimo. Però l'avvertenza più ripetuta è questa : « Poco 
dissimile dal passato ». C è, in queste parole, una filosofìa 
piena e formata. La costanza e monotonia del mondo. 
L'eterno ritorno. Sesto Cajo Baccelli è il Nietzsche a uso 
delle fattorie. 

BACH GIOVANNI SEBASTIANO (1685 1750) 

Ebbe due mogli ; venti figlioH ; scrisse tanta musica 
da riempire 45 volumi — andò di città in città, di corte in 
corte come organista e maestro di cori e d'orchestra ; fu 
messo in prigione, diventò cieco — eppure riuscì, a di- 
spetto delle strettezze della vita, del fracasso dei ragazzi, 
dei fastidi dell' insegnamento, delle gelosie degli emuli, a 
comporre la più serena e pura musica che abbia dato 
la vecchia Germania. Benché luterano le sue Messe e i 
suoi Corali — e soprattutto la Passione secondo San 
Matteo — son gonfie d'un sentimento religioso e cristiano, 
che talvolta tocca il sublime. Volontariamente schiavo 

298 



delle antiche forme — specie della fuga, coi suoi canoni 
obbligati — seppe far esprimere alla musica, in un mondo 
di placidezza commossa e di passione contenuta, veramente 
classica, tutte le note della scala spirituale : dalla grazia 
puerile alla solennità metafisica. Di lui, più che di Beetho- 
ven — già turbato daUa malattia romantica — si potrebbe 
dire che la sua musica è la Musica. È un eroe che vince 
pur avendo le mani legate ; il dolore stesso ha la malin- 
conia delle vere gioie : si pensi a un prato d'aprile, nuovo 
e fiorito, in una cerchia di montagne, dove ancora è ferma 
la neve, dove già comincia il rombo del tuono ; ma il sole, 
sole del Nord, illumina tutto, felice; i bambini, ridendo, 
corrono verso una chiesa dall'alte torri di sasso nero — e 
il camposanto offre rami agli uccelli, glicine alle spose, 
teschi ai romiti. 

BACCHELLl RICCARDO (1891) 

Autore di Poemi composti di versi lunghi come quelli 
del Diluvio Universale di Bernardino Baldi ; scrittore neo- 
classico fuori classe ; uno dei lanterniferi della fu Ronda, 
ha composto un Amleto destinato a far dimenticare, final- 
mente, quello dello pseudonimo Shakespeare. 

BACCHETTONE 

Andare alla messa, senza fare all'amore in chiesa, o 
parlar d'affari, o guardare le devote signore seminude, ma, 
anzi, al contrario, meditare sulla passione di Cristo e met- 
tersi in ginocchio sull' impiantito al momento dell' Eleva- 
zione (cose tutte elementarissìme e niente affatto eroiche 
per un cristiano) vuol dire « esser bacchettoni ». 

Non bestemmiare, farsi in pubblico il segno della croce 
davanti a un'immagine, scoprirsi il capo e piegare i gi- 
nocchi al passaggio dal Viatico, vuol dire esser bacchettoni. 

Obbedire scrupolosamente ai comandamenti di Dio 
(cioè vivere da galantuomini) ed ai precetti della Chiesa 
(cioè riconoscerne in pratica l'autorità) vuol dire esser bac- 
chettoni. 

Non leccare umilmente le scarpe merdose dell'anticle- 
ricalismo pseudo-patriottico, non sdilinquirsi di compia- 

299 



cenza dinanzi alla « profonda religiosità » dell' « Apostolo 
ligure », vuol dire esser bacchettoni. 

Perciò un cattolico che voglia avere diritto di cittadi- 
nanza nell'Italia degli /. «italiani».*., non dev'esser bac- 
chettone ; e per non esser bacchettone è necessario che 
non interpreti alla lettera i comandamenti di Dio, che metta 
in ridicolo spiritosamente i precetti della Chiesa, che an- 
teponga la « religione laica » a quella di Cristo e che 
s'auguri con tutto il cuore l'avvento d'un Papa veramente 
«spregiudicato» e «italiano» il quale, intonando l'inno 
di Garibaldi, e pigliando a braccetto il Grande Oriente, 
vada a deporre una bella corona di fiori freschi sul monu- 
mento a Giordano Bruno. 

E allora il Cattolicismo, non più nemico della Patria, 
sarà finalmente tollerato, come gli altri culti. 

BACCO 

Il misterioso dio barbaro della libertà e dell'estasi è dive- 
nuto, nella mitologia spicciola dei pagani battezzati; il dio 
dei briachi. 

Le Baccanti, che vestite con pelli di belve cantavano 
nelle foreste, sono oggi le prostitute di poco prezzo che 
hanno bevuto un po' di più. I Baccanali fastosi e mo- 
struosi dell' impero son divenuti, ora, le ribotte di carnevale 
degli agenti di cambio colle loro ganze. 

Anche nel male e nell'errore, per fortuna, arriva il gior- 
no della decadenza. 

BACILLO 

Impercettibile, modesto, oscuro, e, finalmente, celebre 
animaletto ! 

Egli che, nella propria imponderabilità, non s'era nep- 
pur accorto d'esistere, forse non reputava un' ingiustizia 
l' impossibilità di passare alla storia. 

Ma l' immortale Pasteur (uno dei più penetranti occhi 
d'Argo del miracoloso secolo XIX), da vero, onnipossente 
Geova del Microcosmo, lo trasse fuori o, meglio, staremmo 
quasi per dire, lo creò dal nulla. 

300 



Allora la nuova religione del « gonococco » e dello « strep- 
tococco » incominciò. 

Suo Pontefice, fu naturalmente lo stesso Pasteur ; 

suoi cardinali i più illustri clinici dei due mondi ; 

suoi vescovi tutti i biancovestiti contemplatori di 
sputi ; 

suoi preti i medici condotti ; 

suoi scaccini i veterinari, e suoi fedeli tutta quella 
moltitudine d'ottimi cittadini che, istruendosi lodevol- 
mente col giornale alla mano, « si vantano d'appartenere 
a Ufi' epoca nella quale ogni scoperta scientifica segna una 
nuova conquista e apporta un nuovo benessere nel glorioso 
e fatale cammino dell'umanità ! ». 

BACIO 

Alcune risposte al geniale « referendum « sul bacio, già 
indetto, dal Corriere di Lonza, nella scorsa estate : 

Dott. Enteroclismi 

« Se mi è lecito interloquire, come puro e semplice der- 
matologo, questa è la mia opinione, tout court : — Il bacio 
{qualunque bacio e da chiunque dato o ricevuto) costituisce 
sempre un possibile veicolo d' infezione. 

Ci si baci dunque quancf è strettamente necessario e, in 
ogni caso, e senza sciocchi riguardi, si disinfettino le parti 
venute a contatto, con gli antisettici d'uso ». 

DioMiRA Parapetto 

« Mio Dio, quanto materialismo oggidì ! Alcune risposte 
al vostro « referendum » sono proprio spoetizzanti. Nessuno 
ha parlato dell' ineffabile dolcezza del primo bacio. 

Io mi sovvengo d'una incantevole sera d' estate del 
1881 : Che amore di luna! Cantavano i grilli.... si risponde- 
vano gli assioli.... Egli venne.... Mi sentii, caldo caldo, il 
suo aHto sulla nuca.... — Gelasio !... — Diomira !... — 
Quale romanticismo a quel tempo !... Ma.... tout passe, tout 
casse, tout lasse.... Ed ora, in queste cose tanto belle, non 
e' è più nessuna poesia ! ». 

301 



Prof. Peleo Pocosale 

« Il bacio della gloria ! Ecco la mia costante aspira- 
zione che mi ha fatto disprezzare tutti gli altri baci. Ho 
consumato la vita negli studi classici. E da vent'anni sto 
lavorando intorno alla compilazione d'un manuale d' Eser- 
cizi Latini per il Ginnasio Superiore, che dovrebbe offu- 
scare i più celebri dell' illustre e compianto Gandino, Ma 
l'arte è lunga e la vita è breve !. . 

Tuttavia, purché domani mi baciasse la gloria, sarci con- 
tento che il giorno dopo mi baciasse la morte ». 

Cav. Deifobo Luciferini 

« Signor direttore, 

« sebbene abbia letto, fino ad oggi, le varie risposte al- 
l' interessante « referendum » già indetto dalle colonne del 
suo diffuso periodico, ho dovuto constatare, con mia me- 
raviglia che nessuno s' è occupato ancora del famoso ba- 
cio di Giuda. 

Mi permetta, perciò, sig. Direttore, di esprimerle fran- 
camente la mia opinione al riguardo. E, prima di tutto, 
non le sembri strano di sentir dire, anche da me, anticleri- 
cale convinto e militante, che il suddetto bacio fu una 
vera infamia. 

« Ed eccomi al grano : s' immagina dunque Lei, che cosa 
sarebbe avvenuto se Giuda non avesse baciato Cristo ? 
Questi, probabilmente, non sarebbe stato arrestato né cro- 
cifisso e quindi non avrebbe potuto godere di tutta quella 
spudorata reclame che d'un miserabile ne fece un Dio e 
lo impose e lo impone, pur troppo !, a tanti mihoni d' il- 
lusi ! 

« Una volta (lo confesso candidamente), considerando 
la cosa da un falso lato, proposi ai miei compaesani d' inal- 
zare, come protesta contro la superstizione, un monumento 
a Giuda ; ma da quando mi s' è fatta la luce sulle conse- 
guenze di quel bacio davvero maledetto, il mio rancore con- 
tro l'Apostolo ha superato quasi quasi la mia ripugnanza 
per il Maestro. , 

« Viceversa, coloro che dovrebbero benedire Giuda son 

302 



proprio i Cristiani ; perchè senza Giuda (vale a dire senza 
la cattura, la passione ecc. ecc.) il loro Cristo non sarebbe 
stato che un Cameade di manzoniana memoria. 

« E con ciò, Sig. Direttore, La ringrazio dell'ospitalità 
concessami e passo a sottosegnarmi, suo dev.mo 

Luciferi NI Deifobo 
Chimico-Farmacista in Bagoghi (Lonza). 

Teofilo Panciadoro 

« Oso prendermi la libertà, come assiduo lettore del 
simpatico Corriere, d' intervenire anch' io nell'elevato di- 
battito, per dire una cosa intima che potrà anche parer 
banale e fuori di luogo, ma che io mi lusingo possa giovare 
a qualcuno e forse servir d'esempio. 

Io dichiaro dunque con legittima soddisfazione che la 
mia fortuna, grazie a Dio, sebbene modesta è fatta ; che 
r Itaha è stata finita di fare ; che la Setta Verde è di- 
sfatta ; che Religione e Patria si danno la mano e che in- 
fine il mio Giacomino, tutto casa e bottega, ha già incomin- 
chiato a manovrare il metro molto meglio di me. 

« Posso dunque godermi le mie sostanze, in attesa di 
chiudere gli occhi nel bacio del Signore. 

« E questa, modestia a parte, è una vita ». 

BACO 

Un giorno una bella e « spirituale » signora mi chiese 
(come dicono simili dame « in lor favella ») « due parole 
per album ». 

Ed io, galantemente, come ho costume, ricordandomi 
di questo madrigale di, S. Bernardo, scrissi : 
y"'-^ « Post hominem vermis : post vermen foetor et horror ; 

« Sic in non hominem, vertitur omnis homo. 

«Nihil est aliud homo (vel foemina) quam sperma 
foetidum, saccus stercorum, cibus verminum. Scientia, (pul- 
chritudo), sapientia, ratio, sine Deo, sicut nubes transeunt ». 

E inutile dire che la signora, avendo capito il latino, 
mi chiuse da quel giorno la porta in faccia. « come si voleva 
dimostrare ». 



303 



BACONE FRANCESCO (1561-1621) 

« Plein d'une rancune machinale (dont il ne connaìssait 
lui-m éme ni la nature ni la source) contre toutes les idées 
spirituelles, Bacon attacha de toutes ses forces l'attention 
generale sur les sciences matcrielles, de manière a dégouter 
l'homme de tout le reste. Il repoussait toute la metaphysi- 
que, toute la psychologie, toute la théologie naturelle dans 
la théologie positive, et il enfermait celle-ci sous clef dans 
l'Église avec défense d'en sortir ; il déprimait sans relà- 
che les causes finales, qu'il appellait des remoras attachés 
au vaisseau des sciences ; et il osa soutenir sans détovir 
que la recherche de ces causes nuisait à la véritable science : 
erreur grossière autant que funeste, et cependant, le pour- 
rait-on croire ? erreur contagieuse, méme pour les esprits 
heureusement disposés.... 

« Bacon n'a rien oublié pour nous dégouter de la phi- 
losophie de Platon, qui est la préface humaine de l'Evan- 
gile ; et il a vanté, expliqué, propagé celle de Démocrite, 
c'est-à-dire le philosophie corpusculaire, effort désespéré 
du matérialisme poussé à bout, qui, sentant que la matière 
lui échappe et n'explique rien, se plonge dans les infini- 
ment petits ; cherchant, pour ainsi dire, la matière sans la 
matière, et toujours content au milieu méme des absur- 
dités, partout où il ne trouve pas l'intelligence. Conforme- 
ment à ce système de philosophie. Bacon engagé les hom- 
mes à chercher la cause des phénomènes naturels dans la 
configuration des atomes ou de molécules constituantes, 
l'idée la plus fausse et la plus grossière qui ait jamais 
souillé l'entendement humain. 

« C'est une très grande erreur que celle de croire qu'il 
a influé sur la marche des sciences ; car tous les véritables 
fondateurs de la science le précédèrent ou ne le connurent 
point. Bacon fut un baromètre qui annonca le beau temps ; 
et parce qu'il Tannoncait, on crut qu'il l'avait fait. 

De Maistre, Soirées de Saint Pétersbourg. 



304 



BADIA 

A proposito di badie l'uomo colto non conosce che i 
versi di Dante : 

Le mura che soleano esser badia 
fatte sono spelonche 

Dimentica il primo : quando le badie erano centri in- 
civilitori, asili di pace, ostelli di santi, fattorie di bene- 
fizi — e l'oggi : che le badie son macerie o monumenti 
nazionali o musei o luoghi di studio. Dante è « superato » 
quando canta le Glorie d' Iddio — ma è più fededegno 
della Bibbia quando rampogna i servitori d' Iddio. 

BAEDEKER 

Molto più di Stendhal, di Ruskin, di Taine, di Winkel- 
mann, di Goethe, l' industrioso libraio tedesco ha domi- 
nato il gusto artistico europeo e americano del secolo XIX. 
Le sue stellette — che arrivano fino a tre, come quelle del 
cognac, davanti alle bellezze incontestabili — sono state 
le stelle polari dei viaggiatori a prezzo 6sso, e anche 
di molti esteti. I suoi volumi di tela rossa, che ormai 
fanno parte de' più celebri paesaggi, sono tra i testi fonda- 
mentali della cultura terrestre del «grande stupido». L'an- 
tico pellegrino del Santo Sepolcro prendeva il bordone e 
faceva orazione a San Cristoforo — il moderno giramondo 
si arma di due libri : il libretto di chèques e la guida 
Baedeker e corre, con molto dispendio, alla ricerca del 
proprio sepolcro. 

BAGATTELLA 

Uno. — Eppure, non so come, non me la sento.... 

L'Altro. — Ma perchè ? Ci vuol tanto ? Con due cen- 
tigrammi di acido togli di mezzo un rivale, un erede, un 
incomodo..,. 

Uno. — Eppure.... 

L'Altro. — Eppure, cosa ? Il piano è preparato, l' im- 
punità è sicura : cosa stai a gingillare ? Di cosa hai paura ? 

Uno. — Ma, se per caso, per dannata ipotesi, ci fosse 
davvero un Dio che mi vede ? 

20, — Dizionario dell'Omo Salvatico 



L'Altro, — Iddio ? Mai visto né conosciuto ! Che ubbie 
son codeste in un par tuo ? 

Uno. — E se ci fosse un'altra vita, un gastigo.... 

L'Altro. — Pover'a me ! Non ti riconosco più per ami- 
co ! E tu rinunzieresti alla fortuna per simili bagattella ? 

BAGDAD 

Quand'ero bambino e si cominciava a buttar giù — o 
a sventrare, come dicevano gì' ingegneri macellari — il 
Mercato Vecchio di Firenze, venne in mente, in tempo 
di carnevale, a certi artisti e giornalisti di trasformare 
le case del Ghetto in una specie di palazzo incantato d'O- 
riente che fu detto CAttà di Bagdad. Uno zio più generoso 
e pietoso degli altri portò anche me, una domenica fredda, 
a vedere. Ci si ritrovò in un laberinto di anditi, di scale, 
di ripostigli, di sotterranei tappezzati di stoffe o dipinti 
alla brava tra l' indiano e il moresco, con moltissimi spec- 
chi che confondevan la testa e facevan sembrare molti di 
più i moltissimi lumi a gas e le lanterne alla turca. Era la 
prima volta che mi ritrovavo in un palazzo di meraviglie 
come quello e a me, che avevo lasciato da pochi minuti 
la bigia, nebbiosa, motosa, meschina Via Calzaioli, pareva 
d'essere in un mondo assai più lontano e incantato che non 
l'Oriente, 

Lo zio si fermò un momento a discorrere con dei signori 
di conoscenza e mi venne la tentazione di alzare un di que'tap- 
peti tutti girigogoli e geroglifici ch'erano al muro, per ve- 
dere cosa ci fosse sotto. Feci male : incontrai colla mano 
eppoi cogli occhi una muraglia sozza e umida, che pareva, 
ed era, inzuppata del grasso e del lezzo di parecchie genera- 
zioni giudaiche. Quasi accanto al posto dove avevo solle- 
vato il tappeto c'era un usciolino socchiuso : gli detti una 
spinta (i ragazzi non son mai contenti) e vidi, ahimè, un 
sedile di mattoni sconnessi e sbreccati che aveva il colore 
e l'odore della sostanza che riempie la seconda valle di 
Malebolge e nel mezzo del sedile una buca rotonda la quale 
col, suo fetore ordinò subito di ritrarmi indietro e di lasciar 
ricadere su quei misteri il tappeto mal imbullettato. 

Da quel giorno tutte le volte che sento parlare di mera- 

306 



vigile orientali, di palazzi incantati e di città magiche, 
non posso fare a meno di ricordarmi di quel che vidi e sen- 
tii sotto il tappeto finto persiano della fiorentina Città di 
Bagdad. Quando lessi, molto dopo, le Mille e una Notte, 
cercai di raffigurarmi in bello la Bagdad notturna e lunare 
colle sue case bianche e terrazza e le sue cupole a melo- 
grana, dove il buon Arun el Rascid girellava travestito, 
col suo Giafar, in cerca d' incontri e di verità, ma sempre, 
invincibile e invitto, risentivo ai diti il viscidume loioso 
del muro e nel naso il puzzo invecchiato del vecchio Ghetto, 
travestito, per carnevale, da reggia sultanesca. 

BAGNATURE 

Necessarissime per rinfrescare annualmente l'affaticato 
Borghese e la propria onorata famiglia. Esse si fanno di 
preferenza lungo le spiagge arenose, dove si possono imi- 
tare, in costume quasi adamitico^ i lodevoli istinti del suino, 
il cui paradiso terrestre, consiste nell' intrufolarsi, (beato 
lui, pensano le signore) senza neppure le mutandine, fra 
l'acqua sporca e la mota. 

BAJOCCO 

Due espressioni egualmente popolari, dove entra questa 
parola, chiariscono finalmente il vero pensiero (benché in- 
conscio) della moltitudine sopra la ricchezza. 

« Non vale un baiocco » vuol dire « Non vale nulla ». 
Dunque baiocco=niente. ' 

«Aver fatto i baiocchi» significa esser diventato dana- 
roso. Ma molti nulla sommati insieme son sempre nulla ; 
dunque baiocchi^ricchezza=nulla. Q. E. D. 

BALAAM 

profeta fu salvato dall'asina sua e benedisse gì' Israeliti 
e fu salvo. Quanti profeti moderni sarebbero più giovevoli 
a sé e agli altri se, invece di lasciarsi guidare dal loro cer- 
vello intossicato, si facessero guidare dal loro somaro, se 
1' hanno, o dal cane, o dal gatto, o dal pollo, o dal cana- 
rino — o magari anche dalla pulce che va su e giù nella 
calzetta loro alla vana ricerca d'una gocciola di sangue 
buono ! 



BALBO CESARE (1789-1863) 

Impiegato di Napoleone e dei Savoia — nel 1852 non 
riuscì a comporre un ministero e morì l'anno dopo. Scrisse, 
tra l'altro, un Sommario della Storia d'Italia che si ristampa 
e si legge anche oggi perchè gli italiani, con tutto il loro 
amor patrio, non sanno scrivere storie che non siano manuali 
da scolari o monografie locali. Nelle Speranze d'Italia im- 
maginò una confederazione di stati italiani col Papa a capo : 
questo Ubro, insieme al Primato del Gioberti, ebbe grande 
influenza sui fatti del '48 — i quali, forse, sarebbero riu- 
sciti più felicemente se gli unitari repubblicani — in odio 
al Cattohcismo — non avessero turbato le cose a Milano, 
a Firenze e a Roma, preferendo l'unità amministrativa a 
quell'unità spirituale che non può concepirsi, in Italia, al 
di fuori della Chiesa. 

BALDACCHINO 

Padiglione portatile, usato dai preti nelle loro anacro- 
nistiche processioni, sotto il quale vien recata, fra due ve- 
tri incassati in uno strano oggetto detto ostensorio, ciò 
ch'essi chiamano, con superstiziosa reverenza, l'Ostia con- 
sacrata ; vale a dire un po' di pasta fatta con farina di 
grano in forma rotonda, che essi pretendono identificare, 
basandosi su certe parole prive di senso che si trovano nel 
Vangelo, nientemeno (risum teneatis !) con il corpo e il 
sangue di quel loro Gesù il quale viceversa, come da certi 
studi recenti pare accertato, non fu che un mito, 

(Dal nostro collaboratore scientifico dott. Enteroclismi). 

BALDINI ANTONIO (1889) 

Scrittore parco e gioviale non sfornito di pigra mali- 
gnità. Cominciò con Maestro Pastoso (ricordandosi del Di- 
scorso sopra le caricature del Parini) ; seguitò con Nostra 
Purgatorio, visioni di uno spirito pacifico in tempo di 
guerra ; insistè (gatto soriano) coi Salti di gomitolo e ha 
trovato finalmente nell'Alta Slesia quel che Rimbaud trovò 
in Abissinia : il divezzamento dalla letteratura. Somiglia, 
d'aspetto, a un Bacchino diventato bevitore d'oppio. 

308 



BALENA 

La più grande bestia che vive sulla terra e perciò molto 
ammirata dagli uomini. Il suo ventre serve d'abitazione 
ai profeti ; e dei suoi fanoni le donne fabbrican le stecche 
per illeggiadrire i loro busti. 

Gli antichi raccontavano di balene talmente grandi che 
certe volte i marinai le prendevan per isole, e vi sbarcavano, 
ma quelle, sentendo gente, scappavano, dando l' impres- 
sione d'isole camminanti. Succede spesso anche a noi, 
marinai nel mare della conoscenza, di approdare, credendo 
d'essere arrivati alla terra ferma, e siamo, invece, sulla 
groppa d'un errore badiale e bestiale. 

BALENO 

Di quel securo il fulmine 
Tenea dietro al baleno. 

Il Manzoni parla qui di Napoleone — ma e' è forse un 
Altro, ben più « securo » dell'usurpatore ajaccino, al quale 
quei versi s'attagliano con più terribile esattezza. Il male 
si èjche gli uomini — abbarbagliati da tante illuminazioni 
terrestri — non s'accorgono quasi mai di certi baleni, o 
li scambiano, scientificamente, per « fenomeni naturali » 1 

BALIA 

Veramente il prof. Mediani (di fronte alle teorie squisi- 
tamente radicali del dott. Enteroclismi), in fatto di balie 
e d'allattamento, sarebbe stato del parere d'adottare, al- 
meno per ora, un mezzo termine che conciliasse, in certo 
modo, il vecchio col nuovo e non potesse dar luogo a po- 
lemiche, del resto sempre incresciose. 

Ma il dott. Enteroclismi (che quando si trattava di qual- 
che vero scientifico positivamente accertato, non ammet- 
teva obieziorà di sorta) dette un pugno sulla tavola ed 
esclamò : 

— Sempre, pare impossibile ! la vecchia mentalità miso- 
neista ! Ma quello che più meraviglia (ed anche, pur troppo, 
addolora noi poveri illusi che ci siamo consacrati al sa- 
cerdozio della scienza) è che le stesse persone colte, come, 



per esempio, Lei, egregio Professore, vengano a rafforzare 
con ogni sorta di timori e di riserve la rocca dell' ignoranza 
già di per sé munitissima. 

« Io le ripeto dunque, e sarà (prego credere) per l'ultima 
volta, che l'allattamento naturale, sia della madre sia della 
balia, è stato trovato antigienico, e, perciò dev'essere, 
quanto prima, sostituito da quello artificiale, o per meglio 
dire razionale, usando a tal uopo latte di mucca, di ca- 
pra, oppure (quando si può) di giumenta, purché sterilizzato 
e preparato con criteri strettamente scientifici, in appositi 
uffici d' igiene. 

«E ciò non solo per ragioni igieniche, ma anche per ra- 
gioni morali, sociali ed estetiche che mi riservo di esporre 
in separata sede. 

«Né mi si venga a dire (more solito) che bisogna rispettare 
le leggi della natura. Le leggi della natura sono una bella 
cosa, ma l' intelligenza umana é più bella ancora. Perciò 
noi ci permettiamo arditamente di correggere la Natura 
ogni qual volta la troviamo in difetto. E questo è appunto 
il caso dell'allattamento naturale, ossia del brutto sistema 
delle balie, che non corrisponde più a quell' ideale di per- 
fezione fisica, morale e sociale a cui, mercè le numerose 
scoperte scientifiche, ci avviciniamo a gran passi. 

— Certo, io non disconosco affatto l' illimitato potere 
della Scienza, osò timidamente affermare il prof. Mediani ; 
ma.... e le mammelle delle madri ? 

— Sarebbe a dire ì, ribatté corrugando le sopracciglia, 
il dott. Enteroclismi. 

— Domando (se mi è lecito) continuò il Professore, come 
si rimedierà all' inconveniente del latte che, per l'assenza 
del poppante, rimarrà come accagliato, m' immagino, 
nelle mammelle e quindi, per così esprimermi, senza 
sfogo. 

— Eh, eh 1 fece il dott. Enteroclismi, è tutto qui ? Eb- 
bene : quale ingenuità, professore ! 

« Ma le pare possibile che se io non avessi già trovato 
il mezzo d'eliminare, mediante un apparecchio di mia in- 
venzione, tale difficoltà, oserei proclamare la necessità di 
abolire le balie ? 

310 



E le profonde rughe di quella fronte austera si spiana- 
rono subitamente in un paradisiaco sorriso. 

BALLARE 

Anche nella danza s'è verificata, in questi tempi dina- 
mìci, una provvidenziale rivoluzione. 

Infatti, secondo la forte espressione del grande maestro 
di ballo nord-americano Edgard Webster, « fra le danze 
d'una volta e le danze moderne non si verifica un gra- 
duale passaggio, ma addirittura un iato». 

Fin verso il 191 3 i soliti ballonzoli tradizionali, passa- 
tisticamente casti e noiosi, trascinarono, almeno in Italia, 
la loro vita stentata in ambienti anacronistici e depour- 
vus pour ainsi dire, de toute attraction. 

In essi il ballerino e la ballerina, danzavano, rigidi, 
composti, quasi senza toccarsi, come se fossero timorosi 
di scandalizzare le virtuose matrone e d'attirarsi comme on 
disait autre fois les boutades des sermonneurs 

Ma dal 191 3 in poi gl'istinti insopprimibili della natura 
e l'esigenze d'una generazione spregiudicata e liberissima 
hanno preparato e condotto a termine quella rivoluzione 
di cui sopra. Da primo, (combattuto, discu^^so, diffamato 
e infine trionfante) si ebbe il Tango. » 

Oggi il Fox-trott, il Valse Hesitation, l'One-step, lo Scot- 
tish, lo Scimmy, il Fado, la Maxix, il Jazz, la Ciarda, sono 
in grandissima voga presso la nostra migliore società. 

Certo, si tratta di balli, che agli occhi delle persone così 
dette morali (se ancora questi scocciatori esistono) posson 
sembrare audacissimi, se non addirittura scandalosi. 

Infatti, io non nego che in tali balli s' imitino sopra- 
tutto i costumi dei più selvaggi animali e che si possa per- 
fino aver l' impressione di veder riprodotti, fino a un certo 
punto, dalla coppia danzante, i movimenti che fanno parte 
dell'atto sessuale. 

Ma è proprio in questo, io dico, che consiste la loro stre- 
pitosa novità, e il loro indiscutibile siiccesso. 

Certo io non voglio impancarmi a discutere di questioni 
che esulano dalla mia competenza ; ma i tempi (mi sem- 
bra) si allontanano rapidamente e decisamente da tutte 



le malinconie religiose e moralistiche e vanno o bene o 
male verso le gioie non chimeriche dei cinque sensi. 

Ecco perchè, a mio modesto parere, anche l'antica Ter- 
sicore ha dovuto mettersi in pari con la più palpitante 
modernità. 

Cav. Alfonso de Levis {danseur inUrnational). 

BALOCCO 

Per i bambini i balocchi non sono propriamente baloc- 
chi nel senso che intendiamo noi — ma le cose più serie, 
più gravi ed importanti della vita. E se i bambini, invece 
d'essere osservati, fossero, per un prodigio di sdoppiamento, 
bambini e psicologi nello stesso tempo e scrivessero dei Hbri 
sugli adulti e' è il caso che chiamassero col nome di « ba- 
locchi » tutte quelle cose che riempiono e tormentano la 
vita de' cosiddetti « grandi », — poHtica, arte, ambizione, 
quattrini, lusso e tutto ciò che a noi serve per divertire 
la nostra mente dal pensiero unico, inconfessato e spaven- 
toso della morte. 

BALTASAR 

« In quel momento (mentre i banchettanti bevevano 

IL VINO E GLORIFICAVANO GLI DEI d'oRO, d' ARGENTO, DI 

RAME, DI FERRO, DI LEGNO E DI PIETRA) apparvero delle 
dita come di mano d'uomo e queste scrivevano di fronte 
al candelabro, suU' intonaco della parete dell'aula regia ; 
e il re vedeva l'estremità della mano che scriveva. Allora 
il re impallidì, e i suoi pensieri lo conturbarono ; le artico- 
lazioni della sua anca si rilasciarono, e i suoi ginocchi l'uno 
con l'altro battevano ». 

La scrittura sulla parete diceva : 

Mane (Dio ha contato l'ore del tuo regno e ha detto : 
basta). 

Thecel (Sei stato posto sulla bilancia e sei risultato 
manchevole). 

Phares (E stato spezzato il tuo regno e dato ai Medi 
ed ai Persiani). 

«La stessa notte Baltasar fu ucciso.... 

« E Dario, il Medo, gli succedette ». 



Questa pagina 

DI STORIA CONTEMPORANEA 

è dedicata 
alla meditazione dei Bakasar sopravvissuti. 

BALZAC (1799-1850) 

Balzac conta tra i grandi scrittori francesi e, per con- 
fessione unanime dei francesi, non sa scrivere, cioè scrive 
male, con uno stile dove il galimatias cede il passo alla 
prosa da usciere o da medio giornalista. 

Balzac figura in tutti i manuali come il padre, il patriarca, 
il maestro del romanzo realista e tre quarti de' suoi romanzi 
sembrano composti da una società anonima dove figurino 
tra i principali azionisti il Visconte d'Arlincovirt, Anna 
Radcliffe, Eugenio Sue, Dumas padre, Gaboriau e un cat- 
tivo scolaro del peggior Rousseau : cioè i coltivatori del 
romanzesco assurdo e del patetico d'ultima qualità. 

Balzac si credeva un pensatore (come Victor Hugo) 
e le sue idee sono dei luoghi comuni di Prudhomme o di 
Homais espressi colla gravità di un maestro di scuola a ri- 
poso. Basti un esempio : « La sculpture est, comme l'art 
dramatique, à la fois la plus diffìcile et la plus facile de tous 
les arts ». La sua concezione dell'umanità è questa, me- 
diocremente peregrina, che tutti slam mossi da bisogni e 
da interessi. 

Cosa resta dunque di questo enorme rate, che comin- 
ciò la sua vita come giovan di studio (e si sente) che fallì 
come stampatore e speculatore, che fallì come marito (amò 
per molto tempo una polacca egoista, la sposò a cinquan- 
t'anni e morì a cinquantuno), che fallì come guida e pit- 
tore dell'epoca sua ? Qualche descrizione d'ambiente, lunga 
come un' inventario notarile, e alcuni tipi potenti ma fuor 
della natura, perchè tutti occupati e presi e comandati 
da una passione unica, in contrasto, cioè, colla verità quale 
apparisce a qualunque osservatore degli uomini. 

li' hanno paragonato a Dante (forse per il titolo di 
commedia umana dato alla collezione dei suoi romanzi) 
e a Manzoni. I nostri due poveri italiani sono, in fondo, 
uomini d'un solo libro, ma uno solo di quei due ricompra 



o rivende, a scelta, i cinquanta volumi dell'autore delle 
Illusions Perdues. 

BALZELLO 

Una delle tante « passioni » dei cacciatori, che sono gli 
uomini più cretini della terra. 

La mattina o la sera, fra il lusco e il brusco, s'empiono 
la cartucciera, s'allacciano i gambali, si mettono il fucile 
in ispalla e via. 

Oggi la lepre, dicono con aria di mistero, dovrebb' essere 
qua o là e sic e sic. Giungono sul posto ; s'acqviattano, 
rattengono perfino il respiro, attendono. 

Eccotela ! Rizza un orecchio ; fa un salto ; si ferma, 
ascolta ; poi si pulisce il musino con le zampine davanti. 

Un uomo intelligente la lascerebbe fare ; si diverti- 
rebbe ad osservarla ; forse, osservandola, capirebbe pa- 
recchie cose. 

Ma il cacciatore, l' idiota insidioso, spiana le canne del 
fucile e uccide, brutalmente, la poesia. 

L'Omo Salvatico non va a balzello ; ma caso mai (e 
voi sappiatelo, o lepri) egli non balzellerebbe che i vostri 
balzellatori. 

a BAMBINA MODERNA» 

Alfredo Fanzini, nel Resto del Carlino del 26 novembre 
1922, dice (e si teme che non sia una finzione) d'aver avuto 
da un tale il manoscritto d'un « diario » dovuto alla penna 
d'una bambina di famiglia ricca : d'una di quelle famiglie 
ultra-moderne che « spendono, spandono, si travasano da 
un Grand Hotel a un Palace Hotel, tea room, garden-party, 
campi di corse, season ecc. ». 

Quest^ angioletta (che si dichiara ripetutamente « pre- 
coce », « molto precoce », « molto neurastenica ») scrive (fra 
le cose meno postribolari) quanto appresso : 

« Gioco di bimbi e bimbe : giocare agli amanti. È un 
bellissimo gioco che si gioca così : un ragazzo fa da ma- 
rito e dice alla moglie che lui deve partire. Appena partito, 
arriva un altro ragazzo che fa da amante, e comincia a 
baciare, a ridere, a fare tanti scherzi. All' improvviso il 



manto ritorna e si batte a duello con l'amante. Sul più 
bello del gioco sono entrati il babbo e la mamma. Il babbo 
ha detto ; « Cosa state facendo ? » Glie lo abbiamo detto. 
Ha detto ; « Non avete altro da fare ? » Poi, siccome s'era 
arrabbiato soltanto poco, siamo andati avanti. Allora piano 
piano tutti i grandi sono venuti avanti a vedere, e ridevano 
da morire ». 

« I ragazzi mi fanno quasi tutti la corte e dicono che 
e' è più sugo con me che con una signorima di venti anni. 
« Io negli uomini guardo prima di tutto le calze, le 
scarpe, la piega dei calzoni e la camicia ». 

« Quest'anno ho una mademoiselle . Alla mamma ha detto 
che prima di venire in casa nostra, era stata in un convento 
di suore inglesi ; ma siccome si è accorta che con me si 
può parlare liberamente, ha finito col confessarmi che a 
Londra cantava in uri teatro molto serio dove e' è accesa, 
giorno e notte, la luce elettrica perchè si trova sotto terra ». 
« Ho fatto la conoscenza con la baronessina.... Ci raccon- 
tiamo tutto, andiamo molto d'accordo. Io le ho spiegato 
che io sono molto infelice. Anche lei ! Lei però mi ha spie- 
gato che quando si è felici si è molto infelici e viene quel 
senso di noia per ogni cosa. 

Quando si ama invece uno « poco di buono » allora la 
noia va via ! » 

Fanzini conclude che queste lordure non son proprie 
delle classi ricche ; le classi povere scimmiottano, per 
quanto possono, le classi ricche. 

È perfettamente vero. Ma è vero anche che la peste è 
scolata e scola, nel rigagnolo, dal piano nobile. 

Un povero prete di campagna al quale ho mostrato al- 
cune gemme di questa letteratura infantile moderna^ non 
si è stupito. Ha detto : « Conosco qualche cosa di non 
sostanzialmente diverso perfino tra ì miei contadini. Il cri- 
stianesimo, anche da noi, non è più che una vernice che si 
scolorisce. E il sacerdote non sa più che dire ». 

Parole tremende, paurose ; perchè rispondono, anch'esse, 
alla più assoluta verità. 



315 



BAMBOLA 

L' Omo Salvatico non ama le belle bambole meccani- 
che delle bambine ricche, che aprono e chiudono gli oc- 
chi e che, pigiate sul petto, dicono, con la lingua dei signori, 
« papà » e « marna ». 

Egli ama invece le bambole delle bambine povere, 
delle figliole di nessuno, stracci semoventi della strada, le 
quali si fabbricano le loro brutte e maravigliose bambole, 
con l' immaginazione, da sé. 

« La bambina grande (scrive Bruno Cicognani, omo 
semi-salvatico) seduta sullo scalino di cima, rapata come 
un maschio — un par di ciabattacce, le calze di cotone 
grosso (forse da nuove eran bianche) a ciondoloni giù 
sotto i ginocchi — s'è fabbricata una bambola ; finisce 
d'agghindarla ; e il ragazzo, seduto su lo scalino di sotto 
col mento sopra la coscia di lei, guarda incantato com' è 
stata brava : essa aveva una pezzola per più usi : il più 
geniale, di farne una bambola ; aveva i legacci alle calze, 
s' è sciolta le calze : così ora si vede che la bambola ha 
una testa, un collo e una lunga sottana. Ma pe' bambini 
poveri i loro fantocci bisogna che sian signori .... 

« Ecco fatto : lo straccio di stoffa scozzese che la bambina 
grande portava per scialle (codeste figliole li portan certi 
pezzi di stoffa, com'anche, nel loro quartiere, gli spazza- 
turai usan mettere de' pezzi di tappeti sopra la groppa 
de' ciuchi : son le bellurie scoperte nella cernita de' cenci) 
che manto di lusso ! che manto ricco ! Ma ancora ci manca, 
ci manca qualche cosa.... a te può sembrare che la « toilette » 
sia finita : ma sbagli. Difatti, guarda, lei si fruga sotto 
la sottana e tira fuori un fagottino, con che riguardo ! 
Lo svolta adagio adagio, con un'attenzione.... È un vezzo 
di margheritine : la collana della granduchessa : che spoc- 
chia ! Ora sì che la granduchessa può andare alla festa. 

« Ed è tanta la gioia della sua creatrice che questa si 
gratta disperatamente in capo ». 

Ecco le povere bambine dalle brutte bambole, le bam- 
bine di nessuno, i poveri cenci randagi che predilige Gesù, 
Poi diventeranno ragazze, donne ; forse « donne di mal'af- 
fare » ; non importa. Una sola cosa potrebbe perderle : la 

316 



ricchezza ; ma sono destinate a morir sole negli ospedali, 
per le strade, nelle stamberghe ; e questo è il provviden- 
ziale viatico per esser fatte regine e principesse, là dove 
le principesse e le regine diventeranno appena degne, dal 
loro luogo di pena, d' invocarne l' intercessione presso il 
trono di Dio. 

BANCA 

Una, proprio in questi giorni, è stata aperta di faccia 
a me. 

Più su, lungo la strada, ce n' è un'altra, e un'altra, e 
un'altra ancora. 

Soltanto in questo paesucolo, rapidamente civilizzato, 
ce n' è otto. 

Bisognerà dunque sloggiare. 

La Banca è il tempio diabolico degli ultimi abitatori 
della terra. 

Il denaro del ladro, dell'assassino, dell'avaro, del ruf- 
fiano, dell' impresario, del falsario, del vitello d'oro, del 
prete proprietario, dello scrittore in voga, della prostituta 
dì prima classe, di tutti insomma i nemici del Povero di 
cui si parla nel Vangelo, vi affluisce, fermenta, ribolle, si 
moltiplica, frutta ! ■ 

In questo tempio dell' inferno, avviene, a rovescio, e 
spaventevolmente, il mistero della transubstanziazione : 

Sotto la specie dell'oro e della carta moneta è veramente^ 
realmente e sostanzialmente il corpo il sangue l'anima e 
la divinità del Borghese Moderno che ha dato lo sfratto 
a Cristo. 

Talvolta, l' Omo Salvatico, grande capitalista di nu- 
vole, sentendo un po' di rumore che vien dal mondo, esce 
fuori dalla sua tana per accertarsi, se vi sia «pànico in 
Borsa ». 

Egli spera, facinorosamente, di potere assistere al crollo 
della religione bancaria dalla quale deriva in linea retta 
la prosperità di tutti i nemici di Cristo. 

Ma sempre falsi allarmi ! 

E, pur troppo, deve rassegnarsi a constatare che fa bel 
tempo. 



BANCAROTTA 

La più grande e strepitosa fu quella della Scienza verifi- 
catasi una ventina d'anni fa. 

Gl'interessi di questo famoso istituto incominciavano 
a non esser più soddisfacenti. Ma pochissimi lo sospetta- 
vano e nessuno avrebbe creduto al suo imminente e strepi- 
toso fallimento. 

Un giorno, però, Ferdinando Brunetière, uno dei più 
celebri letterati della Francia, dette l'allarme : « I capi- 
tali, diceva, che si millantano dalla banca scientifica mo- 
derna sono fittizi ; le casse son semivuote e presto si chiu- 
deranno gli sportelli ; non illudetevi dunque ; essa sa di 
non poter mantenere i suoi impegni ; negatele la vostra fidu- 
cia e piantatela ». 

Tutto il personale del già grandioso istituto, sparso 
per le succursali di tutto il mondo, rimase esterrefatto. 
Si cercò di reagire, di smentire, di diffamare l'ammoni- 
tore ; gli si dette di prete, di gesuita, di venduto, di men- 
tecatto ; ma la voce s'era sparsa dappertutto ed era vera. 

L' immensa bancarotta avvenne. 

E una infinità di ciarlatani e- d' imbecilli furono ro- 
vinati. 

Attualmente sta ingrandendosi a vista d'occhio un al- 
tro istituto di credito : « La banca della filosofia idealista ». 

Attenti a qualche altro Brunetière ! Questi maledetti 
cattolici (quando hanno un po' di sale nella zucca) sono 
dei veri briganti e tiran l'acqua al loro mulino. 

Non ci sarebbe dunque da meravigliarsi se un brutto 
giorno, qualcuno di loro desse un altro allarme e pro- 
vocasse un'altra bancarotta, all'unico scopo (si capisce) 
di favorire gì' interessi del famigerato Banco di ROMA. 

BANCHETTO 

Indispensabile sempre, sia che si tratti di funerali o 
di danze. 

Il banchetto (questo simpatico riconoscimento umano, 
subito dopo i doveri dell' Ideale, degli imprescindibili di- 
ritti del ventre) è il prologo o l'epilogo d'ogni « grandiosa 
istituzione che sta per sorgere », d'ogni opera « altaniente 



umanitaria » condotta a termine, d'ogni giornale che si 
fonda, d'ogni illustre che si commemora, d'ogni postribolo 
che s'apre, d'ogni medio-evo che si chiude, d'ogni com- 
mendatore che si festeggia, d'ogni pisciatoio che s' inau- 
gura e d'ogni nuova idea che si lancia. 

Nel banchetto si mettono a prova le ganasce, la resi- 
stenza all'alcool, i sentimenti fraterni, la cultura perso- 
nale, l'espansione cordiale, la capacità gastrica e intesti- 
nale, e in ultimo le qualità oratorie dei convenuti. 

Se non ci fossero i banchetti, non ci sarebbero i cava- 
lieri, i giornalisti, i sindaci, gli onorevoli, ecc. 

Ma se questi signori non ci fossero, non ci sarebbe la 
fine fteur della società. Ora, ve la immaginate voi una 
società senza fine fleur ? 

Dunque.... la conclufione ai ciiochi. 

BANCHIERE 

Sempre ebreo (anche, se per eccezione, cristiano) è la 
divinità non solo della banca, ma del mondo. 

Egli fa le guerre, le paci, le rivoluzioni, i ministeri, 
l'abbondanze e le carestie. 

Ciò che non può fare è di fermare il sole o di far venire 
la pioggia, o d'amare un povero o di non esser dannato. 

Ma a queste cose non ci pensa. 

E secondo i bollettini della Borsa regola la sua anima, 
che è parte dell'anima del mondo finanziario, il quale po- 
sitivamente è l'unico mondo che esista. 

BANCO 

Tutte le volte che il comm. Quattrostomachi usciva 
dal portone del Banco Cisalpino dopo aver fatto i suoi 
versamenti o avere incassato i suoi dividendi, gli si parava 
innanzi un povero contraffatto e cadaverico che gli chie- 
deva la carità. 11 nostro commendatore, tetragono, come 
suol dirsi, alle tentazioni della malsana filantropia, tirava 
di lungo come se nulla fosse, ma un giorno, essendosi fer- 
mato a parlare con una signora proprio' sulla soglia del 
Banco, non potè fare a meno, per far tacere il mugolìo 
supplichevole e per non far brutta figura dinanzi a una 



donna, di allungare un diecine al miserabile questuante. 
Da quel giorno non si salvò più : il povero non gli dava 
pace, appena lo scorgesse, e gli andava dietro per due o 
tre strade finché non avesse ottenuto il solito obolo. 

Finalmente il Commendatore, stanco di tale persecu- 
zione, additò gentilmente il colpevole a una guardia e lo 
fece arrestare sotto l' imputazione di accattonaggio mole- 
sto. E la sera stessa, liberato dall' incubo, raccontò la sto- 
ria ai suoi amici. 

— Dico la verità — concluse con un sorriso che già 
pregustava il successo del suo shakespeariano e tragico ca- 
lembour — quello spettro che mi aspettava sempre alla 
porta del Banco era diventato, per me, una vera ombra 
dì Banco ! 

BANDA 

Conosco tre bande : quella (ora di ferro, detta sara- 
cinesca) che mette ogni sera il bottegaio, per paura dei 
ladri, al proprio negozio ; quella musicale (indispensabile 
per ricreare lo spirito, nei paesi malinconici come l' Ita- 
lia) ; e quella classica dei briganti, pur troppo sostituita, 
in questi tempi progrediti, dai volgari delinquenti delle 
città. 

Ma la mia nostalgica simpatia, d' Omo Salvatico, va, 
irresistibilmente, all' immortale Tiburzi. 

BANDELLO MATTEO MARIA (1480-1562) 

Monaco e vescovo ; parteggiò per i Francesi e quando 
gli Spagnoli presero Milano (1525) gli fu bruciata la casa, 
ebbe i beni confiscati, dispersi i manoscritti : e dovè fug- 
gire travestito. Le sue 214 novelle, benché immorali, son 
noiosissime e forse non si parlerebbe più di lui se, dopo 
gli Spagnoli, non l'avesse saccheggiato anche Shakespeare. 

BANDERUOLA 

« O che non mi farebbero stizzire ! 
Il tale è una banderuola, il tal'altro e una bande- 
ruola.... 

Ma che porcheria è questa, di dar di banderuola a dei 

^20 



cittadini rispettabili a paragon di chiunque, i quali non 
hanno altro torto, in fin de' conti, che quello di sapersi 
destreggiare e di seguir la corrente ? 

Ecco, io li vorrei conoscere quegli eroi della prima 
giornata che, ne' momenti critici, fanno « l'omo tutto d'un 
pe^zo ! ». 

Eppoi, parliamoci chiari : Se Tesser chiamati bande- 
ruole vuol dire mutar d'opinione quando la mutano per- 
fino ì sassi, io non solo non mi vergogno, ma mi vanto e 
mi glorio d'essere una banderuola di prim'ordine. 

Voce di popolo, dice il proverbio, voce di Dio, Ma vo- 
lete, per di più, degli esempi ? Eccovene subito due palpi- 
tanti d'attualità : Quando tutti, nel « 19 « gridavano : Viva 
il socialismo !, me lo dite chi sarebbe stato quel babbalocco 
che si sarebbe messo a gridare : Viva il Re ? E oggi, col 
fascismo al potere, chi è (poclii discorsi !) che avrebbe il 
fegato di far l'elogio di Lenin ? 

Banderuole ! Oh bella ! E io, dunque, invece di voltarmi, 
giudiziosamente, secondo il vento che tira, mi metterò 
a resistere al vento, col pericolo di farmi portar via da una 
ventata ! 

Ma che, davvero, abbia la faccia di fesso ? 

Dice: La coerenza..,. Già; e allora, quando mattina e 
sera ci si mette a tavola, si mangerà un piatto di coerenza.... 

E non ci dico altro ! ». 

Teofii.0 Panciadoro, negoziante. 
Bagoghi (Lonza). 

BANDIERA 

Una sola, bianca, con in mezzo una grande croce, sim- 
bolo di riscatto dalle passioni, potrebbe abolire tutte l'altre 
bandiere e, con esse, ogni ragione d'odio e di guerra. 

Ma i savi del mondo lo inibiscono.... 

BANDIERA ROSSA 

trionferà.... 

Invece fu strappata, calpestata, e buttata al cenciaio. 

La Provvidenza volle risparmiare all' Italia l' ignominia 
di doventare il vaso da notte di Lenin. 

321 

21. — Dizionario dell'Omo Salvatico.- 



Oggi tutto sembra più che cambiato, capovolto. 

Ma.... 

L' Omo Salvatic» (eh' è, per sua disgrazia, un galamtu»- 
mo) scongiura Benito Mussolini a non perder mai di vista 
questo ma. 

BANDINELLI BACCIO (1487-1559) 

Scultore presuntuoso e arrogante^ che si provò a coz- 
zare, per invidia, con Michelangiolo e col Cellini. Voleva 
lavorare « in grande », come usano i mediocri — cioè gi- 
ganti e colossi, e molte più son l'opere che cominciò di 
quelle finite. Quando fu scoperto, in Piazza della Signoria, 
il suo Ercole e Caco, furono appiccati alla base questi versi : 

rcole non mi dar, che i tuoi vitelli 
Ti renderò con tutto il tuo bestiame 
Ma il bue /' ha avuto Baccio Bandinelli. 

BANVILLE THÉODORE DE (1823-1891) 

Per qiianto poeta di second'ordine — le sue Odes funam- 
bulesques si citano per curiosità — merita d'esser ricordato 
per queste belle e buone parole che si trovano nella con- 
clusione del suo Petit Traité de Poesie Francaise : 

« N'est pas poète celui qui n'a pas le coeur d'un héros 
et que ne brùlent pas une immense charité et un immense 
amour. Tout ce que l'égoisme ronge et détruit de toi, elle 
le ronge et détruit en méme temps de ta poesie. 

« Sache bien que, quels que puissent étre ton genie 
et ta sdence, tu ne saurais jamais parvenir à écrire de beaux 
poèmes sans un secours divin et surnaturel. Si donc il de- 
vait arriver un jour que tu dusses, comme Saint Thomas, 
ne- croire qu'à ce que tu touches, renonce franchement 
à l'art de la poesie ». 

BAR 

Ha decimato i Caffè, per comodo dell'uomo moderno, 
il quale s' è abituato oramai a fare ogni cosa da ritto e di 
corsa. Ma rappresenta sempre una considerevole perdita 
di tempo e, perciò, di moneta. Quindi è prevedibile, fra 

322 



qualche decennio, P istituzione dei bars volanti pei citta- 
dini volanti. 

L'Omo Salvatico (mancando di genio elettrotecnico) 
non sa immaginarsi come si potrà sorbire un « caffè volan- 
te » ; ma è certo che, andando di questi passi, i nostri 
più fortunati nipoti avranno la soddisfazione e la gloria di 
mangiare, di bere, di dormire, di cacare e di crepare lette- 
ralmente a volo. 

BARA 

A tutte le porte di tutte le case s' è fermata, si ferma, 
si fermerà. 

Da tutti i piani di tutte le case, uomini, donne, vecchi 
e giovani sono discesi, discendono e discenderanno fino a 
lei coi piedi avanti. 

Verrà a pigliare i tuoi, verrà a pigliar t« ; verrà a pi- 
gliar me : né sappiamo quando. 

Essa non dimentica nessuno. Essa non ci piglia e ci ri- 
porta ; dove ci porta ci lascia ; e dal luogo dove ci lascia 
non piotremo scappare. 

Pensa a queste cose poco allegre, per non esser triste 
in eterno. 

BARABAO 

Quand'ero bambino sentivo cantare così : 

Barabao perchè sei morto ? 
Pane e vino non ti mancava^ 
V insalata V avevi nelVorto : 
Barahao perchè sei mo'^to ? 

E fin da quel tempo fantasticavo, a mio modo, sul 
misterioso eroe di questa sobria tragedia economica. 
Morto perchè ? Morto ammazzato o morto per volontà 
propria o morto d' inanizione ? Ma perchè ? Chi poteva 
invidiarti, avendo tu così poco ? E come potevi cadere in 
disperazione se possedevi l'essenziale, ciò che ai savi, ai 
santi basta e n'avanza : pane, vino ed un orto ì Ed è pos- 
sibile che tu sia morto di fame se il necessario, e qual- 
cosa più del necessario, l'avevi senza fatica ? 



E la doppia insistente domanda della cantilena si ri- 
presentava implacabile alla memoria come un ritornello 
funebre : 

Barahao perchè sei morto ? 

E chi era costui ? Forse il babbo di Petuzzo, il fratello 
di Tizio, lo zio della Cenerentola ? Un antenato dell'Omo 
Salvatico ? Enigmi che non son riuscito a risolvere, mi- 
steri che non ho mai potuto squarciare. E io ripeto alla 
critica, alla storia, alla filologia, alla filosofia, l'eterna e 
vana domanda : 

Barabao perchè sei morto ? 

BARABBA 

I Giudei del primo secolo eran gente di passione e, in 
fondo in fondo, di rispetto. Tra Gesù e Barabba scelsero 
Barabba, vittima politica, ma scelsero semplicemente tra 
la Morte o la Libertà, cioè tra due cose semplici e grandi. 
Se oggi si ripresentasse 1' identico dilemma, i Giudei, d'ac- 
cordo con Pilato, farebbero rinchiudere Gesù in una casa 
di salute e il martire Barabba diventerebbe in poco tempo 
commendatore, poi deputato al parlamento, e anche, chissà, 
governatore di Gerusalemme. 

BARACCA (DI SALTIMBANCHI) 

Così, da taluno, vien chiamata la Camera dei Deputati ; 
ma è un' ingiustizia, perchè con questo ingiurioso paragone 
si diffamano quei poveri nomadi e malmconici pagliacci, 
che, con la faccia infarinata e le labbra tinte, battono al- 
meno il culo per terra, prima di fare il giro col piattino. 

BARARE 

È il colmo d'abilità nel giuoco cosi detto d'azzardo. 

Non è una disonestà. E soltanto un azzardo maggiore 
che se va bene, bene, e se va male non porta serie conse- 
guenze. 

L'onorata società dei giocatori, mentre espelle dal suo 
seno il baro sorpreso in flagrante, pensa che vorrebbe far 
come lui senza farsi scoprire. 



Chi siede al tavolino del « Macao », alla « roulette » o 
al « trenta e quaranta » è un imbecille mascalzone che sop- 
porta e compatisce nel compagno di giuoco qualunque 
raascalzonaggine. 

P. S. — I bari (non inferiori al petrolio o al carbone) 
avevano anch'essi un re. Ma il Re dei bari (certo Monsieur 
Ardisson, dice il giornale) ha messo fine ai suoi giorni. 
Già celeberrimo su tutta la Costa Azzurra, nessuno, come 
lui sapeva far lavorare così bene « le carte truccate « ; 
a Montecarlo un giorno fece saltare il banco. Essendo 
molto prodigo, aveva dato fondo, in questi ultimi tempi, 
all' ingente frutto delle sue onorate fatiche. Ieri (continua 
il giornale) si è chiuso nella propria camera, ha aperto i 
rubinetti del gas ed ha atteso, stoicatnente, la morte. 

Aveva appena 68 anni ! 

BARATARIA 

Felicissima isola sopra tutte le isole che ingemmano 
i mari ! Felice, anzitutto, perchè non si ritrova sulle carte 
disegnate dagli uomini, e non sarà mai sconciata dagli 
incivilitori e dai navigatori — e più ancora felice perchè 
fu governata dal senno di Sancio Panza, christiano viejo^ 
povero zappaterra, amico di ciuchi e di proverbi, più acuto 
del suo fratello Bertoldo, più pazzo del suo padrone Don 
Chisciotte : savio tiranno dell' Isola Barataria, ultima Thule 
dell' Isole Fortunate. 

BARATRO 

Il nostro contemporaneo conosce il « baratro finanzia- 
rio )), il « baratro della guerra », il « baratro dei vizi » e 
altri simili baratri più o meno paurosi e profondi. 

Ma non sa o non ricorda quel baratro che si formò dalla 
caduta di un angelo che soltanto cadendo poteva diven- 
tare, abbassandosi, il suo maestro, modello e signore. 

BARATTIERE 

« Ecco un degli anzian di Santa Tjita ; 
ognun v' è barattier fuor che Bonturo ; 
del no, per li denar vi si fa ita. » 
Commento dell'Omo Salvatico : Mondo=rLucca. 

325 



BARBA 

Letteratura : « barba la barba e non l'onor del mento ì> : 
romanticismo. 

Politica : Prima del '48 e dopo i barbari austriaci consi- 
deravano la barba come indizio di liberalismo. 

Storia : I Longobardi (cioè longobarbati) conquista- 
rono 1' Italia difesa dagli sbarbati bizantini. 

Economia : Mangiare e, in generale, vivere « alla bar- 
ba » di qualcheduno è sconsigliato da San Paolo e dai mo- 
ralisti ma praticato largamente dalle classi dominanti. 

BARBABLÙ 

Illustre — benché purtroppo fiabistico — precursore 
di Alessandro Dumas (figlio !) e del suo tue-la ! Ai mariti 
moderni i moralisti moderni non sanno proporre che due 
cose : o l'uxoricidio (assassinio del corpo) o il divorzio 
(assassinio del sacramento). Nessuno ricorda il terzo (ma 
unico) rimedio : la sopportazione, l'umiltà, il compati- 
mento, il sacrificio. Ciascuno di noi è, almeno in parte, 
colpevole delle colpe altrui — e specialmente di coloro che 
convivono con voi. Il marito, dunque, che non ha saputo 
sceglier bene la moglie o non l' ha saputa formare, 
educare, amare, conservare, ha la sua parte, grande, 
di colpa e deve espiarla — sopportandola fino all'ultimo, 
anche se commettesse peccati più gravi di quelli delle mogli 
di Barbablù. 

BARBAGIANNI 

« Uccello notturno di rapina, del genere strige, detto 
forse così dalla barba, che ha sorto e ai lati del becco ». 

Chi non riconoscerebbe in questo tragicomico volatile 
l'autentico ritratto d'un pubblico ministero in pensione ? 

BARBARA (SANTA) 

Il dott. Enteroclismi : 

« Già, sono gli artiglieri che essendo, a quanto pare, 
molto devoti, sparano a salve, per festeggiar la gloria, non 
so quanto militare, della loro patrona. 

Ma vorrebbe Lei, padre, come specialista in materia, 

326 



dirmi che diavolo ha fatto questa Santa Barbara, per me- 
ritarsi tanto fracasso ? 

Il padre X, con grande semplicità : « Si legge nell'agio- 
grafia che questa mirabile giovinetta, figlia di pagani, 
abiurò gli Dei e seguì Cristo. Da ciò, nel padre suo, una 
indignazione furente. Prima la tentò, poi la torturò, infine, 
di sua mano, le tagliò la testa. 

« Ma sul luogo stesso del martirio, ed appena compiuto 
il misfatto, l'atroce vecchio fu incenerito da un fulmine. 

« Ecco perchè la Santa è invocata da noi cristiani in par- 
ticolare contro i fulmini e generalmente contro i pericoli 
che derivano dalla materie infiammabili ed esplodenti ». 

Il dott. Enteroclismi : 

— « Benissimo. Ma Lei, dica, Lei personalmente, ci 
crede davvero, a queste « balle » ? 

Il padre X: 

— « Credo, quia absurdum ». 
Il dott. Enteroclismi : 

— « E allora.... (scusi sa), io ricevo nel mio gabinetto di 
consultazioni per le malattie mentali tutte le sere dalle 
5 alle 7 ; se crede, può benissimo approfittarne. 

E s'allontanò, soddisfatto della « boutade », con le mani 
piene d'anelli, intrecciate dietro la schiena. 

BARBARICCIA 

— È inutile discutere — affermava con fuoco Naborre 
Colafulmini, redattore capo del Corriere di Lonza — i dia- 
voli son molto più interessanti degli angeli ; e dico interes- 
santi proprio nel senso nostro, moderno, drammatico, di- 
ciamo anche giornalistico. L' Inferno di Dante alla me- 
glio si leggicchia perchè ci son loro in ballo — ma vorrei 
vedere in viso quell'ardito della poesia che riesce a non 
dormire sulle tiritere teologiche del Paradiso ! 

« Il diavolo è il ribelle, ? insorto, il barricadiere dell'em- 
pireo ; è il Prometeo dell'Olimpo cristiano. Guardate per 
esempio Barbariccia, il famigerato Barbariccia che del cui 
fece trombetta. In quel suono di spregio — che del resto 
è ottimo dal punto di vista igienico — io risento la risposta 
dell' indomito rivoltoso alle trombe dell'Apocalisse. In quel 

327 



clangore, signori miei, è riassunta la tragedia dell'anima mo- 
derna che si libera dalla schiavitù divina collo scherno di 
Lutero e la risata di Voltaire. Barbariccia, vinto ma 
strombettante, è il fratello, il precursore di Cambronne : 
i due suoni gemelli sono l'eroica protesta d'ogni co- 
scienza conculcata ! 

BARBARO 

Il barbaro è un uomo non ancora del tutto incivilito, 
cioè non imbecillito e castrato, epperciò i nostri contempo- 
ranei, ornati di una barbarie infinitamente più crudele, 
raffinata ed ipocrita, lo disprezzano. Il vecchio barbaro 
era un po' troppo manesco e grossolano ; ma era sincero 
e capace di fede e di entusiasmo. Gli odierni civilizzati 
hanno perso tutte le virtù barbariche ed hanno ingigantite, 
trasformandole, le sue pecche. I barbari passavano a fil 
di spada ; i civili portano lo sterminio coll'alcool, la cocaina 
e i gas asfissianti ; i barbari si lavavan poco il corpo ; i 
civili non si lavano mai l'anima — i barbari temevano Id- 
dio e il Re, i civili bestemmiano Iddio e decapitano, al 
proprio o al figurato, i loro re. 

BARBAROSSA (1123P-1190) 

Esempio illustre per i distruttori. « Non sarai tu, povero 
untorello — disse la storia — che spianterai Milano ». E 
il sale che fece spargere sulle rovine della città di Ambro- 
gio rese più fertile il piano sul quale risorse la futura città 
di Borromeo, di Parini e di Manzoni. 

Il Barbarossa, del resto, rappresentava una grande 
idea — quella del Sacro Romano Impero — ma da Carlo- 
magno si dovè aspettare fino a Napoleone per vederne sulla 
terra un simulacro di avveramento. Il feroce Svevo ri- 
scattò, almeno in parte, le sue colpe andando crociato 
in Terra Santa, dove morì prima d'aver potuto scorgere 
le mura di Gerusalemme. 

BARBAZZALE 

— Io non ho barbazzale per nessuno, 
urlava l'archivista comunale ; 

328 



e se Io stesso sindaco.... quel cane.... 
Sta..., gli disse il donzello Sgricci Bruno, 
forse sale le scale. 

— Ma che scale o non scale, io gli diro... 
In quel momento il sindaco fascista, 

come una bomba entrò. 

— Cos' è, disse squadrando l' impiegato, 
questo osceno bordello.. 

Già, voi siete imbecille e comunista..,. 

— Ma.,.. Zitto. Ma..., Se parli sei spacciato, 
E il sindaco rotava il manganello. 

Poi, fortunatamente, se n'andò. 
Dopo dieci minuti ch'era andato, 
quell'audace impiegato 
riprese a stento il fiato. 

— Io non ho barbazzale per nessuno, 
ribalbettava, inconscio, come in sogno. 

— Ed io, soggiunse ironico il donzello, 
pensando al sindacale manganello, 

a dir che tremo ancor non mi vergogno. 

BARBEY D'AUREVILLY (JULES) (1808-1889) 

Normanno di nascita, parigino d'elezione, nobile, ec- 
centrico, artista, critico, pensatore, polemista, prismatico, 
terribile, vertiginoso, a volte abbacinante e infocato come 
una girandola^ si battè tutta la vita per la nobiltà contro 
la volgarità, per la verità contro l'errore, per la bellezza 
contro la deformità. 

In politica fu reazionario, in religione cattolico. Scrisse 
più di cinquanta volumi, che formano un monumento 
grandioso fra le catapecchie spirituali del nostro tempo. 

Il suo temperamento aristocratico e sdegnoso lo fece 
sempre andare contro corrente ; perciò non conquistò mai, 
come altri scrittori del suo tempo, quella popolarità che, 
del resto, odiava. 

Da vivo fu amato e stimato soltanto da pochi ; lo 
frequentarono Coppée, Bourget, Richepin, Huysmans, Pé- 
ladan, Hello, Bloy, Rachilde e qualche altro. Ma gli oc- 
chi cisposi del « gran pubblico » parigino, idolatra d' Hugo 

329 



e di Béranger, non riuscirono a vedere in lui che una mac- 
chietta ridicola. 

Quando morì fu accompagnato al cimitero di Mont- 
parnasse da un piccolo gruppo d'amici. 

Anch'oggi i fabbricanti di storie letterarie lo citano 
in nota o lo saltano. 

Eppure, come critico è più fiammeggiante di Sainte- 
Beuve e come romanziere ha il diritto d'esser rimesso in 
prima linea. 

Gli nocquero, in una età bassamente borghese e demo- 
cratica, le idee tradizionaliste che difese e impose, in ogni 
occasione, con uno stile personalissimo e con estrema vio- 
lenza. 

Leon Bloy, dal quale fu amato e ammirato per tutta 
la vita, può considerarsi, sotto un certo aspetto, il suo 
continuatore e superatore. 

Ma oggi che (per merito — bisogna pur dirlo — dei 
due Salvatici) si parla tanto, in Italia, dell'autore della 
Femme pauvre, sarebbe l'ora d'occuparsi (ci sembra) an- 
che dal grande dimenticato D'Aurevilly ; tanto più che 
questo elegante e terribile saettatore, combattè, fino all'ul- 
timo, in difesa della Chiesa e del principio d'autorità, verso 
i quali (sebbene un po' brancolando) sembra voler far ri- 
torno la generazione attuale. 

BARRIERA RAFFAELLO (1851) 

Nestore dei raccoglitori italiani di « petits bouts de 
papier ». Infervorato nel culto dei documenti inediti (e 
soprattutto editi) H rimaneggia e rimpasta e rincolla e ri- 
scalda e ricuoce e ricuce e riscodella in tanti libri diversi 
che poi sono un libro solo. Particolare predilezione ha per 
le donne, anzi dame, che seppero unire, nel loro cuore ben 
riscaldato, l'amore dell' Italia coll'amore, meno metafo- 
rico, per alcuni particolari italiani o stranieri. 

BARBIER AUGUSTO (1805-1882) 

Poeta mediocre e poco fecondo, fece « molto rumore 
per nulla», verso il 1830, soprattutto con La Curée e 
Vliole : due liriche d' ispirazione stomachevolmente uma- 



nitaria e demagogica, sebbene non prive d' immagini ru- 
tilanti. 

Il nostro sotto-archiloco Maremmano, nel tempo che 
victorugava con maggior veemenza contro inesistenti ti- 
ranni, cacocantò come segue : 

E tra '/ fuoco e tra '/ fumo e le faville 
E '/ grandinar de la rovente scaglia^ 
Ti gettasti feroce in mezzo ai mille, 

Santa canaglia. 

L'adonio, così ben collocato, è di Barbier. 

Ma fu per merito (bisogna riconoscerlo) del fu liutista 
della Regina Margherita, se quella fetida cicca francese 
venne rimasticata appetitosamente da tutte le bocche rum- 
mose del sovversivismo italiano. 

BARBIERE 

Uomo sorridente, morbido, lindo, loquace, capelluto, 
pieno d'attenzioni, puzzolente di cosmetici. 

In politica e nel resto è sempre dell'opinione del cliente 
che ha sotto. 

Se il signore dice che vuol piovere egli s'affretta a sog- 
giungere che, infatti, glie 1' ha detto il suo callo. Se il si- 
gnore dice che fa caldo, egli corre immediatamente ad 
aprire il ventilatore. 

Quando insapona è solenne, quando affila il rasoio è 
grandioso, quando lo impugna per radere ha un gesto 
largo e sicuro. 

Con quell'arma micidialissima fra le mani, che par 
fatta apposta per tagliarti la carotide, ti porta, in pochi 
minuti, a pulimento le guance e non ti fa che un po' di 
solletico sotto la gola. 

. Uomo ammirabile ! Nonostante il truce parrucchiere 
del carducciano Qa-ira, tranne q\i alche lievissima sgraf- 
fìatura, non ho mai sentito dire che abbia scannato il suo 
prossimo. 



331 



BARBIERE DI SIVIGLIA 

La commedia di Beaumarchais, con tutta la sua alle- 
gria, fu il primo rintocco della rivoluzione francese : il 
nobile perse l'ultimo privilegio : il rispetto. Cercarono di 
proibire il Matrimonio di Figaro, sèguito del Barbiere, ma 
i primi a batter le mani furono, si capisce, i nobili stessi. 
E così avvenne che il rasoio di Figaro diventò, dopo pochi 
anni, la ghigliottina di Robespierre. 

BARBUSSE ENRICO (1874) 

Degno continuatore del fetido Zola — come roman- 
ziere verista e come umanitario pacifista. Non vi lasciate 
intimorire da' titoli danteschi : L'Enfer è la storia di uno 
che dal buco d'una camera mobiliata assiste alle sudicie 
miserie de' successivi occupanti della camera accanto ; nel 
Feu e' è assai più mota e ciarla che fuoco — e la sua ri- 
vista Clarté — organo degli intellettuaH bolscevizzanti — 
contribuisce quanto può, col fumo de' suoi lucignoli, ad 
accrescere il presente tenebrore europeo. 

BARCA 

Una, mentre tutte l'altre si sfasciano o affondano, 
galleggia da venti secoli e galleggerà fino alla fine del 
mondo. 

Il mare è l'umanità che rinnova continuamente i suoi 
flutti ; ma essa, faccia tempesta o bonaccia, tutti li sor- 
passa, sicura ; e, sempre, lo stesso Pescatore che vi sta so- 
pra, getta e ritira le reti. 

Questo sopravvivere ad ogni morte, questo uscir salva 
da ogni procella, esaspera talmente i naufraghi che molti 
preferiscono d'annegare piuttosto che aggrapparsi alle sue 
sponde. 

Tuttavia, essa, l' insommergibile, è sempre a portata 
di mano. Quelli che ci saltan dentro non la fanno più pesa 
né più lenta. 

Le anime non pesano ; e il suo legno, bagnato dal san- 
gue di Cristo, non imputridisce né intarla. 

Invece coloro che vorrebbero affondarla affondano. 



332 



E quando gli ultimi viventi la vedranno finalmente 
sparire, tutto sparirà con essa. 

Tranne il Giudice Eterno, al cui sguardo tremendo nes- 
suno si sottrarrà. 

BARDO 

Ci sono parecchie qualità di bardi : per restare in fa- 
miglia ricordiamo il Bardo della Selva Nera del Berchet ; 
« il bardo della democrazia » che fu un certo Cavallotti 
Felice, e infine il « bardo della quarta Italia » che, nato 
sul mare, signoreggiò Fiume e ora abita presso a un lago. 
Si chiama « bardo )^, per intendersi, un poeta talmente oc- 
cupato a servire i contemporanei che i posteri non hanno 
nessuna ragione di ricordarsi di lui. 

BARETTI GIUSEPPE (1716-1789) 

Questo miope piemontese scrisse in toscano, in francese 
e in inglese ed è celebre soprattutto per aver difeso Shakes- 
peare contro Voltaire \^perchè nel secolo dei lumi era neces- 
sario difendere l'aquila contro la cutrettola) e per aver 
brandito sull'arcade Italia la sua Frusta. Ottima l' inten- 
zione ma il B., per quanto facesse, era un critico e spesso 
la sua frusta si alzò sopra scrittori che il tempo ha salvato 
e risparmiò altri che nessuno rammenta. Ma tutto som- 
mato fece del bene — basterebbe il fatto di aver rivelato, 
si può dire, il Cellini scrittore — e questo allobrogo del 
settecento merita la gratitudine di tutti i frustatori che 
gli son succeduti : ogni metà di secolo ce ne vorrebbe un 
paio, e non basterebbero. 

BARGELLO 

Era il capitano dei birri. Persona già rispettabilissima, 
utile, provvidenziale, fu travolta anch'essa, come tutte le 
cose savie, dalla follìa del secolo XIX. 

Il suo nobile ufficio consisteva sopratutto nel fare ac- 
ciuffare quei funesti imbecilli dei nostri bisnonni (cele- 
brati dall'avvocato di Pescia, loro degno poeta) nelle cui 
zucche vuote ronzava la pecchia ubriaca della libertà. 

Povero onesto Bargello ! Coadiuvato dai suoi fedeli 

333 



subalterni, egli faceva del suo meglio per salvare il prin- 
cipe e il popolo dal colèra liberale. 

Ma il principe, temendo di spender troppo nella corda 
che avrebbe dovuto servire ad impiccare i signori demago- 
ghi di quel tempo, incominciò, mal consigliato, ingannato 
o esageratamente impaurito, ad applicare sul? incipiente 
bubbone rivoluzionario, che bisognava tagliare, i fetidi e 
mollicci impiastri delle riforme. 

Allora il povero Bargello, invece di legare, si sentì legato. 

Poi, rapidamente, tutto rovinò. 

Debolezza di principi, malignità di tempi ! 

Nondimeno il sovrano ideale dell' Omo Selvatico è 
ancora Leopoldo Secondo di Toscana, detto Canapone, 
che riposa in pace nella Chiesa dei SS, Apostoli, a Roma, 
la quale, nonostante tutto, è ancora, spirittuilmente, di 
Sua Santità. 

BARLETTA 

Deve la sua fam.a a due cose : al suo vino altamente al- 
coolico e alla celebre Disfida, immortalata dal non men 
celebre romanzo di Massimo D'Azeglio. Ma l'Omo Selva- 
tico, che non gusta i vini grossi e non beve i romanzi sto- 
rici, s' inchina e gira largo. 

BARLUME 

Al rag. Consuntivi caddero sott'occhio per caso, leggendo 
un giornale, le parole del Vangelo : « Quello che darete vi 
sarà reso ' cento doppi nel cielo ». 

— Eh, eh — mormorò tra i baffi, sorridendo — eppure 
e' è un barlume di verità anche nelle tenebre del Cristia- 
nesimo ! 

BARNA 

Pittore senese, trecentesco. Fu, secondo il Vasari, fecondis- 
simo. Disgraziatamente molte sue opere son perdute. Restano 
però gli affreschi che occupano tutta la parete destra della 
Collegiata di San Gimignano, bastevoli a rivelare la sua 
fortissima personalità, 

334 



In essi (grandioso ciclo) è rappresentata la vita di Cri- 
sto, dalla nascita alla morte. 

Mentre stava lavorando alla scena della Crocifissione, 
cadde dall'alto d'un ponte e due giorni dopo morì. 

Forse non aveva neppure quarant'anni. 

Chi va a San Gimignano, non s'attardi sul Ghirlandaio 
né su Benozzo Gozzoli, benché al solito, quattrocentesca- 
mente, squisiti. Questi possono ammirarsi anche altrove ; 
ma il Barna non é che lì. 

Ed è un artista, si può dire, che ancora non è stato 
scoperto. 

BARNABA (S.) 

Questo primo compagno di San Paolo vien nominato 
per la prima volta negli Atti così : « Or non c'era alcun 
bisognoso tra essi : mentre quanti possedevano terreno o 
case, li vendevano e portavano il prezzo di ciò che avevano 
venduto, e lo deponevano a' piedi degli apostoli ; e si di- 
stribuiva a ciascuno, secondo che n'avesse bisogno. Così 
Giuseppe, dagli Apostoli soprannominato Barnaba, — che 
vuol dire figlio di consolazione — levita, cipriotto d'ori- 
gine, avendo un podere, lo vendette e portò il prezzo e lo 
depose a' piedi degli apostoli » {Atti^ IV, 34-37). 

Il prezzo del podere gli fu rifuso sotto forma di marti- 
rio — e quando fu aperta la sua tomba gli trovarono sul 
petto il Vangelo di San Matteo copiato dalle sue mani ; 
quietanza del vecchio dono fatto ai tratelli. 

BARNUM (1810-1891) 

Americano, s' intende. Raccoglitore ed esibitore di mo- 
stri che sfruttava a forza di richiami, di stamburamenti, 
di parate e di avvisi strabilianti. Mise insieme milioni 
speculando sulla imbecille curiosità dei suggestionati e sulle 
dolorose deformità dei disgraziati. Rappresenta meraviglio- 
samente l'ottocento, colla sua trinità : Mostruosità, Re- 
clame, Affare. Fu il Napoleone delle baracche da fiera e 
il Machiavelli della conquista del pubblico. Quando un al- 
tro Carlyle scriverà una seconda serie degli Eroi vi sarà 
un capitolo su Barnum intitolato : L' Eroe come accalap- 
piatore. 

335 



Oggi Barnum è sorpassato, e il più scalcinato politicante 
(che pure non ha altri mostri da far vedere fuor di sé stesso) 
è un barnumista che ha superato il defunto maestro. 

BAROCCO 

È lo slabbramento e lo sfasciume del Cinquecento, so- 
stenuto dalla Chiesa con braccia gigantesche, ma che poi 
precipiterà nella più vorticosa anarchia e pazzia. 

L' Omo Salvatico, se fosse soltanto artista, troverebbe 
Cristo unicamente nelle cattedrali gotiche. 

BAROMETRO (POLITICO) 

Le sue variazioni non sono determinate che da una mag- 
giore o minor pressione di composita lordura. 

BARONE 

Avevo sempre creduto che fosse un titolo nobiliare, 
frequente anche tra gli ebrei ricchi. Ma leggendo i Pro- 
messi Sposi mi sono accorto che Don Abbondio, tornando 
a casa dopo il passaggio dei soldati, e trovandola guasta 
e concia com' è lì descritto, esclama in atto di rabbia : 
Ah Baroni ! Come oggi si direbbe : Farabutti ! Maiah ! 

Scherzi della « fortuna delle parole », direbbe Giuseppe 
Manno, barone anche lui. 

BARONIO CESARE (1538-1607) 

Venerabile. Uno de' giganti della scienza cattolica. Ecco 
il giudizio che ne dà il non cattolico Giovanni Gentile : 
« Il Baronio fu il primo a sbrogliare l' intricata matassa 
della storia ecclesiastica con grande lavoro crìtico, E non 
vuol dir nulla ch'egh abbia avuto bisogno di un correttore : 
basta a scusarlo il gran disegno ch'egh ha avuto l'animo 
di meditare ed eseguire. Egli è il maestro e in un certo 
senso l' inventore della storia ecclesiastica ». {Studi sul Ri- 
nascimento, pag. 264). 

BARREAUX (JACQUES DES) (1599-1673) 

Robert Vallery-Radot così ce lo presenta nella sua 
Anthologie de la Poesie Catholique : 

« Jacques, seigneur des Barreaux, fut un des plus fa- 



meux épicuriens du XVII siècle. Chapelle et Théophile 
furent ses amis. Il composa des chansons très licencieuses 
et mena une vie fort libre. Tout cela est oublié ; on n'a 
retenu que le Sonnet de des Barreax, sonnet que tout le 
monde, au XVII siècle, connaissait par coeur.... ». 

Grand Dieu, tes jugements soni remplis d'equità : 
Toiijours tu frens plaisir à nous estre propice : 
Mais fay tant fait de mal, que jamais ta bonié. 
Ne me peut pardonner qvCen choquant ta justice. 

Ouy, mon Dieu, la grandeur de mon ìmpieté 
Ne laisse à ton pouvoir que le choix du supplice ; 
Ton interest s'^oppose à ma félicité, 
Et ta clémence mesme attend que je perisse. 

Contente ton desir, puisquHl test glorieux ; 
Offense toy des pleurs qui coulent de mes yeux ; 
Tonne, frappe, il est temps, rend moy guerre pour guerre. 

J'adore en périssant la raison qui faigrit. 
Mais dessus quel endroit tombera ton tonnerre 
Qui ne soit tout cotivert du sang de Jésus-Christ ? 

BARRÈS MAURIZIO (1862) 

Leggibile scrittore francese, più nervoso che nerbo- 
ruto, più posatore che pensatore : ha inventato la lezio- 
saggine dell'energia. Scoprì la masturbazione intellettuale 
detta culto dell' io ma poi si converti al culto dei mor- 
ti : o che scoprisse, a frugar nell'ego, l'ombre degli an- 
tenati o che abbia riconosciuto nel proprio sé un precoce 
defunto. Difende le chiese senza esser cattolico e invoca la 
tradizione rimanendo repubblicano. 

Ultimamente, non sapendo più che pesci pescare, scrisse 
un romanzo quasi orientale e scoprì la religiosità di Renan. 

BARRICATA 

Una delizia regalataci dal « quarantotto ». 

Certi conservatori d'oggi, mentre farebbero fare al po- 
polo le barricate contro « il governo dei preti » (se ritor- 
nasse), quando si tratta di quelle inalzate dai loro legittimi 
figliuoli (i socialisti) allora non le vogHono ; ma questi, 

337 

22. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



da buoni discepoli, tentano (o tentavano) d'applicare sulla 
pelle dei maestri il metodo che non hanno da quelli inu- 
tilmente imparato. 

Da ciò, almeno fino a ieri, guerra senza quartiere in 
famiglia. 

BARRILI A. G. (1836-1908) 

Più di settant'anni visse ; più di settanta romanzi 
scrisse ; de' quali restano appena pochi titoli e fra poco 
saranno come se non fossero stati mai. Colpa delle donne : 
a teatro, una sera, alcune signore gli chiesero di scrivere 
un romanzo per il Movimento, giornale di Genova, Da 
buon cavaliere ubbidì, compose i Misteri di Genova, e 
non smise più fino alla morte. 

Reduce garibaldino fu, per meriti di guerra, nominato 
professore di letteratura italiana all' Università di Genova ; 
dipingeva e preparava una Storia d'Italia. Di notte, in 
sogno, come confessò a un amico, ideava le trame de' suoi 
romanzi. Giustamente scrisse di lui morto il suo degno 
amico Barbiera Raffaello : « non corse no all'amplesso del 
reale, ma al bacio dell' ideaJe «. Disgraziatamente, anche 
nel mondo dell'arte, dai baci soli non nascon figlioli. 

BARROCCIO 

I. 

Staccato, davanti alla rimessa : 

« Ehi ! ehi ! Lo vedi che mi vieni addosso ? ». 

Il Camion, con un rutto : 

« Bah ! » 

// Barroccio : 

« Bell'educazione ! » 

(Il Camion si ferma ; brontola, sussulta, insulta ; e poi 
riparte, gettando fumo dal culo). 

// Barroccio (mentre un ragazzo gli fa le capriole sulla 
stanga rotta) : « Meglio morire ! » 

E risogna, per consolarsi, i tempi meravigliosi dell' «An- 
cien regime » : 

« Com'ero pottone, allora ! Com'ero contento, quando 



OJ^ 



passavo di qui, con una cesta di fiaschi spropositata, co- 
perta dall'incerato giallo, e con sopra Meschino, il povero 
fedele Moschino, dal pelo bianco e dal naso nero, che an- 
dava saltellando e abbaiando, a coda ritta, su e giù ! 

E che belle bestie ! E che sonìo di bubboliere ! E che 
scoppi di frusta ! E che finimenti lucenti ! 

Sulla briglia della mula (bon'anima !), che stava a 
stanghe, c'erano perfino, incastrati nei paraocchi, due pez- 
zetti di specchio che riverberavano il sole. 

E poi, dappertutto, ciondoli, borchie, nappe, spennacchi, 
e sul sellino, tempestato di bullette di Francia (che Tonio, 
appena staccato, lustrava con lo smeriglio) c'era, perfino, 
come rifinitura, un cappello chinese con tre giri di campa- 
nelhni squillenti e una bandierina d'ottone in punta, che, 
tra il fracasso de' bubboli e delle rote, a ogni passo della 
mula, faceva, luccicando, una giravolta. 

Come s'era belli ! Tutti ci guardavano ! Tutta la strada 
era nostra ; tutti ci sentivano da lontano ! 

Tonio, col passo strascicato e spaccone, con la fuciacca 
rossa, passata più volte intorno alle serre de' pantaloni a 
bracala, ora, alla china, tirava la martinicca, ora, sulle sa- 
lite, aiutava le bestie con la voce, ed ora, arrivati in vetta, 
dinanzi alla bottega, faceva : « Eh ! ». E gì' animali si fer- 
mavano ; e mentre, la mula a stanghe, allargate le gambe 
di dietro, pareva che pisciasse birra, Tonio entrava dalla 
Rosa e diceva : « Il solito ! ». 

E poi si riseguitava fracassosamente, tutti insieme, 
fino alla barriera del dazio. 

Ma che tempi s' è avuto ! Che stagioni ! A volte un 
sole da spaccar le pietre e una polvere lungo la strada che 
si pareva tanti pesci da friggere ; a volte un'acquerugiola 
fina fina e fitta fitta, senza smetter mai fino alla stalla ; 
a volte su certi poggetti spuliti, certi colpi di vento da ro- 
vesciare ogni cosa ; e a volte, nel cuor della notte, diluvi, 
con toni e lampi, da non sapere dove andare, perchè dopo 
il lampo, il nero si fa più nero, e le bestie non si raccapez- 
zano e la strada non si vede più. 

Ma a volte, invece, che nottate di paradiso ! Il cielo 
tutto stellato ; la strada tutta bianca ; la lanterna accesa 

339 



e dondolante sotto la sala, che sembrava che si vergognasse 
di parere un brucio ; e Tonio a riposare, sdraiato, nella 
cesta, fra la paglia, mentre Moschino gli stava accanto, 
accucciato, con un occhio chiuso e uno aperto, e i muli 
(da bestie di giudizio) si guidavano da sé. 

Per trent'anni s' è fatto questa vita ; vita da gente 
onesta sebbene da povera gente ; ma allora la strada era 
fatta per gli omini e per gli animali, e non c'erano ancora 
questi cassoni con lo stantuffo in corpo, che hanno appestato 
e rovinato ogni cosa. 

Ora, io son vecchio, Tonio è vecchio ; Moschino è mor- 
to ; i tre muli son diventati mortadelle ; e il ciuco che 
dovrebbe tirarmi ha bisogno d'esser tirato 

Non si costa più nulla ; nessuno ci vuole ; il mondo 
è cambiato ; e il cambiamento non ci garba. 

E allora ? 

Io mi raccomando al fuoco che mi bruci ; e Tonio, il 
mio povero vecchio Tonio, si raccomanda alja morte e s'ar- 
rabbia perchè non viene. 

Ecco la fine, nel mondo novo, de' galantomini vecchi ! 

BARTOLI DANIELLO (1608-1685) 

A coloro che ancora ritengono secolo di decadenza 
per la letteratura italiana il Seicento basterebbe citare le 
prose del Galileo e del Bartoli (opposte di qualità ed egual- 
mente stupende) e certi versi del Campanella e del Tassoni 
(anche questi agli antipodi ma egualmente notevoli). 

Al Bartoli nocque esser gesuita e storico dei gesuiti : 
molti lo sdegnarono senza averlo letto e la sua prosa passò 
in termine di spregio come prosa gesuitica. 

Ma il Giordani, tutt'altro che amico de' chierici, fu il 
primo a rimettere in alto la fama del Bartoli, del quale 
scriveva così : « Pari o somigliante a quel terribile e stu- 
pendo Bartoli non abbiamo nessuno. Il quale nelle storie 
volò come aquila sopra tutti i nostri scrittori ; e tanto 
corse lontano dalla consuetudine del suo secolo, che niun 
critico sagacissimo potrà mai in quella forma di scrivere 
trovare minimo indizio o sospetto dell'età ». 

Ne meno l'ammiravano il Monti e il Leopardi, tutt'al- 



tro che bigotti. Diceva il primo : « tutte queste opere (del 
Bartoli) sono tanto corrette e fiorite di leggiadrissime locu- 
zioni, che ritrovi da biasimare più presto l'eccesso dell'ele- 
ganza che la penuria ». E il Leopardi rincalza : « Un uomo 
consumato negli studi della nostra hngua, il quale per la 
prima volta prenda a leggere questo scrittore, resta atto- 
nito e spaventato, e laddove stimava d'essere alla fine del 
cammino negli studi sopraddetti, comincia a credere di 
non essere a mala pena al mezzo. Ed io posso dire per espe- 
rienza che la lettura del Bartoli, fatta da me dopo baste- 
vole notizia degli scrittori italiani d'ogni sorta e d'ogni 
stile, fa disperare di conoscer mai pienamente le forze e 
la infinita varietà delle forme e sembianze che la lingua 
itahana può assumere. Vi trovate, in una lingua nuova, 
locuzioni e parole e forme delle quali non avevate mai so- 
spettato, benché le riconosciate ora per bellissime e ita- 
lianissime ; efficacia ed evidenza tale di espressione che 
alle volte disgrada lo stesso Dante, e vince, non solo le 
facoltà di qualunque altro scrittore antico o moderno di 
qualsivoglia lingua, ma la stessa opinione delle possibili 
forze della favella ». 

Il Gioberti, particolare nemico de' Gesuiti, lo riteneva 
«scrittore saporito e lautissimo. Esso è l'unico dei nostri 
scrittori che si possa chiamare dantesco. ...il più robusto, il più 
fiero, il più splendido e magnifico dei nostri prosatori.... ». 

Il Carducci, altro "nemico delle tonache, cosi scriveva al 
Chiarini : « Che ricchezza spropositata di lingua, di modi, 
.di colori, che padronanza superba di stile in cotesto ma- 
gnifico scrittore ! E' ti passa per tutti i tuoni, dal più 
umile al più alto, senza che tu te ne accorga. E come narra ! 
come descrive ! come leva la sua grande voce nell'alta elo- 
quenza ! Di cosi grandi maestri di stile 1' Italia ne ha po- 
chi ; di così vari, forse niuno oltre lui. E' mi fa il mede- 
simo effetto di Livio : parmi di andare con gran pace, con 
animo sereno e sollevato ad alti pensieri, per un vasto, 
per un immenso mare tranquillo, sotto cielo tranquillo, 
seminato d' isole verdissime, amenissime, rasentando an- 
che subHmi e selvose scogHere, e di quando in quando 
vedere il turbine affollarsi lontano ». 



341 



Ai napoletani, in genere, non piace e lo sbertucciarono 
il De Sanctis, il Bonghi, il Settembrini — ma quanto i 
meridionali s' intendono d'arte letteraria si può agevol- 
mente riscontrare anche oggi ne' saggi critici di Bene- 
detto da Pescasseroli. 

BARTOLOMEO APOSTOLO (SAN) 

On rCa pas mutile Barthélemy et nulle des deux mains ne 

lui manque. 
On n'a fas Uè les -pieds de VApòtre, on ne lui a pas coupé 

la langue, 
On Va tire de son fourreau camme un sabre et Von a mis 

au vent 
V Ange ensanglanté du Seigneur et Thomme rouge qui était 

par dedans. 
Marche maintenant, on ne te retient pas ! Fais trois pas, 

colonne de Dieu ! 
Rien n'a plus prise sur toi. Tu n^as plus de 'Stirface ni de 

cheveux. 
Apòtre vraiment nu ! athlète vraiment dépouillé I 

Juif / Homnie pur ! tu rC'as plus de peau ni de visage et 

Von ne sait plus qui tu es. . 
Mais Lui rV a pas oublié Son apòtre et te reconnaìt. 

Il n^y a pas besoin de visage pour faire trembler le monde 
et coucher V immense Enfer ! 

Paul Claudel, Corona benignitatis anni Dei. 

BARZELLOTTI GIACOMO (1844-1917) 

Povero Barzellotti ! Aveva i gravi torti di esser nato 
in Toscana, di non essere hegeliano, e di scrivere in modo 
chiaro, sicché i Dioscuri dell' idealismo prussico-suditalico 
gli saltarono addosso e gli amareggiarono gli ultimi anni, 
L'Omo Salvatico ricorda, però, che il BarzeUotti, in epo- 
che di basso positivismo, non sdegnò di riconoscere l' im- 
portanza delle religioni e che scrisse perfino un libro sul 
cosiddetto profeta di Arcidosso, David Lazzaretti. 



BARZILAI SALVATORE (1860) 

Giudeo triestino, avvocato, calò a Roma in cerca di 
fortuna e di gloria. Da irredentista fu promosso deputato ; 
da deputato fu promosso senatore ; da senatore fu pro- 
mosso presidente dei giornalisti italiani, memori che nel 1880 
Barzilai s'era buttato alla letteratura con una comme- 
diola intitolata la Quarta Pagina. Per dare un' idea della 
sua valentia poetica citiamo : 

c'era 

da effettivo cadavere^ puzzo da cataletto 
oppure : 

Fumo la pipa e dormo dodic'ore 
Fu, nel '15, ministro senza portafoglio : la più grande 
umiliazione che potesse capitare a un nipote di Abramo. 

BARZINI LUIGI (1873) 

Globe trotter in express., discepolo di Archibald Forbes, 
di Rudyard Kipling e del New Tork Herald. Scrive in ita- 
liano (scuola de Amicis) soltanto perchè il Corriere della Sera 
— bontà sua — si stampa a Milano. Ma ora, coerente, 
dirige un giornale a New York. Ha occhi talmente buoni 
che vede anche quel che non e' è e tale acutezza che 
indovina quel che tutti sanno. 

BAS-BLEU 

Un interessantissimo esemplare vivente di questi ani- 
mali graziosi e benigni di sesso neutro, dal cervello uterino 
e dall'anima di bambola, sembra, secondo il giornale bol- 
scevico Nakanunie, che esista in Russia e ci vien de- 
scritto così : 

« A SaratoflF, dove la carestia fu più grave che altrove, 
una signorina, in una piccola cerchia di poeti, lesse dei 
versi in cui celebrava lo squisito sapore di una coscia umana 
e la incomparabile gelatina fatta con la carne della propria 
madre. I poeti ascoltavano, rapiti ; soltanto un vecchio 
giornalista osò protestare a bassa voce «. 

Si demanda : Quando, anche in Italia, qualche cosa di 
simile ? 



343 



Tutto sta, mie care bas-bleus, nel saper marciare a passo 
di corsa col vostro diavolo custode. 

BASILIO (S.) (329-379) 

Patriarca dei monaci d'Oriente ; studiò filosofia sotto 
Libanio ; poi medicina e avvocatura. Ma presto si avvide 
che non e' è filosofia al difuori di quella degli Evangeli ; 
e altra medicina fuor di quella di Cristo ; e codici supe- 
riori a quelli della Chiesa. Si rifugiò nel deserto, raccolse 
molti monaci in un convento, e vendè il suo per soccor- 
rere i poveri ; contentandosi di dormire in terra e di man- 
giare una volta sola al giorno, pane ed acqua : soltanto 
le domeniche aggiungeva un po' d'erbe. 

Nel 362, tornato a Cesarea sua patria, fu invitato da 
Giuliano l'Apostata (già suo compagno di studi) a recarsi 
alla sua corte. Basilio rispose che la vita da lui intra- 
presa lo rendeva ormai disadatto all'ufficio di cortigiano. 
Giuliano, offeso, riscrisse ordinandogli di pagare al fisco 
mille libbre d'oro se non voleva veder Cesarea distrutta. 
Basilio rispose che il suo l'aveva dato tutto ai poveri e rin- 
facciò all' imperatore la sua apostasia. L'Apostata giurò 
di ucciderlo al suo ritorno dalla guerra di Persia ma non 
potè che vi rimase ucciso. 

Si racconta che una donna scrisse tutti i suoi peccati 
in una pergamena e la dette a S. Basilio perchè pregasse 
per lei. Quando il santo ebbe pregato le rese lo scritto : 
l'aprì, e tutti i peccati erano cancellati, meno l'ultimo, 
il più grave. E quella donna tornò ancora una volta e vide 
che portavano BasiHo, morto, al sepolcro. Allora pose la 
pergamena sul cataletto e dopo un po' la riprese : e non 
\'era più nessuna traccia di scritto. 

Questo vuol significare che i santi, a dispetto delle fa- 
cili irriverenze, son più potenti dopo la morte — perchè 
più vicini a Dio — che in vita. 

BASISTA 

Personaggio molto considerato dai signori « camorristi ». 

E colui che getta le basi d'un « bel colpo ». Potrebbe 
dunque fare scuola a molta gente onesta che unicamente 
non delinque per mancanza di pratica. 

344 



BASSIFONDI 

Si sottintende « della società ». 

Così è chiamato, dall'olezzante Borghese, quel cenciume 
(infetto, si capisce, nel corpo e nell'anima), che brulica 
pei quartieri poveri delle grandi città. 

L' Omo Salvatico immagina l'apparizione improvvisa, 
in una metropoli moderna, di N. S. Gesù Cristo. 

; Egli sarebbe vestito di luce ; ma i peccati degli uomini 
ben vestiti, formandogli intorno come una foltissima nebbia, 
nessun rispettabile cittadino potrebbe vederlo. 

Egli attraverserebbe così, da nessuno riconosciuto, le 
grandi e sfarzose vie dei signori ; ma poi s' inoltrerebbe 
(poiché i poveri attirano il Povero) sempre più splendendo, 
pei dedali miasmatici e cupi, abitati dalla malattia e dalla 
canaglia. 

Là, questo Dio scandaloso e paradossale, ritroverebbe i suoi. 

La prostituta, il ladro, il lebbroso, il girovago, la riven- 
dugliola, tutto l'umano brulichio seminudo dei vicoli igno- 
miniosi, a poco a poco lo riconoscerebbe. 

E allora quella doppia infinita miseria, che non ha più 
fiducia .nell'uomo ed ha smarrito Dio, stenderebbe i suoi 
stracci, come tappeti e arazzi di gran pregio, dinanzi ai 
piedi scalzi e forati del ritrovato Maestro, 

Ed egli, sorridente, come tra fiori di paradiso, vi cam- 
minerebbe sopra, benedicendo e guarendo. 

Ma intanto, la rumorosa gioia dei « bassi fondi » per 
aver tra loro, il Divino Povero arriverebbe fino ai quar- 
tieri abitati dalle persone rispettabili. 

Ed ecco, si formerebbe fra queste una gran paura. 
Correrebbero voci, dicendo che la rivoluzione è scoppiata ; • 
che uno sconosciuto (di certo qualche terribile bolsce^dco 
venuto dall'Oriente) ha « sollevato le masse ». 

La questura si metterebbe in moto ; gli onesti citta- 
dini dalle persiane semichiuse vedrebbero passare trepi- 
danti, plotoni di truppa, auto-blindate, mitragliatrici. 

Ma il focolare della rivolta verrebbe cinto d'assedio ; 
e allora (per nient'altra ragione che per ristabilire l'ordi- 
ne), donne, bambini, vecchi, cadrebbero sotto il piombo 
della legge, « applicata con esemplare severità ». 

345 



Finalmente l'eccitatore « della sommossa » sarebbe pre- 
so ; e sebbene la sua divinità splendesse più del sole, molti 
signori, non vedendo di Lui che un ammanettato tra le 
guardie, lo colpirebbero, nobilmente indignati, con le canne 
da passeggio e gli risputerebbero in faccia. 

In ultimo, verrebbe fuori « 1' edizione straordinaria « : 
« La rivolta comunista domata — Il suo capeggiatore ar- 
restato — Si tratta d'un emissario di Lenin r ». 

E il giornale dei cattolici, superando ogni immagina- 
bile zelo, così tuonerebbe. 

« Noi ci domandiam.o (e non crediamo con ciò di venir 
meno ai nostri sentimenti cristiani) se non sia il caso, ap- 
plicando il codice militare, di far passare per le armi que- 
sto esotico perturbatore della pubblica tranquillità ». 

BASSO DELLA PENNA 

Fiorentmo arguto che teneva locanda in Ferrara. Di 
lui racconta il Sacchetti molti piacevoli motti e fra gii al- 
tri questi — che furon gli ultimi. Durante una pestilenza 
infermò e fu abbandonato da tutti. Chiama il notaio per 
far testamento e fa scrivere che gli eredi siano obbligati 
ogni anno « il dì San Jacopo di luglio dare un paniere di 
tenuta di uno staio di pere m.ézze alle mosche, in certo 
luogo per lui deputato. E dicendo il notaio : Basso, tu mot- 
teggi sempre, disse Basso : Scrivete come io dico ; pe- 
rocché in questa mia malattia io non ho avuto né amico 
né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le 
mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederei 
che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse 
loro merito ». . 

Mentre era agli estremi « andò a lui una sua vicina, 
come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e 
disse : Basso, Dio ti facci sano ; io sono la tua vicina 
monna Buona. E quelli con gran fatica guata costei, e 
disse appena che si potea intendere : Oggimai, perchè io 
muoia, me ne vo contento, che ottanta anni che io sono 
vissuto, mai non me trovai alcuna buona ». 



346 



BASTA ! 

A Napoli (così e' informava il Corriere della Sera del 
3 dicembre 1922) veniva rappresentata sulle scene di quel 
« popolare » Trianon La Mandragora (« spettacolo non per 
signorine ») di Nicolò Machiavelli. 

Il pubblico colto partenopeo, opportunamente avvertito 
dai cartelloni affissi per la città, sul contenuto ultra-ficcante 
della commedia, er^ accorso lodevolmente al teatro, lasciamo 
andare se con signorine o senza. 

Alzatosi il sipario, furono ascoltate le prime scene con 
grande aspettativa e quasi in religioso silenzio ; ma poi 
incominciarono a verificarsi qua e là dei segni d' impazienza; 
il malcontento andò gradatamente crescendo, si propagò, si 
trasformò in numerose e vivaci proteste, e in ultimo esplose 
irrefrenabile, dal loggione alla platea e dalla platea ai palchi, 
con una generale e clamorosissima dimostrazione ostile. 

Si gridava dappertutto : Basta ! Basta ! Ma che inde- 
cenza è questa ? Rendeteci i denari ! Abbasso P impresa ! 
Abbasso l'autore ! 

Ebbene : intendeva forse dire quello spregiudicato sì, 
ma rispettabile pubblico, « troppa grazia Sant'Antonio : » 

Ohibò ! 

Egli esprimeva semplicemente, con simili minacce, ulu- 
lati e grugniti, il proprio legittimo sdegno contro l'impresa- 
rio e l'autore che l'avevano volgarmente « turlupinato ». 

Egli s'aspettava l'oscenità peposa ch'era stata promessa, 
e non uno spettacolo da capannuccia come quella insulsa 
Mandragora di quel certo Signor Machiavelli, mai sentito 
nominare. 

Conclusione : la barbogia e casta commedia del Se- 
gretario Fiorentino (chi vuol far l'altrui mestiere fa la 
zuppa nel paniere) giustamente cadde ; "e fu sostituita 
con altra, ben più distinta e molto meglio cantaridata, di 
pura marca parisienne. 

BASTIGLIA 

Lo sbastigliamento della Bastiglia è l'atto di nascita 
della Democrazia Moderna — tanto eh' è la festa nazionale 
della « Grande Nation ». 

347 



Non sarà male, dunque, ricordare che nella terribile 
Bastiglia non furon trovati che sei o sette prigionieri di poco 
conto e che le poche forze (32 svizzeri e 2 invalidi) pre- 
poste alla difesa passarono agli insorti, sicché l'eroica gesta 
dell'eroica plebe si ridusse a una rumorosa buffonata. 

BASTO 

Entre ceux que faspire à ne pas voir souvent, 
je compu des premiers ces amples personnages^ 
ces àoctes et ces forts qui, pleins de verbiages, 
vont la the en arrière et le ventre en avant. 

Je les trouve partout gonfie s du mème vent : 
ils savent qu-Hls soni gros, ils savent qu'ils sont sages, 
et fiers de tant peser, épanchant des adages, 
estitnent de nul prix tout autre etre vivant. 

Così Veuillot. 

Ma non appena 1' Omo Salvatico potrà uscir dal 
bosco ed appagare il desiderio, da tanto tempo covato in 
seno, di farsi sanguinario tiranno della propria patria, 
non tralascerà, fra 1' altro, di adoprar subito conveniente- 
mente questi illustri per alleggerire coi loro larghi gropponi 
la fatica degli utih, modesti e pazienti ciuchi. 

Egli (avendoli prima reclutati diligentemente nelF uni- 
versità, nel fòro e nel giornalismo) li farà venire alla sua 
presenza ; li farà metter carponi ; poi ordinerà che sia 
loro addossato sulla schiena un pesante basto sul quale 
farà caricare un grosso sacco di pietre (simboleggianti le 
loro opere scientifiche, letterarie o politiche) e in ultimo 
(pena la testa) ordinerà che ciascun d'essi le porti pure li- 
beramente al costruendo edificio della propria immortalità ! 

BASTONE 

Sessant'anni fa, e anche dopo, si cantava, in Italia, così 

Bastone tedesco Vltalia non doma. 

Eppure per domar 1' Italia- ci voleva, a quanto pare, 
un bastone — ma italiano. 



BATACCHI DOMENICO (1748-1802) 

Verseggiatore porco e per giunta mediocre della Tosca- 
nina infranciosata. Per le suddette qualità fu letto (ed è 
letto) da tutto il lìlisteume provinciale — che in fatto di 
letteratura non beve che la goccetta rettorica e lo scolo 
pornografico, 

BATRACI 

Quando i socialisti italiani gracidavano rivoluzione, ba- 
stava tirare nel querulo stagno qualche sasso (vale a dire 
qualche revolverata) perchè sopravvenisse immediatamente 
« un silenzio di tomba ». 

Poi, dopo un poco, ri gracida vano. 

Stesso metodo e stesso risultato. 

La cosa (nonostante « i tempi dinamici ») era veramente 
monotona. 

BATRACOMIOMACHIA 

Attribuivano ad Omero questo poemetto sulla guerra 
dei topi e delle rane — ma dev'esser di Tersite, geloso del- 
l' Iliade. A Dio tutte le guerre degli uomini posson sem- 
brare guerre di sorci e ranocchi, anzi di pulci e pidocchi 
— ma Dio sa pure che per gli uomini combattere e morire 
sono grandi cose e basta che la passione sia grande per gran- 
dificare anche una battaglia di atomi. Il Leopardi, nei Pa- 
ralipomeni alla Batracomiomachia, volle coglionare — lui, 
uomo di ghiacciate arguzie — i primi moti dei liberali ita- 
liani e le speranze democratiche, materia, per un italiano, 
piuttosto di pianto che di riso. Ma il Leopardi, grandissimo 
quando canta la propria disperazione, alla vita degli altri 
uomini era chiuso : né sapeva amarli e averne pietà ; né, 
disprezzandoli, far ridere a loro spese. 

BATTELLI GUIDO (1869) 

Se avesse saputo dipingere sarebbe stato un miniatore. 
Ha il gusto e la passione per la cose rare, squisite, pure, 
spirituali. Lo esaltano i mistici cristiani, le sculture delle 
cattedrali gotiche, ti candore delle leggende agiografiche, 
le tavole a fondo d'oro dei primitivi. Scrive poco, ammira 

349 



molto ; scopre e rivela a quando a quando, esumandoli 
religiosamente dai loro codici dimenticati, tesori d'arte, di 
poesia, di fede. 

Per sottrarsi alla brutale modernità, che detesta, si 
rifugia nel? ieratico Medio Evo e conversa con gli artisti 
e coi santi di quell'età prodigiosa. 

Se ci raccontasse, in un libro, qualcuno di quei collo- 
qui, scriverebbe un capolavoro. 

Ma forse non lo farà. Perchè il suo spirito, soprattutto 
religioso, rimane come assorbito, attraverso all'arte, nella 
visione di Dio. 

BATTERE 

« Battete e vi sarà aperto », dice Cristo. Ah no ! risponde 
Narciso Francatrippa. Se m'apri, che mi dai ? Chiacchiere ! 

10 non batto che agli sportelli della Banca ; la quale, 
grazie a Dio, non mi manda in pace coi discorsi. 

BATTESIMO 

Battesimo del fuoco. 
Battesimo della gloria. 
Battesimo della scienza. 

11 vinaio, che sa fare il suo mestiere, battezza il vino ; 
e Fanfulla da Lodi (nel Niccolò de' Lupi — immortale 
romanzo di Massimo d'Azeglio — ), vestito spiritosamente 
da prete, battezza la gente con una granata. 

Tutti battesimi rispettabili. 

Ma ce n' è uno che non sa di nulla : Quello, (inten- 
diamo) che si compie al fonte battesimale e che \'iene spie- 
gato nel Catechismo con queste strane parole : « Il batte- 
simo è il sacramento che ci fa cristiani, cioè seguaci di 
Gesù Cristo, figli di Dio e membri della Chiesa ». 

— Sarebbe a dire ? — sì domanda giustamente il cav. 
Deifobo Luciferini — . 

« Dunque un pizzico di sale, un po' d'acqua versata 
sul capo del neonato (il quale, a quell'età, ^a va sans dire, 
è del tutto incosciente) alcune parole in latino, pronunziate 
dal prete a cui risponde, pure in latino, (e cioè — notate — 
senza sapere affatto ciò che dice) quel Tizio chiamato « il 



Compare », avrebbero la virtù di fare d'un bambino, nato 
da pochi giorni, un seguace (come dicono) di Gesù Cristo I 

«Ma ecco, se ce ne fosse bisogno, una prova vivente 
che dimostra tutto il contrario. 

« Guardate me. Non hanno avuto voglia di battezzarmi ! 
Appena raggiunto (e fu, non fo per dire, precocemente) 
l'uso della ragione, mi dissi : Tutte trappolerie di preti. 
Ed è vent'anni che ho l'onore di militare (non fra gli ul- 
timi) nella « Salute Satana » di Lonza, filiale della As- 
sociazione Internazionale del Libero Pensiero. Ma poi, 
se vogliamo discutere, discutiamo pure. Come si fa ad 
esser seguaci di Gesù Cristo ? Prima di tutto non si può 
esser seguaci d'un mito ; e in secondo luogo, supposto 
che questo tale Gesù mito non sia, chi potrebbe avere il 
cuore tanto malvagio da dire, per esempio alla propria 
madre : « Donna, che e' è fra me e te di comune ? Op- 
pure : e Lasciate i morti seppellire i loro morti ». Ov- 
vero : « Io non ho padre ne madre né fratelli né sorelle ». 

« Ebbene : se questo loro Cristo, tanto decantato, mi ve- 
nisse davanti, io (che come tutti sanno non porto barbaz- 
zale per nessuno) mi farei un dovere di parlargli chiaro : 
« Lei, caro Signore, gli direi, con tutta la sua scroccata di- 
vinità, ha delle massime che non sono da galantuomini, 
capisce ? 

« E sarebbe il minimo che l' indignazione mi farebbe 
venir su dai precordi. 

« Ma passiamo a quell'altro periodo della così detta 
Dottrina Cristiana che riguarda il battesimo. 

«Dunque sempre un pizzico di sale, un po' d'acqua spor- 
ca e le parole da negromanti che accompagnano l'assurdo 
rito, trasformerebbero ogni marmocchio non solo in un 
seguace di Cristo, ma anche in un figlio di Dio e in un mem- 
bro della Chiesa. 

«Lasciando stare, per ora, il membro, osservo che i non 
battezzati non sarebbero dunque, secondo la religione cat- 
tolica, figli di Dio. 

« È vero che noi liberi pensatori sappiamo benissimo 
che l'umanità è figlia della Natura e non di Dio, perchè 
la Natura esiste e Dio no. 



351 



«Mala Chiesa (groviglio di contraddizioni, di supersti- 
zioni e di falsità) insegna pure che Dio è padre dì tutti 
ffli uomini, battezzati o non battezzati che siano. 

«E allora ? Chi ci capisce è bravo. 

In ultimo, eccoci al.... membro della Chiesa. 

« Membro della Chiesa io, perchè mi avete imposto le 
vostre stregonerie, in una età in cui non potevo elevare 
contro di voi la benché minima protesta ' 

« Ma siete pazzi. Se voi mi battezzate quando non ca- 
pisco nulla, appena sono in grado di capire mi sbattezzo. 

« Ed ecco che non son più, in questo caso, un vostro 
membro, né voi avete il diritto di annoverarmi fra quei 
cretini che contribuiscono con la loro supina ignoranza a 
tenere aperta la vostra Santa Bottega. 

« In una parola, io e tutte le persone che ragionano, 
siamo, nonostante il battesimo, pagani. 

« Tant' é vero, che io ed altri liberi cittadini di Lonza, 
in nome della libertà e del progresso, abbiamo battezzato, 
coraggiosamente, da noi stessi, i nostri figlioli col vino ». 

BATTISTI CESARE (1875-1916) 

« La religione dell' Unità italiana ha avuto il suo Cristo. 

« C è nel martirio di Cesare Battisti una santità di Cal- 
vario che turba ed esalta. L^n sapore nazzareno possente. 

« C è la fuga eroica, in Italia, per il bando dell' Erode 
di Prussia ; la predicazione del Verbo ; la disputa coi dot- 
tori del socialismo « nefando ». Eppoi l'arresto, per la desi- 
gnazione di un Giuda ; la Via della Croce, col suo Cireneo 
e le percosse. 

« Infine il Golgotha ; con la scomparsa della salma e il 
terrore delle scolte. E l'Ascensione. 

« Non basta. 

« C é il volto del martire che ripete la maschera divina 
con un vigore ed una fedeltà incredibilmente fatidica. 
Oberammergau — la cittaduzza della decennale rappresen- 
tazione cristiana — non ebbe mai per virtù di trucco, d'a- 
biti o di maquillage, un protagonista più sosia del « dottore 
di Trento ». 

Così, e non altrimenti, nel Corriere di Lonza (numero 



del 12 luglio 1922), il suo redattore-capo sig. Colafulmini 
Naborre, incominciava un poderoso articolo, dal titolo in- 
dovinatissimo : « Il Sacrificio di Cesare Battisti ». 

BATTO 

(pastore, tra sé e se, incontrando Mercurio che spinge in- 
nanzi un branco di vacche) : 

« Nova ! Il lupo perde il pelo.... ». 

Mercurio (che ha rubato le vacche e capisce che il pa- 
store ha capito) : 

«Psiss!... Questa è una vitella; ma oh, buci ! ». 

Batto, presa la vitella, fa un cenno come per dire : 
« Non ci slam visti ». 

Ma poi, Mercurio, strada facendo, ci rimugina : « Fi- 
dati è un bon omo, ma non ti fidare .... ». 

E mutata veste e fisonomia, in men che si sputa in terra, 
si ripresenta a Batto. 

« Ehi galantomo, avete visto passar nessuno con un 
branco dì vacche e la faccia, salmisia, di ladro ? ». 

Batto tira fuori il labbro inferiore che par quello d'un 
ciuco e si fa rientrar la testa fra le spalle come una tar- 
taruga, 

« Eh, capisco (seguita Mercurio) ma non dovete far 
mica la spia gratis ? Se sapete dirmi chi era e che dire- 
zione ha preso, recuperato eh' i' abbia il capitale, vi re- 
galo una vacca e un bove ». 

E Batto svescia. 

Chiosa dell'Omo Salvatico : 

Lo disse Dante e lo ripete il Tasso : 

fra il galantomo e il ladro un dito scarso. 

BAUCI (E FILEMONE) 

Mercurio (a Giove, mentre l'uno e l'altro, vestiti da 
viandanti, attraversano, di notte, un villaggio della Tra- 
cia). « E mille ! ». 

Giove. « Meno male che non eravamo tanto sotto ». 

Mercurio. « Lo dici te ; se non facevo un salto all' in- 
dietro, vedevi come mi condivano ». 

353 

23. — Dizionario dell'Omo Salvatico, 



Giove (con un lembo di mantello in mano), « Sbaglio, 
è questa è m.... ì Almeno ci fosse un lampione ». 

Mercurio (fiutando come un can da penna) : Peuh! che 
fetore ! Scostati, per piacere, che mi si rivolta lo stomaco. 

Giove. « Dunque è m.... ! Fortuna che sono intasato. 
Ma proviamo a bussare a quest'altra porta ». 

Mercurio, a E poi, più ce ne fanno e più le sconte- 
ranno. Non è vero, padrone ? ». 

Giove. « Ali, per me stesso !, lo vedrai come te li saprò 
cucinare quando avremo finito di fare il giro. Ma bussa 
ti f dico )\ 

Mercurio. «Tan! tan ! tan ! » (Silenzio perfetto). 

Giove. « Ribussa >i. 

Mercurio (più forte). « Bum ! bum ! bum ! ». 

Una voce rauca, dall' interno. « Chi è ? ». 

Giove. « Siam fascisti ». 

Da una finestra spalancatasi rabbiosamente. « Ta, 
ta, ta,.., taratatà....ta.„.ta.... ». 

Mercurio (raccattando la pallottola), « Figli di cento- 
mila corpivendole ! ». 

Giove (olimpicamente, allo sparatore). « E cosi, abbiamo 
conosciuto anche le vostre opinioni. Be, andiamo avanti ». 

Mercurio. « Oramai non ci resta che provare a quella 
casupola laggiù. È l'ultima, se non m' inganno ». 

Giove. « Proviamo, ma, non dubitare, son tutti della 
stessa tinta », 

Mercurio, k Che gente ! Scommetto che se anche sa- 
pessero che siamo Dei non ci tratterebbero diversamente ». 

Giove. « Forse (mannaggia alle pozze !), ci tratterebbero 
anche peggio, quest'assassini! Ma eccoci. Picchia dunque». 

Mercurio. « Tan ! tan ! tan ! », (S'accende un lumicino, 
poi si schiude una finestra). 

« Che cercate, cristiani, a quest'ora bruciata ? ». 

Mercurio (piano a Giove). «Toh! questo ci piglia per 
cristiani ! ! Giove, dammi retta, non toccare il tasto della 
religione ; e rispondigli perbenino ». 

Giove (sottovoce). « Statte queto », (Poi, forte) : « ga- 
lantorao, scusate, sapete, se vi s' è destato ; ma che ce 
Io dareste, pagando, un po' d'alloggio ? ». 

354 



La voce dalla finestra. <; Sapete, cosino, per via 
d'una sbardellata che ho fatto stamani a scaldare il forno, 
m'è venuta la voce roca e perciò vi son parsa un omo ; ma 
io non sono un omo, son Bauci ; e Filemone che sarebbe, 
com'a dire, il mi' omo, non ha sentito nuUa e russa che 
mi figuro lo sentirete anche voi di costaggiù ; ma ora lo 
desto, subito, non dubitate, e poi, se siete davvero gente 
per bene, come parrebbe, si vedrà d'accomodarvi alla me- 
glio, eh ? 

Mercurio (a Giove). « sta a vedi, veh, che questa volta 
s' è trovato l'Araba Fenice ! ». 

Giove. « Bah, io casco, per la prima volta, dalle nu- 
vole ». (Di lì a poco il lume sparisce dalla stanza ; poi si 
sente levare un paletto e la porta s'apre. Due vecchini, un 
omo appoggiato a un bastone e una donna, con un lume 
a mano, si protendono dalla soglia). 

Filemone. « Ehi, gente ! se volete passar la notte al 
coperto, non fate complimenti ; e non crediate che vi 
s'alloggi per interesse. Ma prima, scusate una parola : Se 
siete galantomini, figuratevi se ci s' ha piacere ; e se siete.... 
non per offendervi, veh...., ma, gua, sapete...., noi non vi 
si conosce..,., se siete, volevo dire persone di malaifare...., 
o caspio, si starà a vedere !... passate listessamente ». 

Bauci. «Dice bene il mi' omo; tanto, da questa 
casa (se non rubate noi, che non costiamo una mezza era- 
zia) non e' è da portar via, grazia a Dio, che un po' di mi- 
seria ». 

Ma ora che vi scrognolo meglio (avvicina ai pellegrini 
il lume a mano) vo' mi parete davvero due facce da cri- 
stiani. E specialmente voi (a Giove), con cotesta bella 
barba, avete tutta l'aria d'un signore. 

Filemone, chiudiamo l'uscio, e portiamo le loro Eccel- 
lenze, che mi sembra (non per offendere) che abbian gli 
occhi tra' peli, nella camera de' forestieri ». 

(La mattina dopo, alle 7 ^^) : 

Giove (dall'uscio di camera, con voce tonante). « File- 
mone, Bauci ! ». 

(Filemone e Bauci si presentano). 

Giove (come sopra). « Noi non siamo pellegrini, ma Dei », 

355 



Filemone e Bauci (in coro). « Eh ! ! » (Cadono in gi- 
nocchio a mani giunte). 

Mercurio. « Niente paura ». 

Giove. « Animo, animo, seguiteci ! ». Scendono la scala 
tutti insieme, infilan l'uscio e via. 

Cammina, cammina, cammina e cammina, (prima 
Giove, poi Mercurio, e, dietro i due vecchini dell'aceto) 
arrivano sul cucuzzolo d'un monte, da dove si vede, in 
fondo il villaggio : 

Dice Giove ai due vecchini : « Lo riconoscete quello 
laggiù ? ». I vecchini in coro : « Aho ! ». 

« O state a vedere, veh : uno, due e tre ! guardate 
ora : Che vedete ? 



Filemone. 1 
Bauci. J 



Dio ! Maria ! ». 



Filemone. «Tutto in isfacelo, ogni cosa ! ». 

Bauci. « Filemone, ma sogno o son desta ! Guarda ! ». 

FiLEMONF. «Che cosa?». 

Bauci. « La nostra Casina ! O che se' cieco ? Non lo 
vedi che la nostra Casina è rimasta ritta ». 

Giove. — « Eh, che vi pare ? Siamo o non siamo Dei ? 

E ora, in ricompensa d'averci dato da dormire e di non 
essere stati dei birbanti come tutta quell'altra gentaccia 
alla quale abbiamo fatto fare la morte del topo, chiedete 
e domandate e vi sarà concesso ». 

Dice Bauci (che, come donna, ha lo scilinguagnolo 
più sciolto) : « Signori Dei, troppo garbati ! Ma se volete 
proprio farci un piacere di quelli grossi, sentite me : Noi 
figuratevi, si vorrebbe, se son vi scomoda, vivere insieme 
ancora per qualche anno, laggiù nella nostra casina e poi 
morire, ma non uno prima e uno dopo, m' intende, bensì 
tutti e due insieme, proprio nello stesso minuto ; perchè, 
guà, sarà pretender troppo, non dico, ma a partire uno 
prima e uno poi, dopo cinquant'anni di matrimonio...., 
dopo che non ci siamo tirati mai neppur un nocchino.... 
Non è vero, Filemone ? » E Filemone : « Quello che volevo 
dir io 1' ha detto lei. Sì Eccellenze, non desideriamo che 
questa ». 

Giove, a E allora, attenti : Uno, due e tre : Fiat ! ». 



È Filemone e Bauci e Mercurio e Giove, nello stesso 
battibaleno, da quel cucuzzolo di monte, si ritrovarono 
gli uni laggiù nella casina, gli altri lassù, lassù, lassù, vat- 
tel' a pesca dove, nell'Olimpo, 

Dopo una diecina d'anni, una bella sera di Maggio, 
Bauci e Filemone, (sempre più vecchini dell'aceto) sta- 
vano a pigliare il fresco fuori dell'uscio ; quand'ecco (certe 
cose a que' tempi erano all'ordine del giorno) la donna di- 
venta una quercia e l'omo un tiglio ; e i rami e le fronde 
delle piante s' intrecciano innamoratamente fra loro e gli 
uccelli, cantando, tutte le primavere ci volan sopra e ci 
fanno il nido. 

Una lettrice daW unghie rosse : « « Ahuff ! » (Suona il cam- 
panello). All' « istitutrice svizzera» che appare : «Donnez- 
moi, s'il vous plait, le roman que j'ai oubllé dans ma 
chambre ». 

BAUDELAIRE CARLO (1821-1867) 

Gli scrivanelli tardioli che scorrazzano su per le gaz- 
zette son rimasti ancora all' idea di Baudelaire satanista 
e satanico ; infernale giardiniere dei Fiori del male. Dedi- 
chiamo a codesti moscardini della fiera ignoranza ì se- 
guenti pensieri del martire Baudelaire : 

« L' invocatìon à Dieu, ou spiritualité, est un désir de 
monter en grade ; celle de Satan, ou animalité, est une 
joie de descendre » {Oeuvres Posthumes, io6). 

«Il n'existe que trois étres respectables ; le prétre, le 
guerrier, le poète, Savoir, tuer, créer » (0. P. 107). 

« Les abolisseurs d'àmes (matérialistes) sont nécessai- 
rement des abolisseurs òìenjer ; ils y sont, à coup sur, in- 
téressés » (0, P. 108). 

« Avant tout étre un grand homme et un saint pour 
sol méme » (0, P. 114). 

« Il n'y a d'intéressant sur la terre que les religions » 
(0. P. 118). 

« Théorie de la vraie civilisation. Elle n' est pas dans 
le gaz, ni dans la vapeur, ni dans les tables tournantes. 
Elle est dans la diminution des traces du péché originel » 
(0, P. 118), 

.357 



« Faire son devoir tous ìes jours et se fìer à Dieu, poui' 
le lendemain » (0. P. 132), 

« L'homme qui fait sa prière, le soir, est un capitaine 
qui pose des sentinelles. Il peut dormir» (0. P. 134). 

« Toutes les hérésies (croyance au progrès, etc.) ne sont 
après tout que la grande hérésie moderne de la doctrine 
artificielle substituée à la doctrine naturelle : je veux dire : 
la suppression de l'idée du péché originel » {Corresp. 21 jan- 
vier 1856). 

Anatole France scriveva, esaminando la sua poesia : 
« La morale de Baudelaire ne diffère guère de celle des 
théologiens ». Badando alla lettera il France esagera a 
malizia, ma nel fondo ha ragione. E si capisce che il 
grande Veuillot, nell' Univers del 2 settembre 1867, al- 
l'annunzio della morte, potesse scrivere così : M. Char- 
les Baudelaire, auteur d'un volume de poésies qui a fait 
un bruit regrettable, est mort hier, après une maladie 
de plusieurs années. Il avait demandé et il a re^u les sa- 
crements. Il avait du talent et ses pensées du fond de 
l'àme valaient mieux que celles qu'il a montrées.... Dieu 
a eu pitie de son àme qu'il opprimait lui méme et la fin 
de Baudelaire console ceux qui, le connaissent mieux qu'il 
ne voulait se connaìtre, le plaignaient, le condamnaient et 
ne cessaìent pas de Palmer ». E Veuillot non conosceva i 
pensieri che si leggon sopra, pubblicati molti anni dopo 
la morte. 

BAULE 

Oggetto d' indiscutibile necessità ; ma sornione, chiuso, 
immobile, che non dice né vede nulla e che non si sa mai 
che cos^abbia in corpo. 

Perciò, nella lingua del Borghese, « viaggiare come un 
baule » significa : 

Non importunare i compagni di viaggio ; 

non mettersi a raccontare per un'ora di seguito le di- 
sgrazie del proprio gatto ; 

non cercar di sapere da chi ci sta accanto o di faccia, 
da dove viene, dove va, che fa ; 



non far le viste d'occupar tre posti mentre nello scom- 
partimento e' è della gente in piedi ; 

non andare a visitare le principali meraviglie della città 
d'arrivo, come, per esempio, i postriboli, il mercato pub- 
blico o i pubblici mattatoi ; 

non cadere in estasi davanti ai negozi scintillanti delle 
vie centrali ; 

non mangiar le « vongole » a Napoli, il « cacciucco » 
a Livorno o il « panettone » a Milano ; 

dimenticarsi (essendo a Roma) di salire sulla Cupola 
di San Pietro e di scrivere nella parete interna della palla 
il proprio nome e cognome ; 

non rubare il portafoglio o segar la gola, in treno, al 
compagno sconosciuto che dorme e, soprattutto, non far 
viaggiar nel baule, « come un baule », la propria moglie, 
accuratamente tagliata a pezzi, il giorno prima della par- 
tenza. 

BAUMANN EMILE (1868) 

L'esser professore universitario non gì' impedisce (mira- 
colo !) d'essere uno scrittore. 

Nato a Lione il 24 settembre del 1868, incominciò a 
rivelarsi in età già matura. 

V Immolé (il suo primo romanzo) è del 1906; dopo 
vengono in luce, in un settennio, La Fosse aux lions e 
Le Bapteme de Pa ulive Ardel. 

Poi, scoppiata la guerra e per tutta la sua durata, ad 
eccezione di qualche articolo furibondo contro i tedeschi, 
silenzio. 

A guerra finita, altri quattro libri : Le jet sur Cen- 
ciume, La paix du septième jour, VAbbé Chevoleau e ulti- 
mamente Job le Predestiné. E se a questi sette volumi 
s'aggiungono Les grandes formes de la musique (critica) e 
Trois villes Saintes, che furono scritti prima de Vlmmolé, 
l'elenco delle sue opere è completo. 

Scrittore di pensiero, occhio vigile, acuto ed aperto 
sull'onde torbide e tempestose delle passioni ; mente, cuore 
ed anima illuminati dal lume inestinguibile della fede, col 
quale, sanza paura, sentendoci sempre in Dio, si può di- 

359 



scendere in ogni abisso ; certo della verità rivelata cKè 
gli rivela a sua volta la ragione di ciò che, per i non cre- 
denti, è inesplicabile ; egli, dopo averci fatti passare attra- 
verso al dolore, all'errore e all'orrore della tragedia, ci 
innalza fino alla sfolgorante luce di Cristo e con essa ci 
fa vedere il perchè divino della tragedia e la continua ne- 
cessità dell' immolazione per controbilanciare la colpa e 
disarmare il braccio di Dio. 

In tutti i suoi romanzi qualcuno, immolandosi per le 
colpe altrui, col proprio sacrificio fa ritornar la pace do- 
v'era la guerra, la luce dov'era la tenebra. Il sacrificio 
accettato o cercato con gioia, per la salvezza dell'anime 
è la legge centrale ed invariabile del cristianesimo ; ecco 
perchè intorno a questo unico pernio Emile Baumann fa 
muovere i molteplici personaggi delle sue tragedie. . 

Ma questa concezione profonda, maschia ed austera 
della religione e dell'arte, non è fatta per conciliargli le 
simpatie universali. 

I cristianucci moderni vogliono un cristianesimo facile, 
che si adatti al secolo, che non pretenda eroismi ; il cri- 
stianesimo insomma dell? porta larga, per la quale si possa 
passare in carrozza. 

Invece il cristianesimo di Baumann è quello della porta 
stretta, della cruna dell'ago ; quello che non ignora che 
non si può ascendere fino all'amore che per la scala del 
dolore. 

Qualità, dunque, poco raccomandabili. 

E, infatti, questo magnifico scrittore, non popolare in 
Francia, era conosciuto appena da quattro gatti in Ita- 
lia prima che il premio Balzac facesse conoscere il suo 
nome perfino ai lettori dei quotidiani. 

BAUR (FERDINANDO CRISTIANO) (1782-1860) 

Vecchio amminicolone tedesco il quale, impestato dalla 
filosofia di Hegel, come tanti della sua generazione, volle 
buttare all'aria la storia del Cristianesimo primitivo e fondò 
quel famoso covo di contavirgole, di spaccapeli e di affet- 
tanuvoli che si chiamò la Scuola di Tubinga. 

Per codesto Baur la tesi fu Pietro, giudaizzante, e Tan- 

360 



ti'iesi Paolo, universalista — nemici in vita furono riconci- 
liati nella sintesi rappresentata da un Protovangelo perduto 
che servi di base ai tardivi sinottici. Negò l'autenticità di 
moltissime epistole di San Paolo ma gli stessi ipercritici 
venuti dopo gli hanno dato torto su quasi tutto. Ciò non 
toglie che anche oggi i tuttesalle dell'anticristianesimo 
parlino di Baur come d'un San Giorgio vittorioso del dra- 
gone dell'ortodossia. 

BAVA 

Del bambino in fasce, 

del vecchio nonagenario, 

del rospo impalato, 

del cane arrabbiato, 

del prete spretato, 

del letterato abortito, 

del demagogo in bigoncia, 

del giornalista ricattatore. 

Tutta una luminosa gradazione ascendente. 

BAVAGLIO 

« Invano si mette il bavaglio all' Idea ». 

Pensiero del sig. Colafulmini Naborre, 
redattore capo del Corriere di Lonza. 

BAYLE PIETRO (1647-1706) 

Uno dei Patriarchi del Libero Pensiero. Il suo Dictton- 
naire critique, che preparò l'Enciclopedia, fu la Bibbia 
dei libertins del Settecento europeo. Il Dizionario deW Omo 
Salvatico vorrebbe esser-?, per il Novecento, il contravve- 
leno di tutti i Bayle che hanno falsificato la storia e vo- 
mitata la verità. 

BAYREUTH 

Famigerata mecca dei wagneromani di prima la guerra 
— famosa perchè la munificenza di un re pazzo edificò 
un teatro (detto anche tempio) alla gloria di un operista 
grande egualmente come musico e come ciarlatano. San- 
tuario che diventò presto, come si meritava, un centro del- 

361 



ì' industria alberghiera, dello snobismo dei vagabondi do- 
rati, e della pappatoria alemanna, 

BAZAR 

vuol dire mercato, emporio ed è il nome che si dà ai hot- 
tegoni moderni dove si vende di tutto. 

Ma non ci sono soltanto i bazar di merci ; tutto, oggi, 
è bazar. Il Parlamento è un bazar di partiti, gruppi, fa- 
zioni ; la maggior parte dei libri son bazar di immagini e 
di pensieri di varia provenienza ; e i cervelli dì ora, sot- 
toposti a un inghebbiamento forzato d' idee, di notizie, 
di parole che mai non cessa, sono i bazar più arruffati che 
esistono e tutto vi si trova, tolta la certezza. 

BAZZA 

Sottinteso : « a chi tocca », 

Questa locvazione « squisitamente » borghese si adopra : 

per un'eredità inaspettata ; 

per « un bel colpo » riuscito ; 

per una vincita al Lotto ; 

per la morte della moglie ; 

per l'acciuffamento d'un portafoglio ministeriale ; 

per avere evitato la galera ; 

e per la famiglia d'un uomo di genio che, dopo aver 
patito la fame mentre quegli era in vita, può mangiare 
una minestra di fagioli da quando è morto. 

BAZZI ANTONIO, DETTO IL SODOMA (m. 1554) 

Fu uno di quegli uomini scapestrati e strambi che gli 
onesti e compassati borghesi chiamerebbero, con un misto 
di riprovazione e d'ammirazione, « un bel tipo r.. 

(i Aveva sempre attorno (dice il Vasari) fanciulli e gio- 
vani sbarbati i quali amava fuor di modo ». Da ciò gli venne 
appioppato (fosse a torto o a ragione, ma forse più a ra- 
gione che a torto) il soprannome ignominioso di Sodoma. 
Del che lo spudorato invece d'adontarsi, rideva e quasi 
se ne gloriava, facendoci sopra perfino « stanze e capitoli e 
cantandogli sul liuto assai comodamente ». 

Dilettav^si oltre a ciò « d'aver per casa di più sorte 

362 



stravaganti animali : tassì, scoiattoli, bertucce, gatti mam- 
moni, asini nani, cavalli, barberi da correr pai], cavallini 
piccoli dell' Elba, ghiandaie, galline nane, tortore indiane, 
ed altri si fatti animali, quanti glie ne potevano venire 
alle mani ». 

Ma la sua bestia prediletta era un corvo. A questi aveva 
insegnato così bene a parlare e perfino a contraffare la 
voce del suo maestro, che quando qualcuno picchiava alla 
porta del Sodoma, invece di rispondere il Sodoma rispon- 
deva il corvo e tutti credevano che fosse il Sodoma. 

Un giorno, i Benedettini di Monte Oliveto presso Siena 
lo chiamarono a finir di dipingere le storie della vita del 
loro santo fondatore già incominciate, sopra una parete 
della chiesa, da Luca Signorelli. 

Il Sodoma (che quei frati, per le tante bizzarrie che 
faceva, chiamavano il Mattacelo) si mise all'opera. Ma 
sembrando un giorno al Generale del convento che alcuni 
affreschi gli avesse eseguiti troppo alla lesta e con poca 
perfezione, se ne lagnò con l'artista. E questi, pronto : 
K Voi dovete sapere, caro padre, che io lavoro a capricci 
e che il mio pennello balla secondo il suon dei denari. Ma 
se volete spender più, vedrete che mi basterà l'animo 
di dipinger meglio ». 

Allora gli fu dato più becchime e più soldi ; e il So- 
doma, da galantuomo, portò a termine altre tre storie 
sulle quali non ci fu nulla a ridire. 

In ultimo essendosi accinto a dipingere quell'episodio 
della vita di San Benedetto dove si racconta che il Prete 
Fiorenzo, nemico del santo, condusse intorno al convento 
molte meretrici le quali, per tentare i monaci, si misero 
a cantare e a ballare, non volle mai che nessuno vedesse 
ciò che faceva ; e soltanto quando ebbe finito e fu sco- 
perto l'affresco, i frati, con grande scandalo e meraviglia, 
videro che vi aveva raffigurata, con pose sconcissime, una 
danza di donne nude. E poiché il generale del convento, 
voleva buttar giù, indignatissimo, quelle oscenità, il So- 
doma disse : « State buono : perchè come son abile a spo- 
gliar le femmine, altrettanto bene le so vestire ». E ri- 
messosi all'opera fece sparire ogni scandalo. 

363 



Mentre lavorava a Firenze, avendo portato con se un ca- 
vallo da corsa, lo mise a correre il palio e lo vinse. Ed essen- 
dogli stato domandato dai ragazzi che, secondo l'usanza, 
dovevan portare in giro il cavallo vincitore, come si chia- 
masse il padrome della bestia, per gridarne il nome, egli 
disse loro : Sodoma ; e i ragazzi dietro al barbero che 
portava sulla groppa una bertuccia, si misero a gridare 
a squarciagola : Sodoma ! Sodoma ! Senonchè (dice il Va- 
sari) « avendo udito cosi sporco nome certi vecchi dab- 
bene, cominciarono a farne rumore e a dire : Che porca 
cosa e che ribalderia è questa, che si gridi per la nostra 
città cosi vituperoso nome ? ». Cosicché, fattasi gente, ci 
mancò poco che il barbero, la scimmia e il loro padrone 
non fossero lapidati dalla folla. 

In ultimo, vecchio, stracco e povero (aveva più di set- 
tanta anni) ritornò a Siena. Qui (dove aveva preso moglie 
da giovane e poi, essendogli venuta a noia, l'aveva discac- 
ciata e non aveva più voluto vederla) ora era solo : non più 
amicizie, non più gloria, non più follìe ; ma vecchiaia, mi- 
seria e malanni. 

Dopo qualche tempo, caduto gravemente infermo, fu 
portato all'ospedale e vi morì. 

Il suo capolavoro è lo svenimento di Santa Caterina, 
nella Chiesa di S. Francesco, a Siena. Città delle sue follìe, 
della sua gloiia e dalla sua tarda tristezza. 

BAZZOTTO 

Né troppo duro né troppo tenero, cioè in tiro, come 
l'ova lesse. 

L'ovo lesso che rimbalza come una palla e il cui torlo 
è diventato verde, è immangiabile ; lo stesso (gli estremi 
si toccano) quello che, appena toccato, si disfà e si spande. 

L' ideale dunque é l'ovo, ossia l'uomo, bazzotto, ade- 
guato emblema della religione, della politica, dell'arte, 
della letteratura e soprattutto del giornalismo che nono- 
stante la sua mezza cottura, anzi appunto per questo, è 
il primo e non il quarto potere, come erroneamente suol 
dirsi. 

364 



BEATI POSSIDENTES 

Frase attribuita erroneamente ad Ora;iio, il quale però 
(come poeta proprietario ed esaltatore deìVaurea medio- 
critas) avrebbe potuto scriverla benissimo. 

Alcuni pretendono di rintracciarne l'origine in un afo- 
risma latino d' ignoto autore ; ma noi soli sappiamo posi- 
tivamente come, quando e da chi è stata inventata. 

Essa è uscita dalle più profonde latebre dell'anima del 
nostro Comm. Quattrcstomachi ; la cui nascita si perde 
nella notte dei tempi e la cui patria è veramente il mondo 
dacché il miracoloso commendatore si è sempre trovato e 
si trova sopra ogni punto della terra, occupato ad adorarsi 
e soddisfatto, dei suoi beni, del suo appetito, del suo sto- 
maco di ferro e della perfetta lubrificazione dei suoi inte- 
stini. 

Egli dunque, e non altri, con un avana tra le labbra, 
contemplando dopo pranzo, da tutte le terrazze delle sue 
innumerevoli ville, i suoi innumerevoli possessi, ha detto, 
dice e dirà, in tutte le lingue conosciute, e fino alla consu- 
mazione dei secoli, la frase sacra ; e non cesserà la sua 
beatitudine^ se non con la cessazione del mondo e dei suoi 
beati. 

BEATO 

Inutile parlare di questo o quel beato nel senso che a 
questa parola dà la Chiesa. 

Quelli sono beati per modo di dire ; beati chimerici ; 
cioè supposti beati, in un mondo ultramondano del quale 
noi non sappiano nulla. 

L' importante è d'esser beati di qua e di beatificarci 
da noi, « realizzando » il nostro terrestre paradiso nei modi 
che più si confanno alla nostra natura. 

Una volta ho conosciuto uno di questi beati del peso 
specifico di 103 chili. 

Il suo alito sapeva di vino, la sua parola sapeva di vino ; 
tutto il suo paradiso terrestre odorava variamente di vino. 

Egli beveva, mangiava, dormiva, bestemmiava, mal- 
trattava i suoi dipendenti, rimangiava, ribeveva, ribestem- 
miava e ridormiva. 

365 



Tuttavia, per ingentilirsi la psiche, si faceva caricare, 
durante i pasti, dalla donna di servizio, un grammofono e 
stava ad ascoltarne, masticando, le fatidiche note. 

Egli, grosso proprietario di campagna, aveva in cantina 
delle magnifiche botti ovali ; più le passava solennemente 
in rivista, più diventava simile alle sue botti. 

Presto, avendo raggiunto la perfezione della sfera, arrivò 
al punto da non vedersi, da ritto, la punta dei piedi. 

Nelle sere d'estate si faceva apparecchiare nel suo 
giardino ; si faceva accendere due potenti lampade da 
cento candele, e quando tutto era pronto, appariva scami- 
ciato, sudato (per la dolce fatica di portar sé stesso) senza 
cappello, e con le maniche della camicia rimboccate fino 
al gomito. 

Si metteva a tavola ; si sbottonava i pantaloni, si sbot- 
tonava le mutande ; s'aggiustava il tovagliolo intorno al 
collo ; sventava. 

Quella era l'ora ineffabile della sua gastronomica beati- 
tudine. 

Cibo e bevanda sdrucciolavano e s' inabissavano nelle 
immense cavità del suo stomaco. E, mentre mangiava, 
un soprano e un tenore, alternativamente, gli cantavano 
con voce stridula e nasale, dalla tromba d'ottone del gram- 
mofono, le loro più celebri romanze. 

A mezzanotte circa andava a letto ; e il giorno dopo 
programma identico. I suoi contadini lo chiamavano Pallone. 

BEATRICE 

— Quel Dante, diceva una sera il Prof. Mediani, non era 
davvero uno stinco di santo. Anche quella storia dell'amore 
per Beatrice mi va poco giù : quando era di nove anni 
doveva rispettarla perchè minorenne ; da grande doveva 
lasciarla stare perchè moglie di Simone de' Bardi. Eppoi 
e' è anche il caso che non sia esistita davvero e che Dante 
ci tenga sulla corda da tanti secoli parlandoci di una donna 
che non è mai nata. C è chi dice sia la Filosofia ; altri 
la Teologia ; altri la Fede : va' a sappi tu chi dice il vero. 
Filosofia non credo perchè va povera e nuda e Beatrice 
era vestita col tricolore italiano ; la Teologia mi dà l' i- 

366 



dea di una vecchia bizzosa amica de' frati ; e non credo 
che un cattolicone come Dante volesse rappresentare 
la Fede sotto la figura di una ragazzina che va alle feste. 
Del resto una Beatrice s' è avuta tutti nella vita : al- 
meno una. Anch' io, quand'ero in quinta ginnasiale, m' in- 
namorai della figliola del tabaccaio e fu per colpa sua che 
cominciai a fumar le sigarette. Era un po' bassina e mi 
vedeva di buon occhio quando entravo in bottega ; un 
giorno le detti di soppiatto una poesia in onor suo e la volta 
dopo mi rinvoltò in quel foglio stesso le due Macedonia 
ch'ero andato a comprare ! 

« Lì per lì mi dispiacque, anche per amor proprio d'au- 
tore, perchè si trattava di un sonetto acrostico che non 
m'era venuto poi tanto male. Ma non me la presi tanto, 
come fanno di solito i poeti, e rivolsi ad altri più impor- 
tanti pensieri il mio spirito. Dopo parecchi anni la rividi 
sposa d'un mesticatore e, dico la verità, benché un po' me 
ne vergogni, un certo effetto mi fece. La Beatrice della 
mia gioventù era morta e invece della Vita Nuova scrissi 
i Primi Contributi alla storia della fortuna del dramma 
rustie ale nei dintorni di Padova nella terza decade del se- 
colo xvu. 

BEAUMARCHAIS (1732-1799) 

Ex orologiaio, musicofilo, cacciatore di doti, parvenu, 
truffatore, intrigante, affarista, demagogo e porco. 

Insomma il più composito malvivente fra i preparatori 
de a la Grande Rivoluzione » e il vero padre spirituale del 
borghese moderno. 

Ergo, il suo Motrìmonio dì Fi giro, riesumato e rilan- 
ciato da qualche editore intraprendente, dovrebb' essere 
come V Imitazione e la Filotea d'ogni buon democratico 
che si rispetta. 

BEBEL AUGUSTO (1840-1913) 

Socialista tedesco scientifico — profeta del libero amore 
nella futura umanità liberata per mezzo del comunismo 
schiavesco. Nemico egualmente dei patrimoni e dei matri- 
moni, non ha vissuto abbastanza per bearsi alla vista della 



Russia dove le sue teorie hanno creato, in quattro e quat- 
tr'otto, un vastissimo concubinaggio d'affamati. 

BECCARIA CESARE (1738-1794) 

Nel 1766 vollero gli ammiratori del suo libro sui Delitti 
e le Pene che andasse a Parigi dove gli enciclopedisti fran- 
cesi gli fecero grandi accoglienze, proclamandolo « benefat- 
tore del genere umano », per aver condannato la tortura 
e la pena di morte. Nella stessa città, pochi lustri dopo, 
alcuni dei suoi stessi ammiratori, e i discepoli dei suoi am- 
miratori, partecipavano a quei torturanti massacri che si 
chiamano Terrore. 

BECCHINO 

Avanti, avanti ! 

Se le fosse non bastano s'allargherà il camposanto, 
ma nessuno deve restar fuori. 

Un morto insepolto è peggio d'una latrina scoper- 
chiata. 

D'avanzo puzzano i vivi ! 

Ma più se ne sotterra, più ce n' è da sotterrare. 

È tanto che fo il becchino ! 

A forza di scavar fosse quasi quasi, a un certo momento, 
si crederebbe d'aver sotterrato la Vita. 

E invece.... da per tutto ripullula e da per tutto ritra- 
bocca qui. 

Questi fetenti, imbullettati fra quatti' assi, quando ven- 
gon quassù hanno già riseminato laggiù ; ecco perchè non 
si finisce mai. 

Ma ecco, sebbene in ritardo, quel fu sant'uomo del 
cav. Fagotto. 

Vieni, vieni ! Il corpo te l'arrangio io ; però, quanto 
all'anima, qualunque cosa ti succeda, ben inteso, io non 
c'entro. 

BECCO 

1° : Quello dell'Aquila (regina degli uccelli rapaci, e 
simbolo preferito dei popoli conquistatori) si chiama no- 
bilmente rostro. 

2° : È sinonimo di montone ed è applicabile a quei 

368 



bruti sensuali la cui unica gloria consiste nell'esser faci- 
tori di becchi. 

3": Nel linguaggio di Narciso Francatrippa e compagni, 
è colui che è tradito dalla propria moglie. 

Col cristianesimo, (non superficiale, ma profondo e vis- 
suto) il primo perderebbe la propria reputazione e gli air 
tri due sparirebbero. 

Ma viviamo nell'epoca felicemente pagana dei tre bec- 
chi ; e quindi per Gesù non e' è posto. 

BECERO 

è, naturalmente, l'Omo Salvatico il quale ha la bella pre^ 
tesa non soltanto di dire tutte le verità, anche se brutte — 
ma anche quella, più vergognosa, di volerle dire con le pa- 
role preprie, anche se bruttissime. E siccome per giunta è 
fiorentino, cioè della patria dei beceri, non potrà risponder 
nulla a sua giustificazione né tampoco impugnare l'aggiu- 
statezza dell'appellativo. 

Anche Dante, in parecchi luoghi àoiV Inferno, è un be- 
cero di parole e di fatto, eppure fece tanto che gli riuscì 
di salire al Paradiso e oggi una mandra di personcine am- 
modo, garbatine, lisciatine, educatine, tanto da sembrare 
galatei semoventi, perdono gli occhi, il cervello e la vita a 
commentare, insieme agli enigmi, anche le becerate in rima 
di quella linguaccia sboccata del nostro concittadino e pre-- 
sidiatore. 

BECQUE HENRI (1831-1899) 

Autore drammatico galantuomo e perciò disgraziatis- 
simo. 

Non vedendo la vita con lenti color rosa, la riproduceva 
com' è : triste e sudicia. 

Per questa ragione fu costantemente tenuto a rispettosa 
distanza dai signori capicomici e, al solito, perchè gli fosse 
resa giustizia, dovè morire. 

Les Corbe aux e La Parisienne (due commedie caustiche 
ed amare, che infine, rappresentate, trionfarono) ci rivelano 
compiutamente l'arte e l'anima di Becque. 

Il quale è stato ricordato da l'Omo Salvatico, non pef 

369 

34. -^ Dizionario c^ell'On^o Salvatico, 



altro motivo se non perchè, tra i molti ricchi lenoni del- 
l'arte drammatica, fu un artista misconosciuto, povero ed 
austero. 

BEEGHER STOWE (1811-1896) 

Sentimentale femmina romanziera americana, che li- 
berò gli schiavi neri colla sua famosa Capanna dello zio 
Tom. Le molte lagrime sparse su codesto Hbro formarono 
un fiume che divise in due 1' Unione degli Stati Uniti e 
furono tra le cause d' una guerra in cui morirono di fe- 
rite o di malattie più di 300.000 bianchi. 

Lo Zio Tom, finalmente liberato, è tuttora schiavo 
della sua bestialità, del suo boss, del suo pastore, dello wisky 
e ogni tanto, invece di esser frustato, viene impiccato o 
pistolettato dai valorosi esecutori della Legge di Lynch — 
i quali non leggon più, al pari dei rimanenti americani ed 
europei, il micidiale capolavoro della defunta Beecher 
Stowe. 

BEETHOVEN LUIGI (1770-1827) 

La musica di Beethoven non è gioco di suoni e archi- 
tettura d'accordi : ma la passione di un'anima che si espri- 
me col canto, colla speranza d'essere udita nel fragoroso 
silenzio della terra. Quello che e' è in quell'anima di uma- 
namente divino vuol ricongiungersi alla fonte divina da 
cui scaturì, inalzarsi al disopra degli strepiti umani e delle 
umane voci e delle brumaie che nascondono il sole, e risa- 
lire alla sua patria, al cielo. 

Per questo il canto di Beethoven è così nostalgicamente 
doloroso e così dolorosamente nostalgico — e nello stesso 
tempo, quasi alla medesima pagina, così traboccante di 
gioia e trionfante d'allegrezza. La grandezza imprigionata 
dalla mediocrità, la nobiltà schiava del basso, l'amore 
attorniato dalla miseria, fanno che il canto di Beethoven 
sia pianto : il pianto di un titano in catene, di un eroe 
disarmato, di un angelo coli' ali tagliate. Ma da uno spira- 
glio del cielo un raggio dello splendore nativo riscende 
quaggiù ; il dolore si risolve in una voluttà purificata, la 
sordità gli fa udire armonie vietate agli udenti, la morte 

37Q 



stessa gli appare come una promessa d'una vita eh' è da 
più della gioia. 

Per questo, ascoltando la musica di Beethoven, anche 
la più patetica o disperata, non ci sentiamo abbattuti 
ma come rinati e rifatti, in un mondo più nostro dell'usuale, 
più aperto suU' immensità, più alto e più sereno, e pro- 
viamo, invece dell'acedia malinconica dei romantici, una 
nostalgìa della felicità perduta, un rimorso dell'opera non 
fatta, una bramosia di creare, d'affermare, di sormontare, 
un'amorosa volontà di seguire colui che e' inalza, coli' in- 
cantesimo di poche battute tristi e solenni, a quell'altezza 
eh' è sua e dovrebb' esser pure la nostra e di tutti gli uo- 
mini non nati soltanto a comsumar pane e scarpe sulle strade 
delle pianure. 

Beethoven fu profondamente cristiano : non perchè ab- 
bia scritto la Miss a Solennis o l'Oratorio di Cristo sul Monte 
Olivato, ma perchè ha sentito e fatto sentire, come pochis- 
simi, il desiderio spasimante della purità, dell'elevazione, 
dell'amore sovrumano, della gioia celestiale eh' è la vera 
sostanza mistica del Cristianesimo. « La mia arte — scriveva 
a un amico — deve essere consacrata solo a migliorar la 
sorte dei poveri ». E détte largamente — lui che non ebbe 
neppure un po' d'elemosina d'amore — quel che guada- 
gnava a quelli che avevan bisogno di lui ma non dette 
soltanto ai poveri che cercavan monete : dette e ancora 
dà ed eternamente darà a tutti noi, poveri nell'anima, bi- 
sognosi di grandezza e di felicità, le ricchezze inconsuma- 
bili della sua anima di gigante mvitilato e di martire felice. 

BEFANA 

Befani na non mi bucare^ 

ho un corpo duro duro 

che mi sona come un tamburo. 

Dunque la Befana portava con sé anche uno spiede. 

Doveva essere uno spiede lungo lungo, uno spiede acu- 
minato, al quale s'appoggiava come se fosse un bastone, 
e col quale, quando proprio se lo meritavano, bucava ì\ 
porpo ai bambini. 

37^ 



L' Omo Salvatìco racconta queste cose, perchè si ri- 
corda d'essere stato bambino quando c'erano ancora i 
bambini e la Befana ; quando i bambini, essendo veramente 
bambini, credevano che la Befana, nella notte della Befana, 
camminasse di tetto in tetto e discendesse, dalla gola 
del camino, mentre tutti dormivano, a empir le calze. 

Quei bambini di quei tempi, (di quei tempi barbari e 
superstiziosi) credevano anche che le misteriose lucciole, 
scintillanti al buio, sotto il bicchiere, « cacassero » davvero 
i duini e i soldi ; e credevano anche che la Via Lattea, 
lassù lassù, biancastra, nel cielo, fra le innumerevoli stelle 
d'oro, fosse proprio la strada che aveva fatto la Madonna, 
a cavallo al ciuchino, col bambino in collo, accompagnata 
a piedi da San Giuseppe che per bastone s'appoggiava 
a un gigho, quando, perchè il re Erode non le ammazzasse 
il bambino, dovè fuggire dalla Palestina in Egitto. 

Ma dov'era la Palestina, 1' Egitto ? 

Lo stupore dell' Omo Salvatico quand'era bambino più 
d'ora, quando, disteso a pancia all'aria, sull'erba, nelle 
sere d'estate, guardava, con i suoi piccoli occhi d'angelo 
senz'ali, l' immenso cielo, s'accresceva misteriosamente 
quanto più pensava a quella storia meravigliosa della Sacra 
Famiglia che s'era svolta lassù. 

La Palestina ! L' Egitto ! Gli cercava. Ma non vedeva 
che quelle gocciole di latte che la Madonna aveva perdute, 
nella fuga, attraversando impaurita quella immensa fore- 
sta di stelle ; ed egli, l'Omo Salvatico, percorreva con lo 
sguardo quella via nel cielo, quella via bianca e misteriosa, 
che gli sembrava fatta di bioccoli di bambagia e che, seb- 
bene immensa, incominciava da una parte e pareva finisse 
dall'altra. 

La Palestina ! L' Egitto ! Non gli vedeva. Non gli tro- 
vava. Essi dovevano essere dunque di là dal cielo. 

Ma il Cielo ! Era forse il Paradiso ? No, perchè il Pa- 
radiso non si vede che da morti ; e allora tutte quelle stelle 
non erano, secondo lui, che l' impiantito, visto dal basso, 
sul quale, invisibile, camminava Gesù. 

Intorno, un trillìo di grilli, un luccichio di lucciole ; 
più in là qualche gre-gre di ranocchi. 

373 



A quei tempi, al tempi della Befatia e dell' infanziil 
dell' Omo Salvatico, c'erano queste cose. 
Oggi.... 

BEFFA 

Specialità della letteratura italiana antica e moderna — 
segno che nei nipoti di Scipio la crudeltà vuol essere alle- 
gra, o che la burletta tende alla ferocia. 

Bibliografia : Benelli Sem, La Cena delle be-ffe ; D'An- 
nunzio Gabriele, La Beffa di Buccari ; Berrini Nino^ 
// Beffardo. 

BEL- AMI 

Titolo e protagonista d'un romanzo di Guy De Mau- 
passant che dovrebb'esser riesumato ed offerto come indi- 
spensabile vade-mecum a tutti i giovani arrivisti del nostro 
tempo. 

Si tratta infatti d'un pezzo di farabutto che, procedendo 
di sottana in sottana, giunge con questo mezzo (sempre 
raccomandabile) a diventare una « colonna della società «. 

Chi non vorrebbe, dunque, imitandolo, pigliare i due 
soliti piccioni alla stessa fava ? 

BEHEMOTH 

Animale gigante e terribile descritto da Jahvè a Giobbe 
{Giobbe, XL, 15-24). Dicono che sia l'ippopotamo: «Le 
sue ossa sono tubi di rame, le sue membra come verga di 
ferro ». Non sarebbe piuttosto una velata profezia delle gi- 
gantesche macchine metalliche de' nostri tempi ? Non è 
forse la macchina un bestione che ha vene di rame e ossa 
di ferro? E la nostra civiltà quantitativa e meccanica non 
è una civiltà degna d' ippopotami ? 

BELCARI FEO (1410-1484) 

Ottimo fiorentino che in piena Rinascita seppe serbare 
gli spiriti, la fede, la lingua del trecento. La sua vita del 
B. Colombini è un capolavoro di candidezza efficace ; e 
nelle sue sacre Rappresentazioni e nelle sue Laude s' in- 

373 



tontranò passi degni iioìi solo d'un fiaiìimeggiante cri- 
stiano ma d'uno schietto poeta. 

Anima mia, contempla il mio patire ; 
r son Dio Gesù, dolce Signore, 
Che per tuo amore in croce io' morire. 

La tu' cvarizia nù ha le man forate, 
In mezzo ài dua ladri son confitto 
E tanto sono afflitto 
Che non è lingua che '/ potesse dire. 

Per la superbia e vanagloria tua 
Son coronato di spine pungenti : 
Riguarda e' miei tormenti. 
Abbi pietà del mio crudo martire. 

Li tua difetti e piacer sensuali 
M' hanno dal capo cC pie'' ripien di pene : 
E tutte le mie vene 
Versano il sangue pel tuo gran fallire 

BELFEGOR 

arcidiavolo, chiese d' incarnarsi sulla terra come uomo ma 
quando ebbe provato le doglie del matrimonio corse a ri- 
tuffarsi nell' inferno. Questa vecchia novella fa vibrare an- 
che oggi i diaframmi dei nemici delle giuste nozze ma co- 
storo dimenticano che se tutto è puro per il puro è anche 
vero che tutto è diabolico per i diavoli. Nessuno è gran- 
d'uomo per il suo cameriere, diceva non so più qual imbe- 
cille, e un uomo di spirito replicò : Appunto perchè il 
cameriere vede e pensa da cameriere. 

BELGIO 

En Belgique il n'y a que deux partis : les ivrognes 
et les catholiques. 

DUMOURIEZ. 

Le Belge est singe mais il est mollusque. Une prodigieuse 
étourderìe, une étonnante lourdeur. Il est facile de l'op- 
primer, comme l'histoire le constate ; il est presque impos- 
sible de l'écraser. 

Baudelaire, 

374 



BÈLlbt 

ò t)anaìdi. Son quelle cinquanta sotelle che, sposatesi, 
nello stesso giorno, con altrettanti signori (fra loro rispetti- 
vamente fratelli), scannarono nella notte successiva (ad ec- 
cezione della sola Ipermestra) ciascuna il proprio amato 
consorte e, precipitate, per quella prova d'affetto, nelP in- 
ferno e condotte dinanzi a Plutone, furono accolte da que- 
sti coi madrigale che segue : 

« Gentili dame, lungi da me l' intenziorie di mancar 
di rispetto al « bel sesso » ; ma, santo Dio, c'era proprio 
bisogno, per doventar « vedove allegre » d'usare un metodo 
tanto spiccio ? 

Se, prima d'agire, aveste riflettuto un momento, vi sa- 
reste convinte, care testoline sventate, che i vostri signori 
mariti, a cagione del vostro carattere insopportabilmente 
paradisiaco, dopo dieci giorni, al massimo, di luna di miele, 
sì sarebbero tutti quanti impiccati. 

Ed allora, essendosi ridotto il vostro caso ad un sem- 
plice reato colposo, è evidente che invece di trovarvi al 
mio cospetto, sareste state giudicate in ben altra sede. 

Tuttavia (poiché, fra l'altro, siete piuttosto bellocce) 
cercheremo d'abbozzare, compatibilmente all'elasticità del 
nostro codice, e di trattarvi, in ogni modo, con la più squi- 
sita galanteria. 

Ecco qua : noi vi abbiamo già preparato un assai pia- 
cevole passatempo : Volete avere, o madame la compia- 
cenza di voltarvi da quella parte ? (le madame sì voltano 
e Plutone, seguitando) : Quella è una botte sfondata ; 
voi siete pregate, o bellezze, di non fare che questa cosa 
semplicissima : attinger acqua al vicino fiume e gittarla 
continuamente dentro alla botte, finché non l'avrete ri- 
piena. 

Vi capacita la nostra sentenza ? 

Olà, diavoli, e voi conducete al lavoro le quarantanove 
rubacuori ! ». 

Questo mito (che l'Omo Salvatico) ha voluto presentare 
adornandolo di tutte le veneri del proprio stile, alle sue 
gentili lettrici (dalle quali si sa particolarmente idolatrato) 
non rifulge, a dir vero, per eccessiva, chiarezza ; ma ecco 

375 



Venirci in aiuto il noto filògino Massimo Bonteinpem, aiìe 
cui parole altamente cavalleresche, non possiamo non sot- 
toscrivere con ogni membro : 

« La personalità deUa donna (egli dice, e noi, ben vo- 
lentieri ripetiamo) è fittizia, e però le occorre essere perpe- 
tuamente riempita per reggersi ; e come è riempita, auto- 
maticamente si svuota e richiede nuovo alimento. Fra le 
tante fantasie interpretative che si diedero delle allegorie 
mitologiche, ho letto non so dove che quelle Danaidi che 
furon condannate a riempire in perpetuo una botte sospesa 
e senza fondo, volevano rappresentare la donna. Non è 
vero. In quella favola, la vera immagine della donna, non 
è la donna, e la botte» (i). 

Et ave e cela, me s dame s 
vous etes très bien servies. 

BELISARIO (505-565) 

Famoso generale che, sotto Giustiniano, respinse i Per^ 
siani, riconquistò l'Africa e l' Italia all' Impero d'Oriente, 
e ributtò i Bulgari invasori. 

Accusato di cospirare contro l' imperatore fu cacciato 
i n prigione e gli vennero confiscati tutti i beni. Una leg- 
genda non inverosimile dice che da vecchio si ridusse a 
chieder l'elemosina, esempio famoso della riconoscenza 
de' principi. Ma i grandi conquistatori hanno poca fortuna : 
Alessandro morì giovanissimo. Cesare e Pompeo furono as- 
sassinati, Carlo V dovette abdicare. Napoleone morì pri- 
gioniero dei suoi nemici. Gli strumenti delle punizioni 
d' Iddio sono, a loro volta, puniti. 

BELLA DORMENTE 

Dormi, dormi pure nel tuo bosco fitto e folto, o bella 
addormentata, che dormi dal Medioevo il tuo sonno inno- 
cente. I caprifogli e la madreselva, l'edera e il vilucchio 
ti hanno coperto le vesti, i capelli, e tutta la bella impie- 
trita persona ; gli elei e gli olmi, i faggi e i roveri hanno 
intrecciato intorno a te una volta di rame, più compatta 

(i) Il Mondo, 3 Marzo, 1923. 



di quella dei duomi e dei palazzi. Dormi tranquìÉa, derni 
in pace, non ti svegliare : meglio è che tu non riveda più 
il chiaro mondo che conoscesti bambina. Tutto è mutato 
e imbruttito : non e' è più posto per te e 1' Omo Salvatico 
fa buona guardia nella tua selva perchè nessuno ti desti. 
E d'altra parte, di secolo in secolo, il pericolo scema : non 
ci son più re, né figli di re, e neppur cavalieri erranti ne 
crociati ne paladini. Non ci sono che cavalieri della Corona 
d' Italia ; che crociati del Partito Popolare e paladini della 
libertà e della giustizia. E tutti costoro non pensano certo 
a svegliar fanciulle ; ma si divertono, all'usanza dei Loto- 
fagi, ad addormentare quel che resta delle loro anime mi- 
serande con bottiglie di zozza o con trattati " di economia 
politica. 

BELLA E LA BESTIA 

Le novelle delle fate sono, come sa ogni persona di te- 
sta sana, assai più profonde della Critica della Ragion pura 
e della Fenomenologia dello spirito. Il significato della Bella 
e la Bestia è che l'amore fa diventar bella anche la più 
orrida bruttezza. Non apparire (come si dice volgarmente 
del cieco amore) ma diventare. L'unica via, dunque, per 
far diventar belli (moralmente) gli uomini è di amarli : 
r Evangelo di Cristo, e non quello di Ruskin, è il vero Evan- 
gelo della Bellezza. 

BELLA IMMORTAL 

benefica — Fede a' trionfi avvezza — Scrivi ancor que- 
sto.... ecc. ecc. 

Buon pensiero in versi mediocri — resi più uggiosi 
dall'uso ed abuso che ne fanno i riveriti reverendi e i gior- 
nalisti giornalieri nelle prediche e negli articoli, ogni qual- 
volta un massone dormente si dimette dalla Giordano Bruno, 
quando è per addormentarsi nell'ultimo sonno, o quando 
il figliolo della levatrice si degna di partecipare, in piedi, 
alla messa. 



377 



BELLARMINO ROBERTO (l542-Ì62Ì) 

Gesuita, arcivescovo, cardinale, apostolo e dottore i 
Benedetto XV pubblicò nel 1920 il decreto che ricono- 
sceva le sue virtù eroiche. 

Scrisse — tra molte altre opere — quella famosa Di- 
chiarazione più copiosa della dottrina cristiana (1603) che 
fu tradotta in una trentina di lingue (anche in caldeo) 
e che può giovare anche oggi a coloro che vogliono cono- 
scere e difendere le verità cattoliche. 

BELLEROFONTE 

Si legge, in certi libri che non si leggono, come questo 
eteroclito personaggio fosse mandato da un tale a un tal 
altro (due tiranni^ certamente, di quei tempi senza un 
briciolo di libertà) con una lettera ben sigillata, nella quale 
c'era scritto : « Caro amico, fammi il piacere (e bada bene 
di non dirmi di no, perchè altrimenti si guasterebbe l'ami- 
cizia) di far tagliare il capo prima che subito (e il perchè 
te lo tirò dopo) al latore di questo foglio. Sicuro che non 
mi vorrai scontentare per una bagattella come questa, ti 
ringrazio anticipatamente. Ciao Tonin ! E tutte le volte 
che avrai bisogno di me, per qualche operazione del genere, 
comanda pure ». 

Ma il Tiranno (che non era proprio di quelli che pasteg- 
giavano col sangue di creature) letta la lettera pensò che 
a far segare il cannon della gola a quel povero latore ci 
avrebbe avuto di coscienza ; e allora fece : Ehi, galantomo, 
sapete che e' è scritto qui ? Dice che siete un omo di gran 
coraggio e che sareste feto di lottarvi con cento fiere raf- 
forzate da mille diavoli ; è egli vero ? Bellerofonte, solleti- 
cato nell'amor proprio, fa la bocca da ridere : « Modestia 
a parte. Vostra Eccellenza è pregata a credere che il sotto- 
scritto a cento fiere e mille diavoli fa batter le gambe nel 
culo se tira un peto ! ». 

Me lo figuravo, risponde tutto contento il tiranno ; e 
allora si vede proprio che vi piove il cacio sui maccheroni. 
Ecco : Si tratta dunque di far questo, questo, questo, e 
poi, così per ispruzzolo, anche quest'altro. 'Eh, che ne dite, 
quell'omino ? Vi pare che vi c'entri l'occhio ? Son cose 



Uìi po' pericolóse, ne convengo, rha per un fegataccio co- 
me voi.... 

Non e' è bisogno di pigliar tanto in giro, risponde stiz- 
zito Bellerofonte ; questa è la mano : e dopo avergliela 
quasi slogata dalla stretta che gli dette, s'allontanò a 
gran passi, come se avesse voluto inghiottire in un boccone 
le cinque parti del mondo. 

E il Tiranno, soddisfatto, perchè credeva d'aver preso 
i due proverbiali piccioni alla stessa fava, badava a dire : 
« Va', va', biondino mio, che tu va' bene ! ». 

Ma Bellerofonte andò bene davvero ; andò anzi tanto 
bene (finché non andò male !) che dopo aver superato tutte 
quelle terribili prove senza che gU si rizzasse neppure un 
capello, o arricciolasse un pelo, incominciò superbamente 
a gonfiarsi come la rana d' Esopo e diceva : « sta' a vedi 
veh, che ora ne fo una di mio che le sorpassa tutte ! » E 
avendo architettato il suo bravo piano, rimuginava la 
maniera di mandarlo ad effetto. 

Quand'eccoti (chi glie l'aveva detto ?) si volta all' im- 
provviso.... e che ti vede ? L' Ippogrifo : una bestiaccia 
venuta da certi luoghi fuor della carta geografica, mezzo 
aquila e mezzo cavallo, alla quale gli fa : « fermati, o ti bru- 
cio le cervella » ; e quella, fermatasi, Bellerofonte gli salta 
in groppa e gli grida : Ih ! E Bellerofonte e la bestia alata 
in un battibaleno son più su delle nuvole. 

— Lo dicevo io — grida Bellerofonte volando verso 
il sole — che mi sarebbe riuscito, picchia e mena, di man- 
giar la pappa in capo all' Egioco Giove !» Ih ! ih ! ih ! 
E batteva furiosamente i calcagni sulla pancia dell' Ippo- 
grifo che risonava come un tamburo. 

Ma un tafano.... proprio, pare impossibile, per via d'uno 
spregevole tafano che andò a ficcarsi un dito sotto la coda 
della bestia volante, questa, spiccata una coppia di calci 
alla traditora.... Giù precipitosamente a gambe ritte, il 
povero Bellerofonte, buca tutte le nuvole, finché, bat- 
tendo in terra l' inevitabile pattona, fa : Plumff ! e non ci 
rimane neppur la polvere. 

Il Lettore : Embé ! 

Voce (da dentro un macchione) dell'Omo Salvatico : 

379 



u Èmbè ? cke cosa ? Medita sul tafano, muso dì micco, 
che (Questa favola da ragazzi può far del bene anche a te ! » 

BELLEZZA 

Artistica : 

La nuova Camera dei Deputati^ 
La musica di Puccini. 
I « villini » di Viareggio. 

I monumenti vespasiani. 
La scultura d'Archipenko. 
L' Esposizioni di Bragaglia. 

II Cimitero di Staglieno 

Letteraria : 

I romanzi di Pitigrilli. 
Le Ali di Sem Benelli. 

L'opera omnia di Giovanni Bertacchi. 

Le liriche del Baccelli. 

Le sestine del suo Omonimo. 

II Randagio. 

Morale : 

L'ebbrezze della cocaina. 

GÌ' insegnamenti del Cinematografo. 

L' indennità parlamentare. 

La moda « dernier cri ». 

L'evoluzione della famiglia. 

La bestemmia universale. 

BELLI GIOACCHINO (1791-1863) 

Impiegato del Papa ; commesso del deposito della carta 
boUata e da ultimo capo deUa corrispondenza nella Dire- 
zione del debito pubblico. 

Scrisse, incoraggiato dal Porta, centinaia di sonetti ro- 
maneschi dove vuol rappresentare i costumi e i pensieri 
dei popolani di Roma e non risparmiò né preti né papi. 
Si scusava col dire che ricopiava i discorsi altrui, anche 
senza approvarli « Non casta — scriveva a un'amico — 
non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, ap- 

380 



parirà ia materia e la forma ; ma il popolo è questo ; e 
questo io ricopio, non. per dare un modello, ma sì una tra- 
duzione di cosa già esistente, e, più, lasciata senza miglio- 
ramento ». Scusa che persuade poco : perchè un credente 
non fa collezione di bestemmie e un casto di stampe oscene, 
Quando nel i86i il principe Luigi Luciano Bonaparte vo- 
leva che voltasse in romanesco il Vangelo di San Matteo 
si rifiutò perchè, rispose, « questa lingua abietta e buffona.... 
appena riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso 
i sacri volumi ». 

Negli ultimi anni tornò alla rehgione e pensò anche di 
bruciare le sue poesie — molte delle quali scritte per scher- 
nire coloro che gli davano il pane. 

BELLICO 

Gli operosi — o agitati — nostri contemporanei non 
hanno abbastanza scherno e riso per i famosi monaci del 
Monte Athos che passan la vita, a quanto raccontano gli 
eroici esploratori, a guardarsi il bellico. Essi ammirano, 
invece, sotto il nome di « lions », di « conquistatori », di 
« hommes à femmes », di <i Don Giovanni » ecc., tutti quei 
rivali del toro, e del mandrillo che passan la vita a guar- 
darsi un po' più giù del bellico. 

BELLINI VINCENZO (1801-1835) 

Scriveva il Tommaseo da Parigi al Capponi nei '35 : 
« Il Bellini, gentil giovanetto, ma stupido come un so- 
natore, è morto in casa d'un inglese, della cui moglie od 
amica era amico. La calunnia, sempre stupida, lo dice av- 
velenato ; dice che sessantamila franchi e' doveva avere, 
e non glie ne trovarono se non trentamila ». Quest'ultimo 
« si dice » non era calunnia, né il fatto che morisse del troppo 
corrisposto amore della signora Lewis. Così malamente 
finiva, a trentaquattr'anni soli, il divino musico della 
Norma : l'unico italiano, nel patetico, che pareggi Bee- 
thoven. 



C> 



8X 



BELLO 

Si crede comunemente dai volgari che il bello sia l'an- 
titesi del brutto. 

Ma dov' è il taglio netto, io mi domando, fra l'uno e 
l'altro ? 

Bello, dice anche il proverbio, è ciò che piace. 

Del resto, chi saprebbe darci la regola infallibile per 
distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il lecito 
dall' illecito ? 

Il concetto di bello morale e di bello artistico varia col 
variare delle opinioni in proposito ; di quelle stesse opi- 
nioni che, volere o non volere, trasformano continuamente 
la società. 

Questo mondo, secondo le ultimissime conclusioni della 
filosofia e della scienza, è una ruota, un vortice, un x, un 
enigma. 

Chi è che all'uomo moderno potrebbe dunque parlare, 
a questi lumi di luna, di verità immutabili, di dogmi ? 

Tutto cambia, nulla è certo ; l' impossibile è possibile ? 
il sogno è realtà ? la realtà è sogno ? l'uomo è vivo o è 
morto ? cammina con le mani .'' cammina coi piedi ? è 
lui che crea il mondo ? è il mondo che crea lui ? 

Ciascuno può rispondere come vuole, perchè tutto è 
vero e, nello stesso tempo, tutto è falso. 

Avete letto Einstein ? 

Ecco finalmente il genio ch'era atteso dai nostri tempi ! 

(Dal nostro collaboratore, anche filosofico, prof. Eliodoro 
Sofopanti). , 

BELLOC HILAIRE (1870) 

Scrittore cattolico inglese — il migliore scrittore cat- 
tolico, con Chesterton, che abbia 1' Inghilterra. 
Ecco i titoli di alcune sue opere : 

— The historic Thames. 

— E sto perpetua. 

— The servile state. 

— The Path to Rome. 

— The French Revolution. 

— On Nothing. 

3»? 



-" On Something. 

— On Evcrything. 

— Hills and the Se a. 

— The Bad ChihPs Book of Beasts. 

— More Beasts for Worse Children. 

— The maral Alphahet. 

— Danton. 

— Lambkin's Remains. 

— Robespierre. 

— Caltban''s Guide to Letters. 

— Mr. Burden. 

-^ A change in the Cabinet. 

— Europe and the Faith. 

BELLOIR 

Nel Giornale dei fratelli Goncourt, scrive Adophe Rette, 
si racconta questo aneddoto, che noi dedichiamo ai cat- 
tolici chiocciole del nostro tempo : 

« C'erano una volta due amici, Belloir e Dujonchet, 
che, essendosi ritirati dagli affari e vivendo in campagna, 
andavano a diporto, ogni giorno, conversando fra loro, 
lungo la via sassosa sulla quale sorgevano, l'una a fianco 
dell'altra, due casette d'aspetto diverso, ch'essi chiama- 
vano le loro ville. 

Belloir era un ateo più indurito d'un callo sull'alluce 
d'un vagabondo. EgU aveva frequentato per lungo tempo 
una Loggia presieduta da un velenoso salumaio il quale 
non finiva mai di ripetere che gli si desse fra le mani «la 
pretaglia », ed egU la metterebbe in gelatina. Belloir aveva 
letto e riletto le opere complete dei signori Homais, Er- 
nest Renan, Victor Flachon, ed altri savi della stessa scuola. 
Infiammato di zelo per questi grandi geni, negava Dio 
rabbiosamente e non tralasciava di scuotere tutti i suoi 
argomenti materialistici sulla testa del suo compagno. 

Dujonchet li subiva pazientemente. Inabile alla dialet- 
tica, si contentava di emettere, talvolta, qualche timido 
hem hem che avrebbe voluto esprimere delle vaghe re- 
strizioni. Poiché lui, che credeva in Dio, si ricordava di 
9ver provato una consolante infinita dolcezza derivatagli 



dalla preghiera, quel giorno che aveva accompagnato al 
cimitero il suo unico figHo rapitogli dal tifo, nel pieno vi- 
gore della giovinezza. E da allora egli andava alla messa 
tutte le domeniche. 

Ma quando Belloir gli rimproverava acerbamente « quella 
debolezza » egli non trovava il coraggio di confessare la 
sua fede e diceva di far ciò unicamente « per far piacere a 
sua moglie ». 

Ma Belloir replicava che quella era una miserevole scu- 
sa ; e poiché aveva giurato a se stesso d' impedire in tutti 
i modi all'amico di varcare la soglia della parrocchia, mol- 
tiplicava gì' inni alla materia onnipotente, sperando che 
tanta eloquenza finisse per vincere Dujonchet. 

Questi però, a lungo andare, ne fu importunato. Ma 
perchè allora non troncava quella relazione che gli diven- 
tava penosa ? 

Per questo : egli temeva che Belloir, per vendicarsi, 
non gli creasse la reputazione di retrogrado, incapace a 
sostenere una controversia ed anche perchè la partita a 
domino, con la quale passavano le loro serate, era diven- 
tata per lui, più che un'abitudine, un bisogno. 

Una mattina, in mezzo alla via, lungo la quale andavano 
giornalmente a far la solita passeggiata, scòrsero un grosso 
sasso, accuratamente lavato e che sembrava essere stato 
messo lì, per attirare l'attenzione del passante. Sul lato 
più appariscente di quel sasso riluceva una iscrizione trac- 
ciatavi con la tinta nera. 

I due amici si fermarono, si chinarono un poco a lessero 
queste parole : Dio non esiste, firmato Dio. 

Belloir, subito, raddrizzatosi (aveva gli occhi scintila 
lanti per l'allegrezza) aprì le braccia e gridò : 

« Eh avevo ragione, sì o no ? ». 

Dujonchet restò interdetto. Non già perchè a corto 
d'obiezioni. Egli avrebbe potuto domandare che cosa pro- 
vava quella stupida facezia d'un probabile emulo di Bel- 
loir, e nel tempo stesso, come mai un personaggio che 
non esiste, acquista tutto a un tratto la vita per negar 
se stesso. Ma per la sua inveterata fiacchezza di carattere, 
egli era talmente incline a barcamenarsi e a travestire 

384 



di liberalismo la sua codardia dinanzi alle brutali asser- 
zioni degli avversari della sua intima fede, che si content. 
di rispondere quasi a bassa voce : « Tutte le opinioni sono 
rispettabili ». 

E Rette conclude : 

Molti sembrano vergognarsi della loro fede e temono 
di dover soffrire per essa. Se una coalizione di demoniaci 
e di ciechi si forma contro la Chiesa, essi si affrettano a le- 
varsi tanto di cappello e a mormorare come Sosia : 

Qui va là ?... Heu ! ma peur à chaque instant s'ac- 
croit 

Messieurs, ami de tout le monde !... 

BELLONCI (GOFFREDO) 

Fu, un tempo, il re letterario del Giornale d'']talia, 
e quelli che allora lo deridevano, oggi rimpiangono la sua 
abdicazione. Non è un Sainte Beuve ma sa l' italiano meglio 
assai di Francesco De Sanctis ; e gusta la poesia assai 
più di Benedetto Croce. Peccato che il dandismo, l'amore 
per i salotti fini, e una passione non corrisposta per la po- 
litica estera lo abbiano allontanato dalla letteratura. A 
lui si devono i primi annunzi e manifesti del Neoclassicismo, 
ed è lui il vero fondatore della Ronda (che non 1' ha messo 
fra i suoi scrittori e non lo nomina mai) e il creatore della 
fama di alcuni rondisti. 

Ebbe sempre il rispetto della grandezza cattolica ben- 
ché il suo francescanismo mondanetto di quasi terziario 
in frack non sia fatto per piacere all'Omo Salvatico — e, 
quel eh' è incommensurabilmente più grave, né a San Fran- 
cesco né a Cristo. 

BELLUA MULTORUM CAPITUM 

È il popolo. E dire che tanti cretini hanno chiamato 
tirannici tutti quei saggi governi che si son rifiutati di 
concedere al mostro la libertà di parola ! 

Oggi però (in Italia almeno) é mutato vento. 

E l'Omo Salvatico (sebbene talvolta abbia lo spirito 
di contraddizione) non si mette a sofiìare, in questo caso, 
dall'altra parte. 

25. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



BEL PAESE 

del bel paese là dove il Sì suona. 

Dante, Inferno, XXXIII, 80. 

« Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno 
a pranzo il padre provinciale, e gli fece trovare una co- 
rona di commensali assortiti con un intendimento sopraf- 
fino.... alcuni clienti legati.... al personaggio per una servitù 
di tutta la vita ; i quali, cominciando dalla minestra a 
dir di si, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con 
tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l'anima, alle 
frutte v'avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come 
si facesse a dir di no «. 

Manzoni, Promessi Sposi, cap. XIX. 

BEL SESSO 

È quello che in tutti i ritrovi « squisitamente mondani « 
è « largamente rappresentato ». 

Perciò è probabile che debba esser rappresentato in 
modo larghissimo all' Inferno e solo minimamente, e dopo 
molti secoli di Purgatorio, in Paradiso. 

Avvertimento (sebbene inutile) al bel sesso sedicente 
cattolico, che la mattina si disinfetta nel vano d'un con- 
fessionale e la sera si rismerda in società. 

BEL TIPO 

« Oh, certo, la sua condotta è tutt'altro che iireprensi- 
bile, ma, però, in fondo, è un bei tipo ? ». 

« Ma sai che sei un bel tipo ». 

« Ah che gran bel tipo ! d. 

Nel primo caso si tratta d'un benevolo apprezzamento 
fatto SVI qualche micco brutale che, sebbene si sia reso 
famoso per aver disonorato qualche dozzina di ragazze ed 
aver lasciati per le strade quattro o cinque figliuoli illegit- 
timi, ha tuttavia l'abiHtà di mantener viva la conversa- 
zione serale nella farmacia di Bagoghi, col mettere in cari- 
catura i preti e le loro assurde credenze, e col raccontare, 
« con una verve indiavolata », una serie inesauribile e sem- 
pre nuova di storielle e barzellette oscene. 

386 



Nel secondo, è la risposta che vien data invariabilmente 
a quell' ingenuo che pretenda, con dei buoni consigli, di 
raddrizzare le gambe ai cani. E nel terzo siamo davanti 
all'esclamazione classica del tranquillo e virtuoso borghese 
arrivato « a una certa età », il quale vuole esprimere, con 
quelle parole, tutta la propria ammirazione, non senza 
una punta d'invidia, per qualche «simpatico capamene» 
che « n' ha fatte veramente delle grosse ». 

BELTRAMELLI ANTONIO (1875) 

Basso, boffice, miope, camuso, gravido d' inodoro vento. 

Chi legge lui legge i suoi libri ; chi legge i suoi libri 
legge lui. 

E chi legge nell'uno o negli altri è lo stesso che non legga 
nulla. 

Ma.... viv'egli ancora ? Ma fere gli occhi suoi lo dolce 
lo me ? 

BELVA 

— « In Italia (così si esprimeva l'assessore anziano del 
comune di Bagoghi, in cospetto all'arciprete di quel paese, 
suo avversario politico), in Italia, fortvmatamente, di belve 
umane vere e proprie appartenenti alla repubblica delle 
lettere, non ce n' è che una e milita (^a va sans dire) in 
quel vostro partito clericale che ci vorrebbe mancipii dello 
straniero e cercherebbe, se potesse, di ristabilire il governo 
pontificio. 

— Oh, questo poi...., fece premurosamente l'Arciprete. 

— Non interrompa (interruppe l'assessore). Dicevo dun- 
que che questa belva letteraria, e forse non letteraria 
soltanto, è quel certo Domenico Giuliotti, amico, come 
sembra, dell'ex futurista Papini ed autore de '' V Ora di 
Barabba, libro stupido quanto infame, contro^,^ il quale 
si è sollevata come un sol'uomo tutta la stampa ben pen- 
sante della penisola. 

«Ma forse Lei (me l'aspetto) salterà fuori col dirmi che 
non si tratta che d'un pazzo ; capisco ; tuttavia, pazzo 
o non pazzo, io credo che non sarebbe male, venendo meno 
per un istante ai nostri principi di libertà, far provare a 

387 



quel feroce signore le deH?ie di sentirsi appeso a quella 
stessa non metaforica forca che, nel suo famigerato vo- 
lume, invoca, tanto spesso, per noi. 

Neh, che ne dice reverendo ? 

E l'assessore anziano, soddisfatto della propria filippica, 
strizzava l'occhio e si fregava le mani. 

BELVA «DOMESTICA» 

Il cav. Paride Colossi, capo-sezione al Ministero di 
Grazia e Giustizia, essendosi recato, dalla capitale, a tra- 
scorrere il solito mese di permesso (misero compenso , agli 
abbondanti sudori burocratici di tutto l'anno) nella natia 
Lonza, dovette apprendere una sera con sua grande me- 
raviglia, al Caffè Masaniello, da un biscugino carnale del- 
l'on. Sciusciamocche, come nel Cimitero Monumentale (dove 
« riposavano le ossa » anche di qualcuno dei « suoi cari ») 
si osassero commettere « da ignoti » con « impressionante 
frequenza », inqualificabili profanazioni di nuovo genere, 
rimaste fino allora impunite. 

È inutile dire che il cav. Colossi (ugualmente geloso 
del culto dovuto alle tombe e del buon nome della materna 
Lonza) di fronte a simili rivelazioni, dette sfogo alla pro- 
pria legittima indignazione con le più roventi parole ; e 
quando, accomiatatosi dagli amici, si ritrovò solo, più 
tardi, nella propria camera, e gli ritornarono in mente 
ad uno ad uno tutti i particolari raccapriccianti delle ap- 
prese nefandezze, allora non potendo fare a meno, prima 
di coricarsi, di dare sfogo all'animo esulcerato, afferrata 
la penna, che in simili casi gli diventava giovenalesca, 
scrisse, currenti calamo, quanto appresso, al cotidiano 
locale. 

« Signor Direttore, 

« Voglia cortesemente pubblicare sul Suo accreditato 
giornale la giusta ed umana protesta di un gruppo di citta- 
dini che da tempo vedono rinnovare un sacrilegio alle 
tombe dei loro morti nel Cimitero della loro Lonza. A Lonza 
si profanano le tombe. Da qualche tempo nel locale Cimi- 
tero Monumentale sì aggira una specie di iena domestica 

388 



che ruba i fiorì che i congiunti depositano sulle tombe dei 
loro cari. 

« È un fatto controllato e matematicamente provato ; 
dico matematicamente, perchè oggi chi depone i fiori sulle 
tombe dei propri morti, è costretto (penoso contrasto di 
sentimenti) a contarli, per avere in seguito la prova del 
furto sacrilego che invariabilmente si rinnuova ogni set- 
timana. 

« Il Municipio al quale è affidata la custodia del Luogo 
Sacro, sembra non abbia mai pensato a punire il colpevole 
malgrado le molte voci che si sono levate a protesta. Si 
faccia un' inchiesta, estesa (e perchè no ?) anche allo stesso 
personale addetto al Cimitero, il quale dovrebbe molto me- 
glio assolvere il proprio dovere. 

« Con la speranza che dalle colonne del Suo giornale 
giunga proficuo questo lamento, mi creda signor Direttore 
con ogni osservanza. 

Paride Colossi ». 

E il Corriere di Lonza y non potendo non farsi eco anche 
di tale lagnanza, così commentava, tacitianamente, nel- 
l'edizione del giorno appresso : 

« È una dolorosa constatazione, questa. Dolorosa ma 
non nuova. La cronaca ne ha già segnati abbastanza di 
questi esempi di aberrazione. Preferirebbe tacerle, certe 
cose che appaiono quasi inverosimili in un paese di per- 
sone civili. La profanazione delle tombe è quanto di più 
deplorevole possa esser compiuto da anima umana. Sia 
essa anche per il semplice furto di un fiore. I fiori sono 
come tante lacrime sulle tombe. Sono cari ai morti come 
ai vivi, sono un po' l'anima dei vivi sui sepolcri muti, che 
racchiudono i cari scomparsi. 

« Voghamo credere che il fatto non si ripeta. La mano 
che ha strappato dalle zolle fiorite del cimitero i fiori sacri, 
non tornerà più ad incriminarsi, così, di sacrilegio. E pen- 
sino le Autorità Comunali ad impedirlo ». 



389 



BEMBO PIETRO (1470-1547) 

Letterato e cardinale, del quale non si leggon più le ri- 
me né si posson lodare più dello stretto necessario, le virtù. 

Pietro 

Bembo che '/ puro e dolce idioma nostro 
Levato fuor del volgare uso e tetro, 
Qual esser dee ci ha coWesemfio mostro. 

Cosi dice l'Ariosto — ma 1' « uso volgare », benché te- 
tro, ci aveva dato digià parecchi capolavori più leggibili 
assai, anche oggi, degli Asolarli e delle Prose della volgar 
lingua. Le quali ultime, per nostra disgrazia, furono un 
de' primi semi di quelle fastidiose e sciagurate contese 
sulla lingua italiana, toscana, volgare, antica, cittadinesca, 
curiale e vernacola che hanno fatto perder tempo, Hbertà 
e spontaneità a tanti italiani che potevan forse diventare, 
meglio che letterati, scrittori. 

BENAVENTE JACINTO (1866) 

Ultima consacrazione del premio Nobel. Famoso tra 
noi specialmente per la sua commedia Los intereses creados, 
che rappresenta bene uno de' segreti della vita contempo- 
ranea : impegnare con quasi nulla gli uomini per condurli, 
a forza di scaltra e pratica dialettica, a compromettersi 
sul serio e per sempre. Ma la patria di Calderon non aveva 
nulla di meglio da offrire all'Accadema Svedese ? 

BELZEBÙ 

Uno de' nomi del Diavolo. Viene da Bri (signore) e 
zebub (mosca) o, come altri vogliono da Zebul (letame). 
Sicché vorrebbe dire signore delle mosche o del sudiciume. 
Ma siccome il letame è fatto per le mosche e le mosche 
per il letame manteniamo le due etimologie : Belzebù è il 
Dio di coloro che si nutrono di merda, cioè di tutti i dia- 
bolisti, demoniaci, indemoniati, insatanati che fanno per 
mestiere i negatori d' Iddio e gli adoratori dell'Anticristo. 



390 



BEN BÈ 

Un maresciallo dei carabinieri pensionato, anziano, ma 
tarchiatotto e sempre marziale, un giorno ha una que- 
stione con un giovanotto macellaro, per dei pettegolezzi 
di donne. 

Il giovanotto si scalmana ; l'ex maresciallo, zitto, si 
liscia i baffi. Quel? indifferenza provocante, imbestialisce 
sempre più il giovanotto, 

A un tratto, questi, va coi pugni chiusi, sotto il muso 
del proprio avversario. 

L'ex maresciallo, « non torce collo né piega sua costa ». 

« Digià (urla il giovanotto) dovete finire tutti in forno ; 
vi voglio mettere in forno ; ci dovete arrostire come cani ». 

E l'ex maresciallo, calmissimo : 

« per Cristo !, non avrei mai creduto di dover fare 
una fine simile. 

« Ben, bè ; vedremo ». 

L'aneddoto è gravido di senso. 

Quel bollente giovane macellaro è il simbolo degli ita- 
liani. Essi urlano, minacciano, tempestano ; par che vo- 
gliano mettere in forno il mondo. 

Ma r Omo Salvatico, mentre li osserva bonàriamente, 
ripete come il savio ex maresciallo : « Ben bè, vedremo ». 

E invece dei cataclismi annunziati, egli vede scoppiare, 
sempre, una semplice bolla di sapone, dalla quale non cade 
in terra che una gocciola innocua. 

BENCO SILVIO (1874) 

Nobile scrittore triestino — uno de' più attenti e disin- 
teressati giudici dell'ultima generazione letteraria. 

Un amico suo mi diceva che in Benco lo scritto vai meno 
della conversazione ; e la conversazione meno dell' inge- 
gno ; e 1' ingegno meno della vita ; e la vita meno del 
cuore. 

Limitazioni che concludono al massimo elogio. Uno 
de' suoi libri più noti. La Fiamma Fredda^ è forse un ti- 
tolo-confessione ? 



391 



BENDA 

Non si può avere che agli occhi. 

Avere la benda agli occhi, vuol dire non accorgersi 
di ciò che vien fatto ai nostri danni, o amare siffattamente 
qualcuno da non vederne i difetti. 

Talvolta accade che Tizio, sebbene veda benissimo le 
debolezze, le miserie, i tradimenti e le bassezze umane 
che lo circondano, finge tuttavia d'avere la benda agli 
occhi ; e il pubblico che lo crede uno stupido gli ride 
dietro. 

L'Omo Salvatico (per esempio), quando si tratta d'of- 
fese fatte direttamente a lui, ha la benda agli occhi ; cioè 
non solo non si vendica, ma finge perfino di non accor- 
gersi dell'offensore. 

Al contrario non ha la benda agli occhi quando si tratta 
dell'universale congiura diabolica contro la Verità. 

E questo libro lo prova. 

BENE 

Gli antichi filosofi si affaticavan le meningi per scoprire 
qual fosse il Sommo Bene — e i cristiani conclusero ch'era 
Dio. I moderni filosofi — persuasi dal popolo che il « me- 
glio è nemico del bene » — ritengono che il sommo bene 
è una cattedra di ordinario in una primaria università e 
un cerchiellino di pappagalli ripetitori intorno alla suddetta 
cattedra. 

BENEDETTO (S.) (480-543) 

In San Benedetto, discendente di patrizi romani e pa- 
triarca di santi cristiani, scorgiamo in nuce il miracolo che 
fece la Giudea, per la seconda volta, provincia di Roma 
e il cristianesimo orientale trasformò in cattolicismo latino 
e fece Cristo per sempre romano. 

San. Benedetto, giovanissimo, si nascose nel deserto, si 
sotterrò \dvo in una spelonca, si nutrì de' resti del digiuno 
d'un altro solitario e per vincere i pensieri della lussuria 
si gettò nudo, come gli asceti d'Oriente, dentro un mucchio 
di spini. Fu, nel primo tempo, come un di quegli anacoreti 

392 



che da secoli già fuggivano, per vincere il corpo e l'orgo- 
glio, in fondo ai deserti d' Egitto. 

Ma quando ebbe vinta la carne e conquistata la pace 
della fede perfetta, sotto i cenci dell'asceta tornò l'erede 
degli antichi senatori e proconsoli che avevan preparato, 
colla daga e la legge, l'unità dell' impero. Il mondo era 
imbarbarito ; le macchie avevan ripreso possesso dei campi ; 
barbari feroci come lupi e lupi audaci come barbari in- 
festavano le campagne ; nelle città decadute cadevano nel 
silenzio i capitelli delle colonne e i mattoni delle basiliche ; 
tutto si disfaceva, si disgregava, si consumava in quella 
desolata apatìa ch'era succeduta alle due grandi invasioni : 
quella nordica che aveva distrutto l' impero, quella aposto- 
lica che aveva distrutto il paganesimo. 

San Benedetto, asceta ma asceta romano, volle essere 
un costruttore — un ricostruttore del nuovo mondo cri- 
stiano occidentale. C'erano a tempo suo de' monaci, de' so- 
litari nomadi i quali pensavano alla salute propria e alle 
proprie mortificazioni e a nulla più. Li raccolse ; dette 
loro un asilo : il cenobio ; una legge : la regola ; una mis- 
sione : il rincivilimento del mondo devastato e deserto. 

Il Cenobio non doveva essere soltanto casa di preghiera 
ma di opere e il lavoro era doppio : coltivare la terra e 
coltivare lo spirito. E i Benedettini si dettero, dappertutto 
dove giunsero (e in breve tempo giunsero in tutta 1' Eu- 
ropa) a dicioccare le selve, a seminare il grano, a piantare 
alberi da frutto, ad allevare armenti, a guarir malati, a 
copiare antichi codici, a comporre opere di teologia e di 
storia. Col lavoro delle mani e dell' intelligenza resero 
all'agricoltura 'ntere provincie ; salvarono capolavori del- 
l'antica poesia e filosofia ; e offrirono ai delicati, ai puri, 
agli amanti di perfezione, un asilo sicuro dove il loro 
amore diventava fruttuoso e il loro sacrifizio benefixcio 
per tutti. Ogni convento benedettino fu centro di vita, 
di studio, di salvezza, di carità : fortezza contro i predoni 
vaganti, scuola e biblioteca per i contemplativi, fattoria 
per i laboriosi, ospedale per gli infermi, rifugio per i cerca- 
tori di pace, vivaio di beati, d' illuminati, di santi. 

Qi^esta fu l'opera enorme e meravigliosa di San Bene- 

393 



detto e dei Benedettini che riconquistarono alla civiltà 
— purificata nel sangue e nelTa carne di Gesù — gran parte 
dell' Europa. Finche anch'essi decaddero e Iddio suscitò, 
dopo gli Operai di Benedetto, i Mendicanti di Domenico e 
di Francesco. 

BENEDIRE 

Che cosa ? 

Impossibile benedire qualche cosa ; giacché, nonostante 
il contrario avviso degli stessi preti, il mondo, tutto quanto, 
non è più che l'anticamera dell' Inferno. 

BENEFICENZA 

Surrogato diabolico della Carità. 

Vedi : la « scandalosa » Antologia di Cattolici Francesi 
del secolo XIX — Traduzioni e notìzie di Domenico Giu- 
liotti. 

Da pagina 179 a pagina 184, un cannibale d'oltr'Alpe, 
tradotto da un antropofago italiano, esaurisce da par suo 
l'argomento. 

E quindi, non abbiamo nulla da aggiungere. 

BENELLI SEM (1877) 

Un x'yfieri decadente e diarreico ; un Cossa di Porta a 
San Niccolò ; un Rostand incattivito e rauco ; un D'An- 
nunzio smagrito e ritardatario.... 

Oppure : un Fantini geniale ; un Tumiati in tono mag- 
giore ; un Moschino ingigantito ; un Forzano raffinato e 
superiore.... 

BENEMERITO 

« Socio benemerito », 

« benemerito cittadino », 

« uomo pieno di benemerenze », 

« benemerito dell'umanità ecc. ». 

Molti di questi importanti signori vengon ricompensati 
(onore al merito !) con la croce da cavaliere ; altri son 
fatti ufficiali, altri commendatori, ad altri si mette il « col- 
lare », ed altri, infine, raggiungono l' immortalità. 

394 



Si può esser benemeriti nei più svariati modi : 

appartenendo, come soci protettori, alla « Filarmonica 
locale », al « Circolo ricreativo », alla « Società della bri- 
scola )) ecc. ; 

accettando d'assumersi, per il bene pubblico, « la 
Croce del potere » ; 

lasciando per testamento (con un milione di patrimo- 
nio) cento lire da distribuirsi fra tutti i poveri del co- 
mune abitato dal testatore ; 

additando ai carabinieri, cioè a dire all'arma benemerita 
per antonomasia, qualche stracciato e pericoloso vagabondo 
che dia segni manifesti d'aggirarsi con faccia sospetta in- 
torno alle abitazioni dei galantuomini ; 

denunziando (magari con, lettere anonime) il malvagio 
cittadino che ha detto male di Garibaldi ; 

comprando con denari manifestamente rubati una 
grossa proprietà terriera aìVunico scopo d'ovviare all' « in- 
quietante fenomeno della disoccupazione », 

Ovvero (per finire con un esempio storicamente gran- 
dioso) opponendosi, con tutte le forze, all' intervento del 
Papa nel congresso della pace, e respingendo col disprezzo 
che meritano le proposte del medesimo, tendenti ad ab- 
breviare la quadriennale guerra • europea, come già fece, 
benedetto da tutte le genti, l' illustre Barone ebreo- pro- 
testante-anglo-egiziano Sonnino. 

BENE QUI LÀTUIT, BENE VIXIT 

Sentenza ovidiana non mai abbastanza raccomanda- 
bile, specialmente in questi tempi piuttosto movimentati. 

Appartarsi, nascondersi e, soprattutto, nascondere le 
proprie idee, se queste non colhmano perfettamente con 
quelle ritenute sacre ed intangibili da sua Maestà la Folla, 
è un principio elementare di prudenza per il « sacro egoi- 
smo » di tutti coloro che voglion viver tranquilli. 

Perchè, direbbe Teofilo Panciadoro, negoziante all' in- 
grosso di pannine e nel contempo prudente cristiano ben- 
ché cattolico osservante, 1' idee son belle e buone ; ma 
r idee sono idee e i fatti son fatti. 



395 



Quando un' idea, espressa in tempi critici, ci può dare 
dei dispiaceri, è meglio tenerla in corpo. 

San Pietro, per esempio, aveva V idea che Cristo fosse 
innocente, e qi;indi, quando gli fu domandato se fosse un 
suo seguace avrebbe potuto, senza vergogna, dichiararsi 
tale. Invece disse che non lo conosceva neppure di vista. 

E (siamo giusti) clii avrebbe agito, in tal caso, diversa- 
mente ? 

Se avesse detto ch'era discepolo di Cristo, avrebbe 
forse salvato Cristo ? 

Non solo non lo avrebbe salvato, ma avrebbe perduto 
anche se stesso, senza giovare in nulla a Gesù. 

Si fa presto a dire : bisogna morire per le proprie idee ! 
C è chi se la sente e e' è chi non se la sente. 

Certo, se si trattasse di voltar gabbana, non dico ; in 
quel caso, prima la morte. Ma quando, in momenti peri- 
colosi, col tenere occulta la nostra idea si può ottenere, 
al tempo stesso, di non rinnegarla e di non compromettere 
la propria tranquillità, chi sarebbe quel pazzo che vorrebbe 
fare il contrario ? 

Io, per me, nei suddetti momenti critici, adotto que- 
sta divisa : A chi mi domanda, per farmi cantare, qual' è 
la mia opinione su certe persone o su certi avvenimenti, 
rispondo imperturbabilmente così : Eh, caro signore, io 
sono un buon cittadino, sa ; un cittadino ossequente alle 
l^ggij certo ; ma che crede d'avere il diritto, dopo tutto^ di 
possedere anch'egH la sua idea, sebbene non la dica a 
nessuno. 

E, per dir la verità, di questo mio riserbo me ne trovo 
benissimo. 

BENESSERE 

Bisogna cercarlo, conquistarlo, conservarlo. 

E chi è, di grazia, oggigiorno, quel rarissimo porco a 
due gambe tanto poco giudizioso da non farne Vunico scopo 
della propria vita ? 

Soltanto i santi (rinnegato, a un certo momento, lo 
stalletto familiare dal quale sono usciti) aspirano pazza- 
mente a certe cose celesti che non hanno la benché me- 
noma attinenza con lo stomaco e col basso ventre. 



E quindi, in questo secolo positivo, consacrato esclusi- 
vamente al benessere, neppure i preti, così bene spiri- 
tualizzati da Don Sturzo, posson perdere il loro tempo nel 
leggere le vite dei Santi. 

BENGALA (FUOCHI DEL) 

Sono l'epilogo dei fuochi d'artifizio i quali, a loro volta, 
sono l'epilogo d'ogni pubblica festa che si rispetti. 

Dopo « la girandola nevrastenica », che si spenge fra gli 
applausi scroscianti della folla, le candele del bengala span- 
dendo il loro fumo luminoso, tutte le facce degli spettatori 
e tutte le facciate delle case s'accendono Ma è l'ultimo 
guizzo di gioia velato di tristezza ; poi tutto si rifa nero ; 
e la folla si sbanda mal dissimulando la sazietà e la noia. 

Ogni cosa finisce nella vita, coi fuochi del Bengala : 
un po' di luce fumosa, che, spenta, fa più triste il buio. 

Gli ultimi fuochi del Bengala precedono la morte ; ol- 
tre la quale, per molti, s'accenderanno altri fuochi un 
po' meno divertenti di quelli visti di qua. 

Ma nessuno ci pensa ; e da questo non pensarci, deriva 
appunto questo incendio infernale che divora il mondo. 

BENI 

Il tale non ha « beni di fortuna « ; il tal' altro invece 
può darsi il lusso d'avere «l'agente di beni», quell'altro 
si diletta « a guardare da sé i propri beni », a Sempronio 
infine, cretino che non è altro, sono stati « mandati all'asta 
tutti i beni ». 

Da queste frasi che risuonano spesso sulla bocca d'oro 
del Borghese risulta chiaramente che il Bene è una conse- 
guenza dei « beni », cioè di qualche cosa di reale, di solido, 
d' immobile e di fruttifero, mentre il male, sinonimo di 
nullatenenza, incomincia con la perdita dei « propri beni » 
ed è il compagno inseparabile di chi non possedette mai 
« beni ». 

Perciò, se il Borghese vuol essere logico, bisogna che 
convenga che il cristiano è il massimo degli imbecilli, per- 
chè, distaccandosi dai « propri beni » per aspirare al Sommo 
Bene, cioè a Dio, il quale appartiene al numero delle cose 

397 



invisibili, lascia il certo per l' incerto e invece di trovare j 

quel problematico quid ch'egli chiama il Sommo Bene, 
s' imbatte fatalmente nella miseria che è il Sommo Male. 

Ma da ciò, sempre a fil di logica, questo inevitabile 
corollario : Essendo Dio sconosciuto all'Agente delle Tasse, 
non può essere, secondo il borghese, anche nel? ipotesi 
più favorevole, che un perfetto nullatenente ; dunque Dio 
È IL Male. 

E il Borghese e Proudhon si stringono cordialmente 
la mano. 

BENIAMINO 

L'ultimo e i^iù amato dei figli di Giacobbe. 

Passò in proverbio quando, « in tempi oramai inelutta- 
bilmente superati )), invece dei giornali o de / Lupi Rossi 
si leggeva la Bibbia o, per dir meglio, la Storia Sacra, e si- 
gnificò, fin d'allora, il prediletto, il protetto, ecc. 

Ma ora essere il beniamino del Commendatore, o del 
Capo-Ufficio, o di S. E., vuol dire, nel? invidioso linguag- 
gio degli « emarginatori di pratiche », aver la fortuva di pos- 
sedere una moglie che sia « l'amica » del Commendatore, 
o del Capo-Ufficio, o di S. E. | 

Fortuna che, a dir vero, non capita tutti i giorni ; ma che • " 
quando capita porta come conseguenza al privilegiato ma- 
rito di quella desiderabile moglie ciò che si chiama comune- 
mente « aver fatto una rapida e meritata carriera ! ». 

BENOIT (PIERRE) 

Fabbricante di romanzi a gran tiratura. È il Conan 
Doyle della storia contemporanea ; colto come un medio pro- 
fessore, stilista come un buon giornalista, profondo come una 
catinella, ha il merito di aver liberato i lettori dalla psico- 
logia di Bourget e dalle preziosità di Barrès. Dissero che 
la sua Atlantide era presa da She di Rider Haggard ; il 
suo ultimo romanzo ha un titolo di malagurio e forse pro- 
fetico : Uoublié. 

BENPENSANTE 

Io sono del partito dei benpensanti, dice il cav. Franca- 
trippa ; e infatti pensa bene di non pensare che ciò che 
pensa la maggioranza. 



Attenendosi, perciò, a questa igienica norma, fu, nei pri- 
mi giorni della neutralità, neutralista, fu « interventista » ne- 
gli ultimi, combattè durante la guerra, come tutti i savi, 
nel « fronte interno », nascose prudentemente il tricolore 
nello stanzino dei panni sudici durante il periodo del « bol- 
scevismo » ed oggi, finalmente, che il fascismo è in auge, 
riespone il tricolore al balcone, è socio benemerito de « La 
Disperata » e giura e spergiura a fin di pranzo, con dei 
gran pugni sulla tavola, che Mussolini e non altri salverà 
1' Italia. 

Il cav. Francatrippa, proprietario di ben dieci pizzi- 
cherie, mostra di conoscere a perfezione « il vivere del 
mondo », e di non ignorare che per non esser travolti biso- 
gna « seguir la corrente ». 

Filosofia chiara, facile, a portata di mano e (come 
scrivono attualmente i giornalisti) dimostrata vera dalla 
« prassi ». 

Perciò noi proponiamo fin d'ora a tutti i benpensanti 
del « Bel Paese » di collocare in Santa Croce, fra gli altri 
Grandi, la simbolica effige del non men grande Cavaliere, 
rappresentandolo, in costume da Pulcinella, con un salva- 
gente in una mano e un portafogli nell'altra. 

BENSON ROBERT HUGH (1871-1914) 

Prima protestante, poi sacerdote cattolico, dopo avere 
scritto una ventina di volumi in gloria della Chiesa, morì 
quarantenne, nel 19 14, al principio della guerra, da lui 
presentita apocalittica. 

In Francia (mirabile paese anche infetto) da vivo e da 
morto fu tradotto e discusso. 

In Italia, da vivo e da morto, figurò morto. 

Forse una diecina di persone, delle quali la metà 
preti, non lo ignorano. Ma non ne parlano. 

Non assomiglia al Padre Giovanni Semeria ; non porta 
Cristo al cinematografo e altrove. 

Inglese, non ha fratelli in patria ; ne ha tre, lebbrosi, 
in Francia, dinanzi ai quali i parrucchieri del Cristianesimo 
si tappano il naso, fuggendo : Hello, Veuillot, Bloy. 

399 



Com'essi, vede la società impazzire per aver disfatto 
la Croce e non poter rifarla. 

Allora dà uno sguardo all'orologio e capisce. 

// Dominatore di mordo (che è il suo capolavoro) 
è un libro di storia scritto prima che gli avvenimenti si 
compiano. 

Gli avvenimenti odierni, abbracciati con occhio catto- 
lico, fanno pensare a un' Imalaia di cadaveri dalla cui cima 
si può vedere, al di là, qualche cosa di prossimamente si- 
stemato per sempre. 

Chi può salirci può anche intendere che il romanzo 
di Robert-Hugh Benson è una storia. 

Ma intendere (in latino intelligere) vuol dire intus Uge- 
re ; e, in tal modo, e ne godo, nel tempo dei bruti volanti 
non si legge più. 

// Dominatore del mo do, tradotto per la prima volta 
in italiano e pubblicato recentemente da Vallecchi, non ha 
avuto il successo ch'era lecito sperare. 

Le signore non lo leggono perchè non è un romanzo 
pornografico ; e i preti, dinanzi a questo inglese poco rassicu- 
rante, in generale arricciano il naso, perchè nella loro igno- 
ranza, tutta italiana, non leggono che il Corriere d^ItAia 
e il Pigliami subito. 

BENTHAM GEREMIA (1748-1832) 

Profeta veramente moderno e popolare della filosofia 
utilitaria — chiamata ingiustamente da quel dispeptico 
di Carlyle la « filosofia dei porci ». 

La più grande felicità possibile del più gran numero : 
ecco la sua formula luminosamente umanitaria. Accetta- 
bile dai savi degli ultimi due secoli perchè per felicità 
intendevano possesso ed uso dei beni e dei beni tangibili, 
misurabili, terrestri. 

Non poteva, però, intendersi coi cristiani — i quaH, 
guardate un po', preferiscono il dolore alla felicità e in 
fatto di beni desiderano piuttosto quelli del cielo che 
quelli della terra. 

Il nostro Bentham ha scritto anche una Difesa del- 
r Usura che gli procurò immensa popolarità tra i pubbli- 

400 



cani dei due mondi e non sapendo in quale altro modo 
essere utile ai suoi simili lasciò il suo cadavere per la dis- 
sezione — e il suo scheletro, ohimè inutile, si può am- 
mirare all' University College di Londra. 

BENZINA 

È l'Acqua Santa del secolo XX. 

Con l'Acqua Santa si scacciavano i demòni ; con la 
benzina si mettono in moto : (demòni meccanici sporchi, 
fumosi, rumorosi, mostruosi, spaventevoli). , 

E l'uomo moderno, più brutto e brutale di loro, se li 
inventa, se li fabbrica e se li adora. 

Talvolta (ma troppo di rado !) l' idolo ammazza l' ido- 
latra. 

Piccolezze che non soddisfano 1' Omo Salvatico. 

Fortuna che certe osservazioni meteorologiche sem- 
brano accertare una imminente spaventevole siccità su 
tutta la terra. 

Allora all'uomo moderno, adoratore del « motore a 
scoppio », non resterà che bere la sua benzina. 

E sarà l'ultima bevuta di questo ubriaco molesto. 

BEOWULF 

Antico eroe germanico, le cui gesta son conservate in 
un poema scrìtto in zoest-saxon. Uccise il mostro Grendel 
che divorava i guerrieri del re Hrothgar ; e, cinquant'anni 
dopo, morì dopo aver ucciso un terribile drago. Rappre- 
senta l'antica idea del Re che deve affrontare il male che 
affligge il suo popolo anche a costo di morire. Ma « nous 
avons changé tout cela » e nei tempi più civili (non par- 
liamo dell'oggi) è il popolo che deve morire per il re e non 
il re per il popolo. Noi, coi barbari, stiamo con Beowulf. 

BEOZIA 

Paese greco, dove nacquero alcuni de' più grandi uo- 
mini dell'antichità : Pindaro, il massimo lirico, Esiodo, 
Epaminonda, Plutarco e altri molti. Gli altri greci, forse 
per invidia, sparsero la voce che i beoti fossero d' in- 
gegno tardo e grosso — diceria che s' è conservata in- 

401 

:6. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



giustamente fino a' nostri tempi. Si tenga bene a mente 
che gli eccellenti Beoti, in confronto ai prussiani di Sparta, 
ai parigini di Atene e agi' inglesi di Corinto, erano la più 
geniale fra tutte le genti dell' Eliade, 

BÉRANGER (1780-1857) 

Popolare e volgare canzonettaio della Ristorazione e 
delle due pseudorivoluzioni del '30 e del '48, Ridacchione 
e buonsensaio, lubrico e democratico ; cantore di Lisetta 
e riabilitatore, anche prima dei romantici, delle puttanelle 
sentimentali e degli scrivani bacchici, — ma soprattutto 
anticlericale, antigesuita, anticattolico, anticristiano, ebbe 
una voga immensa che oggi, agli stessi francesi, riesce 
inesplicabile. Nullo come idee, banale come verseggiatore, 
fiacco come satirico : forse la sua aderenza alla mediocrità 
dei ceti mediocri fu il segreto della sua fortuna. 

Si dava l'aria d'essere, a modo suo, religioso e una delle 
sue canzoni più celebri è quella, scema e bestemmiante, in 
cui, con teologia d'avvinazzato, spera che Dio perdonerà 
ogni cosa alla gente della sua razza : 

Le verre en main, gainunt je me confie 
Au Dieu des bonnes gens. 

BERCHET GIOVANNI (1783-1851) 

Il « Tirteo del Risorgimento italiano » era figliolo d'un 
negoziante d'origine svizzera ; impiegato austriaco ; apo- 
stolo del romanticismo tedesco ; scrisse romanze che di- 
ventaron popolari per l'argomento patriottico e la facilità 
della cantilena. Ecco il Romito del Cenisio : 

Come il mar su cui si -posa 
sono immensi i guai d'Italia. 
Inesausto è il suo dolor. 
Libertà volle ; ma, stolta ! 
Credè ai -prenci ; e osò commettere 
ai lor giuri, il suo voler. 

Di gran brutti versi si contentavano i patriotti italiani 
402 



(e forse si contentano ancora) e per amor dell' Italia ne 
scrisse uno bruttissimo anche il Manr.oni 

Liberi non sarem se non siam uni. 

— ma uno solo, Queili del povero Berchet, pensando all'ori- 
gine e alla professione, non e' è tanto male : un impie- 
gato di ceppo elvetico poteva dir meglio di così : 

Gridate al tedesco, che guarda sparuto : 
U Italia è concorde ; non serve a nessun ? 

BERE 

Questo verbo dà luogo a due modi di dire : 
lO « Darla a bere ». 
2° « O bere o affogare ». 

L'abilità di « darla a bere » è l'ars magna di tutte quelle 
persone « che non vivono col capo nel sacco », oppure (il 
che è lo stesso) « con la testa fra le nuvole ». 

L'umanità si divide unicamente in due parti : coloro 
che « la danno a bere » e coloro che « le bevono » ; e que- 
sti formano la grandissima maggioranza. 

Quando poi qualcuno si rifiuta di « bere », colui che 
« la dà a bere » cambia voce e fisonomia e, impone al re- 
nitente questo gentile dilemma : « O bere o affogare » ; 
il che corrisponde a quest'altro motto ugualmente gen- 
tile e persuasivo : « mangiar questa minestra o saltar 
quella finestra ». Nel « darla a bere », o in un modo o nel- 
l'altro, consiste quasi ogni arte, professione, industria o 
commercio. 

Il deputato e il ciarlatano, lo scienziato e il giornalista, 
il professore e il vinaio, il propagandista e il commesso viag- 
giatore in callifughi, il filantropo e l'avaro che si finge po- 
vero, il demagogo e il giocatore di bussolotti, son tutta 
gente che non vive « col capo nel sacco » e che conosce tutti 
i segreti del darla a bere. 

Tuttavia e' è una cosa che il popolo non beve più : 
« l'acqua di vita eterna » ; e non sa, l' infelice, che unica- 
mente per questo s' è ridotto a bere o a dover bere an- 
che il piscio ! 



BERESINA 

— Questa è la mia Beresina — mormorava tra sé il 
Dottore Enteroclismi una sera d' inverno che traversava un 
fosso fangoso mentre certi ragazzi gli tiravano dei sassi da 
lontano — . Ma Napoleone s'era permesso d'invader la Rus- 
sia, spinto dal più sfrenato militarismo, mentre io non 
ho altra colpa che d'aver sbagliato l'operazione dell'ernia 
a quel contadinaccio eh' è morto. Napoleone ha fatto mo- 
rire un milione di uomini, e io, che sappia, uno solo e a fin 
di bene. Ma l' ingratitudine bersaglia i benefattori dell'uma- 
nità : ora non potrò più restare in questo paese e dovrò 
cercare in un'altra condotta la mia Sant' Elena. 

Un sasso meglio diretto degli altri lo colpi in quel mo- 
mento nel groppone ; inciampò e ruzzolò nella mota. 

— Ecco Waterloo dopo la Beresina, esclamò l'eroico 
dottore annaspando per rizzarsi. E gettò all'aria scura la 
talismanica parola di Cambronne. 

BERGSON ENRICO (1859) 

Ebreo francese di origine polacca che, stanco del pla- 
tonismo, volle risuscitare Plotino e rinfrescare Schelling. 
L' intelletto non conosce che il meccanico e il discontinuo, 
da lui immaginato per i bisogni pratici — per conoscere 
la vera realtà bisogna ricorrere all' intuizione, inserirsi 
nella corrente della durata reale e afferrare il continuo nel 
suo eterno fluire. 

La filosofia, intesa a questo modo, si risolverebbe nel- 
l'arte o, meglio ancora, nella contemplazione mistica o, in- 
fine, nel panteista silenzio degli yoghi. 

L'opera di Bergson è stata utile come reazione al dis- 
seccamento dell' ultrarazionalismo, richiamando alla vita 
quelli che si baloccavano colla scolastica delle categorie, 
ma non può, come alcuni cattolici hanno creduto un mo- 
mento, essere avviamento a una nuova apologetica, perchè 
rifiutando la ragione si cadrebbe in un fideismo individua- 
lista pericoloso all'unità della fede e alla assolutezza del 
dogma. 



404 



BERILLO 

«0 gola d'oro e occhi ài berillo....)-) 

È il solo verso che ricordo d'un sonetto di trent'anni 
fa, di cui non ricordo (oh iattura !) né il tìtolo né l'autore. 

Ma non fa nulla. Basta quest'unico verso per illumi- 
nare non solo un periodo letterario, ma un'epoca : l'epoca 
oramai miocenica àt^J Isaotti Guttadauro, à^WIsotteo e la 
Chimera e d'altre minori oreficerie di stagnola. 

Erano ancora i tempi del secondo Re dai gran baffi. 
E se correvano, all'ombra di quei bafiB, i primi tranvai 
elettrici e le biciclette già in voga, le automobili, in com- 
penso, non si sognavano. 

AUora, sebbene Gabriele d'Annunzio, l'assonnato sensua- 
le, fosse una caramella succiata dalle signore e dagli snobs, 
le guardie di Pubblica Sicurezza portavano sempre il 
chepì a marmitta e la giacca a sottanino e fra gli altri 
modi di dire si sentiva ripetere in varie occasioni dalla 
gente : « È impossibile come volare ». 

Ma poi si volò ; anzi, per terra, per acqua e per l'aria, 
tanto vertiginosamente si turbinò, che si fini per cadere 
in uno sterminato manicomio di cannibali ubriacati di 
sangue. 

Oggi dalla sua putrida e lontana sepoltura, fievole, 
triste, stupido e sbigottito, questo verso s' è riaffacciato 
alla mia memoria : 

«0 gola doro e occhi di berillo....)) 

L'unico frammento grottesco di quell'arcadia d'alcova 
che non sapeva d'avere in corpo le mitragliatrici ! 

BERKELEY GIORGIO (1684-1754) 

Il vescovo protestante Berkeley é celebre per due cose : 
per aver dimostrato che non esiste una sostanza esterna 
(materia) al di là delle nostre sensazioni ; e per aver pro- 
posto l'acqua di catrame come panacea universale. Oggi 
sappiamo che la sua scoperta filosofica si riduce a un sem- 
plice chiarimento di parole (materia = possibilità di sen- 
sazioni) e nulla più ; e l'acqua di catrame é adoprata sol- 
tanto, e di rado, per la cura dei catarri di gola. 



BERLICCHE E BERLOCCHE 

Al nostro eccellente Canapone. Granduca di Toscana, 
si appresentarono un giorno due ciane — perchè S. A., 
benché tiranno, riceveva tutti — che chiedevano non so 
qual sussidio. Leopoldo promise e allora le due donne, sul 
punto d'andar via, dissero : 

— Speriamo che anche Sua Altezza non ci faccia berlic- 
che e berlocche come i suoi ministri. 

Sparite le ciane il Granduca si volse a un suo segretario 
chiedendogli cosa volesse dire berlicche e berlocche. 

— Altezza, — rispose costui — vuol dire.... non so come 
dire.... 

— Insomma ! Dite.... 

— Vuol dire barattar le parole, non mantener la pa- 
rola data. 

— E allora — riprese Leopoldo, — scrivete subito che 
sia dato a ciascuna uno zecchino per berlicche e uno per 
berlocche. 

Altri tempi, altri costumi, altre monete — e altri prin- 
cipi. 

BERLINGACCIO 

È sparito, com' è sparita la quaresima. Oggi, né orgia 
né mortificazione né cozzo fra gli estremi. 

Una grande, uniforme, chiusa e buia tristezza, che 
quando simula l'allegria è ancora più triste e più torva, ha 
invaso (ultima lebbra) l'anima umana. 

Non si crede più né al paradiso dei porci né al para- 
diso degli angeli. 

Ciascuno é roso dal proprio peccato e non sa più che 
queir intimo verme implacabile che lo rode e lo infetta, è 
il peccato. 

Passa il Berlingaccio e l'uomo non ride ; passa la Qua- 
resima e l'uomo non piange. 

Un albero secco, ma non morto, che esprime il pro- 
prio dolore, non confortato dalla speranza, contorcendosi 
inutilmente sotto un cielo di castigo, con rabbiosi schianti. 

Ecce Homo. 

406 



BERLINO 

All'Alfieri parve una casermaccia ; a Mark Twain la 
più americana città d' Europa ; a Hegel la Gerusalemme 
dell' idealismo ; ai parigini la succursale moderna di So- 
doma e Gomorra. Paion discordi tutti e dicon la stessa cosa. 
Le città americane somigliano a caserme scientifiche ; nelle 
caserme tedesche non è rara la sodomia • — e l' idealismo 
hegeliano è la degna filosofia dei pederasti accasermati : 
infecondi in fila tre per tre. 

BERLIOZ ETTORE (1803-1869) 

Squassante romantico francese che i suoi concittadini 
tentano di contrapporre a Wagner. La sua musica uraga- 
nesca è talvolta potente ma fatta più per gli orecchi e il 
cervello che per il cuore. Fu anche scrittore ed è sua la 
definizione di Parigi : « pays de vieux barbares blasés », 
Spirito grandioso e che concepiva in modo gigantesco : 
nel Dies Irae del suo Requiem^ una delle più efficaci com- 
posizioni di musica religiosa, voleva che il meraviglioso 
Tuba mirum fosse eseguito da quattro orchestre ! E difatti 
— prima del giorno vero — non ci vorrebbe di meno per 
svegliare, sia pure un momento, le anime assonnacchiate 
dei cristiani che non voglion rammentarsi della morte. 

BERNA 

Degna capitale della Svizzera. Tien rinchiusi i suoi mi- 
gliori abitanti, discesi dai monti, in fondo a una fossa : 
gli orsi bruni. A questi, però, i minorenni bernesi pagano un 
quotidiano tributo di carote, resto di un antichissimo culto 
al totem ancestrale, mentre imparano dai loro prigionieri 
l'arte della serietà brontolante. 

BERNARD CLAUDE (1813-1878) 

Famoso fisiologo positivista ; grande torturatore di ani- 
mali vivi e autore di quella Introduction à la meàecine 
experimentaU ch'era uno dei Vangeli dell' arcibestia Zola, 

« Claude Bernard — racconta J. Goncourt — dans le 
delire qui precèda son agonie, ne répétait qu'un Seul mot : 
Foutu ! Foutu ! » Infatti.... 



407 



BERNARDINO (S. DA SIENA) (1380-1444) 

Un giorno (già frate minore) ascoltava ad Alessandria, 
confuso tra la folla, una predica del celeberrimo domeni- 
cano spagnolo S. Vincenzo Ferreri. Quel giorno stesso i 
due santi si conobbero ; e il giorno dopo, San Vincenzo, 
d'un tratto, interrompendo la predica, così disse alla gente 
che lo ascoltava : 

« Figli miei, tra di noi è un religioso dei Frati minori 
che presto diverrà illustre per tutta 1' Italia ; la sua dot- 
trina e i suoi esempi produrranno grandi frutti in mezzo 
al popolo cristiano. Vi esorto dunque a ringraziare Iddio 
ed a pregarlo insieme con me affinchè si degni di compiere 
ciò che m' ha rivelato. E siccome presto si avvererà quanto 
ora vi annuncio, io ritorno ad evangelizzare la Francia e la 
Spagna e lascio a quest'uomo la cura d' istruire i popoli 
dell' Italia ai quali non ho fatto sentire la mia voce ». 

Vari anni più tardi, questa profezia si avverava comple- 
tamente. 

La predicazione del terribile ed apocalittico spagnolo, 
veniva sostituita da quella arguta, serena e popolare del 
francescano senese. 

Egli, nel parlare al popolo, usava il linguaggio del po- 
polo ; non diceva cose difficili con forma tropp'alta o in- 
voluta, ma esponeva le verità evangeliche e la dottrina 
della Chiesa, cercando di tener desta l'attenzione dell'udi- 
torio non solo con l'evitare di cader nel rettorico, ma per- 
fino col ricorrere spesso ad aneddoti, a frizzi, ad apolo- 
ghi, a barzellette, a proverbi e a storielle che tuttavia, pur 
divertendo, contenevano il succo della verità rivelata. 

Ne si creda, con questo, che la predicazione di San Ber- 
nardino mancasse di forza ; ordinariamente allegro e se- 
reno, di fronte a certi peccati che maggiormente lo indi- 
gnavano, diventava terribile. 

I suoi tempi eran pieni di discordie, di stragi, di tra- 
dimenti, di bestialità, di vizi. 

Ma specialmente contro la ferocia delle fazioni (si era 
giunti perfino a macellare e a vendere la carne dei pro- 
pri nemici) l' ira di S. Bernardino raggiunse il colmo. 

408 



Un giorno gli uscirono di bocca queste tremende parole : 

« Signore mio Gesù Cristo, io ti prego che se il mio 
padre o la mia madre o niuno mio parente so' morti con 
queste parti delle quali io parlo, io ti prego che per l'anima 
loro non vaglia né messa, né orazione che mai io facesse 
a utile di niuno di loro. E anco ti prego. Signor mio, che se 
niuno di loro ha tenute parti insino alla morte e non se ne 
so' confessati, che mille diavoli abbino le anime loro, e che 
mai per Joro non sia redenzione. 

E questa orazione è fatta per l'anima loro ». 

Un'altra volta, contro il lusso delle vesti e l'ostenta- 
zione sfacciata della ricchezza, così scrisse in un sermone 
latino : 

« Non parlo delle bestemmie dei poveri, quando vedono 
trascinare pel fango vesti preziose, m^entre essi sono irrigi- 
diti dal freddo invernale, e le loro membra e quelle dei fi- 
gli e delle figlie soffrono la fame e la sete, per la crudele 
empietà e durezza di cuore dei ricchi ambiziosi. Apri i 
tuoi orecchi, o dama che porti lo strascico, ascolta bene, o 
mente ottusa ; sta' attenta, o anima sorda, e udrai le voci 
che si lamentano di te e che gridano vendetta nel cospetto 
di Dio.... Chiedono soccorso gì' ignudi, tormentati dal 
freddo e dalla fame, e mentre non si guarda a spesa per 
dilettare gli occhi dei curiosi, si permette che i poveri ri- 
mangano nelle loro miserie. Trova il fango chi lo ricopra 
con lunghe vestì, quantunque non le cerchi, ed il mendico 
non trova uno straccio, non un tozzo di pane, benché con 
alte grida lo chieda ». 

E contro i capricci, le assurdità e le semi-oscenità della 
moda : 

« A che cognosci dove si vende il vino ?... Al segno. 
Simile : a che si cognosce un albergo ? Pure al segno suo. 
O se tu vai al taverniere per aver del vino, perché tu vedi 
il segno, tu gli dici : « dammi del vino ». Non é così ? Or 
mi di' : chi andasse a una donna che porta i vestimenti 
o in capo vanità, per modo che porta el segno d'una mere- 
trice, e così pare; chi la richiedesse...., tu m'intendi, 
come si richiede una meretrice o vuoi come si richiede del 
vino al taverniere, che credi che ne fusse ? ». 



409 



Una volta predica contro i peccati carnali, ma allora 
avverte : oio parlerò tanto onesto, eh' io non m' imbratterò 
punto punto.... Vedeste mai quando il gallo entra in fec- 
cia ? Egli v'entra dentro tutto pulito, colle ale assettate 
in alto per non imbrattarle, per poter volare a sua posta. 
Così farò io ». 

E ancora contro le ricchezze e lo sfarzo : « Molte volte 
e il più delle volte (la ricchezza è fatta) di robbaria, d'usura, 
e dal sudore de' contadini e dal sangue de le vedove e da 
la meroUa de' pupilli e degli orfani ». E « chi pigliasse una 
di quelle cioppe (spocchiose) e premessela e torcessela ne 
vedresti uscire sangue di orlature.... Non vedi che questa 
veste che tu hai in dosso è con sangue ? ». 

E, infine, annunziando castighi sulla sua città : 

« Sai tu come fa chi fa il fieno ? Elli si reca la falce 
in mano et arruota, arruota. arruota. Oimè, oimè, Siena ! 
Quando clli arruota colui che sega, guarditi, dich' io. Che 
anco poi ch'elli ara segato vm pezzo, elli riarruota da capo ; 
e come è così segato et elli guarda d'atomo da ogni parte 
dove è da segare. Elli guarda atorno dal levante, dal po- 
nente, dal mezzodì e dal settentrione. Vedi che elli ha già 
segato in ogni parte, salvo che qui. Però ti dico : guarda, 
guarda, ben guarda, Siena ». 

E conclude : 

« O città di Siena, o cittadini, o donne, o figliuoli miei, 
non aspettate, non aspettate : convertitevi a Dio.... non 
aspettate che la falce giunga in terra!» 

Questo San Bernardino, corrucciato e indignato, che 
assume talvolta la voce formidabile dei profeti, è poco 
noto ; egli resta nascosto da quell'altro San Bernardino, 
preteso figlio del Rinascimento, sereno, umano, scherzevole, 
ricco di facezie e di motti. Anche di San Francesco (come 
d'ogni altro Santo) si accetta dall'attuale tiepidume catto- 
lico la parte dolce che piace e l'altra austera che non piace 
si scarta. 

Così avviene perfino con lo stesso Cristo. 

Ma Cristo e tutti i suoi santi, che son più o meno imita- 
tori di Cristo, presentano una faccia sorridente ed una fac- 
cia irata : sorridente dinanzi ai buoni e indulgente coi pec- 

410 



catori che si pentono ; irata, dura, inflessibile con chi vuol 
rimanere nel peccato. 

Ed è certamente ed unicamente per questo, che tanti 
falsi cristiani, intorno ad un Vangelo falsificato, non vorreb- 
bero vedere che falsi santi. 

BERNARDO (S.) (1091-1153) 

« Monaco fin nel più profondo del suo essere non capisce 
che la vita del chiostro ; dominatore di se, impone il pro- 
prio dominio a tutti ; abituato al soliloquio, non tollera 
i discorsi altrui. 

Tagliente, ossuto, intransigente, combattivo, agita una 
spada che s'affonda, senza misericordia, nelle carni di re, 
sapienti, prelati, eretici, poverelli o monaci. 

Non fa distinzioni, non concede privilegi : che è l'uomo 
per lui, abituato a parlare con Dio e a contemplare il cielo ? 
La sua parola ha quasi un timbro divino, la sua autorità 
è radicata nell'alto. Si sente apostolo nato, crede nell'asso- 
luta sua missione, grida dovunque, tuona come un cielo 
burrascoso. Niente gli sfugge che riguardi pur da lontano 
il regno di Dio in terra. Il suo sguardo ha del prodigioso, 
la sua fermezza è inamovibilità ; quando egli tace è segno 
che sulla terra si è migliori. 

Profeta e taumaturgo, entusiasma le moltitudini, esa- 
spera i contendenti, getta frasi che, nella vampata, distrug- 
gono nemici o inalzano i difesi. Con la sua sola presenza 
ammutolisce tutti, oscura ogni grande. È chiamato e invo- 
cato da per tutto, a lui si ricorre in ogni circostanza. È 
l'uomo più conosciuto, più stimato, più venerato del secolo. 

.... La sua vita interiore non è che fiamma. Se non lo 
sgretoliamo troppo, se non lo separiamo e analizziamo 
minutamente, siamo di fronte a un gigante che risplende 
e il cui luogo è proprio nell'empireo dove appunto, atto- 
nito, lo ammira Dante ». 

Arrigo Levasti 
{La Tempra - settembre 1920). 



411 



BERNHARDT SARAH (1844) 

Vero nome : Rosine Bernard. Attrice indubitabilmente 
ebraica ; fiorì sotto il Secondo Impero, saltò sulle ginoc- 
chia di Alessandro Dumas padre e probabilmente raccolse 
l'ultimo respiro del suo correligionario Enrico Heine. Venne 
la guerra del '70, poi la Comune, poi la guerra europea, 
la faccia del mondo cambiò, chi non morì di vecchiaia morì 
in guerra, chi non morì in guerra morì d'influenza, chi non 
morì d' influenza morì nelle rivoluzioni e nelle guerre ci- 
vili, ma r illustre Sarah, la magra Sarah, l' immortale 
Sarah, ha seguitato e seguita, su tutti i teatri del mondo, 
a trascinare il suo scheletro imbellettato e a far finta d'a- 
mare e di morire sotto i vestiti di Fedra o di Margherita 
Duplessis. Ha un occhio di vetro, una gamba di legno, un 
busto d'acciaio, una parrucca bionda in capo, un' intona- 
catura di creme sul viso ; ma i restì del suo corpo non 
cedono e la sua voce singhiozzerà, fioca, fino al giorno 
che s'aprirà, sul Teatro del Mondo, l'ultimo spettacolo 
della divina tragedia. 

BERNI FRANCESCO (1497 P-1535) 

Nacque a Lamporecchio ; gh piacque il poco fare ; morì, 
sembra, avvelenato per non aver voluto essere avvele- 
natore ; creò il genere di poesia detta bernesca. Comincia 
con lui, elogiatore in capitoli del Caldo del Letto, dell'Ori- 
nale, del Debito e simili, la stuccosa progenie dei rimatori 
che per non aver nulla da dire, lodano, con versi tra il bur- 
lesco e l'osceno, le più brutte cose o quelle che meglio si 
prestano a' doppi sensi delle sudicerie. Volle rifare alla fio- 
rentina V Orlando Innamorato, opera pulita e fresca di 
grazia del Bojardo : il rifacimento è più ricco di modi 
toscani ma perde l'ultimo profumo delia fantasia cavalle- 
resca. Ne' sonetti a volte ha un piglio popolaresco forte e 
felice : il più celebre, e giustamente, è quello che dà la 
baia all' insopportabile armento dei petrarchisti : 

Chiome d'argento fine, irte ed attorte 

sen^arte. intorno ad un bel viso d'oro... 



412 



BERNINI GIO. LORENZO (1598-1680) 

È il genio artistico del seicento ; ma genio cattolico ro- 
mano, dentro Roma. Lì armonizza ; fuori stonerebbe. Chi 
non capisce il Bernini, a Roma, non capisce la Roma pa- 
pale dopo il Concilio di Trento. 

Cioè non capisce un'epoca. 

BERNOCCOLO 

Parola che deve la propria fama alla pretesa scienza 
frenologica. 

Tutti (secondo i frenologi) abbiamo nel cranio un certo 
numero di protuberanze o bernoccoli che corrispondono 
alle nostre facoltà o inclinazioni diverse. 

Ma se ciò è vero, è indiscutibile che nell'uomo mo- 
derno in genere si deve trovare, sviluppatissimo, fra quelli 
che denotano le inclinazioni, il bernoccolo addirittura 
sovrano dell' imbecillità più eminente. 

BERSEZIO VITTORIO (1830-1900) 

Chi se ne rammenterebbe più se non avesse creato il 
povero Monsù Travet ? — Mediocre commedia, alla fine, 
ma dove e' è un po' dell'umile umanità che appare, più 
profonda, nel Cappotto di Gogol. Quest'uomo, che compose 
una lunga opera su Vittorio II, alla quale raccomandò la 
sua fama, rimarrà, nei cantucci dei manuali e delle memo- 
rie, soltanto per essere stato il burattinaio di un impiega- 
tuccio disgraziato. 

BERTACCHI GIOVANNI (1869) 

Poeta dell'Alpi — oratore epigrafista patriottico — 
scopritore dell'ottimismo di Leopardi — professore all' Uni- 
versità di Padova (per questa nomina, che sorprese molti, 
fu battezzato 1' Eroe del '69) — probabilmente democra- 
tico — quasi certamente mediocre — non merita davvero 
una troppo lunga fermata dell'Omo Salvatico che ha ben 
altri gatti da pettinare. 



BERTOLDO 

Se all' « animalis homo » dei nostri tempi, affetto irrime- 
diabilmente da alienazione mentale, fosse concesso un lu- 
cido intervallo, egli non potrebbe non pensare : 
mio nonno fu Bertoldo, 
mia nonna la Marcolfa, 
mio padre Bertoldino, 
ed io son Cacasenno ; 
Ma un Cacasenno fetido quanto sciocco, la cui discen- 
denza sarà inevitabilmente di scarafaggi. 

BERTRAND LOUIS (1866) 

Lorenese. Prima professore, poi scrittore. 

Si convertì al cattoUcismo nel 1906, nella Grotta della 
Natività, in Terra Santa. 

I suoi due libri migliori sono il Sant'Agostino e 
Sanguis Martirum, ambedue tradotti in italiano e abba- 
stanza noti. 

Ma è troppo letterato ; e, perciò, all'Omo Salvatico 
non sfagiola. 

BESANT ANNIE (1847) 

Attuale regina delle api (o vespe) teosofiche. Nacque 
nel 1847; sposò un pastore, Frank Besant, che abban- 
donò, portando via i figlioli, per convivere col « libero pen- 
satore » Carlo Bradlaugh, il quale la convertì alle sue idee. 
Diventò direttrice del National Reformer e cominciò a far 
conferenze (1874) predicando l'ateismo e il maltusianismo. 
Fondò una Lega Maltusiana e fu condannata — anzi 
il tribunale le tolse la custodia della figliola. Pubblicò un 
Manuale del libero pensatore ; ma il suo amante Bradlaugh, 
eletto deputato, si stancò di lei e l'abbandonò. Allora, per 
consolarsi, si convertì alla teosofìa (1889) e divenne una 
delle direttrici della società, e dal 1895 la domina comple- 
tamente. Ha scritto un' infinità di libroni e libercoli e 
uno, fra gli altri, Esoteric Christianity, nel quale tenta di 
tirare al suo barocco mulino le acque del Giordano e di 
Genesareth. Secondo lei il vero Gesù nacque 105 anni 
avanti l'èra volgare ; fu iniziato dagli Esseni, poi studiò 

414 



i libri indiani nel convento di Serbai ; in Egitto fu iniziato 
alla Grande Loggia Bianca — era insomma vm adepto, 
una incarnazione di Buddha ! Imbecillità veramente de- 
gne d'una femmina protestante e che sono al di sotto di 
qualsiasi confutazione possibile. Diciamo, per finire con 
questo personaggio losco e buffo che tanti, anche in Ita- 
lia, adorano come una mezza divinità, che la Signora Be- 
sant fu accusata più volte, anche da teosofi, di frodi e 
truffe spirituali e che riaccolse nella società il famoso Lead- 
beater, noto corruttore di giovinetti. 

BESTEMMIA 

È il lurido primato degli italiani in genere e dei toscani 
in ispecie. 

(Un luogo comune che, per esser tale, non cessa, pur 
troppo, d'esser vero). 

I toscani sono i più infami, sporchi e stomachevoli be- 
stemmiatori della terra. Bestemmiano tutti, per rabbia o 
per giuoco. Alcuni bestemmiano (come dicono) « per dar 
forza al discorso » ; altri inconsapevolmente ; e non è 
impossibile trovar perfino qualcuno che bestemmi come un 
diavolo, proprio nel momento stesso che s'indigna contro i 
bestemmiatori. 

Per estirpare questo morbo, sarebbe necessario consi- 
derare la bestemmia come il m.assimo dei reati, ed appli- 
care inflessibilmente, senza eccezioni, il massimo della 
pena. 

Ma ciò non riguarda, sembra, i legislatori dello Stato. 

E perciò, a un povero cristiano che udendo oltraggiare 
il suo Dio redarguisca con la massima indignazione l'ol- 
traggiatore, può accadere d'esser dileggiato se non basto- 
nato dalla folla, o severamente ammonito da qualche tu- 
tore dell'ordine, « per esser venuto meno a quel rispetto 
che è dovuto, indistintamente, a tutte le opinioni sincera- 
mente professate ». 



415 



BESTIA 

La grande diffamata, ahimè ! 

Tanta è l'abitudine, bruttamente invalsa, quando si 
vuole oltraggiar l'uomo di dargli di bestia, che anche in 
questo libro (pur troppo !) si commette qua e là, in danno 
dei poveri bruti, una tale ingiustizia. 

BETLEMME 

Sinonimo delle Cinque Parti del Mondo — infatti in 
nessuna locanda, albergo, o casa, c'è posto per l'apparizione 
di un Dio. 

BETTELONI VITTORIO (1840-1910) 

Qu3si costretti dagli elogi di Giosuè Carducci e di Bene- 
detto Croce abbiamo affrontato l'opera di questo concitta- 
dino dì Romeo, ch'ebbe una mezz'ora di celebrità e l'onore 
di un'edizione inglese di Zanichelli ed è forse ancor letto 
nella provincia di Verona. 

Mal ce n' incolse : e sian perdonate l'ombre di Casta- 
gneto e di Pescasseroli ! 

Leggemmo : 

bella, un dì f ho vista 

Entrar dal tabaccaio, 

E anch' io facendo vista 

Che nC occorresse un paio 

Di sigari, v'' entrai ; 

Là per la prima volta ti parlai. 

Eppoi : 

Già /' ho a memoria come fosse adesso. 

Sotto le piante suonava la banda, 

E fra color che appresso 

Ivi per meglio udir faceano crocchio 

Là tu medesma in banda 

Al molle suono ascolto 

Ferma porgevi e Vocchio 

E V animo tenevi al del rivolto. 

S' è capito : acqua d'arancio romantica con uno schizzo 
416 



di rhum verista. Ovverosia : l'arcadia sentimentalista con- 
dita colla sciatterìa della scapigliatura. 

Ma quando poi, verso la fine, si arrivò al Canto dei Ci- 
clisti si buttò via addirittura il volume. Che ora, però, ri- 
prendiamo per copiare questa gemma betteloniana e spor- 
tiva : 

Non può corsier contendere 

d^ agile forza e snella^ 

non può Con noi di fulgida 

macchina curvi in sella, 

ne de la corsa il nobile 

torci supremo onor. 

BETTINELLI SAVERIO (1718-1808) 

Povero Bettinelli ! I letterati italiani non gli posson 
perdonare le Lettere Virgiliane e le critiche a Dante, non 
tutte sciocche, e dimenticano che più tardi, da vecchio, 
confessò che la Divina Commedia « è la nostra Iliade unita 
3\V Odissea ». 

Eppure questo gesuita ebbe il merito di voler fare, in 
pieno settecento, una revisione del tradizionalismo risec- 
chito dei pedanti e di voler rimettere la letteratura ita- 
liana nella circolazione delle correnti europee. Come poeta 
non vai nulla, ma nelle Lettere Inglesi ci sono osservazioni 
sugli scrittori e i costumi nostri che hanno valore anche 
oggi, ed ha un posto suo nella storia dell'estetica, ed ha 
avuto il merito di rivendicare la grandezza del Medioevo 
nel suo Risorgimento d'Italia negli studi nelle arti e nei 
costumi dopo il Mille (1773). 

Se non avesse appartenuto alla compagnia di Gesù e 
non avesse detto male di Dante, ben altra sarebbe la sua 
fama. Ma va almeno ricordato agli immemori, in contrap- 
posto alla sua amicizia con Voltaire, l'attestato del Pinde- 
monte il quale afferma che a Verona ricondusse la gioventù 
a Dio nelle chiese e al buon gusto in casa sua. 

BETTINI POMPEO (1862-1896) 

Non si può guardare il suo ritratto senza una stretta 
al cuore : Una figura malaticcia, di gobbo, con la testa 

417 

27. — Diziona. io dell'Omo Salvatico. 



un po' rientrata fra le scapole, e una faccia triste e maci- 
lenta, cui sovrasta un piccolo cappello a cencio, abbassato 
e schiacciato sulla fronte. 

Era tisico, povero ; faceva il correttore di bozze. 

Nell'adolescenza diventò deforme e perde la fede ; 
più tardi sperò di trovarne una nell'utopia socialista. Ma 
era un poeta ; e i suoi compagni dei ragionieri. 

Odiava la borghesia, dubitava del socialismo, credeva 
di non credere in Dio. 

Ammalato di corpo e d'anima, esprimeva la sua tri- 
stezza con piccole liriche nostalgiche e desolate, in cui 
rintocca il pensiero della morte che e' inghiotte e ci disfà. 

Ma questa morte totale che, pur desidera, gli dà un bri- 
vido d'orrore ; e allora dalla vita, che lo martoria, non 
sa staccarsi : 

Oh che pensiero amaro . 
è quello di morire ! 
T' amo come un avaro, 
mio corto avvenire ! 

L'ama perchè di qua, il suo dolore senza conforti, s' in- 
tepidisce al sole ; mentre di là, sotto terra, non e' è che 
buio e vermi... 

Ma forse.... Chi sa che i morti non vivano ? 

Forse è una vita opaca, di larve, e pur dolce. 

Verhe crescono altissime 
a sugger, spegnendolo, il sole ; 
non stormiscon le foglie 
perchè regni il silenzio. 

Dolci i nostri discorsi, 
andando a due a due 
sul prato, sarebbero, o morti. 

Tu certo, padre, sei solo 
e manchi di compagno. 
Oh come volentieri 
passeggerei con te ! 

Fantasie e sognerìe di malato, pallidamente allunate 
d'una vaga spiritualità che non giunge a Dio. 

418 



Questa povera anima senza cielo e scontenta della 
terra, canta con la malinconìa desolata d'un prigioniero 
in un giorno grigio di pioggia. 

Ora si ricorda d'una bambina (forse un puerile amore 
indistinto) che faceva i balocchi con lui ; e morì. 

I versi hanno un ritmo singhiozzato di ballata funebre. 

Quando venivi era un giorno di sole ; 
se pioveva, la pioggia cantava. 
Io tutto ranno quel giorno aspettava 
per infilare perline con te. 

Belle perline, discioltosi il refe, 
seminavate di sprazzi il cortile ; 
. ma tu ne avevi nel grembo altre file, 
ne avevi quante la figlia di un re. 

Sei morta presto, gentile villana, 
e con la pasqua d^ aprile che viene, 
la tua memoria, cui voglio ancor bene, 
torna, recando il passato con sé. 

Mentre sulVerba, eh' è il tuo monumento 
nel cimitero del borgo silente, 
infila perle la pioggia cadente, 
infilo rime, fanciulla, per te. 

Rime-lacrime : lacrime del cuore, lacrime delle cose, 
che brillano e cadono e si disperdono, per sempre, fra gli 
uragani della vita 

Un giorno è solo, per la campagna. Solo, Pensate a 
questa parola tremenda : 

Vocian laggiù nei campi, stride un falco lontano 
lavoran gli uni, e V altro scende dai colli a voi. 
Si fa buio.... è una nube. Come ho magra la mano ! 
Che mi resti da vivere forse quesfanno sol? 

E poco dopo : 

// sole oggi non torna. Che silenzio profondo ! 
Dove vai, senza amore, dove vai gioventù ? 

Morì a 34 anni ; e forse neppur da ultimo ritrovò la 
luce divina che gli s'era spenta nell'anima. 

419 



Tentò, sebbene raramente, la lirica sovversiva e la sa- 
tira ; ma qui la sua piccola voce, fatta per le cose tenui 
e per la sconsolata elegia, non gli resse. 

La gloria di questo poeta povero consiste nell'aver 
cantato, in un tempo di secchezza scientifica e di rim- 
bombo lirico, con accenti suoi, personali, delicatamente 
crepuscolari, il suo dolore, inguaribile, senza fede e senza 
speranza. 

Più tardi ebbe quasi un fratello in Sergio Corazzini ; 
sebbene questi, più fortunato, non ignorasse Cristo. 

BETTOLA 

La chiesa attuale della povera gente, alla quale è stato 
detto dai signori che Dio non e' è. 

BETULIA 

fu salvata da una bella e valorosa donna che seppe fare 
l'arte del boia. Cercansi d'urgenza centomila Giuditte 
capaci di tagliare (non di far perdere) la testa ai cento- 
mila assediatoti della Città d' Iddio. 

BEVENDO IN FRESCO 
E BESTEMMIANDO CRISTO 

Nota chiusa d'un sonetto, già tristamente celebre, del 
già famigerato Stecchetti, morto tisico d'anima e di corpo, 
risorto bagascia con le sottane pillaccherose d'Argia Sbo- 
lenfì, camuffato sacrilegamente da Pio X sotto il pseudo- 
nimo di Bepi, e sempre lo stesso Artusi letterario, ubria- 
co, empio, demagogo, bibliotecario e porco, plagiario di 
De Musset, traditore di Baudelaire, involgaritore di Car- 
ducci, e conosciuto allo Stato Civile col nome d'Olindo 
Guerrini. 

La generazione miserabile che lo portò alle stelle e che 
in esso aveva trovato il suo poeta (cioè a dire, il poeta 
del putridume nutriente dell' antipoesia esilarante) sapeva 
a memoria il sonetto e giunta alla chiusa vi si spappolava 
dalla gioia. 

E infatti, qual piacere più grande, per degli animali 
appena appena alfabeti, ma consci della loro superiorità 

420 



economica sul povero galileo crocifìsso, se non quello di 
maltrattarlo in versi, sacrificando a Bacco ed inneggiando 
a Venere, ubriachi fradici, nei pomeriggi domenicali, sotto 
il pergolato d'un'osteria ? 

BHAGAVAD-GITA 

Forma il sesto canto del Mahabharata e vuol dire Canto 
Divino : è un dialogo tra Krisna e Arjuna, prima di una 
grande battaglia. Questa esposizione poetica ed eloquente 
del panteismo e della metempsicosi manda in brodo di 
giuggiole gli occidentali che rifuggono, per stanchezza, 
dall'eterno dualismo del pensiero greco e della rivelazione 
cristiana, e in generale tutti i teosofisti che sperano, se son 
poveri, di rinascer ricchi, e se son vecchi di tornar giovani. 
Ed ecco com' è descritto nel Bhagavad Gita questo Dio 
supremo ed unico, che i nostri indianomani vorrebbero 
sostituire al Dio cristiano, troppo terrestre per loro : « Boc- 
che senza numero e senza numero occhi, e infiniti aspetti 
meravigliosi, innumerevoli ornamenti divini, armi innu- 
merevoli brandite : divine vesti e divine ghirlande, divini 
unguenti e profumi divini : tutto meraviglie apparve il 
Nume, infinito, col volto riguardante da ogni parte «. 

Questo mostro, che riunisce in sé Cibele, Briareo ed 
Argo, è il Dio che la sontuosa fantasia degli Indiani for- 
nisce agli europei degenerati, stanchi di un Dio povero e 
adornato solamente di piaghe, 

BIADA 

L'unico pasto che 1' Omo Salvatico (se domani di- 
ventasse imperatore) farebbe moderatamente assegnare a 
tutti quei nobili imborghesiti che hanno abolito la pari- 
glia per metter su l'automobile. 

BIANCO DA SIENA 

Povero cardatore di lana vissuto nella seconda metà 
del secolo XIV. 

Nacque in Valdarno, abitò a Siena, peregrinò per 1' Ita- 
lia, morì a Venezia. 

Poeta mistico : ora candido delicato e femineo ; ora 



421 



tenebroso, come tutte l'anime che si affissano, trasportate 
dall'amore, nel Sole Eterno. 

Non ha la forza né la frenesia religiosa di Jacopone ; 
ma in qualche laude, quasi raggiunge, come questi, l'al- 
tezze teologico-liriche di Dante. 

Delle sue rime spirituali, dal 1851, nessuna ristampa. 

Soltanto Alfredo Mori, nei Giullari di Dio, riproduce 
quindici laudi del povero gesuato. 

Ma eccone una, non fra quelle, che, letta e meditata 
attentamente, apparirà meravigliosa : 

Ottima te7iebria 
privami della luce 
la qual mi tolle '/ duce 
co'' la sua melodia. 

Co' la sua melodia 
la luce mi lusinga 
donandomi nel cor novo splendore ; 
e quando in tenebria 
credo che mi sospinga, 
maggiormente di te mi truovo fuore, 
lucente tenebrore. 
Non sostener tal cosa 
che Inanima tua sposa 
fuor di te voli via. 

Fuor di te non lassare 
andarla sì volando, 
perchè '« tua scurità sol ha ripose. 
Meditar, contemplare, 
di te la tiene in bando, 
toccar non può te. Dio caliginoso ; 
col qual se' sì nascoso 
che nullo è intelletto 
eh' aprenda te perfetto 
quanto quale tu sia. 

Quanto la dismisura 
sia, la misuranza 
saper non può di tal cosa niente. 

422 



De la sopr^ogni altura 

la profonda bassanza 

come di ciò può essere intendente P 

Et sopra rilucente 

la cecità non vede ; 

e chi vederti crede 

non seppe mai tal via. 

La via ritta., regale., 
ha ne s ne n ; 

sol da cui tu la ' nsegni è conosciuta ; 
e chi sai altre scale 
spesso a terra ne venne., 
parendo avergli tua luce veduta 
la qual è si acuta 
che r anime beate 
ne son tanto accecate., 
non sanno quanta sia. 

Non potrebbe giammai 
creata intelligenzia 
intender te, intelletto increato, 
el qual sol soprastai 
ogni altra sufficienzia. 
Da te se\ smisurato, misurato. 
Lo intelletto creato 
tanto di te comprende, 
quanto grazia gli ostende, 
data per cortesia. 

Per cortesia ti piaccia, 
tenebre-somma luce, 
che per te sia el mio voler cieco\ 
acciò che nelle braccia 
di te, eterno duce, 

sempre mi truovi, più non stando meco. 
Eternamente teco, 
per tua grazia mi truovi; 
vita per te rinnovi, 
tratto per la tua via. 



Per la via di te, Vita, 
traemi '« veriiade, 
secondo 7 tuo piacer, Unità-Trino. 
MV anima rapita. 
sia per te, Unitade, 
inabissata in tuo amor divino ; 
per amor del bambino 
che portò quella donna 
d''ogni virtù colonna : 
ciò fu Virgo Maria. 

Deo gratias. Amen. 

BIANCO E NERO 

Due classi di uomini erano, nei tempi dei tempi, rispet- 
tate : il Sacerdote che faceva diventar bianche l'anime 
nere per mezzo della penitenza ; lo Scrittore che sapeva, 
come dice il popolo, « mettere il nero sul bianco ». Oggi, 
che trionfa la Teosofìa e il Cinematografo, non piace più 
l'antica distinzione recisa del bianco e del nero : i tagli 
netti, tra il bene e il male, il giunto e l' ingiusto, il bello 
e il laido, il paradiso e l' inferno, il bianco e il nero, non son 
più di moda. Gli uomini, per non dovere scegliere, hanno 
mescolato insieme un po' di bianco e un po' di nero e hanno 
creato il Bigio : vero colore dominante e simbolico del 
nostro tempo — abiti bigi, cieli bigi di fumo, faccie e anime 
bigie — sperando forse, ingenuamente, che sia vero anche 
per gli occhi di Dio il consolante proverbio che « di notte 
tutti i gatti son bigi )>. 

BIASIMARE 

e Chi biasima vuol comprare » dice il mercante di pan- 
nine al cliente di passaggio ; guardi : questa stoffa la può 
tirare, sgualcire, farne toppe da scarpe, e resterà sempre 
nuova ; tutta lana inglese garantita : anche il Commen- 
datore, qui accanto, s' è fatto tutto vestito. Ma quanto al 
prezzo, neppure un centesimo di meno ; è il ristretto ; e 
noti che noi la possiamo dare per questi denari perchè 
nello smercio sta il guadagno », 

424 



Il cliente compra ; paga tre volte più del giusto, e quin- 
dici giorni dopo, l'abito che s' è fatto gli casca a pezzi. 

P, S. — Inutile dire che quell'onesto negoziante si 
spaccia per un patriotta da darsi a taglio e imbandiera, da 
un anno all'altro, la sua bottega. 

BIBBIA 

— Mi son provato a legger la Bibbia — diceva una sera 
in farmacia il dott. Enteroclismi — ma vi confesso che non 
sono neppure andato in fondo alla Genesi. Non ci resisto ! 
Il mio senso scientifico, e direi anche metafisico, si ribella 
a ogni versetto. Quello che mi dà noia più di tutto è quel 
Dio che vien fuori ogni momento, eh' è dappertutto, che 
fa tutto.... uno scandalo ! Quando ci libereremo dunque 
da questo vecchio residuo della mentalità preistorica ? 

— Mi pare che andiate un po' troppo in là — osservò 
il prof. Mediani — . Anche la religione, tenuta nei suoi giusti 
limiti, può essere un fattore non trascurabile nel com- 
plesso della macchina sociale. Eppoi, dal punto di vista 
letterario, nella Bibbia ci sono belle e buone immagini che i 
buongustai non disprezzano neppur oggi : avete letto, per 
esempio, Isaia, i Salmi, il Cantico dei Cantici ? 

— Sì, interruppe la signorina Tirummi, il Cantico dei 
Cantici r ho letto anch' io perchè mi avevan detto ch'era 
pieno di passione. Invece mi sembra parecchio noioso ; 
e in confronto alle parole d'amore che si trovano nei romanzi 
di Colette Willy o neUe poesie della Contessa di Noailles 
i discorsi della Sulamite sanno di poco. 

• — ■ Ma c''è di peggio, gridò l'avvocato Pappagorgia, 
quei vecchi ebrei non avevano il senso della legalità, del 
diritto : il loro Dio è un tiranno feroce, il loro codice è un 
ammasso di regole superstiziose o crudeli. 

— Ma badate, riprese il prof. Mediani, che quando 
si dice Bibbia s' intende anche il Nuovo Testamento e 
bisogna riconoscere che nel Vangelo ci sono alcune mas- 
sime che possono essere accettate anche da un democratico 
dei nostri giorni. 

— Belline quelle massime, esclamò Narciso Francatrip- 
pa, come quella di regalare ai poveri o di pigliare due cef- 



foni senza fiatare. Io, per sua regola, i miei quattrini me li 
son guadagnati colle mie fatiche e non li voglio regalare 
ai pidocchiosi e se mi danno un cazzotto cerco di renderne 
tanti da consumarmi le mani. 

— Per conto mio, interloqui il cav. Deifobo Luciferini, 
non fo distinzione fra il vecchio e il nuovo testamento : 
la Bibbia, per me, è il capolavoro dell' imbecillità umana, 
il serbatoio di tutte l' idolatrie, lo strumento di quelli che 
voglion mantenere il popolo mancipio del secolare ser- 
vaggio. 

— Ben pensato e ben detto, osservò il rag. Consuntivi, 
ma come fatto economico la Bibbia è uno dei più grossi 
affari dell' industria editoriale. Ci pensate voi quanti ama- 
nuensi, copisti, miniatori, stampatori, macchinisti, cartai, 
legatori, librai, editori hanno tratto guadagno dalla Bib- 
bia ? Volere o volare è il libro che s' è smerciato di più in 
tutto il mondo. 

— Eccoci finalmente sul terreno soHdo della realtà, 
concluse il Comm. Quattrostomachi, e per quanto possano 
esser diverse le nostre opinioni si deve tener conto del fatto 
che la Bibbia fa parte dell'organismo economico dell'uma- 
nità, ha contribuito all' incremento della ricchezza pubblica, 
e non bisogna dimenticar mai la grande parola del prote- 
stante Guizot : Enrichissez vous ! 

BIBBIENA (CARD. DOVIZI DA) (1470-1520) 

« Cardinale pornografo, autore della famosa Caìandria 
(una delle più oscene commedie del Cinquecento) già rap- 
presentata in Vaticano fra le matte risate dello stesso papa. 
Bruciali ! ». 

Tale il giudizio tremendo dei nostri virtuosi anticleri- 
cali, i quali sarebbero capacissimi di farsi iniziatori d'una 
fiera e dignitosa protesta se qualcuno riappiccicasse la fo- 
glia di fico sulle vergogne piuttosto considerevoli del Da- 
vid o del « Biancone ». 

In realtà né il Cardinal Dovizi fu un San Simone Sti- 
lita, né la Caìandria è una commediola raviggiolosa per 
educandati, con la quale s' insegni che i ragazzi nascono 
dai ginocchi. È naturale che dagli alti prelati del Cinque- 

426 



cento (letterati, umanisti, diplomatici, amici e protettori 
d'artisti) non si possa pretendere una spiccata tendenza 
per la Te balde ; 

e se un puttin di gesso avvien che mostri 
qualcosellina al sole, 

non vedremo certo simili uomini turarsi gli occhi con un 
lembo della loro sottana violetta. 

Il Bibbiena (letterato ed umanista) scrive, secondo la 
moda del tempo, una commedia imitata da Plauto, dove 
sono situazioni e parole che si trovano, più o meno simili, 
in tutte l'altre commedie del tempo. In essa non si vuole 
esaltare il vizio né offendere deliberatamente le leggi del 
pudore ; ma soltanto tenere allegra, per qualche ora, una 
accolta di dame e di gentiluomini, sia pure che, fra gli 
spettatori, non disdegni di trovarsi il grande mece- 
nate Leone X. 

Ed ecco in ciò (secondo i reggipitali di Lutero e i sagre- 
stani di Giordano Bruno) una infamia inaudita e la prova 
inconfutabile delle cinquecentesche orgie papali ! ! 

BIBLIOFILIA 

Vizio utile nelle persone superiormente intelligenti, per- 
chè, dopo un certo tempo, conduce alla bibliofobia. 

Allora s' è imparato tutto ciò che i libri possono inse- 
gnare : cioè che non insegnano nulla, e che quindi si può 
incominciare a buttarli dalla finestra. 

Un solo libro è veramente essenziale a quella stessa 
umanità che lo rifiuta e rifiutandolo impazza : quello che 
fu scritto, venti secoli addietro, per tutte le nazioni e per 
tutti i tempi, da quattro poveri semi-ignoranti, a detta- 
tura di Dio. 

BIBLIOTECA 

— La mia biblioteca piglia poco posto — disse il dot- 
tor Enteroclismi — . Al di fuori dei libri di medicina, che 
ormai non mi servon più a nulla, 1' ho ridotta a tre libri 
soli : omne trinum est perfectum. 

427 



— E si potrebbe sapere il titolo di questi tre ? — do- 
mandò il cav. Deifobo Luciferini. 

— Non te l'ho mai detto ? Prima di tutto Forza e 
Materia di Buchner, le novelle del Batacchi e V Ars crepi- 
tandi o Art de péter d'un autore francese che non mi ri- 
cordo il nome. La scienza, l'amore e la libertà : non manca 
nulla. E sarebbe lecito sapere quali sono i tuoi libri di 
chevet ? 

— Volentieri : La Storia critica della superstizione del 
celebre Luigi Stefanoni ; Le Veglie Filosofiche semiserie 
di uno che ha gabbato san Pietro d'autore anonimo ma che 
condensa tutto il meglio di Voltaire e compagnia e final- 
mente V Anticristo di Federico Nietzsche, eh' è tedesco op- 
però un po' difficiletto, ma qua e là glie le pianta bene, al 
Nazareno. E lei professore ? -^- seguitò Deifobo volgendosi 
al prof. Mediani che aveva ascoltato sorridendo. 

^- Io — rispose umilmente l'egregio insegnante — non 
sono uno scienziato come voialtri ; la mia biblioteca è piut- 
tosto letteraria e a voialtri sembrerebbe frivola, ma se vo- 
lete sapere i miei libri favoriti ve lo dico subito. Prima 
di tutto Volere e potere dell' immortale Samuele Smiles ; 
poi l' Idioma Gentile del gentil De Amicis, vero tesoro di 
lingua e di saggezza ; e finalmente quello che per me è il 
libro dei libri, la quintessenza del giudizio e del buon 
senso : dico La Medicina delle Passioni del Descuret. 

— Oh Dio che vecchiumi ! — esclamò la Signorina 
Tirummi. — Volete sapere quelli che chiamo i miei quattro 
Evangelisti ? Barrès col suo Culte du mai, la Comtesse de 
NoaiUes del Coeur Innombrable, Colette con le sue Clau- 
dine, e, tanto per mettere un italiano, Pitigrilli dei Mam- 
miferi di lusso. 

— Mi paiono — osservò il prof. Mediani — letture 
un po' troppo spregiudicate per una signorina come lei. 

— Spregiudicate ? Sicché lei — replicò sorridendo la 
signorina — crede ancora all' ipocrisia del pudore, all' in- 
nocenza delle fanciulle e a simili guardinfanti delle bi- 
snonne bigotte ? 

— No, no — rispose il professore — intendiamoci 
bene : non nego l'evolversi dei tempi e dei costumi verso 

428 



una ragionata libertà e una maggiore sincerità. Anzi le dirò 
che non sarei contrario all' insegnamento della scienza ses- 
suale nelle scuole. Ma lei, mi pare, corre un po' troppo : la 
sua Colette e il suo Pitigrilli, a quanto sento dire, rasentano 
l'oscenità. 

— D'osceno, per sua regola — scattò la signorina — 
non ci sono al mondo che gì' impotenti e le vecchie. Lasci 
ai giovani l'amore, all'amore la libertà, alla libertà la luce 
del sole.... 

— E alle vacche il loro concio, ed ai bachi le carogne — 
concluse improvvisa una voce che non si capi di dove 
uscisse. 

BICCHIERE 

Se non ci fossero i bicchieri non ci sarebbero i brindisi. 

Né ci sarebbero i poeti rivoKizionari e pagani, indispen- 
sabili per brindare in versi all'uccisione dei tiranni e alle 
conquiste della libertà. 

Anzi, se non ci fosse il vino e, in conseguenza, il bic- 
chiere e l'annesso brindisi, non ci sarebbero che mediocri 
poeti. 

Nec piacere diu nec vivere carmina possunt, 
quae scribuntur aquae potoribus 

assicurava Orazio. 

E il già trincante Enotrio, commovendosi, in un mo- 
mento d'enologica espansione, perfino dinanzi al « Ponte- 
fice fosco del mistero », così lo adescava : 

Vieni, alla libertà brindisi io faccio, 
Cittadino Mastai, bevi un bicchier. 

Ma Pio IX, r ingrato ! preferì alla bettola il Vaticano ; 
e la doppia bevuta non ebbe luogo. 

BICICLETTA 

Sorpassata. 

Non corrisponde più all'attuali esigenze. 
È usata ancora per andare alla fabbrica da qualche 
straccione d'operaio ; ma, presto, la motocicletta, l'auto- 

429 



bus, il camion ed altre imminenti prevedibili vertiginose 
invenzioni l'annienteranno. 

Essa è la ridicola nonna dei mostri d'acciaio ; la moto- 
cicletta, l'autobus, il camion, sono i potenti nipoti. 

Con essi la nuova generazione vuol far presto, sempre 
più presto, sempre inimmaginabilmente più presto ; non 
e' è tempo da perdere ; perchè se la vita è un soffio, il 
tempo, quanto più è breve, tanto più dev'esser moneta. 

« I morti vanno in fretta », cantava Uhland ; e non 
poteva allora immaginarsi la velocità mortuaria del XX se- 
colo. 

BIDENTE 

Mi ricorda la solitudine campestre nella quale ho pas- 
sato la fanciullezza. 

La casa che abitavo era un'antica villa, in fondo a un 
prato, con la meridiana di marmo, sulla parete della colom- 
baia grossa e tozza, che, verso l'ora del tramonto, si riflet- 
teva, capovolta, nell'acqua chiara d'una grande vasca. 

A destra una cipresseta cupa ; di faccia una cappella, 
con lo stemma gentilizio in pietra ; e, intorno, olivete, 
boschi, case coloniche qua e là. 

La via maestra era lontana ; il paese pure ; nessuno 
veniva quasi mai fin lassù. 

Il silenzio di quel luogo, metteva nell'anima uno stu- 
pore indicibile. 

Non si udiva che il tubare dei piccioni, il chioccolio 
dello zampillo che ricascava nell'acqua della vasca, e i colpi 
secchi, sordi, radi dei bidenti, coi quali i contadini, sparsi 
pei campi, zappavano lentamente le loro terre. 

Nei pomeriggi delle domeniche, la soHtudine aumen- 
tava ancora ;' ed io, fin da quel tempo e in quel luogo, 
m'ero fatto meditativo e salvatico. 

Qualche volta veniva da me un ragazzo della mia età : 
Paolo ; un piccolo contadino bruno, riccioluto, forte. 

Invece di fare i balocchi come tutti i ragazzi, ci si di- 
vertiva a zappare. 

Io avevo un piccolo bidente che m'era stato comprato 
da mio padre. Forse a Paolo doveva piacere ;' perchè in- 



fatti lo voleva sempre lui, dicendo che sapeva zappare 
meglio di me. 

Un giorno, si faceva l'orticino. Il bidente, come al so- 
lito, l'aveva Paolo ; ma ora lo volevo io ; e mentre m'av- 
vicinavo per strapparglielo di mano, egli, che lo teneva 
per aria, lo tirò giù senza volere a gran forza e mi sfondò 
la tesa del cappello che m'uscì di capo e andò a confic- 
carsi in terra. 

Per la sola distanza d'un centimetro i duri corni del bi- 
dente non mi si conficcarono nel cranio. 

Perchè ? 

Dopo trentacinque anni, (son passate guerre, pestilenze, 
terremoti, rivoluzioni) ancora il mio miserabile nulla si 
muove, parla e scrive su questa pallottola del mondo. 

Perchè ? 

Quei sa che si governa. 

BIFOLCO 

Esistono ancora bifolchi ? Di quegli antichi bifolchi, neri 
come la terra che solcavano insieme ai bovi, bianchi come 
i loro capelli ? Di quei bifolchi visti da bambini, non già 
ne' quadri, ma su per le coste delle colline, ritti sul cielo, 
imperatori del campo, vecchi come l'aratro, come la se- 
menta, come i solchi dei secoli ? 

La sera il bifolco, che non sapeva né leggere né scri- 
vere e sapeva far soltanto due croci — una toccandosi 
la fronte, il petto e le spalle, l'altra in calce alle scritte — 
tornava a casa e dopo cena raccontava di Bovo d'Antona 
o della Maremma e diceva, insieme ai figlioli e alle nuore, 
il rosario, aspettando d'anno in anno quella terza croce, che 
ora marcisce, forse, nel definitivo campo che anche le sue 
povere ossa rendon santo. 

BIFRONTE 

Noto appellativo di Giano il quale ordinariamente aveva 
due facce e, solo per eccezione, appena quattro. 
Che miseria ! 
L'Uomo pubblico, invece, vero semidio moderno, es- 



sendo doviziosamente polifronte, può soddisfare, con tanta 
varietà di facce, qualunque più esigente richiesta. 

E infatti non e' è che da far la chiama : 

Faccia da brigante. Presente 

Faccia da buffone. Presente. 

Faccia da galeotto. Presente. 

Faccia d' imbecille. Presente. 

Faccia senza faccia. Presente. 

E così di seguito. 

BIGAMIA 

Proibita dalla Chiesa è voluta, col divorzio, dalla Loggia. 
Che imbecilli questi massoni ! 

Da che il matrimonio, come sacramento, in pratica, più 
non esiste, il loro sporco ideale è raggiunto. 
Inutile dunque che s'affatichino. 

BIGIO 

— Mi sia permesso dichiarar francamente (disse, una sera 
al Circolo, il prof. Mediani, intervenendo in una calorosa 
discussione che s'era accesa fra alcuni ragguardevoli mem- 
bri di quel simpatico sodalizio) mi sia permesso dichiarare 
che nessuna delle vostre opinioni è la mia ; ovvero, in 
altri termini, che tutte le vostre opinioni discordi, sol- 
tanto nel caso che fossero ben mischiate ed amalgamate, 
potrebbero formare qualche cosa che assomigliasse alla mia 
opinione. 

Intendo dire, insomma, che il mio colore politico, arti- 
stico, letterario, filosofico e religioso è il bigio. 

Sissignori ; capisco la vostra meravigha ; ma è pro- 
prio il bigio. 

E mi spiego : 

Tutti i credi, a senso mio, sono falsi e, nello stesso tem- 
po veri. 

Sono falsi perchè ciascun credo esclude l'altro e tutti, 
da quello cattolico a quello anarchico, che del resto io ri- 
spetto ugualmente, hanno la pretesa invero un po' eccessiva 
di contenere tutta la verità e nient' altro che la verità ; 
sono invece veri (relativamente s' intende) perchè nessuno 



di essi, considerato da un certo punto di vista, è assoluta- 
mente falso. 

E allora, ecco il mio metodo : 

Io mi poso, dunque, come fa l'ape, su tutti questi credi 
e, trovato in ciascuno, fra molte erbacce il dolce fiore, 
ne estraggo tutto il succo che contiene. Poi, con tutti quei 
succhi (per continuare la comparazione dell'ape che non 
mi sembra del resto, in questo caso, male appropriata) io 
faccio il mio miele ; cioè (per uscir di metafora) mi formo la 
mia opinione ; la quale non è già in tal modo un parto 
cervellotico della mia fantasia, ma è stata composta ec- 
cletticamente con tutto il buono e il vero, delibato dalle 
più disparate opinioni altrui. 

È evidente dunque che, essendo essa, per così dire, 
simile al mazzo della dantesca Matelda, la quale, come 
potete insegnarmi, andava «scegliendo fior da fiore», 
nulla d'estremo, di troppo acceso, d'esagerato e per conse- 
guenza di falso, può contenere. 

Essa non è già un insieme di colori crudi e stridenti, 
ma un'amalgama di tinte attenuate, dal quale vien fuori 
un bel bigio. 

Vale a dire, il colore della tolleranza, dalla modera- 
zione, dell'equilibrio. 

In una parola, il mio colore ; che è poi, lasciatemelo 
dire senza offendervi, il colore stesso di tutti coloro che 
pensano bene e che perciò son detti benpensanti. 

Disse ; e mai più, come in quella sera memorabile, la 
dialettica del prof. Mediani fu si brillante. 

BIGLIETTO 

Da visita : (Sulla sopraccarta) : 

« A S. E, il Sottosegretario 

ai L.L, P.P. on. Irnerio Malincontri 
Dentro: S. R. M. » 

Il cav. Gelasio Calzabigi 

Sindaco di Mcntrappoli 

trovandosi di passaggio dalla Città Eterna, si pregia 
esprimere a V. E. i più alti sensi della propria ammirazione 

433 

28. — Dizionario dell'Omo Salvatico, 



e, nel contempo, osa prendersi la libertà d' invocare un 
breve colloquio con 1' E. V. medesima, onde metterla al 
corrente, de visu, circa alcuni lavori di pubblica utilità 
da condursi a termine, previo interessamento governativo, 
nel comune che il mittente ha l'onore di rappresentare. 

Di raccomandazione : 
Carissimo ; 

Il latore del presente si raccomanda ai tuoi buoni ufirci. 
Egli ti esporrà il suo caso. Vedi se non sia il caso (per- 
dona il bisticcio) di accontentarlo. Seccature ? Certo ; ma 
sono incerti del mestiere ; e tu non sei Ovorevole per nulla. 
A proposito : sei andato dal Ministro ? e la mia onorifi- 
cenza ? Capirai che la cosa (mio Dio, come dire ?) non 
mi lascia del tutto indifferente. 

Salve. 

Da mille : 

Modi signorili di spenderlo : 

Con 1' « amica » in una « notte bianca ». 

« Puntandolo » .su « Falstaff ». 

Accendendo un sigaro avana, nonchalamment, dopo 
un'orgia. 

Mancia a Monsieur Alphonse per ricompensarlo d'un 
intimo servizio. 

Ecc. 

BIGONCIA 

Il contadino la porta suUa spalla — il demagogo invece 
ci salta sopra predicando sulla piazza di Bagoghi l'eman- 
cipazione dei contadini dal giogo dei vili borghesi. 

Il demagogo tuona, gesticola, apostrofa, sobilla, sbava ; 
poi, scpso dalla bigoncia, va tranquillamente a pranzo dal- 
l'avv Cazzabubboli, sindaco socialista e proprietario del 
luogo. 

Il contadino, come prima, seguita faticosamente a por- 
tar la bigoncia. 

Storia breve, triste, comica, eterna. 

434 



BIGOTTO 

« La religione è necessaria ; non solo ma è anche vera. 
Lungi da me il mettere in dubbio ciò che la Chiesa ci pro- 
pone a credere ; ma altro è la religione, altro il bigottismo. 

« E quando io penso che e' è della gente che si comunica 
ogni settimana e perfino tutti i giorni e che taluno si farebbe 
scrupolo di lasciare una messa, anche per forti ragioni 
commerciali o d'ufficio, allora io non posso non esclamare : 

« Eh, santo Dio, esser praticanti va bene, ma est modus 
in rebus, non le pare ? ». 

E il parroco di campagna, al quale queste parole son 
rivolte : 

« Oh certo.... certo.... il commendatore ha ragione ; 
niente eccessi ». 

BILANCIA 

Utilissima a tutti coloro che sanno accortamente servir- 
sene : 

Vale a dire : 
ai Tabaccai, 
ai Fornai, 
ai Pizzicagnoli, 
alla Dea Temi, 
e ad altri onesti esercenti. 

BILANCIO 

Operazione sconosciuta nella banca aerea dell' Omo 
Salvatico. 

BILICO 

Stare in bilico, bilicarsi, mantenersi in equilibrio, spie- 
gava un giorno ad alcuni amici il prof. Mediani, son tutte 
frasi (non lo nego) che prestano il facile fianco alla critica 
e che s' interpretano generalmente in mala parte. 

Eppure si potrebbe scrivere un utilissimo trattato 
sull'arte di tenersi in bilico. 

Certe volte saper restare in bilico, cioè non precipi- 
tare né di qua ne di là, non solo è utile, ma anche doveroso 
ed onesto. 



435 



Parlo, s' intende, metaforicamente ed alludo a tutti 
coloro che camminano (per così dire) sui precipizii delle idee. 

Io (per esempio), pur non essendo un filosofo di profes- 
sione, mi sono avventurato (anche per farmi un concetto 
generale del pensiero umano attraverso i secoli) fin sopra 
ai più alti picchi della speculazione metafisica ; e quando 
a chiunque altro sarebbero venute le vertigini, io^ facendo 
appello a tutto il mio sangue freddo, ho potuto mantenermi 
ritto su quei cacumi ed abbracciare di lassù, per qualche 
istante, i più sconfinati orizzonti. 

Ma certo non è dato a tutti di poter fare simili esercizii, 
con la sicurezza di rimanere incolumi. 

I più, non possedendo una mente equilibrata e tetra- 
gona ai facili assalti delle idee altrui, precipitano per così 
dire nelle m^edesime e perdono la loro personalità. 

Ciò che a me non accade né accadrà mai perchè la mia 
personalità (debbo confessarlo senza falsa modestia) de- 
riva appunto dal non averne alcuna ; il che mi salva dal 
pericolo d'abbracciare qualche possibile errore e dagli ine- 
vitabili rimorsi che certamente ne deriverebbero. 

BIMBO 

Prima c'era il Bambino, ma siccome questa parola, 
a poco a poco, era diventata sinonimo di Gesù, i parlanti 
e scriventi italiani 1' hanno sostituita con questo esoso di- 
minutivo che ha il merito di non far pensare, neppur da 
lontano, alla grotta di Betlemme e a quell'antico Fan- 
ciullo che cercava i Bambini e non avrebbe voluto i saputi 
e viziosi Bimbi che nascono, ai nostri tempi, dagli amplessi 
sbaghati degli abbrutiti padroni del mondo contempo- 
raneo. 

BINARIO 

Odioso come tutte le cose bruttamente geometriche, 
inventate dagli ingegneri e dai meccanici, è la via coatta 
sulla quale 1' «orribile mostro si sferra». 

Il quale (fra parentesi), mescolando gli uomini delle 
diverse nazioni, ha fatto sì che meglio conoscendosi più fe- 
rocemente si odiassero e più abbondantemente si scannas- 



sero. Ma lasciamo andare; e consideriamolo sotto un altro 
aspetto : esso, dice Veuillot, « m' impedisce il desiderio e mi 
lascia l' impazienza. Mi dispiace d'essere spinto a quel modo, 
d'essere agli ordini del fischio, di non vedere che servitù 
da per tutto, di sentir me stesso sotto il giogo. 

« La ferrovia è l'espressione insolente del disprezzo della 
persona. Nulla raffigura meglio la democrazia. Io non 
son più un uomo, sono un oggetto ; non viaggio più ; sono 
spedito. 

« Ai due lati della via si drizzano i pali del telegrafo. 
Voi dite che lassù i nostri pensieri « viaggiano con la rapi- 
dità della folgore ». Ma io vi dico che lassù non viaggiano 
che la Borsa e la Polizia. I,a libertà è impiccata a quei 
pali». Così questo glorioso precursore de l'Omo Salvatico. 

BINDOLO 

L'Omo Salvatico, per chi non lo sapesse, è un ciuco — 
anzi due ciuchi che girano il bindolo di questo dizionario 
colla speranza di rinfrescare qualche anima arida e di far 
crescere, con meno stento, la verdura della verità — e 
che ricordano, brutti superbiosi, che anche Sansone fu le- 
gato a un bindolo e che l'asino fu la cavalcatura di Cristo. 

BINI CARLO (1806-1842) 

Scrisse poco, soffri assai, non fece rumore, morì presto. 
Impataccato, anch'egli, come portavano i tempi, d' idee 
liberali e repubblicane, fu carbonaro e amico di Mazzini 
e del Guerrazzi. 

Questi due celebri palloni, trasportati dal vento della 
politica e della retorica, giunsero, viventi, alla gloria. 

Carlo Bini, rimase in basso ; seppellito dalla nomea di 
quelli, solo con la propria originalità e la propria tristezza. 

Oggi pochissimi lo conoscono ; e qualcuno lo classifica 
alla svelta tra quei soliti frutti acerbi che la morte, im- 
provvisamente, con una ventata butta giù. 

Povero Bini ! Eppure quel poco (non effimero) che re- 
sta di lui (il Manoscritto £ un prigioniero, alcuni pen- 
sieri e qualche lettera) lo pone immensamente più in alto 

437 ■ 



di molte celebri vessiche che pur figurano nelle storie lette- 
rarie, dove per lui non e' è posto. 

Ma ecco come questo artista, questo poeta, che dovè 
fare da scritturale nell'azienda paterna, parla di sé : 

« Non sono né poeta ne prosatore. Scrivo per capriccio, 
per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non 
ho da ciarlare con nessuno ; che se io potessi, anche con 
una vecchia (era in carcere, nel forte della Stella a Porto- 
ferraio) anche con un bambino, non pensate, non toccherei 
la penna. Andate a leggere, se vi riesce (allude ad alcuni 
articoli letterari, infatti, mediocri) quello che ho scritto 
quando non ero in prigione ! Certo, potrei parlar con me 
stesso, ma non voglio avvezzarmici, perchè, uscendo di 
prigione con questo vizio e portandolo con me in società, 
mi potrebbero pigliar per matto. Assai, in fatto di giu- 
dizio, non godo di un credito troppo esteso ! ». 

Com' è vivo, fresco, moderno, attuale ! 

Dice di non essere un prosatore e invece (mentre i suoi 
contemporanei son diventati quasi illeggibili) egli, ora tri- 
ste, ora arguto, ora scettico, ora credente, e sempre buono, 
alto, nobile, è un nostro compagno, un nostro amico, una 
di quelle rare creature che bisogna amare. 

Qualche periodo più giù delle parole trascritte egli dice : 

« La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a 
voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno, una tavolozza 
con tutti i colori, un sabbato dove ballano tutte le streghe. 
Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il de- 
lirio^ tutti devono avere un biglietto per questo festino. 
Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga 
lunga, sottile sottile, noiosa noiosa e color della nebbia ? 
È un volersi reggere sopra un piede solo.... ». 

Ecco la differenza sostanziale fra lui e Mazzini. Carlo 
Bini è un umorista, un artista, uno spirito libero che, seb- 
bene sfiorato dai pregiudizi del tempo, conserva la propria 
personalità che non può fossilizzarsi nelle formule e negli 
schemi. Mazzini invece (noioso quacquero democratico) ci 
viene incontro con in bocca il solito sermone politico-pseudo- 
religioso, verniciato d'entusiasmo e rassegato nel luogo 
comune. 



In un altro punto del suoi scritti (raccolti d?.llo stesso 
Mazzini e preceduti da una prefazione di questi, nella quale 
l'amico è sfigurato, al solito, in una prosa diluita, sentimen- 
tale e piagnucolosa) Carlo Bini ci dà, in questo modo, il 
proprio ritratto spirituale : 

« Ecco l'anima mia : un anelito eterno all'amore puro, 
santo, ideale ; un cuore nato a sentire quanto di bello e 
di armonia Dio sparse nell'universo ; un intelletto severa- 
mente educato a comprendere il vero ; una coscienza di- 
gnitosa e superba di sentirsi incontaminata ; e tutto que- 
sto messo a contrasto con una società misera, corrotta, 
incredula e da me conosciuta nelle sue più riposte viscere. 
Questo è il segreto del mio dolore ». 

E ancora : 

« La scienza, le più volte, è una fastosa impostura. Io 
ho vegliato lunghe notti sui volumi della sapienza antica 
e moderna, e li ho richiusi sospirando ; il velo del mistero 
era più fitto di prima. Oh ! questo mio gran talento mi 
fa pietà. Forse volendo avrei potuto scrivere dei libri ; 
ma questo a che prò ? Il mio ingegno, irritandosi nelle 
condizioni presenti, si sarebbe scaldato a quel grado di 
calore che genera il fulmine.... 

Ma il mondo non è contristato abbastanza ? «. 

È l'eterna tragedia di chi cerca e non trova ; di chi 
vorrebbe amare ed è costretto a maledire ; di chi sogna 
la magnificenza del paradiso e ricade, ad ogni risveglio, 
nell' inferno. 

Noi comprendiamo tutto ciò ; noi amiamo queste po- 
vere anime che desiderano la luce, che la intravedono, che 
ne sono illuminate a lampi, e non la possiedono mai. 

Carlo Bini (in parte superiore ai suoi tempi, in parte fi- 
glio dei suoi tempi) non ebbe la certezza della fede, o, al- 
meno, non l'ebbe intera. Da ciò un amaro sorriso prodotto 
dal pianto interno che non voleva manifestarsi dinanzi alla 
curiosità crudele degli uomini. 

In una lettera scritta il 1° agosto del 1830, dice in tono 
semiserio a un amico : « io tengo sempre aperto l'uscio 
di casa per vedere se il vento, un giorno o l'altro, mi ci porti 
la Verità.... ». 



439 



Com' è triste ! Eppure della Verità, che non è che una, 
che non è che Cristo e che egli forse non vide, egli era de- 
gno per la sua rettitudine e per il vivo desiderio che n'ebbe. 

Morì a trentasei anni ; lasciò un centinaio di pagine 
che non muoiono ; poco come quantità, molto come qua- 
lità ; perchè dentro umanamente vi piange, ride, sogna, 
spera e dispera un'anima che, certo, nell'ora del gran 
viaggio non fu abbandonata dal Salvatore del mondo, 

BINOCOLO 

Utile al teatro, in mano di qualche « Democritus rìdens » 
per osservare gli attori e le attrici di quell'altra più ridicola 
e stomachevole commedia che si svolge al di fuori del pal- 
coscenico. 

BINOMI 

Nell'antichità : 

Castore e Polluce, 

Oreste e Pilade. 
Da ciò tragedie e favole. 
Nei tempi moderni : 

Mazzini e Garibaldi, 

Vittorio Emanuele e Cavour. 
Da questi : la « terza Italia ». 
Ma oggi : 

Giovanni Papini e Domenico Giuliotti. 
Ed ecco il Dizionario delP Omo Salvatico, indispensabile 
a tutti coloro che voglion buttarsi alla macchia. 

BIOLOGIA 

I biologi sono quegli scienziati che ammazzano gli es- 
seri viventi e quando hanno dinanzi dei tessuti morti cer- 
cano il segreto della vita. In seguito a ciò hanno senten- 
ziato : 1° che i viventi son venuti dalla natura morta per 
naturale evoluzione ; 2° che l'anima, o principio vitale, 
è un invenzione dei metafisici derivata dalla superstizione 
dei selvaggi. 

440 



BJORNSON BJORNSTJERNE (1832-1910) 

Una delle due colonne d' Ercole della genialità norve- 
gese. Fu novelliere, romanziere, poeta lirico ed epico, gior- 
nalista, critico drammatico, tragediografo, commediografo, 
uomo politico, direttore di teatro, oratore, laureato di No- 
bel ecc. ecc. Anche in Italia è celebre il suo dramma Over 
Mvne (Al di là del potere nostro) che potrebbe essere il 
titolo complessivo delle sue opere complete. 

BIPEDE (IMPLUME) 

Così Platone aveva definito l'uomo. 

Ma Diogene, spennato un gallo e nascostolo sotto il 
mantello, entrato nell'Accademia, lo buttò in mezzo alla 
scuola, e disse : « Ecco l'uomo di Platone ». 

E allora il filosofo dovè correggere : « Bipede implume 
con 1' unghie larghe ». 

Sciocchezze ! 

Ecco la definizione dell'uomo moderno trovata dal- 
l' Omo Salvatico : 

« Bipede implume ; ma quanto più abbellito dal sarto, 
tanto più proclive a diventar quadrupede ». 

Al che il savio Diogene non avrebbe nulla da opporre. 

BIRRA 

in linguaggio poetico « cervogia », venne di moda dopo la 
vittoria tedesca del 1870 ma seguita a esser fabbricata e 
bevuta in Italia anche dopo la sconfìtta tedesca del 1918. 
Finche il nazionalismo italiano non avrà sostituito dapper- 
tutto, anche nei caffè, il buon vino nostrale a quella specie 
di piscio ghiacciato, saranno vani, irriti e nulli tutti i li- 
bri di Enrico Corradini, i discorsi di Luigi Federzoni e gli 
articoli di Francesco Coppola. 

BIS 

Parola latina. 

Perciò tanto usata in Italia, nazione latina per eccel- 
lenza, in cospetto 'ai tenori d'ogni genere, che sono indi- 
scutibilmente i suoi più apprezzati grand'uomini. 

441 



BISANZIO 

I nostri ignorantissimi contemporanei, che pasteggiano 
ancora coi luoghi ch'eran già comuni un secolo fa, segui- 
tano a disprezzare, senza conoscerla, la civiltà bizantina 
e chiamano « bizantina » ogni questione che a lor sembra 
oziosa e hanno fatto di Bisanzio sinonimo di corruzione 
e decadenza. 

Ma un impero che ha durato dieci secoli resistendo agli 
assalti ripetuti e convergenti dell'Oriente mussulmano e 
del Nord barbarico ; che ha dato imperatori come Giusti- 
niano, Eraclio, Niceforo Foca e Basilio II il Bulgaroctono 
— che ha dato poeti come Romano il Melode, epopee po- 
polari come il Digenis Akritis, teologi come San Basilio, 
San Gregorio Nazianzeno, Giovanni Damasceno e Giovanni 
Crisostomo, storici come Procopio e Teofane, filosofi come 
Psello, ed ha inalzato chiese come Santa Sofia a Costanti- 
nopoli, San Demetrio a Salonicco, Sant'Apollinare a Ra- 
venna ; e ha dato impulso, pur nella sua decadenza, alla 
pittura italiana e alla cultura dell'umanesimo, ed ha inci- 
vilito, per quanto si poteva, i popoli slavi, è stata una 
grandissima civiltà e meriterebbe maggior attenzione e 
soprattutto maggior rispetto. Chi non crede a quel che 
sopra è detto legga i libri di Rambaud, di Schlumberger, 
di Diehl e di Krumbacher. 

BIS DAT QUI CITO DAT 

« Ecco, professore, (disse un giorno al nostro caro Me- 
diani, il suo capoclasse, presentandogli una lista di sotto- 
scrizione a vantaggio delle recenti vittime d'un terremoto) 
vuol compiacersi di favorirmi la sua quota ? ». 

« Lodo molto, caro figliuolo, la tua filantropia, rispose 
pronto il professore, ma gli è che io mi recai subito sul 
luogo del disastro, per rendermi edotto de visu della sua 
gravità, e così potei avere la soddisfazione morale di distri- 
buire razionalmente, ben dieci lire (una a testa) a dieci 
individui maggiormente colpiti dalla sventura. 

« E perciò non mi credo obbligato, in coscienza, a dare 
altro ; perchè come ben dice il proverbio latino, sul quale 
avete fatto giorni addietro il componimento in classe, 



Bis dat qui cito dai. E quindi, vedi bene, che Io, dando 
subito dieci, si può dire che abbia dato venti. 

BISMARGK OTTONE (1815-1898) 

Il Cancelliere di Ferro, gran Bulldog della Prussia, ci- 
nico come la fortuna, duro come il pomo della sua spada, 
impastò col sangue e la superbia l' impero. Ma il sangue 
si seccò, la mota s' incrinò, la superbia diventò pazzia e 
quarant'anni dopo un imperatore di latta brunita e un 
cancelliere di margarina scontavano, dopo un nuovo di- 
luvio di sangue, le colpe del ferrato luterano di Pome- 
rania. 

BISNONNO 

E già grave avere il padre ; più grave avere il nonno ; 
figuriamoci il bisnonno ! 

Ai moderni evoluti nipoti, il glorioso compito, dunque, 
di sbarazzarsi, come meglio credono, di questo anacro- 
nismo mal.... vivente. 

BISOGNO 

« Tiranno signore dei miseri mortali » lo chiamò il Parini 
ma, volto al plurale, significa, nel linguaggio pulito dei ci- 
vili, scaricare il ventre e la vescica. Gli altri bisogni corpo- 
rali — mangiare, ejaculare ecc. — sono, per essi, piaceri ; 
e quanto ai «bisogni spirituali» — di liberarsi l'anima 
dal peccato o di conoscere la verità — non li sentono o, 
se pure ne ammettono l'esistenza, li lasciano volentieri ai 
farneticanti ed ai santi. 

BISTECCA 

Venticinque anni addietro era l' insegna socialista (la 
bistecca è rossa) sventolata scientificamente, fra gli altri, 
dal prof. Ferri on. Enrico (persona, allora, altolocata e 
aitante) sulle povere facce smunte del proletariato genu- 
flesso. 

Il prof. Enrico, riccioluto e bello come un parrucchiere 
truccato da angelo del progresso, diceva, al di sopra della 
folla, con la bistecca in pugno : 

443 



« In ginocchio siete piccoli ; alzatevi fino a questa ; e, 
con questa in corpo, sarete grandi ». 

La folla, a poco a poco, dalla propria barbarie, s' inalzò 
fino alla civiltà della bistecca ; afferrò quel simbolico e 
reale pezzo di carne (il nuovo verbo fatto carne) e, con 
esso, si comunicò tutti i giorni. 

Tutti, « senza distinzione di classe », per un glorioso de- 
cennio, praticarono 1' Eucaristia della Bistecca. 

Il povero, e perciò Gesù Cristo in persona, da questi 
nuovi credenti nella Transustanziazione del cibo in merda, 
fu giustamente abolito. 

Gli uomini, felici ed ingrassati, non si distinguevano 
più dai porci; e la vita, delicatamente infiorata d'allegre 
bestemmie, era diventata un succulento festino. hyy ; 

Ma un giorno, all' improvviso, apparuerunt digiti.... 

I mangiatori di bistecche allibirono ; le tavole furono 
rovesciate ; si udirono rumori di guerra ; poi divampò 
la guerra. 

E allora molte macellerie si chiusero e se ne aprì una 
nuova, immensa, fornitissima, di carne umana. 

Oggi ciascuno, vestito all'ultima moda, siede sopra un 
morto ; e prima di cadérgli accanto, addenta in fretta e 
furia la sua bistecca, come se quel cadavere su cui siede 
fosse imbottito di dinamite, e potesse farlo saltare in aria 
da un momento all'altro. 

BISTOLFI LEONARDO (1859) 

Scultore funerario e letterario — detto il Poeta della 
Morte perchè addetto alla modellatura di donne velate per 
i mausolei degli arricchiti lombardi e piemontesi. Un suo 
biografo lo descrive « soffocato dalle ordinazioni anche 
dall'America e dagli incarichi ufiìciali », Per salvarlo dal 
soffocamento invitiamo i clienti a lasciarlo stare ; ma bi- 
sogna riconoscere che la sua scultura non fa piangere sol- 
tanto le vedove dei fabbricanti di bottoni automatici ma 
anche coloro che hanno qualche domestichezza col nobile 
mestiere di Michelangelo e del Canova. 



444 



BISTRO 

Consiglio dell' Omo Salvatico alle povere cocottes : 
« Sorelle, voi che esercitare sul serio la vostra dura 
professione, abbandonate, vi prego, l'uso del bistro ; al- 
trimenti, io ve lo dico, sarete ingiustamente scambiate 
per « donne oneste ». 

BISTURI 

Detto memorabile del dott. Enteroclismi : 

« Io, con il mio bisturi, non ho mai trovato l'anima ! )>. 

BIVIO 

Se fra i cristiani moderni ci sono degli Ercoli il loro fa- 
tale bivio è questo : 

Via dei Comandamenti di Dio, Via del Portafogli. 

Arrivati alla biforcazione della strada, chi pochi se- 
condi, chi qualche minuto.^ s'arresta. 

L' indecisione, in ogni modo, è brevissima. 

Essi riflettono rapidamente : 

In fondo alla Via di Dio ci sono dei tesori eterni 
ma che si godono dopo la morte. 

Sulla Via del Portafogli invece, alla distanza di pochi 
passi, guardando bene dove si mette il piede, al di là di 
qualche ostacolo superabile o di qualche ignominia occul- 
tabile, ci si può procurare un benessere positivo ed usu- 
fruibile in questa vita. 

Certo, la coscienza.... Ma, prima di morire, ci si pente ; 
e allora accade che dopo avere avuto il Paradiso di qua, 
non si perde neppure quello di là. 

Ergo, r itinerario è stabilito : 
lO Via del Portafogli. 
2° Via del Cielo. 

E perfino parecchi preti, anche pii, non mostrano d'a- 
vere, in pratica, un'opinione diversa. 

BIZET GIORGIO (1838-1875) 

Per quale miracolo questo figlio borghese d'un borghese 
maestro di canto — questo scolarino modello che prese 
tutti i suoi diplomi a forza di premi e di borse di studio, 

445 



e che somigliava nell'aspetto a un elegante avvocato, riuscì 
un bel giorno a scrivere Carmen ? Cioè la più succosa, la 
più felice e potente opera in musica che abbian dato gli 
antimusicali francesi ? Così vicina all' istinto e pregna di 
musica viva — sboccio e sbocco di passione elementare 
ma profondamente umana ? 

Eppure il prodigio è avvenuto e noi, benché poco ci 
piaccia esser d'accordo col Nietzsche, confessiamo di pre- 
ferire la musica di Carmen, fatta di cuore e di sole, a 
tutte le catastrofi armoniche, benché titanesche, di Ric- 
cardo Wagner. 

Forse troveremo la chiave nella sua ammirazione per 
Verdi. « Quand un Verdi — scriveva il Bizet nel 1867 — 
dote l'art d'une oeuvre vivante et forte, pétrie d'or, de 
boue, de fiel et de sang, n'allons pas lui dire froidement : 
— Mais, cher Monsieur, cela manque de goùt, cela n'est 
pas distingue. Distingue !... Est-ce que Michel-Ange, Ho- 
mère. Dante, Shakespeare, Beethoven, Cervantes et Ra 
belais sont distingués ? )i. 

BIZZARRO 

e '/ fiorentino spirito bizzarro 

in se medesmo si mordea co'' denti. 

Si tratta dunque d'un uomo talmente inviperito che, 
non potendo sfogarsi in altro modo, affonda i denti per- 
fino nelle proprie carni. 

Altro che bizzarro, nel senso di strano, originale, fa- 
ceto ecc. ! 

Tuttavia questo Filippo Argenti, dannato rabbiosissimo, 
vien citato continuamente, con la famosa espressione dan- 
tesca, per designare qualunque fiorentino, più o meno 
mediocre o addirittura imbecille, che abbia la falsa nomea 
di capo strambo. 

Cioè, fraintendendo il significato della suddetta parola, 
parecchi beceronzoli diventerebbero spiriti stranamente ori- 
ginali, oppure, non fraintendendo, sarebbero, immerita- 
tamente, poco meno che cani arrabbiati ! ! 

Questo elementare commento è dedicato all' inimma- 
ginabile ignoranza delle betes d'encre. 

446 



BIZZEFFE 

C è chi ha 

quattrini, 

donne, 

gloria, 

abilità, 

ville, 

perfidia, 

salari, 

ipocrisia, 

cavalli da corsa, 

mogli, 

bagasce, 

figlioli bastardi, 

viltà e putridumi, d'ogni mistura « a bizzeffe ». 

L' Omo Salvatico invece, di tutto ciò poverissimo, 
una sola cosa possiede « a bizzeffe » : un disprezzo incom- 
mensurabile per tutte le cose più amate dai prelodati ricconi. 

BLAKE WILLIAM (1757-1820) 

Disegnatore, incisore e poeta strambo e mistico — po- 
verissimo in vita, diventato celebre ?olo da mezzo secolo. 
È a momenti grandissimo poeta — specie nei Songs of In- 
nocence and of Ex-perience — e come disegnatore dà 1' idea 
d'un Michelangelo principiante e febbricitante. 

Tra l'altre opere sue è particolarmente curioso The 
Marringe of Heaven and Hell dal quale togliamo alcuni 
Proverbi delV inferno : 

« Colui che non ha raggi in viso non diventerà mai 
una stella — L' Eternità è innamorata dell'opere del tem- 
po — L'atto più sublime è di m.ettere un altro avanti a 
sé — Se il pazzo persistesse nella sua pazzia diventerebbe 
savio — La gioia impregna, il dolore partorisce — La ci- 
sterna contiene, la fontana dà di fuori — Le tigri dell' ira 
son più savie dei cavalli dell' istruzione. — Se altri non fos- 
sero stati pazzi toccherebbe a noi esserlo ». 



447 



BLANQUI LOUIS-AUGUSTE (1805-1881) 

Frenetico demagogo, figlio d'un girondino membro della 
Convenzione e d'una madre più fanatica di lui. 

Prese parte a numerose insurrezioni, fu messo molte 
volte in galera, scagliò tuoni e fulmini per tutta la vita 
ed emerse soprattutto, come primo attore, fra i briganti 
pazzi della Comune. 

Nella Storia Naturale del Socialismo rappresenta lo 
zenzero più incommestibile e scarlatto. 

Ma il suo merito più meritorio consiste nell'avere in- 
ventato il soavissimo motto : « Né Dio né padrone », che 
si vide stampato in lettere nere sui rossi vessilli dei no- 
stri logorreici bolscevichi, fino al giorno che, da una boite 
à surprise, scattò fuori lo storico manganello, e il passe- 
raio sì disperse. 

BLAVATSKY ELENA (1831-1891) 

Famigerata papessa dei teosofi. Russa d'origine tede- 
sca ; a sedici anni sposò un generale ma lo lasciò quasi 
subito e girò il mondo con un certo Paulos Metamon, av- 
venturiero copto e sedicente mago. A Londra conobbe 
Mazzini e s' aflfiliò alla « Giovane Europa ». Dette più tardi 
ad intendere d'essere stata nel Thibet, per iniziarsi ai mi- 
steri supremi sotto la guida di un Mahatma : in realtà 
andò in India soltanto nel 1878. Nel 1866 si trova in Ita- 
lia con Garibaldi e con lui combatté a Mentana dove fu 
ferita. Si rifugiò a Parigi dove cadde nelle mani di un certo 
Michal, massone e magnetista ; poi fece il medium al Cairo 
e fu convinto spesso di frode. Nel 1873 andò in America e 
là conobbe il famoso colonnello Olcott e insieme a lui 
fondò la Società Teosofica (1875), della quale parleremo 
a suo luogo. Rinunziamo a seguirla più oltre perché i suoi 
ulteriori garbugli son mescolati alla storia della Teosofia. 

Lasciò, tra l'altre sue opere, Vlside Svelata, che i teo- 
sofi considerano come la loro Bibbia e come la quintes- 
senziata rivelazione deUa più occulta sapienza ma che in 
realtà, anche per gli spiriti puramente scientifici, non è 
che un guazzabuglio plagiario e cerretanesco delle più di- 
sparate metafisiche e mitologie orientali e occidentali, so- 

448 



vrapposte fino al punto di renderle inintelligibili e fal- 
sate fino al punto di renderle assurde. 

BLASONE 

I pidocchi rivestiti, i borghesi d'ogni risma e tutta la 
frattaglia democratica nominano questa parola con ironia 
e con disprezzo. 

Perciò è naturale che 1' Omo Salvatico la includa ge- 
losamente fra le grandi cose che onora. 

Blasone è sinonimo di nobiltà ; è l'arme gentilizia delle 
antiche famiglie cavalleresche. Ma oggi (spettacolo pie- 
toso !) non pochi aristocratici, contagiati dall' incanagli- 
mento universale, fanno la concorrenza agli chauffeurs o 
s' imparentano, ahimè, con gli albergatori svizzeri o con 
i salumai americani. 

Meglio se la Contessina Guicciardini o la Principessina 
Colonna sposassero un loro contadino. 

La zappa e la spada, che pure stanno agli antipodi, 
sono le due sole autentiche nobiltà ; possono quindi ono- 
revolmente incrociarsi. 

Ma non l'una o l'altra con la canna da lavativi uscita 
dal culo merdoso del borghese. 

Questo animale immondo e bastardo odia il blasone 
perchè non 1' ha ; e quando illegittimamente lo acquista, 
ci arriva mercè l'avvilimento d'una nobiltà decaduta in 
ogni senso, alla quale, per adescarla, mostra, con mani dal- 
l'unghie sudice, i suoi biglietti da mille fatti col sangue 
del povero, 

BLOCCO 

« Cittadini ! 

Incomincerò con un motto ammonitore dell' immortale 
Gambetta : 

« Le clericalisme ; voilà l'ennemi ! ». 

Ebbene : per quanto l'umanità s' incammini, sempre 
più rapidamente, verso un radioso avvenire di libertà, 
pure, o cittadini, (è d'uopo confessare questa triste ver- 
gogna) il prete, ancora il prete, l'eterno nemico d' Italia.... 

(Un uragano d'applausi ricopre letteralmente la voce 

449 

29. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



dell'oratore che è costretto ad interrompersi per qualche 
istante). 

.... Sì, o cittadini : il tenace e funesto prete è, per usare 
un'espressione del poeta di Satana, come un sughero 
che, se lo calchiamo col tallone, non appena alziamo il 
piede si rialza. * 

(Molte voci : Bene ! Bravo ! Viva Satana !). 

Egli è come una mala gramigna che non basta tagliare ; 
bisogna sbarbarla. (Benissimo !). 

Ma che cosa, io mi chiedo, abbiamo fatto fino ad ora ? 

Il nostro abituale scetticismo (che è veramente la piaga 
maggiore, di noi latini) ci ha cullati nella dolce illusione 
che il pericolo nero fosse scomparso. (Manifesti segni d'ap- 
provazione). 

E intanto, con questo allentar le redini e chiudere gli 
occhi, oggi dobbiamo assistere ad un improvviso svo- 
lazzìo certamente grottesco, non v' ha dubbio, ma tutta- 
via non troppo rassicurante di sinistri corvi. 

(Ilarità repressa). 

Tra poco tutto il bel cielo d' ItaHa ne sarà im- 
bacato. 

(Voci dalla folla : No ! no !). 

Essi ben sanno, i nipoti di Torquemada (Brucialo !) (e 
questa è un'altra ignominia che il Libero Pensiero non ha 
saputo impedire) essi ben sanno, dico, d'aver l'appoggio, 
che hanno saputo strappare ad un governo illiberale ed inetto, 
(Una voce : Abbasso il governo !) e che quindi nessuno, 
se non a parole, può disturbarli. 

Ma « quousque tandem abutere CatiHna patientia 
nostra ? ». 

Quando, io ti grido, o generoso popolo d' Italia, vorrai 
deciderti a prendere a fucilate tutti questi uccellacci lut- 
tuosi del malaugurio e del regresso ? 

(La folla, a questo punto è come invasa da un subita- 
neo delirio ; molti urlano : '< Morte ai preti ! Morte ai ne- 
mici della patria ! » « Abbasso 1' Inquisizione ! » « Viva Gior- 
dano Bruno ! » «Abbasso il Papa ! » ecc.). 

Ristabilitasi a stento la calma, l'oratore prosegue : 

Il vostro irrefrenabile grido d' indignazione mi fa bene 



sperare per il trionfo dell' Idea ; ma gli slanci generosi non 
bastano. 
* Bisogna riorganizzarsi ; ecco Tubi consistam. 

Bisogna che ogni divergenza di tattica o di scuola esuli 
oramai completamente dalle nostre file o noi (non illudia- 
moci) non potremo tener testa a questa nuova ripresa 
di Medio Evo che foscamente ne minaccia. 

Ma per fronteggiare il pericolo, una sola cosa è neces- 
saria, un solo dovere s' impone a noi tutti : fondare, io 
dico, il grande blocco nazionale di tutte le democrazie. 

(Bene ! Bravo ! Benissimo !). 

E allora, statene pur certi, allora sulle fosche rovine del 
dogma, noi pianteremo finalmente il glorioso vessillo della 
insopprimibile libertà ». 

(Applausi reiterati e scroscianti accompagnano la forte 
chiusa del poderoso discorso ; e mentre la fanfara « Ar- 
naldo da Brescia », fra un rinnovato delirio d'entusiasmo, 
intona 1' Inno di Garibaldi, molte personalità del luogo 
vanno a congratularsi con l'oratore, il quale, se ben ci appo- 
niamo, è visibilmente commosso). 

BLOCK ALESSANDRO (1880-1921) 

Il più grande poeta del Bolscevismo — autore dei Do- 
dici e degli Sciti, disperato appello della Russia impazzita 
all'odiosamato occidente. 

Nel 1920 scriveva in versi all'amico Leo Ly : «Ho 
freddo nell'anima. Mio caro Leo non mentisco, viene, viene 
digià, il Cristo ! — E nell'antico tempio, noi due, potremo 
pregare in ginocchio la Vergine Madre perchè ci riporti, 
dalle pesanti tenebre, nel suo giardino odoroso...... 

E sottoscriviamo a queste parole d'una sua poesia su 
Firenze ch'egli aveva sognato, da lontano, come una sal- 
vata oasi dell'epoche spirituali e che trovò sciupata dai 
moderni orrori : 



0, Bella, ridi di te stessa. 
Già non sei più bella ! 



45X 



Rantolano i tuoi automobili, 
Sono mostruose le tue case. 
Alla polvere gialla europea 
Tu hai data te stessa ! 

BLONDEL MAURIZIO (1861) 

Uno de' maggiori filosofi cattolici viventi. La discussione 
della sua tesi di laurea, V Action, è una delle date della mo- 
derna filosofia francese. Egli tentò, approfondendo e svi- 
luppando Pascal, una nuova apologetica, fondata sull'esi- 
genze interiori dell'uomo : prima di tutte Vagire. Ma poiché 
questo suo abbozzo poteva esser tacciato di kantismo e 
poiché alcuni frettolosi discepoli ne trassero illazioni av- 
ventate, che tendevano a negare ogni valore all'apologe- 
tica tradizionale, il Blondel, da vero ed umile cattolico, 
tolse di circolazione quante più copie potè del suo libro 
né permise che si ristampasse o traducesse benché non sia 
stato mai posto all'Indice. Da molti anni sta lavorando 
a una grande opera che chiarirà e integrerà il suo pensiero 
nei limiti segnati dall' immutabile dottrina della Chiesa. 

BLOY LEON (1846-1917) 

Infanzia desolata, adolescenza vulcanica. 

Bambino, si nasconde negli angoli più oscuri della 
casa paterna e piange ; adolescente, nel Liceo di Pérì- 
gueux, sommerge maestri e compagni sotto un oceanico 
disprezzo e s'apparta a rimuginare in silenzio i suoi crepu- 
scolari pensieri di demolizione. 

A volte, per una parola o per un gesto, è guerra. Allora 
sopraffatto da quella stessa bestialità in potenza della quale 
sarà più tardi l' inesorabile giustiziere, torna a casa, chiuso 
ed irsuto, coperto di lividi e di sangue. 

Suo padre, che vuol farne un ingegnere, incomincia a 
dubitare di non esser riuscito, generandolo, a mettere in 
bella copia se stesso. Tuttavia persevera. Ma il ragazzo 
punta i piedi e vince. 

A diciott'anni frequenta a Parigi, con altri giovani, 
lo studio d'un pittore. Senonché, dopo alcune settimane 
d'ostilità preliminari, si sbarazza per sempre di tutti quei 

452 



cervelli dipinti, minnccinndoli furibondnmente con un col- 
tello alla mano. 

Nel frattempo, legge, vagabonda, sogna. Un giorno gli 
capita fra mano Le -prhre marie di Barbey d'Aurevilly, 
Preso d'ammirazione per il grande scrittore, decide d'an- 
dare a trovarlo. Ricevuto e capito, sbocca finalmente dai 
viottoli sulla strada maestra : Voglio dire : dalla fantasti- 
cheria nell'ordine, dall'Anticristo in Cristo. 

Più tardi, scoppiata la guerra franco-prussiana, fa bra- 
vamente il soldato. Nel 1874 compaiono i suoi primi aT,ti- 
coli sul!' Univers di Veuillot. Nel 1877 scrive ma non pub- 
blica Le Chevalière de la ,Mort. Finalmente, nel 1884, il 
mondo letterario s'accorge della sua presenza. 

Da allora i suoi magnifici e terribili libri si moltiplicano. 
Scrive furiosamente, come scolpendo a subbiate, su blocchi 
di fuoco. Ogni volume è una demoUzione d' idoli sporchi 
e una glorificazione sempre più alta di Dio. Invocazioni di 
castighi, maledizioni, preghiere, singhiozzi, estasi, profe- 
zie, inni, esplosioni d' invettive, si susseguono, s' intrec- 
ciano e s'avviluppano, come tra le spire fumicose e splen- 
denti d'un immenso incendio. 

Nel 1890 sposa la figlia del poeta danese Molbech e, 
fino alla morte, pregando, lottando, mendicando, divide 
con essa, tempestosamente, dolori e sogni. 

Nel suo romanzo Le Déséspéré ha scritto : 

« Io sono di quelli che gridano nel deserto.... Ma finché 
qualcuno non m'ammazzi, sarò il depositario della Ven- 
detta e l'obbedientissimo servo d'un misterioso Furore che 
m' imporrà di parlare. Non posso rinunziare all'ordine ri- 
cevuto. Sento che subisco una violenza infinita, che tutte 
le collere che mi traboccan dal cuore non son che gli echi 
singolarmente attutiti d'una Imprecazione più alta che ho 
la stupefacente sventura di dover ripetere ». 

I suoi nemici capitali son due : l'abietta borghesia de- 
mocratica che, dopo aver conquistato il mondo, l'ha som- 
merso sotto un diluvio d'escrementi, e la vigliaccheria 
cattolica che all'Anticristo, mentre dà di piccone suUa Chie- 
sa, s'affretta a far vento, perchè non sudi, con tutte le pa- 
gine del Vangelo. 

453 



Contro questa doppia ignominia, la sua collera incendiata 
da un' immaginazione vulcanica, dà l' impressione d'uno 
spaventevole crescendo di cataclismi. 

Il suo stile sulfureo, lampeggiante, febbricoso, acciaiato, 
felino e serpentesco, si vale di tutte l'espressioni e di tutti 
i vocaboli dai quali si sprigionano con maggior veemenza 
l' indignazione, l' ingiuria, il sarcasmo, il disprezzo. Ogni 
proiettile, purché sfregi od ammazzi i molteplici nemici 
della Verità e della Giustìzia, è buono. 

.Le sue mille mani di Briareo furibondo, che si spro- 
fondano in tutte le bolge, che s'aprono a ventaglio, arti- 
gliate, sulle moltitudini abbrutite, che si tuffano nel più 
remoto e misterioso azzurro dei cieli, scaglian fango, fuoco, 
sterco, ciottoli, macigni, montagne, stelle. 

Allora par che oltrepassi le dighe del Cristianesimo e 
vada, aureolato di fulmini, verso le porte dell' Inferno. 

Ma è un' illusione. Anche in tal caso, rimane un arden- 
tissimo adoratore di Dio, al quale la preghiera, disturbata 
dalle grida di trionfo dell'umanità deicida, s' è trasfor- 
mata, come già negli antichi profeti, in una maledizione 
infinita. 

Inutile aggiungere che questo francese scandaloso è uno 
degli scrittori prediletti dell' Omo Salvatico. 

BLUFF 

— Il Bluff — concionava l'avv. Pappagorgia — il Bluff 
è ormai diventato la chiave di volta di ogni umana e pub- 
blica attività. Senza il Bluff, signori miei, non si riesce a 
far voltare il capo alla gente e se la gente non volta il capo 
come si fa ad allungar la mano alle borse ? Senza un po' di 
Bluff non si reggerebbero né gli attori teatrali, né gli attori 
politici, né gli attori scriventi e stampanti che hanno bisogno 
della plebe per mangiare e grandeggiare. E la Chiesa Catto- 
lica non è forse il più colossale Bluff che sia stato organizzato 
da mente umana ? È bensì vero, e non mi vergogno a rico- 
noscerlo, che questo Bluff è talmente ben congegnato che 
in venti secoli non son riusciti a sfatarlo né le penne dei 
filosofi, né i pensieri degli scienziati, né i frizzi dei satirici, 
né le persecuzioni dei politici, né le rivelazioni archeolo- 

454 



giche e neppure, è tutto dire, Teloquenza dei tribuni. Fd 
è questo, cari amici, che mi rende talvolta pensoso quando 
sento un suono di campana o vedo entrar la gente alla 
messa. 

BLUSE 

È la tenuta di prammatica del « proletario » che si vede 
riprodotto nei «numeri unici» del i° Maggio e nel «ro- 
manzi sociali ». 

Egli vien rappresentato con le mani appoggiate sopra 
una mazza di ferro, mentre fissa lo sguardo sul « S"le 
dell'Avvenire » che spunta, regolarmente, con la solita 
raggerà, dai soliti monti imbecillescamente stilizzati. 

BOCCA 

, Inutile far della poesia intorno alla parola, prerogativa 
dell'uomo e non degli animali, per poi dedurne illogicamente 
che fra Tuno e gh altri intercede un abisso. 

Ma siamo positivi una buona volta, sapristi ! 

La bocca è un organo comune tanto all'uomo che ai 
così detti bruti. 

La bocca è fatta non solo per emettere dei suoni arti- 
colati o meno, ma soprattutto per masticare il cibo, affin- 
chè discenda nell'esofago e da questo nello stomaco e quindi 
neir intestino, d'onde, trasformato in fimo, viene espulso 
da quell'altro orifizio provvidenziale che tutti sanno. 

Da ciò consegue che tutto, nell'organismo, è utile allo 
stesso modo e che tutto è nobile ugualmente. 

Che farebbe infatti la bocca senza l'ano, o l'ano senza 
la bocca ? E con ciò viene anche analogicamente dimo- 
strata la giustezza dei moderni concetti sociologici della 
collaborazione fra le classi. 

Certo, voi mi direte : Ma la bocca oltre che mangiare 
parla, e dunque è da più dell'ano. 

Al che io vi rispondo : Sì, parla ; ma, senza mangiare 
parlerebbe ? Dunque la sua principale funzione è di man- 
giare ; e se parla è soprattutto per dire tutte quelle pa- 
role che anche indirettamente si riferiscono al cibo. 

Le altre che in un modo o in un altro non servono a ciò 



455 



sono parole poco meno che da insensati, ovvero da poeti 
il che è lo stesso;, e infatti anche l'adagio latino dice: 
« carmina non dant panem ». 

Tuttavia, se ci si ripensa bene, da qualunque discorso 
anche il più etereo, si ricasca sempre, a un dato momento, 
in questa frase volgare quanto volete ma inevitabile : 
« Il desinare è pronto ? » 

Meno idealismo, dunque, e nessuna vergogna a confes- 
sare che l'uomo, osservato obiettivamente, è un animale 
in fondo come tutti gli altri, e nulla più. 

(Parole del dott. Enteroclismi, condivise da gran parte 
della sua clientela). 

BOCCACCIO (1313-1375) 

Dottissimo e fecondissimo uomo : scrisse il Filocolo, ro- 
manzo ; la Teseide, poema ; il Filostrato, poema ; V Aineto, 
romanzo ; V Amorosa Visione, romanzo ; il NinfaU Fieso- 
lano, poema ; la Fiammetta, romanzo ; eppoi De claris mu- 
lieribus, De casibus virorum illustrium. De Genealogia 
Deoruni, De Montibus Silvis Fontibus Lacubus Fluminibus 
Stagnis et Paludibus et de nominibus Maris, una Vita di 
Dante, il Commento ai primi 17 canti della Commedia, 
il Corbaccio, rime, egloghe e altre operette. Stimato dal 
Petrarca come dotto, fu ambasciatore del Comune di Fi- 
renze il quale gli affidò anche l' incarico di leggere Dante 
nella Chiesa di Santo Stefano. Nel 1362 si propose di darsi 
tutto alla religione e nel 1370 passò un po' di tempo nella 
Certosa di Santo Stefano in Calabria. 

Il volgo fa gran caso di una sua raccolta di novelle, 
detta Decamerone, dove una prosa pesante e latineggiante 
è usata a raccontare monotone storielle d' inganni e lus- 
surie. 

BOCCALINI TRAIANO (1556-1613) 

Argutissimo scrittore di opere politiche e letterarie ; 
nemico degli Spagnuoli e in genere degli oltramontani. 
Modesto precursore di Pietro Pancrazi compose, tra l'al- 
tro, due centurie di Ragguagli di Parnaso, saporosi di sar- 
castica festività. In uno di questi ragguagli (il XXXIX della 



seconda centuria) racconta che un letterato famoso pre- 
sentò ad Apollo un'orazione « in lode del presente secolo, 
nella quale altrui chiaramente mostrava quanto da alcun 
tempo in qua nel mondo sia cresciuta la bontà, la pietà 
e ogni sorte di virtù; e concludeva che da principi tanto 
eccellenti il genere umano fermamente sperar poteva che 
quella felicissima età dell'oro, che colma di tutte le più 
esquisite dehzie da famosi poeti è stata cantata, molto 
fosse vicina ». Ad Apollo piacque poco l'elogio e a quel 
letterato fece dare un paio d'occhiali politici fabbricati da 
Tacito. Appena l'ebbe agli occhi « Sire, disse, quello che io 
ora con questi occhiali rimiro, non altramenti è il secolo 
nel quale ora viviamo, ma un mondo pieno di ostentazioni 
e d'apparenza, con pochissima sostanza di bene e di vera 
virtù : dove numero grande d'uomini sono foderati d'una 
fìnta semplicità ; vestiti della falsa alchimia di una appa- 
rente bontà, ma pieni d' inganni, d'artifici e di macchi- 
nazioni : dove ad altro più non si studia che a cercar d' in- 
gannare il compagno, e co' falsi pretesti di santissimi fini 
ne' baratri di sceleratissinie imprese aggirar il suo prossimo. 

«Veggio un secolo pieno d'interesse, e nel quale anco 
tra il padre e il figliuolo non so scorgere perfetta carità ne 
candidezza di amore ; e solo con questi mirabilissimi oc- 
chiali vengo fatto chiaro che '1 mondo altro non è che una 
grandissima bottega, dove non è cosa sotto la luna, che non 
si comperi e non si venda : di modo che il vero fine de- 
gh uomini, che vi abitano, solo è il guadagno, l'ammassar 
danari ». E quelli che guardano il mondo senza questi oc- 
chi, conclude Apollo, « somigliano quegl' infelici, che, la 
mano ponendo entro un buco per pigliarvi un granchio, 
ne cavano im rospo ». 

Questo, si badi bene, era vero per lo sciagurato Seicento 
— perchè sanno perfino i fantolini che il bel Novecento, 
anche esaminato coi raggi Rontgen, presenta tutt'altro 
aspetto. jcL oggi sono i rospi (per esempio i Salvatici) che 
devono rinchiudersi nei buchi per lasciar libero il passo 
agli amabili e commestibili granchi. 



457 



BOCCHE INUTILI 

Son chiamati così, negli assedii, i bambini e i vecchi ; 
i quali, se sono inutili come bocche, diventano utilissimi, 
nel momento critico, come commestibili. Ma ciò si verifica, 
talvolta, soltanto in guerra. 

In tempo di pace invece bisogna distinguere : bocche 
inutili sono soltanto i vecchi, perchè mentre i bambini 
diventati uomini potranno servire allo stato per vari usi 
e consumi i vecchi hanno finito di servire, 

E allora, non si capisce come, in una società bene or- 
ganizzata, non si dovrebbero (sia pure anesteticamente) 
levar di mezzo. 

BOCCIARE 

Quando s'era ragazzi s'aveva una gran paura degli 
esami e delle bocciature. Passata l'ultima prova scritta e 
orale s'esclamò : S' è finito di tremare ! 

Vana speranza. L'Omo Salvatico s' è accorto, coll'andar 
degli anni, che tutta la vita nostra è i;n terribile e perpetuo 
esame che si svolge sotto gU occhi dell' Eterno e che la 
bocciatura finale ha, tra gli altri sinonimi, quello di Fuoco. 

BOCCONE (PIGLIARE IL) 

« Espressione plebea (direbbero i compilatori di voca- 
bolari per le persone da bene) con la quale si vuol signifi- 
care che Tizio o Caio, specialmente se insignito di pubbli- 
che cariche, è stato corrotto con doni o danaro, per agire 
in favore del corruttore o di qualche altro, a scapito dalla 
giustizia ». 

Il popolo che adopra continuamente questa espressione 
di dispregio e che inveisce contro la gente che dà o pi- 
gUa il « boccone », dà, egli stesso « il boccone », sia pure 
un bocconcino, a tutta quella malefica fungaia d' impie- 
gatucoli comunali o governativi dai quali va a richie- 
dere l'obbligatorio foglio bollato indispensabile in regi- 
me democratico, anche per fare un peto, e che essi im- 
piegati dovrebbero rilasciare senza alcun compenso, essendo 
pagati appunto per ciò. 

Ma il popolo conosce i suoi polli; e sa che senza «il 

458. 



boccone » oppure (altro identico modo di dire) senz' « un- 
ger le ruote » non si ottiene nulla. 

Il che, nel « Giardino d' Europa », è perfettamente vero. 

Altrove non so. 

BOECKLIN ARNOLDO (1827-1891) 

Pittore svizzero : innamorato, come tutti i barbari, 
della Grecia, dipinse dei tritoni che sembrano birrai alle 
bagnature e delle naiadi che sono kellerine denudate. 

Stando a Firenze osservò il Camposanto degli Inglesi, 
che forma una specie di isoletta murata e incipressata in 
mezzo ai viali, e mettendo l'acqua nel posto delle strade, 
ne fece Vhola dei morti eh' è il quadro suo più celebre e che 
non sarebbe cattivo come illustrazione di qualche poema 
romantico germanico. 

L' Omo Salvatico ebbe il coraggio, quand'era gio- 
vane, di girare tutto il Museo Boecklin eh' è a Basilea, 
e fu tale l'effetto che ci volle la vista e il vino del Reno 
per rimetterlo dagli effetti di quelle famose pitture. 

BOEHME JACOB (1575-1624) 

Panteista luterano — sicché doppiamente eretico : ere- 
tico anche per i suoi. 

Era calzolaio a Gòrlitz ma un giorno cadde in estasi 
davanti a un piatto di metallo brillante ed ebbe tali rivela- 
zioni che gli ci vollero dodici anni per maturarle ed esporle 
nel suo famoco libro Aurora oder die Morgenròte im Auf- 
gang (1612). Il non aver voluto dar retta al saggio ammo- 
nimento di xA.pelle lo fece smarrire nei laberinti abissali 
della teosofia e dell' illuminismo panteistico, ma gli pro- 
cacciò la fama di « philosophus teutonicus » e molta 
fortuna presso gì' ideahsti tedeschi del sette ed ottocento — 
per i quali la filosofia è soprattutto « aboUzione di distin- 
zioni » accompagnata dalla superbia di trasferire la divi- 
nità dal creatore alla creatura. 

BOERNE LUDWIG (1784-1837) 

Giudeo di Francoforte : il suo vero nome era Loeb Ba- 
ruch. Durante il dominio francese fu impiegato di polizia : 

459 



poi si fece protestante e fondò una rivista La Bilancia 
(1817) che gli procurò un invito di Metternich. Fu impri- 
gionato ma per poco : finì la vita a Parigi, come Heine, 
del quale fu amico eppoi nemico. 

Come la maggior parte degli evasi dal Ghetto fu il « li- 
beratore dei popoli », il « pioniere dell'umanità )i, il e pro- 
feta della democrazia», il «vendicatore degli oppressi» 
e uno .degli alfieri di quella « Giovine Germania », che 
dal 1820 dovette aspettare fino al 1918 per avere un'appa- 
renza di vittoria. Come tutti quelli che non capiscon nulla 
di politica odiava in modo particolare i re : « Con dieci 
braccia di corda, scriveva, si darebbe la pace al mondo ». 
Difatti dacché quasi tutto il mondo è in repubblica non 
si spara più un fucile. L'ultima volta che Heine andò a 
trovarlo (era sordo e scheletrito) dichiarò : 

— Se un imperatore mi avesse stretto la mano la ta- 
glierei. 

— E se un operaio — rispose Heine — avesse stretto 
le mia la laverei. 

I due giudei rinnegati potevano stringersi la mano 
senza timori o lavaggi : l' imbecillità era pari. 

BOEZIO (480-525) 

Anicio Manlio Severino Boezio fu ammazzato per or- 
dine di Teodorico ostrogoto. Prevedendo forse la sua fine 
aveva scritto il De Consolatione Philosophiae più da pagano 
che da cristiano. Se fosse stato cristiano davvero avrebbe 
saputo che Dio può consolare della perdita di tutte l'altre 
cose, compresa la filosofia, ma che nulla al mondo può 
consolare dell'assenza d' Iddio. 

BOHÈME 

Murger era nato per Puccini ; Puccini per Murger. 
Puccini è una rincarnazione di Murger, Murger è un'anti- 
cipazione di Puccini. La prosa del primo è musicale quanto 
la musica del secondo è prosaica. 

Essi hanno fondata, avvalorata e conservata la leggenda, 
ora in decadenza, che l'artista dev'essere uno sbrindellato 
abitatore di taverne e di caffè, sempre senza un duino 
ma fortunato fornicatore quanto impotente creatore. 

460 



BOIA 

Su questo « argomento scabroso » ci rimettiamo comple- 
tamente al ben noto umanitarismo di Joseph De Maistre. 

BOICOTTARE 

Elegantissima parola commerciale, usata anche in let- 
teratura e nel giornalismo che, insieme al traffico d'altri 
concimi, costituiscono i due più nobili rami del commer- 
cio moderno. 

Talvolta l'autore, i cui libri restano invenduti, si sfoga 
con gli amici in questo modo : 
« I critici mi boicottano, 
i librai mi boicottano, 
il pubblico mi boicotta. 

Io son vittima del boicottaggio che deriva dalla mia 
grandezza ». 

E gli amici (sempre sinceri !) s'associano, lui presente, 
alla sua sventura, con grandi esclamazioni di sdegno contro 
l' iniqua società. 

Poi, soH, ridono ; e qualcuno dice : « Ma perchè quel- 
l'imbecille non s'impiega in un botteghino del R. Lotto?». 

BOILEAU NICOLA (1636-1711) 

Oggi si conosce Boileau attraverso le pungiglionate di 
Victor Hugo e degli altri romantici e chi non 1' ha mai letto 
lo immagina un vecchio pedante accademico, occupato 
tutta la vita a metter le pastoie ai Pegasi e a nasconder 
fiaccole sotto i moggi. 

Invece il bravo Boileau fu, a' suoi tempi, un rivoluzio- 
nario, un polemista, un ripulitore di stalle, un frustatore 
di mediocri e di presuntuosi ed ebbe l'amicizia di Racine 
e di La Fontaine : cioè dei due maggiori poeti veri che 
abbia avuto la Francia in quel secolo e forse anche negli 
altri. 1 Fu tanto poco accademico che dette noia a quasi 
tutti gli accademici del suo tempo e all'Accademia entrò 
tardi, e soltanto per l' imposizione del Re. 

Non dette pace ai mestieranti, ai bonzi, ai plagiari, ai 
poeti ghiacci o soltanto spiritosi, o soltanto triviali. Inse- 

461 



gnò che per esser poeti bisogna esser galantuomini e inna- 
morati. 

Le vers se seni toujours des bassesses du caeur 
C^est peu i'etre poète il faut etre amour e ux. 

Combattè i preziosi, i romanzieri del tenero e dell'alle- 
goricOj i burleschi scemi, gli sciamannati. Consigliò lo stu- 
dio dei grandi antichi e specialmente della natura. Non fu 
un grande poeta ma fu un artista onesto, un cristiano fer- 
vente, benché un po' impeciato di giansenismo, un amico 
fedele, un critico profeta. Ebbe il solo torto di ammirare un 
po' troppo il raziocinio, ma era allora necessaria una reazione 
del buon senso contro le scipitezze stravaganti e bestiali del 
tempo come ci fu bisogno, un secolo dopo, d'una reazione 
contro il congelamento razionale degli pseudo classici. 

E r Omo Salvatico potrebbe prendere per motto questo 
bel verso : 

7<? suìs rustique et fier, et j'ai Vàme grossière. 

BOITO ARRIGO (1842-1918) 

Uno degli ultimi romantici di una letteratura che non 
ha avuto romanticismo. Fu anche musicista : ma il suo Me- 
fistofek, fatto un po' d'accatti (tutti sanno che il famoso 
motivo : Dai campi, dai prati.... è preso da Beethoven) è 
di una nobile e grandiosa mediocrità — al Nerone, ponzato 
per vent'anni, rinunciò. Rimane come librettista : troppo 
poco per chi fu preconizzato il Wagner italiano. 

BOJARDO A. M. (U34-1494) 

È famoso per aver fatto suonare a doppio le campane 
del suo castello di Scandiano il giorno che gli riuscì di tro- 
vare un bel nome per uno degli eroi del suo Orlando Inna- 
morato. 

Bei tempi, allora, per lo spirito! Oggi le campane civiche 
suonano per molto meno — magari per la proclamazione 
d'una Repubblica ! 



462 



BOLDINI GIOVANNI (1845) 

Il più pario;ino dei ritrattisti delle gran dame francesi 
e internazionali e italiano, di Ferrara. I parigini, del resto, 
hanno fatto conoscere al mondo il più grande scidtore ita- 
liano vivente : Medardo Rosso — si fanno fare gli affiches 
dall' italiano Cappiello — le commedie dall' italiano Nico- 
demi ; e riempiono VOpera Comiqiie quando danno l'o- 
pere di Puccini. In passato ebbero il dramma musicale 
da Lulli poi da Piccini, Cherubini, Bellini e Rossini — e 
nel settecento il più « parigino » dei « causeurs » non era 
forse un abruzzese, l'abate Ferdinando Gahani ? 

BOLIVAR SIMONE (1783-1830) 

detto il Lib e rtad or. ì^^to a Caracas di famiglia spagnuola, 
educato a Madrid, si dette a tutt' uomo a far ribellare 
le colonie americane alla Spagna. Liberò difatti la Colom- 
bia, la Bolivia, 1' Equatore, il Venezuela e il Perù. Fu 
una specie di Washington dell'America del Sud o un Gari- 
baldi degli Antipodi. Lasciò come memorie sulla terra 
una foggia di cappello che si chiama anche ora alla Bo- 
livar ; e un moscaio di repubbliche le cui gesta e costu- 
manze vedremo a' loro luoghi. 

BOLGE 

Luoghi ameni della Divina Commedia da darsi in pre- 
mio, nell'altro mondo, a tutti i commentatori di Dante. 

BOLOGNA 

Detta la « grassa )> e la « dotta » — appellativi che si 
contraddicono meno che non sembri. L'erudizione è la go- 
losità dello spirito. Città d'opposizione : covo di liberali 
nel '30 ; di repubblicani dopo il '60 ; di socialisti dopo 
il '90 ; di fascisti dopo il 1920 : ogni trent'anni, cóme si 
vede, cambia il partito ma non l'umore ribelle dei petro- 
niani. Uno de' focolari vivi dell'arte italiani : col Gui- 
nizzelli annunziò il « dolce stil nuovo » ; nel '600 fu a capo 
del moto pittorico con i Caraccì, il Guercino e Guido Reni ; 
negli ultimi trent'anni dell'ottocento con Carducci, Pascoli, 

463 



Ferrari, Guerrlni, Panzacchi, Albini, Albertazzi, fu il più 
brillante cantuccio dei letterati italiani. 

BOLLIRE (IN PENTOLA) 

Ciascun uomo è una pentola con qualche cosa dentro. 
L'una non sa ciò che bolle nell'altra, e talvolta non sa nep- 
pure ciò che bolle in se stessa. In alcune e' è soltanto un 
po' d'acqua tiepida e sciocca, in altre della stummia vele- 
nosa, in altre, ermeticamente chiuse, una tal pressione 
che le fa scoppiare. 

Ma tutte son pentole ; cioè terraglie che un giorno si 
rompono. 

« Memento homo ecc.... » seguita ad ammonire la Chiesa. 
Ma le pentole, piene o vuote che siano, non voglion sen- 
tirsi dire da chi 1' ha fatte che sono state fatte di terra. 

BOLLO 

È il contrassegno obbligatorio per mezzo del quale i 
governi liberi fanno apprezzare gì' inestimabili vantaggi 
della loro vantaggiosissima libertà. 

Bolli, francobolli, tessere bollate e carta timbrata 
d'ogni genere, attestano, ogni minuto secondo, che l'onniveg- 
gente e provvidenziale stato moderno non si scorda di te. 

Forse, fra non molto, avremo la soddisfazione di andar 
completamente vestiti di marche da bollo : marche sulla 
fronte perchè pensa, sugli orecchi perchè ascoltano, sul 
naso perchè odora, sulla bocca perchè parla o mangia, 
sulle mani perchè non son piedi, sui piedi perchè non son 
mani, sugli organi genitali per la ragione che si capisce, 
e, in ultimo, sul deterano se vorrà avere il diritto, niente 
affatto acquisito, di posarsi sulla seggiola o d'accoccolarsi 
sull'orinale. 

E allora la libertà, essendosi morsa la coda, avrà for- 
mato il perfetto circolo dell'assoluta tirannide. 

BOLSCEVISMO 

L'ultima schifosa e velenosa rifermentazione di tutti 
i putridumi democratico-antireligiosi dell'Enciclopedia, sco- 

464 



J 



lati nel socialismo tedesco e poi travasati, da mani giudai- 
clie, negli sconvolti cervelli slavi. 

Pèste, dunque, in origine, occidentale, che ora l'occi- 
dente non riconosce per sua e dalla quale si difende. 

Ma per difendersi vittoriosamente non e' è che da fare 
una cosa : riconciliarsi con la Chiesa e combattere insieme 
con lei questi nuovi anticristi. 

BOMBA 

Il confetto dei conquistatori — e il punto fermo delle 
discussioni politiche. 

BONA (DEA) 

Elevatissima discussione nel salotto della Signora Fran- 
catrippa intorno alla pudicizia femminile attraverso i secoli. 

Siamo al punto in cui il prof. Mediani (vero pozzo di 
erudizione classica) sta tessendo l'elogio della matrona 
romana. 

« Figuratevi (egli dice) che quelle nostre antiche madri 
quiriti, tributavano perfino, nel tempio opertum (che in 
latino vuol dir chiuso) un vero culto di latria alla Dea 
Fauna, moglie del Dio Fauno, chiamata, in altri termini. 
Dea Bona, perchè fu ornata, secondo la mitologia, d'una 
così scrupolosa modestia e castità da chiudersi ermetica- 
mente nel proprio ginecèo e da non voler vedere altra fac- 
cia d'uomo che quella di suo marito.... «. 

« Stop ! (fece improvvisamente la padrona di casa, 
memore del linguaggio imparato — durante la guerra — 
negli uffici della Croce Rossa). 

« Come donna, domando la parola ». 

« Dica pure, signora (rispose con un sorriso da baciami- 
subito il prof. Mediani). 

« Ecco (proseguì la Francatrippa) : Io non mi vergogno 
a confessare che, dopo quindici anni di matrimonio, son 
sempre innamorata di mio marito come in quel caro 
giorno che mi fu messa sul candido velo la corona d'aran- 
cio ; ma quanto a rinchiudermi nel ginecèo.... Che ne dici, 
tu, Narciso ? (chiese volgendosi'al proprio consorte che si 
baloccava con la sterlina appesa alla catena dell'orologio), 

30, — dizionario dell'Omo Salvatico. 



Non è vero che, se mi montasse il ticchio di comportarmi 
con te come la Dea Bona, non lo potresti permettere ? ». 
E Narciso (credendo di far lo spiritoso) : Va là, va là, 
Susanna, che certi ticchi non ti si pigliano ! 

BONAFEDE 

Una. volta ammessa la bonafede, ogni mascalzonata 
non è pia tale. 

Ma chi non è in bonafede ? 

La bonafede dell'ateo consiste nell'agire in conse- 
guenza dell' inesistenza di Dio ; quella del ladro nel cre- 
dere fermamente alla convenienza del furto ; quella del- 
l'omicida, nel diritto all'assassinio ; quella dell'adultero 
nei presunti piaceri dell'adulterio, ecc. 

Ma noi diciamo : L'ateismo è un delitto, il furto è un 
delitto, l'assassinio è un delitto, l'adulterio è un delitto. 

Perciò meno discussioni ; e chi rompe paghi. 

Perchè se si pagasse sempre in proporzione di ciò che 
si è rotto, non si vedrebbero per terra tanti cocci. 

RONALD (LOUIS DE) (1754-1840) 

Nacque da un'antica e aristocratica famiglia del Roucr- 
gue. Studiò nel collegio di Juilly. Uscitone, s'arruolò nei 
moschettieri e vi rimase fino alla loro soppressione. S'ammo- 
gliò, ebbe figli. Scoppiata la rivoluzione emigrò a Eidel- 
berga. Nell'esilio e nella miseria, scrisse la Théorie du pou- 
voir, eh' è l'opera sua capitale. Vi si studia, anatomizza e 
denunzia, con sguardi profondi e intuizioni lontane, la san- 
guinosa idiozia rivoluzionaria, a cui si contrappongono il 
Trono e l'Altare, colonne eterne. 

Incrollabile nella sua fede religiosa e politica, rimase 
ostile alla variopinta canaglia democratica fino all'ultimo ; 
e ne predisse lo sfacelo. 

Fratello spirituale di De Maistre, se forse gli fu mi- 
nore per vivacità d' ingegno, gli fu, per nobiltà d'animo, pari. 

BONAVENTURA (S.) (1221-1274) 

Illuminato frate minore che divenne Cardinale e Dot- 
tore della Chiesa. Famoso soprattutto per l'opere misti- 

466 



che delle qtxali la meno ignorata, oggi, è V Itinerarium men- 
tis in De uni. 

« Elevandoti con la mente pura — scrive nell'ultimo 
capitolo di questo prezioso Itinerario — immensurabil- 
mente e speditamente sopra te stesso e sopra tutte le cose, 
abbandonando tutto e libero da tutto, ascenderai al sopra- 
essenziale raggio delle divine tenebre. Se poi cerchi come 
queste cose avvengano, interroga la grazia, non la dottri- 
na ; il desiderio, non l' intelletto ; il gemito dell'orazione, 
non lo studio della lezione ; lo sposo, non il maestro ; 
Iddio, non l'uomo ; la caligine, non la chiarezza ; non la 
luce, ma il fuoco che totalmente infiamma, e che in Dio 
trasporta con eccessive unzioni e ardentissime affezioni. 

« Il qual fuoco invero è Iddio e il cammino di esso è 
nella Gerusalemme, e Cristo uomo lo accende nel fervore 
della sua ardentissima passione, e veramente lo percepisce 
solo colui, che dice : L'anima mia s' è eletto il laccio e le 
m.ie ossa la morte ». 

Degno seguitatore e storico di San Francesco, non ebbe, 
benché dottissimo in teologia, l' idolatria di tanti frati 
per la dottrina de' libri. Raccontano i suoi biografi che un 
giorno andò a visitarlo San Tommaso d'Aquino, il quale 
lo pregò che gli mostrasse la sua biblioteca. Bonaventura, 
allora, gli additò il Crocifìsso e gli disse che da questo 
aveva imparato tutto quello che sapeva. 

Risposta meravigliosa, veramente cristiana e france- 
scana, che noi giriamo a molti cattolici d'oggi i quali sanno 
assai meno del Santo di Bagnorea appunto perchè troppi 
altri libri fuor di quello hanno letto, 

BONGHI RUGGERO (1828-1895) 

Scrisse un libretto per spiegare qualmente la lettera- 
tura italiana non sia popolare in Italia e tradusse Platone 
in prosa tale da rendere impopolare in perpetuo l'autore 
del Convito se non esistessero, per fortuna, altri volga- 
rizzamenti. 

Di tutto scrisse, di tutti disse, d'ogni cosa sentenziò 
— ed è rimasta soltanto la memoria di una facilità ope- 

467 



rosa che non riuscì mai a concludere : molta lattuga e nep- 
pure un albero. 

Compose un libro su San Francesco senza aver capito 
il santo ; la sua vita di Gesù è una semplice concordanza 
degli Evangeli ; la Storia di Roma, incompiuta, come 
libro di scuola è troppo dotto, come libro dotto è invec- 
chiato. Ebbe la fortuna, in gioventù, di praticare il Man- 
zoni e il Rosmini — e se non fossero esistiti codesti due 
del povero Bonghi nessuno mai più si rammenterebbe. 

BONI GIACOMO (1860) 

Uomo che vive tra le macerie, di cui è « cicerone auto- 
rizzato » per i grandi della terra e della letteratura. Necrofilo 
e violatore di tombe esce dal silenzio solo quando gli torna 
a gola qualche sbuflFo di rettorica liviana o cesariana. Ri- 
sale all'epoca Bizantina (Cronaca) e, non potendo segnare 
nessun giorno con albo lapillo, ha scoperto il famoso Lapis 
niger. 

BONIFAZIO Vili (1217-1303) 

« Il est précisément le plus haut des Papes. Il n'est 
pas devenu un Saint, je le reconnais ou plutót je reconnais 
que l'Eglise ne l'a pas mis au nombre des saints, mais 
il est l'auteur de la Bulle Unam Sanctam, — la plus gran- 
diose parole qui ait été écrite depuis saint Jean — où il 
est affirmè que le Pape est le Chef, le Maitre spirituel et 
temporel de toute la terre, acte le plus grand et le plus 
digne de la Papauté qui ait été accompli depuis saint 
Pierre ». 

Parole di Leon Bloy, alle quali P Omo Salvatico en- 
tusiasticamente sottoscrive. 

BONTÀ 

Fino al punto di non opporsi al falso, all' ingiusto, al 
brutto, al male, al Diavolo. 

Ecco la bontà che piace ai multicolori nemici, aperti 
e larvati, del Cristianesimo. 

Ed ecco perchè gli anticristi russi hanno onorato Giuda 
e santificato Tolstoi. 

468 



BONTEMPELLI MASSIMO (1878) 

Compone i versi anche meglio di Chiesa e di Lippa- 
tini — molte sue novelle possono stare accanto, per il me- 
lanconico humour, a quelle di Fanzini — le sue noticine 
quotidiane nel Mondo non sono affatto inferiori a quelle 
di Janni : come mai, dunque, Bontempelli non ha la posi- 
zione di Janni, di Fanzini e di Lipparini ? Ai posteri, se 
ne avremo, la sentenza. 

BONZO 

Sacerdote chinese o giapponese di Fo o Budda. 

Vuol fare il santo, ma è venale ed ipocrita. 

Tuttavia ha il grande merito d'esser sacerdote d'una 
falsa divinità ; e perciò (se i nostri anticlericali potessero 
frequentarlo) gli perdonerebbero ben volentieri la venalità, 
l' ipocrisia ed anche perfino (tutto dire !) il sacerdozio. 

BOOKMAKER 

Vorrebbe dire, nella lingua di Shakespeare, colui che 
« fa il libro », ma in realtà è quello che registra le scommesse 
sui campi di corsa. Una differenza, tra 1' Ippica e la Bel- 
letristica, c'è davvero : nella prima quello che fa il libro 
non corre, mentre nella seconda i facitori di libri, ossia 
letterati, corrono come cavalli sulla pista della reclame, 
colla speranza di vincere l'indesiderabile premio di una ce- 
lebrità quatriduana. 

BOOTH WILLIAM (1829-1912) 

Fondatore e generalissimo dell' Esercito della Salvezza. 
Fuò darsi che in Inghilterra questo Esercito di filantropi 
militarizzati abbia fatto del bene, sia pure adottando i me- 
todi cerretaneschi e barnumisti della tetra civiltà angli- 
cana. Ma in Italia — dove hanno cercato di trapiantarlo — 
non attacca, benché vi spendano assai più denaro di quel 
che raccolgono. 

Di solito prendono a pigione una bottega, appiccican 
sulle pareti tre o quattro versetti del Vangelo, e un paio 
di volte la settimana un ufficiale in montura vi recita un 
filamentoso sermone protestantesco dinanzi a una ventina 

469 



di curiosi o di bisognosi furbi i quali fanno la parte, nel 
famoso Esercito, di prigionieri mantenuti di tutto punto. 

BOOZ 

— E non si porti l'esempio di Booz — gridava l'avvo- 
cato Pappagorgia mentre difendeva in tribunale un vecchio 
stupratore — il quale, avendo trovato al buio una vedova 
giovane che avea spigolato nei suoi campi, la rispettò fino 
a giorno e volle sposarla con tutte le regole. Prima di tutto 
si tratta d'una storia della Bibbia, e ormai la critica mo- 
derna, coll'aiuto dei geroglifici e dei cuneiformi, ha dimo- 
strato incontestabilmente che tutte le storie della Bibbia 
son tante leggende indegne d'esser credute dall'evoluta 
nostra coscienza ; in secondo luogo l'eccellentissimo tribu- 
nale mi consentirà che Booz, dopo aver lasciato spigolare 
i suoi campi, poteva ben permettersi, senza far peccato, 
di spigolare nel campicello di Ruth e se^ non lo fece 
fu certo perchè, avendo bevuto troppo, era improprio, in 
quel momento, all'atto generativo o avrà avuto paura di 
esser sentito dagli altri che dormivan nell'aia ; o infine 
e' è il caso che la robusta moabita, dopo aver invoglito 
il riccone, lo abbia lasciato a bocca asciutta per farsi più 
facilmente sposare. Per tutte queste considerazioni decido 
sentenzio e giudico che Booz fu un gocciolone ovverosia 
babbano e che il Pubblico Ministero ha fatto male a citarlo 
nei confronti del mio perseguitato cliente. 

— Come glie 1' ha ribattuta bene ! — mormorò uno del 
pubblico. — Credono di potere ancora adoprare i vecchi 
ferri dell'oscurantismo ! Ma l'avvocato Pappagorgia, in 
fatto di bibbie, sa il fatto suo ! 

— Sicché — disse un altro — Booz fu un imbecille 
perchè non volle fare il maiale : 

— Sicuro — rispose il primo — abbasso il misticismo 
e viva la carne ! E se lei non volesse rispettare questa 
rispettabile opinione venga fuori e glie l' insegno io a ri- 
spettare la libertà dell'anima moderna ! 



470 



BORDONE 

Da quando i pellegrini viaggiano in treno il bordone 
è stato sostituito dalla canna da passeggio ; e, con essa 
sotto il braccio, i giovani cristiani a pantaloni larghi del 
secolo XX, vanno a santificare il settimo giorno nelle 
chiese di moda, dove, in presenza al bel sesso devotamente 
seminudo, si celebra, da un prete ad hoc, una messa corn- 
ine il faut. 

BORDELLO 

Si trova : 

nell'albergo, 

nella scuola, 

nell'ufficio, 

nella strada, 

nel caffè, 

al cinematografo, 

in teatro, 

nella famigha, da per tutto. 
Quindi, per esser giusti, e ad onore delle meretrici pa- 
tentate e dei loro fedeli avventori, il bordello meno schi- 
foso di tutti è il vero e proprio bordello. 

BORELLI LYDA E GIOVANNI 

Due viventi celebrità italiane con questo nome : Lyda 
attrice parlante e muta — e Giovanni parlante e scrivente 
e piuttosto sordo che muto. La prima è stata — non sap- 
piamo se ancor sia — l' ideale delle filodrammatiche, 
cinematografare e ragazze fatali delle cento e una città ; 
l'altro fondò il partito dei giovani liberali, detti anche 
vagellanti — ed è oggi esposto, insieme a Romolo Murri, 
a Filippo Turati, a F. T. Marinetti, nel museo dei profeti 
faUiti. 

BORGESE G. A. (1882) 

Fu maliziosamente definito «l'asceta dell'arrivismo». 
L'ascetismo, eh' è rinunzia, per qualsiasi fine diventi re- 
gola di vita, è prova di saper dominare sé stessi e va ri- 
spettato — anche in ragione della sua rarità. Ma dove 

471 



è arrivato, infine, Borgese ? Professore nìl' Accademia Scìen- 
tifìco-Letteraria di Milano, critico del Corriere della Sera, 
autore di casa Treves : son poi quelle magnifiche e grasse 
« posizioni » che immaginano i portapenne dei diecimila bor- 
ghi selvaggi d' Italia ? A quarant'anni, con tutto l' inge- 
gno che gli riconoscono, e colla facilità di pensar chiaro 
e di parlar bene, un vero arrivista sarebbe, a quest'ora, 
senatore, ministro, caposcuola, ambasciatore o, almeno al- 
meno, direttore di un grande quotidiano o di una rivista 
di prim'ordine. 

Borgese, invece, ha preferito affrontare la prova più 
temeraria e pericolosa che possa tentare un critico : la 
creaziojie. E ha scritto un romanzo, Rubé, del quale non 
ci si può sbrigare davvero, come hanno fatto certi suoi 
confratelli, che alternano l' ingiustizia delle indulgenze col 
r ingiustizia dei rigori, con qualche genericità di malu- 
more o, peggio ancora, con qualche spulciatura da sup- 
plente di stilistica. Non diciamo che Rubé sia un capola- 
voro e forse non lo pensa neppure Borgese : odiosi i per- 
sonaggi, tetra e pesa l'atmosfera morale; strascicata, specie 
sul primo, la narrazione ; senza una luce di speranza 
felice che venga dal cielo. Ma è tuttavia un libro potente ; 
costruito con attenta ed inquieta coscienza e vi sono pa- 
gine, specie nell'ultime parti, che possono ricordare, senza 
vergogna, opere più famose e non mai abbastanza lodate 
dai critici che serbano tutto il loro scarso peculio d'amore 
per le croci dei camposanti. Se anche v' è, nel doloroso e 
perduto protagonista, qualcosa d'autobiografico, Borgese 
potrebbe giustamente rispondere che nell'arte tutto è e 
non è autobiografico e che della sua miseria ha già pagato 
pena, purificandosi coli' indiretta confessione. E forse il 
Dio Cristiano, che appena s'affaccia in Rubé, avrà la parte 
sua — eh' è il tutto — nei libri che verranno. 

L'Omo Salvatico, che si salva come può dagli stagni 
letteràri, ha voluto questa volta estendersi più del solito 
non per omaggio a Borgese — col quale non sempre può 
andar d'accordo — ma per semplice amor di giustizia. 



472 



BOkGHi<:gK 

Eccolo finalmente ! 

I due compilatori antropofagi di questo facinoroso di- 
zionario lo aspettavano al varco da lungo tempo con im- 
pazienza e tremore. 

Bor-ghe-se. 

Ecco le tre sillabe eterne con le quali è formato il nome 
dell' Innominabile, dell' Inguardabile, dell' Inavvicinabile, 
dell'Onninfettante, del Polipestilente, dell'assoluta Bestia 
Trionfante, dell' implacabile nemico non sterminabile di 
Colui che è. 

Egli (questo spaventevole Leviatano delle concimaie) 
ha scoronato i re, ha deriso i sacerdoti, ha meccanizzato i 
guerrieri, ha falsificato gli eroi, ha corrotto i giudici, ha 
risuscitato la schiavitù, ha disonorato la libertà, ha surrogato 
il sole con la luce elettrica, ha sorpassato i campanili con 
le ciminiere, i santi con i banchieri, i poeti con gli chauf- 
feurs, le cattedrali con le condutture delle sue latrine ; 
egli ha sostituito alla Chiesa il Cinematografo, alla famiglia 
il postribolo, alla madre la rufiìana, alla sposa la cocotte, 
alla vergine «la signorina », all'artigiano il proletario, al 
palazzo « il villino », al convento la caserma, all'Ostia Con- 
sacrata lo chèque, al Vangelo l'Artusi. 

Egli è il Dio dal cappello a cencio, il Pontefice della 
menzogna, il Monarca dei salami, il Dittatore della benzina, 
il Professore dell' ignominia, il Dottore della bestemmia, 
l'Astronomo del bacillo, il Persecutore del Povero, il Pro- 
fanatore dell' infanzia, il Poeta dell' indigestione, l'Avvo- 
cato del Diavolo, l'Angelo dell'aeroplano, il Filosofo del- 
l' intestino, 1' Ingegnere dell' inferno. 

Scaltro e imbecille, audace e vigliacco, profumato e 
puzzolente, ipocrita e cinico, padrone e servo, miscredente 
e superstizioso, sanguinario e sentimentale, volatile e qua- 
drupede, ha invaso, infettato, imbruttito e deformato 
tuua la terra. 

La Rivoluzione Francese è una sua evacuazione emor- 
roidale ; la Guerra Europea è un sacrificio sanguinoso che 
ha voluto offrire a sé stesso ; la Rivoluzione Russa, sebbene 
la rifiuti, è una dell'ulùme macellerie che ha aperto. 

473 



il liberalismo, l'anticlericalismo, il bolscevismo, gofìó 
altrettante sue feci, dal colore diverso, ma dall' identico 
fetore. 

L'aristocrazia e la plebe sono state inghiottite da Lui. 

Tutto, inabissandosi nel suo incommensurabile ventre, 
vi si disfà e putrefa. 

Egli, avendo oramai conquistato tutta la terra, non è 
più estirpabile con mezzi umani. 

Ma quando l' infetto fumo della sua abbominazione 
incomincerà ad asfissiare le Gerarchie Angeliche, allora 
Cristo ridiscenderà ; e allora soltanto l' innominabile mo- 
stro in amore, avviticchiato libidinosamente sui due emi- 
sferi, verrà scagliato nell'Abisso che, sebbene l'aspetti da 
venti secoli, arretrerà inorridendo ! 

BORGIA 

Malaugurata famiglia spagnuola che venne a insudi- 
ciare r Italia del primo cinquecento — che di sudicio aveva 
necessità poca. Alessandro VI papa non fu certamente, 
come uomo, nulla di buono benché gli siano appioppate 
dagli storici anticattolici più vergogne del vero : ma « on 
ne prète qu'aux riches ». Benché, nel suo ministero di 
pontefice, abbia fatto del bene, combattendo l'eresie, pro- 
movendo la vita monastica e le missioni nel Nuovo Mondo 
allora scoperto, resta, come scrisse la Civiltà Cattolica nel 
1872, una « piaga viva e sanguinante » nel corpo della Chiesa. 

Il duca Valentino, se fosse riuscito, come sperò il Ma- 
chiavelli, a riunire 1' Italia in un regno, avrebbe ora mo- 
numenti ed elogi come padre della patria ; Lucrezia Borgia 
trovò un apologista di prim'ordine nel Gregorovius. 

Ma tutti coloro che si servono dei Borgia per sbraitare 
contro la « corruzione papale » non fanno parola di un 
Borgia, che meritò di essere ascritto fra i santi e che ri- 
scattò colla sua vita di apostolato e colla sua profonda 
bontà le colpe dei suoi ascendenti. 

Francesco Borgia era un personaggio d'alto affare alla 
corte di Carlo V: nel 1546 gli morì la moglie e quando, 
dopo pochi giorni, nel mortorio solenne, scoprì, come usava, 
la cassa funebre, e vide cosa era divenuto il corpo da lui 

474 



tanto amato, fu profondamente scosso ; cambiò vita ; la- 
sciò il mondo e andò a inginocchiarsi ai piedi di Sant' Igna- 
zio. Predicò nella Spagna con grande accorrenza di po- 
poli ; nel 1565 fu generale dei Gesuiti e morì nel 1572, in 
fama di santo. Compose musica sacra e fu paragonato, 
per la dolcezza del carattere e la fortuna nell'apostolato, 
a San Francesco di Sales. 

Quando si ricorda, dunque, la casa Borgia non è giu- 
sto pensar soltanto a Roderigo, a Cesare, a Lucrezia, ma 
anche a Francesco, che prega nel cielo per loro e per noi. 

BORROMEO FEDERICO (1564-1631) 

Due i Borromeo più celebri : tutti e due arcivescovi di 
Milano ; il più antico, Carlo, dichiarato Santo dalla Chiesa 
— l'altro, Federico, reso immortale dall'arte di Alessandro 
Manzoni. 

L'Omo Salvatico rispetta più il santo ma conosce me- 
glio l'altro, e di Federico non ricorda tanto il colloquio — 
pur bellissimo ma in qualche punto troppo studiosamente 
eloquente — coli' Innominato, ma quello, meno celebre 
eppure più umano e più commosso, con Don Abbondio. 
Quando il canuto eroico cardinale chiede quasi perdono 
al canuto pusillo curato e gli ricorda le promesse a Cristo 
e la morte vicina — e non v' è parola che faccia . pensare 
ad affettazione d'umiltà, ma si sente l'accoratezza sincera 
del puro che teme, alla fin della vita, di non aver fatto 
tutto quello che avrebbe dovuto — in quel momento Fe- 
derico non è soltanto una delle più grandi creazioni del- 
l'arte manzoniana, ma l'alto modello del vero cristiano che 
tanto più s' inalza quanto più s'umilia dinanzi a chi gli 
è inferiore. 

BORSA 

Il vero tempio : al posto di Gesù Cristo, Mammone ; 
al posto della Vergine, la Finanza. 

I suoi sacerdoti (Commercianti, Banchieri, Capitalisti, 
Agenti di Cambio, Sensali) vi celebrano i loro riti in 
una lingua incomprensibile ai non iniziati. 

Vi si parla d' « operazioni », d' « effetti », di « aggiota- 

475 



tori » d' « aumentisti », di « rialzisti », di « ribassisti », di « tri- 
poteurs » di « acquisto al corso » d' « ammortamento » di 
« deporti » di « dont », di « crak », di « giorno del godi- 
mento » ecc. 

L'Omo Salvatico, naturalmente, non capisce nulla ; ma 
tuttavia non dura molta fatica a indovinare che, là den- 
tro, e con un tale linguaggio, si debbono architettare i più 
sinistri e inimmaginabili misfatti. 

BORSI GIOSUÈ (1888-1915) 

Letteratino linguaiolo e paganeggiante che scoprì per 
la via del dolore — la morte di tre de' suoi — la bellezza 
e la verità del Cristianesimo. Tornò ai Sacramenti nel 1914 ; 
nel 191 5 morì in guerra. 

Chi legga i suoi Colloqui — il più celebre de' suoi libri 
postumi : sono una specie di « giornale di bordo » della 
sua povera anima, con invocazioni e confessioni di sapore 
agostiniano — scopre a poco a poco il triste segreto che 
rese dolorosa la sua ultima tappa e gli fece forse desiderare 
la morte. C è in lui il dissidio tra l' infelice che vorrebbe 
essere sinceramente cristiano e il vecchio grumolo lette- 
rario, accademico, carducciano, vocabolaio che gli contende 
— quasi rivincita dell'abbandono — di esprimere sincera- 
mente, colla semplice parola del cuore, la sua volontà di 
cristianesimo. Certe volte il periodo ben costrutto, l' imma- 
gine idillica, l'aggettivo scelto, l'amplificazione studiata, 
l'esclamazione in crescendo, tutto quello che gli derivava 
dalla tradizione letteraria, rettorica e quasi giornalistica, 
fanno perfin dubitare della intima verità della sue pre- 
ghiere e desolazioni. Ma quanti che scriviamo e siamo 
malati di simili malattie e torniamo, dopo lungo esilio, al 
convito dell' Evangelo, ci troviamo, come lui, irretiti e 
ravvolti nelle forme di quella che ci parve arte squisita e 
spesso è bravura letteraria ! 

Non possiamo dunque condannarlo — sibbene pregare 
per lui, lamentando che sia morto prima di aver vinto 
in sé, radicalmente, il vecchio interno nemico. Se fosse 
vissuto ancora sarebbe riuscito, forse, — e ce ne sono gli 
indizi negli stessi Colloqui — a liberarsi per sempre dai cenci 

476 



fioriti della letteratura e avrebbe messo il suo ingegno 
a servizio della Chiesa e non soltanto per ragionare sopra 
le sue interiori tristezze. 

Egli volle sinceramente esser sincero : se non sempre 
vi riuscì n'ebbe lui stesso a patire che talvolta se n'accorse 
e se ne dispiacque (si veda, ad esempio, a p. 214 e 217 
de' Colloqui). 

Alla sua memoria nocque forse il troppo zelo de' suoi 
amici ; alcuni de' quali, con troppa fretta, vollero vedere 
in lui una specie di santo e di martire ; e altri non gli ri- 
sparmiaron neppur la vergogna di ristampare alcune sue 
traduzioni di laidi racconti francesi. 

L'Omo Salvatico, che l'avvicinò troppo fuggevolmente 
in vita, e dopo morto lo giudicò forse troppo acerbamente, 
pensa a lui con quella amorosa carità che passa sopra, e 
giustamente^ alle necessarie distinzioni della giustizia. 

BOSCO (DON) (1815-1888) 

Così Don Cafasso, suo confessore, diceva di lui nei 
primi tempi : 

. « Più lo studio, meno lo capisco ; è semplice e straor- 
dinario, umile e grande ; è povero e concepisce disegni 
vastissimi, in apparenza inattuabili e che, in ogni modo, 
mi sembra incapace di condurre a termine. Se non fossi 
certo che lavora per la gloria di Dio, che Dio solo lo guida, 
che Dio solo è lo scopo di tutti i suoi sforzi, direi eh' è un 
uomo pericoloso, più per quello che lascia intravedere 
che per quello che manifesta. 

Don Bosco, insomma, è un mistero. Tuttavia lasciatelo 
fare ». 

Invece (destino comune dei santi) fu perseguitato, ca- 
lunniato, sospettato, deriso ; si tentò di farlo passar da 
pazzo, di rinchiuderlo in un manicomio, d'accusarlo come 
nemico della patria e perfino (quattro volte) d'assassi- 
narlo. 

Ma la Provvidenza, della quale era un meraviglioso 
strumento, non l'abbandonò un istante. 

Egli doveva dimostrare, con la sua vita, in tempi d'or- 

477 



gòglio blasfemo e di siccità spirituale, la potenza dell'umiltà 
e la realtà del miracolo. 

Tutta la sua opera d'educatore, d'apostolo, e di mis- 
sionario apparve e fu prodigiosa. 

Con nulla, otteneva tutto. A questo povero, a quest'u- 
mile, a questo fabbricatore di castelli in aria, affluivano 
dei milioni, inesplicabihneìite, ch'egli riversava, com' è no- 
to, in quelle meravigliose istituzioni cristiane che poi si 
sparsero in tutto il mondo. 

Se la Chiesa non fosse in procinto di beatificarlo, se do- 
mani non dovesse far parte dei suoi eletti, la vita e l'opera 
di Don Bosco, considerata dal punto di vista puramente 
umano apparirebbero davvero un mistero. 

E quest'uomo, la cui esistenza contristò gì' increduli, 
doveva apparire proprio in quel secolo XIX (il più stu- 
pido dei secoli) che s'era illuso di fare a meno di Cristo 
ed aveva relegato i santi nei fantastici paesi delle leg- 
gende ! 

BOSCO 

Va sparendo come la barba. 

L'uomo moderno, quanto più s' imbestia tanto più di- 
sdegna il pelo e i boschi. 

Egli si fa la barba e fa la barba al mondo. 

Con « l'onor del mento » è caduto (come qualunque 
altro onore) anche l'onore dei monti che consisteva nel- 
l'esser rivestiti ancora, qua e là, da grandi selve. 

I barbieri dell'accetta incominciarono a lavorar sul se- 
rio durante la guerra ; in quel tempo, intere foreste di 
pini, di querci, di frassini, d'abeti e di faggi si videro ca- 
dere al suolo contemporaneamente a quell'altre foreste 
umane che caddero, anch'esse, tragicamente al suolo per- 
chè cadessero alcuni imperi. 

Poi l'odio dell'uomo contro l'albero, parve attutirsi ; 
quand'ecco, durante un'estate torrida ed arida, incendi 
causali e dolosi, sviluppatisi in ogni punto del « bel paese », 
finirono col distruggere quasi tutti i boschi, già risparmiati 
per combinazione durante la guerra dagli incruenti guer- 
rieri del « fronte interno ». 



L' Omo Salvatìco, quando pensa che, col benefico pro- 
gredire della civiltà, non troverà più un bel giorno una fronda 
che lo ripari dall'acqua o dal sole si fa indicibilmente ma- 
linconico. 

Eppure, se ciascun albero dovesse servire a far casse 
da morto per gli aborti di Lucifero egli si metterebbe a 
fare il boscaiolo con la più grande allegria. 

Ma pur troppo, povero mite sognatore, egli non sogna 
abbastanza per non capire che ciò che sogna è un sogno ! 

BOSELLI PAOLO (1838) 

è una prova della velocità delle carriere nella democrazia 
italiana. Difatti, a soli 78 anni, diventò presidente del 
consiglio dei ministri e in un momento (giugno 1916) in 
cui, dopo P irruzione austriaca dal Trentino, si richiedeva 
al governo un « uomo di polso ». 

BOSSUET J. B. (1627-1704) 

Lo chiamano l'Aquila di Meaux. Dovrebbero piuttosto 
chiamarlo il Mastino della Francia ; come un buon cane 
fedele al suo Dio e alla sua Chiesa fece la guardia, per tutta 
la vita, contro gì' inquinatori della fede e i disertori di 
Roma. Scrisse, predicò, agì contro gli Ugonotti, contro 
i Libertini, contro i Giansenisti, contro i Probabilisti, contro 
i Quietisti ; contro quelli che approvavano commedie e 
teatri ; contro quelli che cominciavano, come Riccardo 
Simon, a esercitare la cosiddetta «critica» sui Libri Santi. 

La leggenda lo rappresenta maestoso, arcigno, intolle- 
rante ; eppure il Duca di Saint Simon, che lo conobbe 
bene, e non era capace di piaggeria, lo dice « affiable, hu- 
main, d'accès facile ; rien d'austère, de pédant, de gourmé «. 
Benché sembri, da lontano, uno de' padroni della corte e 
della Francia, finì la sua vita come vescovo della piccola 
diocesi di Meaux e quasi povero. 

Gli rimproverano d'essere oratore ed è vero che ha del- 
l'oratoria, anche nelle opere espositive, i difetti : la solen- 
nità monotona e la tendenza all'amplificazione, ma biso- 
gna pensare che per vent'anni di seguito non ha fatto 
altro che predicare e che spesso la sua eloquenza s' inalza 

479 



alla poesia e al sublime, E negli scritti di direzione, non de- 
stinati a tutti, s'abbandona al suo genio — che non è così 
dissimile, come parrebbe, da quello di Pascal. « Oh ! Dieu ! 
que le temps est incommode ! qu'il est pesant ! qu'il est 
assommant ! O Dieu éternel, tirez-moi du temps ! En 
attendant, aimons ! aimons ! aimons ! Faisons sans fin 
dans le temps, ce que nous ferons sans fin dans l'éternité ! ». 
E quest'altro pensiero, che non sfigurerebbe nel Mystère àe 
'Jesus : « Pour détacher Jesus Christ de la croix, il faut 
nous y attacher en sa place. Celui-là le crucìfie de nouveau 
qui se détache lui méme de la croix «. 

BOTANICA 

Il cipresso, simbolo della morte — l'alloro, accompagna- 
tore della gloria e del fegato di maiale — la quercia, rap- 
presentante delle foreste — l'abeto, ornamento del Natale — 
la rosa, la viola e la mammola, significanti la primavera 
— il prezzemolo, necessario per le polpette — il cavolo, 
esclamazione : ecco tutta la botanica di Joseph Prudhomme 
e della sua florida figliolanza. 

BOTOLO 

Il botolo, come sanno anche i bambini delle tecniche, 
è sempre « ringhioso «. Se voi, per esempio, vi permettete 
di mettere in dubbio la scienza di un accademico dei Lin- 
cei, il genio di un accademico dì San Luca, l'originalità 
di un accademico della Crusca, la profondità di un accade- 
mico Pontaniano — siete subito battezzati, assieme agli 
aretini, come « botoli ringhiosi » e anche se cantate come 
rosignoli diranno sempre che abbaiate per bassa in\ddia 
della grandezza. 

BOTTA CARLO (1766-1837) 

Storico italiano ch'ebbe fortuna maggiore in Francia, 
tradotto in francese, che in Italia. Continuò il Guicciardini 
con uno stUe tale che l'Ornato disse giustamente aver egli 
scritto le sue storie non per la posterità ma per gli antenati. 
I quali hanno ormai meglio cose da fare che legger libri e 
quelli del Botta, purtroppo, s' impolverano nelle biblio- 
teche o si bagnano sui barroccini. 

480 



BOTTE 

Botti storiche : 

quella delle Danaidi, 
quella d'Attilio Regolo, 
quella di Diogene. 

La prima, con pensiero squisitamente gentile, dovrebbe 
essere offerta, a tutti i ministri del tesoro. 

Nella seconda potrebbe esser chiuso e cartaginescamente 
rotolato un onorevole qualunque. 

E con la terza infine dovrebbe esser messa a dura prova 
l'austera filosofia morale del senatore per censo Benedetto 
Croce. 

Ma quella (per passare ad argomenti più allegri) che 
tutti unicamente desiderano non è che « la botte piena 
con l'annessa moghe ubriaca ». 

Inutile negarlo, o Catoni. 

Umanitarismo, altruìsmo, idealismo, ed altri ismi, non 
son che vini scelti che finiscono in quella botte. La quale 
è poi quella stessa che ha dato origine alla nota frase : 
« essere in una botte di ferro ». 

BOTTEGA 

-" Onorata e spregevole. 

Onorata : 

la pizzicheria, 
la merceria, 
la macelleria, 
la farmacia, 
l'appalto, 
la fiaschetteria, 
ed ogni spaccio di libertà, d'umanità, • di morbi celtici. 

Spregevole : 

« la santa Bottega ». 

Una volta (vari secoli prima del cinematografo) c'erano 
anche le botteghe degli scultori e dei pittori, ma quei poveri 
e modesti bottegai che si chiamavano Donatello, Ghlberti, 
Masaccio, Michelangiolo, non sapevano che eseguire delle 

481 

31. — Dizionario' dell'Omo Salvatico. 



misere « cantorie )), delle mediocri porte per Battisteri, de- 
gli insulsi affreschi religiosi, qualche barocco Mosè o delle 
compassionevoli decorazioni per cappelle sistine. 
Clericali ! 

Oggi, che gli artisti studiano sul serio nei loro studi e 
son professori, cavalieri, commendatori e senatori, aflFre- 
scano la Camera dei deputati o il Bai Tabarin. 

Combien de difference ! 

Peccato che, fra le botteghe sullodate e gli studi di que- 
sti artisti, la «Santa Bottega» stoni. 

Oh, vivaddio, ma per poco ! 

BOTTICELLI SANDRO (1447-1510) 

Non è più di moda come trent'anni fa ma è gran pit- 
tore ora com'era cinque secoli or sono. Chi conosce di lui 
soltanto la Primavera o la Nascita di Venere non sa che fu 
profondamente cristiano e che il suo poeta era Dante e 
che negli ultimi tempi diventò piagnone, cioè seguace del 
Savonarola, e che per questo « abbandonando il dipignere, 
e non avendo entrate da viver^ precipitò in disordine 
grandissimo » e poco mancò non morisse di fame. 

BOTREL THÉODORE (1868) 

Canta l'umile vita della sua Brettagna. 

Poesia vera, semplice, profonda ; ora idillio, ora elegia, 
ora compianto, ora preghiera. Voci molteplici, dolcemente 
tristi, di quel dolce e triste paese, cosparso di « calvarii » 
e battuto dall'Oceano. 

Tutta l'anima popolare bretone, imbastionata nella fede 
e nella tradizione, si esprime compiutamente nelle brevi 
liriche di Botrel. 

Una • dice : 

Pour vous faire oublier vos prières naives, 
BretonSy vos chapelets, nous vous les brùUrons !... 

— Nous avons Sainte Anne et Saint Tves : 
Cesi devant Eux que nous prierons. 

— Alors, nous passerons les seuils de vos chatimières ; 
Vos Saintes et vos Saints nous vous les briserons ! 

482 



— Au pieci àes arhrcs dei clairières^ 
Devant la Vierge nous prierons. 

— He! que nous font, à nous, leurs tètes séculaires : 
Tous vos grands chènes vieux, nous vous les abattrons ! 

— // nous resterà nos Calva ire s : 
Oest devant Eux que nous prierons. 

— Avec nos durs leviers, pormi les folles herbes, 

Tous vos Bons Dieux sculptés, nous vous les abattrons !... 

— Nous avons des clochers superbes : 
En les regardant, nous prierons. 

— De votre obscur Passe quand nous fendrotrs les voiles, 
Vos fiers clochers à jour baiseront les pavés.... 

— Nous prierons devant les Etoiles : 
Abbattez-les, si vous pouvez! 

BOTTIGLIA 

La « dive Bouteille » fu la dea vera del porco Rabelais 
e dei seguaci e antesignani suoi : dal vecchio Anacreonte 
al Pindaro delle bettole democratiche : Béranger. Il nostro 
Carducci cantò, colla stessa lena che adoprò per Marghe- 
rita regina, una bottiglia di Valtellina del '48, mirabile 
concordanza di patriottismo e d'alcoolismo. 

Ma le persone istruite — cioè la presente umanità leg- 
gente, eccettuato 1' Omo Salvatico — accompagnano la 
devozione della bottiglia bacchica con la venerazione della 
Bottiglia di Leida — simbolo della scienza e particolarmente 
dell' Elettricità, cioè d'una delle grandi dee del Pantheon 
della Beozia Universale. 

BOTTINO 

Frutto di ladrerie soldatesche accompagnate da rela- 
tivi omicidi -e stupri ; scia sporca, triste e tragica della 
così detta gloria, la quale, dinanzi a Dio, non avrà più 
pregio di quell'altro bottino che accoglie le lordure dell'ori- 
nale. 

BOULEVARD 

È l'unica strada, la dorata, spiritosa, ricca strada della 
fortuna, che vorrebbero calcare i letterati italiani — men- 



tre i migliori francesi, stomacati da mezzo secolo di quel 
bolso esprit houlevardier fatto di scetticismo e d' imper- 
meabilità che minacciava di rimbecillire perfin Parigi, si 
son rifugiati in provincia o nel Quartier Latino. 

BOURDALOUE (1632-1704) 

Gesuita : uno de più grandi predicatori della Francia 
cristiana. Hanno scritto giustamente che « la meilleure ré- 
ponse que la Compagnie ait jamais faite aux ProvinciaUs 
9' a été de faire précher Bourdaloue ». Non è così compas- 
sato come dicevano : l'edizioni di Griselle ci rivelano un 
Bourdaloue impetuoso, familiare, realista. Ecco in qual 
modo descrive il ricco : 

«Mais parlons sans figure, parlons sans facon et disons 
librement la vérité. Qu'est-ce qu'un riche ? C'est un homme 
rempli de lui méme, un homme rempli de sa fortune, un 
homme qui veut tout avoir et n'avoir besoin de quoi 
que ce soit ; un homme sans piété, un homme sans pro- 
bité, sans rehgion, un homme sans Dieu, un homme qui 
veut recevoir des adorations de tout le monde, se dispense 
de tout, un homme qui va à l'église par compagnie ou par 
coutume, un homme qui porte le faste et le luxe jusque 
aux autels, un homme qui veut se faire respecter partout, 
un homme pour qui les ministres de Dieu mémes dans les 
tribunaux ont de la crainte, un homme qui traite avec 
mépris ce que l'Eglise a de plus saint ». 

BOURGET PAOLO (1852) 

« Devenu, de très bonne heure, le Psychologue d'entre 
les castrats, cet adolescent élégiaque de peu de genie 
mais adamantin par le cceur, n'ambitionna pas ouverte- 
ment et du premier coup les róles fameux. Nemo repente 
fuit turpissimus. Avec sagesse il se fit l'auscultateur et 
le charmeur des femmes du monde, heureusement inca- 
pables de s'assouvir des rassurantes pàmoisons qu'il leur 
procure. 

« Pierre Corneille affirmait, un jour, avec une grande 
energie, que les femmes sont naturellement inaptes à la 

484 



J 



production d'un chef-d' oeuvre. « Il leur manque qiislque 
chose », disait-il. C'est évidemment le cas de Paul Bourget ». 

Così il tremendo Bloy : ma bisogna pur riconoscere 
che di questo mondanetto accademico poligrafo — cattolico 
più che altro per ragion di stato — rimarranno almeno 
due libri, dei troppi che ha scritto : Le Disci-pU e Le 
Detnon du Midi : documenti per la storia spirituale di 
di due epoche. 

BOVE 

In un sonetto celebre diventasti « pio », ispirasti « mite 
un sentimento » ed apparisti (colpa non tua ma della rima) 
« solenne come un monumento ». 

Con queste nobili qualità fosti accolto, nell'ultimo ven- 
tennio del secolo scorso, nelle antologie per le scuole e 
servisti, e bene, a fare esercitare su te stesso la critica este- 
tica dei professori di Ginnasio culminante nell' interpreta- 
zione d'un famoso quattordicesimo endecasillabo che nau- 
fragava ineffabilmente in un celeberrino (allora !) « silenzio 
verde ». 

Oggi la tua reputazione poetica, o antichissima bestia, 
non esiste più. 

I professori ginnasiali si limitano a mangiarti in bistec- 
che e la tua « solenne » presenza nei « campi liberi e fe- 
condi » con la scientifica comparsa del « mulo d'acciaio » 
non sembra più indispensabile. 

Soltanto il secondo EvangeHsta (aberrazioni della su- 
perstizione !) si vede ancora, in qualche chiesa, rappre- 
sentato simboHcamente dalla tua effige. 

Ma se ciò, fino ad oggi, per noi moderni » è incompren- 
sibile e ridicolo, diventerà domani comprensibilissimo 
quando, come diceva la canzone, 

« tutte le chiese diverranno stalle ». 

N'est ce pas ? 

BOVIO GIOVANNI (1838-1903) 

II trombone filosofico della Democrazia Massonica Re- 
pubblicana Terzitalica Umbertiana Napoletana. Un uomo 



talmente onesto che pur di non prendere agli altri le idee 
faceva a meno d'averne. 

Scrisse un Cristo alla Festa di Purim dove Giuda fa, 
naturalmente, una buona figura. 

BOXE 

I popoli cosiddetti civili, cominciando dall' inglese, 
hanno messo alla moda questo elegante modo di rompersi 
il muso e ne hanno fatto un' istituzione nazionale sì che 
dai resultati delle gare mondiali dipende l'onore e la gloria 
dei popoli. Ma siccome i polsi e i muscoli dei selvaggi sono 
più potenti di quelli dei civili, succede che i vincitori di 
queste gare sono, da un pezzo in qua, i negri, e, secondo 
la filosofia dello sport nazionale e politico, l'Africa è oggi 
il primo paese del mondo. 

BOZZOLO 

« Uscir dal bozzolo ». 

K Chiudersi nel bozzolo ». 

Due espressioni che ricorrono spesso sulle dolci labbra 
del Borghese. 

Quando « uscir dal bozzolo » significa « conquistarsi 
un' invidiabile posizione » (come, per esempio, il merdaiolo 
che diventa proprietario di terre e consigliere comunale) 
tutti s' inchinano fino a terra, togliendosi rispettosamente 
il cappello. 

Quando, invece, « uscir dal bozzolo » vuol dire avere 
scritto un libro che t' è uscito dall'anima e che urta e scon- 
volge col linguaggio insolito della verità tutti i luoghi co- 
muni della sacra e inviolabile opinione pubblica, pochis- 
simi ammirano, molti calunniano, moltissimi ignorano. 

Quanto poi a quei rari e timidi galantuomini che « si 
chiudono nel proprio bozzolo » cioè che, per una certa 
spirituale aristocrazia, non si mescolano affatto tra le vol- 
garità rumorose che occupano la maggior parte degli uo- 
mini, essi son reputati pazzi o gente di nessunissimo conto. 

Eppure quasi tutti coloro che si racchiudono nel pro- 
prio bozzolo, ciò fanno perchè fuori del bozzolo, cioè nel 

486 



mondo dei ciarlatani mascalzoni, non e' è per essi oramai 
più aria respirabile. 

Inadatti all'azione o increduli nei suoi risultati, que- 
sti tali si rifugiano nella meditazione, la quale è spesso 
triste e sconsolata in cospetto alle pazzie e birbanterie del 
secolo, che si riproducono, nella loro apparente varietà, 
con disgustosa monotonia. 

Ma certe volte il bozzolo si chiama semplicemente egoi- 
smo ; e allora chi vi si racchiude non è raro che venga 
considerato come « una persona di giudizio ». 

Perchè (questa è la conclusione) tutto ciò che contrad- 
dice, in qualche modo, al Vangelo, riceve, com' è noto, 
l'apprcfvazione del mondo. 

BRACCIOLINI FRANCESCO (1566-1645) 

Poeta pistoiese, che fu, tra l'altro, familiare del Cardi- 
nal Federico Borromeo (quello dei Promessi Spost) e di 
Urbano Vili. 

La Croce racquistata è una mediocre imitazione della 
Gerusalemme, ma lo Scherno degli Dei, satira giocosa del- 
l' Olimpo rintrodotto a regnare in poesia dopo il Rinasci- 
mento, è ricco di spirito e di lingua e mentre ricorda Luciano 
potrebbe anche figurare nella storia dei precursori del Ro- 
manticismo. 

BRACCO ROBERTO (1861) 

Non per nulla è del paese che più gioca al lotto : le sue 
Smorfie gaie e Smorfie tristi formano trilogia o trittico o 
terzetto colla famosa Smorfia dei cabalisti di Vicaria. 

Dicono che scrive anche per il teatro — ma l'ultima 
opera drammatica, / Pazzi, V ha rifiutata a tutti i ca- 
pocomici. Un amico che va spesso in loggione diceva, un 
giorno, che Bracco è un Ibsen a portata di Piedigrotta. 

BRACHE 

Non bisogna mai « calarsele ». 

A chi ti torce un capello spacca il cranio ; a chi ti dà 
uno schiaffo pianta subito nel cuore il tuo pugnale fino 
al manico. 

487 



Colui che predicava di calarsi le brache (« a chi ti dà 
uno schiaffo mostra l'altra guancia ») fu.... 

"i Ma in questi tempi discretamente movimentati, non 
vale neppur la pena di ricordare chi fu. 

BRAHMA 

contrariamente a quel che molti credono, non è un Dio 
ma la deificazione astratta della preghiera, della formola 
sacra che gli indiani dicevano brahman. 

I bramani formavano la casta più alta dell' India ma 
sopra di loro v'erano uomini ancora superiori, gli Asceti, i 
solitari, i vanafrastha (abitanti della foresta) : quelH che 
a tutto avevan rinunziato, da qualunque casta sortissero, 
erano al di sopra di coloro che a tutti gli altri comandavano. 

BRANDANO (1490-1554) 

Contadino senese ; bestemmiatore e giocatore ; a 38 an- 
ni una scheggia di sasso che quasi l'acciecò gli fece vedere 
la luce d' Iddio. Andava strappato, con un barbone lungo, 
e predicava per le piazze il Vangelo : dicono che somi- 
gliasse agli Apostoli. Un giorno, a Roma, prese una brac- 
ciata di stinchi di morti e ne dette uno per uno ai cardi- 
nali e uno volle darlo al papa, dicendogli che ognuno aveva 
da rosicare il suo osso. Per questo fu incarcerato ma Cle- 
mente VII lo fece liberare dicendo : « se egli è matto è 
pazzia il fargli male ; se egli poi è persona buona e grata 
a Dio, peggio è straziarlo ». 

Sotto un busto che lo rappresenta sono incise queste 
parole che sempre ripeteva : « Ricordatevi che dovete mo- 
rire. Per noi non vi è altro che il Paradiso o l'Inferno. Ave- 
rete il paradiso se operarete bene, Averete l' inferno se ope- 
rarete male ». Durante l'assedio incitava il popolo alla pe- 
nitenza e annunziava i castighi — che poi vennero davvero, 
per mano di Cosimo e degli Spagnuoli. 

In Siena, dopo la morte, ebbe culto come beato que- 
gli che fu detto da vivo « Il Pazzo di Cristo ». 



488 



BRANDES GIORGIO (1842) 

Giudeo avvelenatore degli spiriti scandinavi della fine 
del secolo XIX. Parve, agi' iperborei, la sintesi trinitaria 
di Voltaire-Taine-Heine. Fece carriera facendosi via via 
rivelatore ed apostolo di Ibsen, Nietzsche, Strindberg ecc. 
ma non riuscì mai a scoprire sé stesso e gli ultimi apo- 
stoli della sua gloria danese 1' hanno lasciato solo a rim- 
bambire. 

BRANDT SEBASTIANO (1457-1521) 

Professore tedesco, amico di Erasmo, e celebre sopra- 
tutto per un libro satirico La Nave dei pazzi, che forse 
dette al rotterdamese l' idea àoìV Elogio ella Pazzia. Brandt, 
dicono, non leggeva^ che per imparare e non scriveva che 
per insegnare : e volle scrivere perfin poesie ! 

La Nave dei Pazzi è una sfilata di tutte le classi della 
società con i loro difetti e ridicoli, una Danza Macabra 
satirica. Il Medio Evo, serio, per svegliare gli uomini im- 
maginò la danza dei morti — 1' Umanismo si divertiva 
col ballo dei pazzi. 

BRASILE 

Grande, immenso, ricco paese dell'America che manda 
'in Europa caffè, noccioline e imperatori spodestati e al 
quale noi mandiamo carne da lavoro — poveri cafoni che 
diventano milionari, quando non muoiono di febbre gialla. 

BRAVI 

Il Manzoni li ha calunniati In tempi di dominazione 
straniera erano l'unica forma di milizia nazionale — ben- 
ché privata — che potesse giovare contro l'oltracotanza 
spagnuola. 

Quelli dell' Innominato, ad esempio, o di fra Cristoforo 
prima della conversione, servivano anche a opere buone, 
alla difesa dei deboli. E siccome portavano il ciuffo suppo- 
niamo che siano stato i calvi, gelosi, a metterli in mala luce 
presso le persone posate. 



489 



BRECCIA 

« Star sulla breccia )k 
« far breccia », 

« aprire una breccia nel sue' cuore ». 
Tre frasi molto care e molto usate dalle persone da bene, 
« Star sulla breccia » significa combattere al di fuori e 
contro, i dieci comandamenti, all'unico scopo d'entrare, dopo 
la battaglia, a bandiere spiegate, nel paradiso del capitalismo, 
« Far breccia » vuol dire, « far colpo » e far colpo vuol dire 
a sua volta esser «portati sugli scudi » dall' «opinione pub- 
blica ». 

E, infine, « aprire una breccia nel suo cuore » non ha 
che questo gentile significato : Prossimo convenìentissimo 
matrimonio con la figlia del sig, Pontanari, impresario della 
vuotatura inodora. 

BRENNO 

Capo dei Galli che occuparono e distrussero Roma 
intorno al 390 a, C, Gli viene attribuita l'esclamazione 
famosa : Vae Fictis, che costituisce, anche oggi, la mo- 
rale pratica delle guerre esterne e civili. Questi Francesi, 
anche quando si chiamavan Galli, sono stati sempre i gran 
parlachiaro. 

Ma la storia non è sempre d'accordo con la filosofia 
di Brenno, 

— Vae victis — diceva Brenno ai Romani e tre secoli 
e mezzo dopo i Romani conquistavano la Gallia, 

— Vae victis — dicevano i Romani ai Greci nel 146 
a. C. e meno di settecent'anni dopo il greco Belisario ri- 
conquistava Roma in nome di Bisanzio. 

— Vae victis — diceva Diocleziano ai cristiani impri- 
gionati e massacrati, e pochi anni dopo, nel 313, Costan- 
tino li prendeva sotto la sua protezione e dava a loro piena 
libertà. 

— Vae victis — diceva Napoleone all' Europa nel 
181 1 e nel 1815 partiva per Sant' Elena. 

— Vae victis — diceva Bismarck ai Francesi nel 1871 
e nel 191 8 Guglielmo di Hohenzollern doveva fuggire da 
Berlino mentre i francesi giungevan sul Reno. 

490 



BRESCIANI ANTONIO (1798-1862) 

Gesuita, scrittoi di romanzi, combattitore di tutte le 
sciocchezze e ridicolezze della liberalerìa quarantottiana 
— oggi sfatata, sfiatata e fallita. I patriotti del '48 gli aiz- 
zarono contro la plebe dei caffè e a mala pena potè sal- 
varsi, travestito, a Gaeta ; il De Sanctis credette, nel '55, 
di averlo sotterrato colla sua celebre stroncatura ; ma il 
Manzoni, poco amico de' Gesuiti, disse una volta ch'era 
la miglior penna d' Italia e il Camerini, ebreo, lodava le 
sue qualità di stilista e descrittore. Non fu, certo, un ge- 
nio ; e troppo si lasciò sedurre dai puristi e dai cruscanti, 
ma la lingua antica nostra conobbe bene e ben maneggiò ; 
ed ebbe il merito grande, quasi solo, di opporsi alle più 
bestiali utopie e malattie del suo secolo. La storia gli dà 
ragione nel nostro. 

BREVETTO 

Quando 1' Omo Salvatico sarà diventato Imperatore 
Unico, conferirà un brevetto, accompagnato da duecento 
miliardi di premio, prelevati dalle casse-forti dei più 
ricchi e repellenti borghesi, a colui che inventerà una mac- 
china da sterminare, in una settimana al massimo, tutte 
le macchine e gP inventori di macchine, niuno escluso né 
eccettuato, che esisteranno per avventura in quel tempo, 
sulle cinque parti del mondo. 

BREVIARIO 

« Che sconcezza ! 

« Ancora si debbon vedere in treno, in tram o per la 
strada, dei provocanti preti o dei sudici frati leggere in 
un libro luttuoso e nero, come la loro coscienza, e che essi 
chiamano Breviario, i cosi detti Salmi dell'Uffizio ed altre 
stupide orazioni, accompagnate perfino da pubblici segni 
di croce. 

« E ciò, capite, ciò sotto il naso di noi, nipoti carnali 
della rivoluzione, proprio nell'epoca dei giornali, dell'auto- 
mobile, del cinematografo, della scuola laica e dall'aeroplano. 

491 



« Oh, ma verrà la repubblica ! E allora, o la sottana al- 
l'ortiche, o « Ics prétres à la lanterne ». 

(Dal nostro collaboratore straordinario cav. Deifobo Lu- 
ciferini). 

BRIAND ARISTIDE (1862) 

Un lupo famelico diventato can da pastore. Cominciò 
come segretario di un sindacato di pettinai ; poi difese 
Hervé, quello del drapeau dans le jumier — e finì presi- 
dente del Consiglio, al tempo della guerra, con Malvy agli 
interni. Tornato al potere, dopo la vittoria, non fu abba- 
stanza chauvin e fu licenziato dal Presidente della Re- 
pubblica come un lacchè al quale non si danno neppure 
gli otto giorni. MiUerand — altro antico socialista — ha 
detto ultimamente « qu'il aimerait mieux appeler au pou- 
voir le balayeur de la rue Saint- Honoré que le joueur 
de golf de Cannes ». Uomo doppio — ha ricevuto una 
pedata dalla destra dopo averla incassata dalla sinistra. 

BRIAREO 

aveva 50 teste, 100 occhi, 100 orecchi, 100 braccia, 500 diti 
e 1600 denti. 

— Potessi esser Briareo — diceva Narciso Francatrip- 
pa — e mangiare nello stesso tempo con cinquanta bocche 
cinquanta desinari ! 

— Avresti torto — gli rispose il prof. Mediani, — perchè 
saresti forzato a pensare con cinquanta cervelli e un cer- 
vello solo basta e n'avanza per dirigersi attraverso gli sco- 
gli e le secche della vita. Più cervelli più pensieri, più pen- 
sieri più seccature. Eppoi chi ti dice che ogni cervello di 
Briareo non volesse pensare a modo suo ? Figuriamoci i 
contrasti e gli scompigli : una tempesta sotto cinquanta 
crani, che neppure Victor Hugo, ed è tutto dire, sarebbe 
buono a descriverla. Credi a me, caro Narciso, che a pa- 
recchi, perchè il mondo andasse bene, bisognerebbe portar- 
gliene via mezzo, di quell'unico cervello che hanno ! 



492 



BRICIOLA 

£ quella che raccattava il povero Lazzaro, rannic- 
chiato sotto la tavola del ricco Epulone, meAtrc questi 
gli faceva annusare le proprie scarpe mangiando a due pal- 
menti appetitose braciole. 

Ma quando l'uno e l'altro lasciarono il mondo delle 
braciole e delle briciole, la loro posizione sociale si capo- 
volse : Lazzaro diventò Epulone ed Epulone Lazzaro. 

Oggi, però, questa parabola non fa più effetto ; perchè 
Lazzaro tenta d'assassinare Epulone per rubargli le bra- 
ciole, ed Epulone Lazzaro perchè non si contenta più delle 
briciole. 

E l'uno e l'altro, prima di sbudellarsi, si rideno ugual- 
mente di Cristo e della sua parola. 

BRIGADIERE 

Bello — trent'anni addietro, nei giorni di festa — con 
lo spennacchio rosso e turchino sulla lucerna, e i gran baffi 
neri come la pece, alla tiranna, e le ghighe argentate sul 
petto, e le falde che ti battevan, ritmiche, sul deretano, 
e le mostreggiature scarlatte, e la sciabola, dall' impugna- 
tura d'ottone, a scimitarra. 

Ma più bello, nelle vignette delle storie del Salani, in 
atto d'acciuffare il brigante celebre, ovvero, dipinto a oHo, 
suUa reclame del cocomeraio, o visto, più grande del natu- 
rale, alle prese con Musolino, dalla magica lente delle scom- 
parse vedute. 

Oggi la tua sgargiante persona, che sembrava verniciata 
da un carradore, è stata sostituita dal maresciallo in gri- 
gio-verde ; e.... non e' è più sugo. 

Il proposto, lo speziale, il sindaco e te formavate le 
quattro colonne del villaggio ; e giacché eravate in quattro, 
giocavate la sera (i tuoi subalterni in perlustrazione) ai 
quadrigliati nella farmacia, e sostenevate, di giorno, con otto 
mani concordi, l'edificio politico-religioso del patriarcale 
paesello. 

Tempi lontani! A guardarli, oggi, dopo la guerra e il 
resto, sembran soffusi d'una certa goffa poesia che quasi 
piace e commove. 

493 



Povero vecchio brigadiere ! Tu che facevi il babau, 
ridevi spesso sotto i baffi ; tu che non potevi non fare al- 
l'amore con la figlia del tabaccaio, finivi, scaduta la ferma, 
col vendere i sigari e il sale, accanto alla tua legittima si- 
gnora. 

E perciò io malinconicamente ti ricordo, come l'ultimo 
personaggio d'un'onesta commedia, che è andata a finire in 
tragedia, e non può ripetersi più, 

BRIGANTE 

Il vecchio e nobile brigantaggio — che può onorarsi 
delle grandi figure di Rocco Ghinart e di Ghino di Tacco — 
è sparito. Altre forme di brigantaggio, richieste dal pro- 
gresso della civiltà, assaltano il mondo, appiattate nel 
bosco dei codici : il brigantaggio bancario, mercantile, co- 
loniale, letterario e altri simili che fanno sinceramente rim- 
piangere il Passator Cortese e Gasparone. 

BRIGATA 

« Poca brigata vita beata », dice la vox populi, eh' è, 
dicono, vox Dei. 

Difatti in Paradiso.... 

BRIGIDINO 

Aveva un fratello e una sorella ; ma ora son morti ; 
e anche lui e' è per poco. 

Il fratello era quel famoso, piccolo « mangia e bei », 
boccon ghiotto di tutti i ragazzi, e ghiotto, a sua volta, 
dell' alchermes, benché annacquato, che gli rosseggiava li 
accanto nel fiaschettino col beccuccio. 

La sorella era una donnina buffa, dalla gonnella a cam- 
pana, che, sebbene anch'essa fosse fatta di pasta, teneva 
baldanzosamente le mani sui fianchi e chi sa chi le pa- 
reva d'essere per via d'una pennuccia rossa che portava 
infilata nel cervello. 

Il brigidino, il « mangia e bei » e questa dama, stavano 
a farsi vedere sullo stesso banchine, accanto al mucchietto 
delle nocciole, alla panierina dei semi e al catino verde dei 
lupini che vi splendevan dentro come occhi d'oro. 

494 



E tutta questa povera gcntucola vendereccia si lasciava 
comprare per dei duini. 

La loro padrona (parlo di ciò che ho visto da bambino 
in un paesetto d'una volta) era la vecchia Gigia, moglie 
del vecchio donzello, il quale, per la festa dello Statuto, 
indossata la montura coi galloni, si potteggiava per la 
piazza come fosse un doge. 

Essa, la Gigia, (detta anche « la donzella ») seduta sotto 
le logge, davanti al suo piccolo commercio (con lo scaldino 
sotto, d'inverno, con lo scacciamosche in mano, d'estate) 
aveva la sua minuscola clientela di moccioni, col pezzo- 
lino fuori, e li serviva con coscienza, da buona cristiana, 
senza defraudarli neppure d'una goccia d'alchermes. 

Allora non c'erano nei paesi (al tempo delle diligenze) 
le pasticcerìe come in città ; c'erano le Gigie coi loro ban- 
chini, e sui banchini delle Gigie i brigidini e compagnia. 

Allora i ragazzi che gironzolavano intorno ai banchini 
delle Gigie, non erano signorini ; e perciò non s'atteggiavano 
a menefreghi con la sigaretta in bocca e non tiravan fuori, 
come oggi, dalle tasche dei pantaloni, fogli da dieci lire e 
la rivoltella. 

Tempi del « mangia e bei », miei tempi ! 

Ma tutto è invecchiato, nel mondo ; ed anche a non 
aver naso si sente ad ogni passo un crescente puzzo di 
morte ! 

BRILLARE PER LA PROPRIA ASSENZA 

L'onestà nel commercio, 
la sincerità nel giornalismo, 
la fedeltà nel matrimonio, 
la^verginità nelle nubili, 
la maestà nei re, 
la chiarezza nei filosofi, 
la lealtà in politica, 
la convinzione negli avvocati, 
il coraggio nei sovversivi, 
la generosità nei borghesi, 
la genialità nei professori, 
la pace in Europa, 

495 



il cristianesimo nel mondo, e via di seguito, son 
tutte cose che brillano mirabilmente per la loro assenza. 

Tuttavia l'assenza nelle scuole elementari d'una strano 
« oggetto » formato da due rette incrociate e ritenuto di 
nessun conto, ha finito di brillare, proprio in questi giorni, 
per volontà d'un ministro filosofo, il quale non si mostra 
alieno dall' impiegar Gesù Cristo come portiere nell'eredi- 
tato palazzo della propria filosofia. 

E i tre volte buoni cattolici, brillando dalla gioia, lo 
ringraziano sentitamente di questa generosa concessione ! 

BRILLANTE 

È portato in dito o viene appeso agli orecchi, o altrove, 
da tutti quei miserabili ricchi (uomini e donne) che non 
hanno nulla in se stessi da far brillare. 

BRINDISI 

Vedi « bicchiere » e « banchetto ». 

Quanto all'Omo Salvatico, ci è grato assicurare ancora 
una volta, ch'egli non può brindare che alla stermina- 
zione immediata delV uomo civile ! 

BRIVIDO 

Non ricordiamo più di chi fu detto : se di Poe o di Bau- 
delaire o di qualcun altro, che aveva creato un « frisson 
nouveau ». Ma e' è un Artista, infinitamente più grande 
di costui, il quale prepara un brivido nuovo, anzi novis- 
simo — il brivido dei novissimi, quello eh' è descritto da 
un suo discepolo in quella graziosa lirica che incomincia : 

Dies irae, dies illa 
Solvet scBclum in favilla. 

BROADWAY 

La Via Larga di New York dove stanno appollaiati, 
coUe loro casseforti, i più famigerati miUardari del nuovo e 
già decrepito mondo. I quali son tutti iscritti a qualcuna 
delle cinquecento pseudo chiese del loro infelice paese e 
dovrebbero conoscere il Vangelo nel quale si parla, a un 

496 



4f certo punto, d'una misteriosa Via Stretta dalla quale passe- 
ranno i Poveri — respinti, finché son vivi, da tutte le Vie 
Larghe delle capitali del mondo. 

BROCCHI VIRGILIO (1876) 

Il romanziere del cuore della Critica Sociale e del Se- 
colo ; il prosatore di quelli che hanno per poeta Giovanni 
Bertacchi e per filosofo Claudio Treves — di quelli, per 
intendersi, che si laureano nelle Università Popolari e si 
vestono ai magazzini ex Bocconi. 

BRODA 

Cibo da Appaltatori, Grandi Ufficiali, grossi Indu- 
striali, Latifondisti, Banchieri, Pescicani, Direttori di gior- 
nali ed altri suini di razza veramente inglese. 

BROFFERIO ANGELO (1802-1866) 

Grande uomo del partito democratico subalpino ; in- 
vidioso e presuntuoso (si veda il carteggio col Guerrazzi) — 
autore del famoso inno DelU spade al fiero lampo che ci 
accompagnò a Custoza e di una Storia dei miei tempii va- 
nesia nel titolo (il secolo di Brofferio !) e sciattamente pro- 
lissa nel contenuto. 

BROGLIO 

Manovra caldamente raccomandabile, purché eseguita 
con accortezza, ai signori « candidati », tanto per mantener 
pura ed illibata l'etimologia dal loro nobile appellativo. 

BRONZO 

I « sacri bronzi » son le campane ; ì « tonanti bronzi » 
sono i cannoni ; e gli « effigiati bronzi » sono i monumenti 
ai grandi uomini delle nazioni. Oggi, nel tumulto delle 
città, non si ascoltano più i « sacri bronzi » e si elevano gli 
« effigiati bronzi » quasi unicamente a coloro che meglio 
seppero far parlare i « tonanti bronzi ». 

Si dice « scritta nel bronzo » quella memoria destinata 
a durare un secolo invece di un giorno — come se'^dinanzi 

497 

32. — Dizionario dell'Omo SalvatiQO, 



alla storia del mondo, e a Dio, cent'anni siano molto più 
di ventiquattro ore. 

Un'usanza altamente raccomandata da Satana e che 
si va spargendo nella nostra età è quella di fondere il bronzo 
delle campane per farne dei cannoni — o, peggio ancora, 
dei busti che raffigurano i più gloriosi nemici del Cristia- 
nesimo, come hanno fatto, tempo fa, in un villaggio fran- 
cese, per glorificare il « Cretino dei Pirenei », detto Zola. 

BROWNING ROBERTO (1812-1889) 

Figlio e nipote di banchieri diventò uno de' più grandi 
poeti inglesi, I suoi drammi, Paracelso, Sor dello y sono illeg- 
gibili ; ma si rivelò veramente con Campane e rmlograne 
(1841-46) dov'è il suo capolavoro : Pippa passa. Pippa è 
una bambina di Asolo, un'operaia : non ha libero che' un 
giorno solo dell'anno ; non sa cosa fare ; gira per il paese ; 
non fa nulla ; ma basta il suo passaggio perchè l'assassino 
senta il rimorso, perchè il marito si riconcili colla moglie, 
perchè i cattivi si sentan più buoni, perchè i buoni si sen- 
tano santi. Pippa non fa nulla, non dice nulla : canta e 
passa, ma è l' innocenza che passa, l' innocenza contagiosa 
come il male, e il mondo diventa più puro al suo passaggio. 
E la sera ritorna alla sua soffitta e mormora : In tutta la 
santa giornata non ho fatto nulla ! 

Browning s'innamorò nel 1845, soltanto per aver letto 
un libro di versi, di Miss Barrett malata e bruttina, e riuscì 
a sposarla, a dispetto del padre. Vissero in Italia e la mo- 
glie di B. mori a Firenze, in Via Maggio. Per quanto poeti 
tutti e due, si amarono fino all'ultimo. Scrisse, dopo, V Anello 
e il Libro e Asolando, ispirati dall' Italia. La sua oscurità 
è famosa. Un giorno gli presentarono un poeta cinese. « Che 
genere coltivate ? gli chiese Browning. — L' Enigma, ri- 
spose il cinese. — Allora siamo doppiamente confratelli, 
concluse l'autore del sibillino Bordello ». 

BRUCIARE 

« Col fuoco non si scherza ». 

« Il fuoco brucia ». 

(( Non bisogna metter la paglia accanto al fuoco », 

498 



Tuttavia bisogna bruciare (in linguaggio tecnico cre- 
mare) i nostri morti e si potevano bruciare allegramente, 
fino a ieri, in barba alla legge, dal contadino bolscevico 
o popolare intere raccolte di grano. 

Una bruciatura però che bisogna considerare (fra l'al- 
tre infamie clericali) come un delitto raccapricciantissimo 
è quella che, per istigazione della Chiesa, veniva operata 
sugli Eretici. 

E, infine, di due fuochi si può ridere impunemente : 
del « fuoco del Cielo » che da Lot in poi (pura favola !) 
non è più caduto sulla terra, e del « fuoco dell' Inferno », 
eh' è un altro ridicolo spaventapasseri, inventato di sana 
pianta dalla mitologia cristiana. 

BRUCIARSI LE CERVELLA 

All'ateo che non può conservare la sposa altrui o non 
può rimborsare il vuoto di cassa, non resta altro, dopo 
aver bruciato l'ultima cartuccia, che bruciarsi le cervella 
(inesplicabilmente moltiplicate sotto il colpo fatale) colla 
radiosa certezza di esser tutto quanto bruciato, due giorni 
dopo, nel forno crematorio al quale si era previdentemente 
abbonato. 

BRUCO 

Quasi sinonimo di verme, cioè d'uomo. 

« Non v' accorgete voi che noi siam vermi 
nati a formar Vangelica farfalla, 
che vola alla giustizia senza schermi? 
Di che r anima vostra in alto galla ? 
■ poi siete quasi entomata in difetto, 
sì come verme, in cui formazion falla. 

Tutta la morale, tutta la religione e tutte le norme del 
vivere civile, son condensate, per sempre, in questi sei 
versi, che sembran dettati dallo Spirito Santo. 

Ma non è roba per me, dice l'uomo moderno. O verme 
o non verme, io volo ; io son portato in alto dalla mia 
benzina, e, dall'altezza del mio cielo niente affatto teologico 
posso, se voglio, pisciare in capo anche a D^nte, 

499 



BRUMAIO 

Ma di dicembre, ma di brumaio 
cruento è il fango, la nebbia è perfida : 
non crescono arbusti a queWaure, 
dan frutti di cenere e tòsco. 

Scusi, professore : ma di decembre, ma dì brumaio, 
nacque all'aure di Palestina un arbusto, e l'arbusto crebbe 
tanto robusto che trentatrè anni dopo, ridotto a Croce, 
potè sostenere il peso di un Dio. 

B KUMMEL (1778-1840) 

Il principe dei dandys, Varbiter elegantiarum dell' In- 
ghilterra di Giorgio III e IV, l'eroe di Baudelaire e di Barbey 
d'Aurevilly, aveva una buona qualità : detestava i vestiti 
nuovi e prima d' indossarli li faceva portare un po' di tempo 
a un servitore. I nostri filosofi e politici, che non sono dav- 
vero dandies, tutt'altro !, hanno un costume opposto e si 
mettono un vestito nuovo, ideale, tutte le settimane — col 
resultato di farsi creder camerieri da chi se n' intende. 

BRUNETIÈRE FERDINANDO (1849-1907) 

Onesto, noioso, pesante, pedante professore di lettere 
e direttore della Revue des Deux Mondes. Ebbe due manìe : 
applicare la teoria dell'evoluzione alla storia letteraria e 
utilizzare il positivismo per l'apologetica cattolica. In tutte 
e due i tentativi fallì — ma questi due fallimenti furon 
compensati dalla fortuna di un terzo fallimento, non sof- 
ferto ma proclamato da lui : quello della Scienza. 

• BRUNO (S.) (1035-1101) 

Fondatore dei Certosini e della Certosa di Grenoble. I 
moderati cattolici benpensanti e benmangianti de' tempi 
nostri vedono in lui un Salvatico, che preferiva la vita 
nelle montagne, colle mortificazioni e la tortura del silen- 
zio, alla piacevole compagnia de' loro antenati cittadini. 

— Gli eccessi, — diceva un di costoro, — son sempre 
eccessi anche se hanno l'aspetto della santità. Io m' inchino 
al giudizio della Chiesa ma se la vita non dev'esser altro 

500 



che meditazione ed aspettazione della morte — a che scopo 
ci fu concessa ? 

— Come semplice vestibolo a quella vita che sola è 
vita e che comincia appunto colla morte, avrebbe risposto 
San Bruno. 

BRUNO GIORDANO (1548-1600) 

Lampeggiante e fumoso ; razionalista e torbidamente 
mistico ; orgogliosissimo ; a sprazzi grande poeta ; tormen- 
tato, devastato, barocco, osceno, apostata. 

La sua fine (del resto meritatissima) è la sola cosa non 
ignota (esclusa « La Bestia Trionfante » il cui titolo at- 
tira) all'asinità rabbiosa dei nostri liberi pensatori. 

Essi (tranne il fu pappagorgiuto Giovanni Bovio) non 
hanno mai letto una sola pagina del loro idolo, per la sem- 
plice ragione che non sanno leggere. 

Ma a loro basta, e ne avanza, d'aver sentito dire che 
« il Martire nolano » fu bruciato vivo « in Campo dei Fiori » 
da quei soliti inestirpabiH preti, che purtroppo (come tuo- 
nava giorni addietro un rispettabile pizzicagnolo tra i suoi 
profumati salami) sono i veri e propri « carnefici della carne 
umana ! ». 

BRUSCOLO 

Se t'entra nell'occhio sei un uomo rovinato ; perchè 
tutti quelli che ci hanno una trave faranno gli scandaHz- 
zati e andranno dicendo che sevizi i figlioH, che bastoni 
la moghe, ^he avveleni tuo padre, che calpesti l'onore, 
che affronti i viandanti o che tradisci la patria. 

Meditare dunque le parole del Vangelo e preferire la 
lebbra alle « persone che si scandalizzano ». 

BRUTO 

I Bruti celebri son due : il primo ammazzò il figliolo, 
il secondo il padre (si racconta che Cesare fosse stato l'a- 
mante di ServiHa). Uno si finse pazzo e fondò la Repub- 
blica ; l'altro si finse filosofo e fondò, indirettamente, l' im- 
pero di xA.ugusto. Si pregano i repubblicani di scegliere chi 
fu più Bruto tra i due. 



BRUTTO 

L' ideale è stato raggiunto. 

Infatti ogni nuova scoperta scientifica avendo dato la 
caccia vittoriosamente ad ogni forma di bellezza, oggi pos- 
siamo confessare con legittimo orgoglio che anche il bello, 
una delle molte sconcezze dei secoli passati, non esiste più. 

Prego, per credere, di volgere un rapido sguardo sul 
nostro mondo attuale. 

Le strade son tutte ferrate ; le città, piene di fili metal- 
lici, sembrano fantastici paretai per farvi rimanere impi- 
gliati inimmaginabili uccelli ; le ciminiere e le locomotive 
fumanti assolvono fedelmente il loro compito d' impedire 
la solita vista noiosa del cielo azzurro; i monti, debitamente 
diboscati, hanno preso l'aspetto di leggiadri capi di tignosi ; 
le rondini, uccelli romantici, sono state messe in fuga 
dall'areoplano ; l'aquile raggiunte, anch'esse, dall' altivo- 
lante velivolo, non sanno più da qualche tempo dove fare 
il nido ; i pesci inseguiti dal sottomarino saranno costretti 
d'ora innanzi a fare i medesimi fuor d'acqua ; i cavalli, so- 
stituiti dall' H. P. verranno convertiti, come del resto si me- 
ritano, in mortadelle di Bologna ; i bovi e perfino i conta- 
dini, essendo con l'agricoltura a macchina diventati super- 
flui per lavorare la terra, finiranno similmente dal macel- 
laro ; la musica (per parlare delle così dette arti belle che 
abbiamo già fatto e più faremo col tempo diventare brutte) 
può essere eseguita fin d'ora dall'autopiano ; per la pit- 
tura non abbiamo che da attenerci ai mosaici di giornali 
vecchi ; per la scultura basta e ne avanza, com'è provato, 
il solo patriottismo dello scultore ; per l'architettura è 
sufficiente mettere il tetto in terra e il pianterreno per 
aria; e quanto alla poesia (dopo tutto ciò che s'è detto) 
è inutile avvertire che è stata opportunamente soppressa. 

Cosicché, se si aggiunga che l'uomo stesso, nel mangiare, 
nel vestire, nel camminare e nel parlare, è arrivato oramai 
lodevolmente al punto massimo della laidezza, è dimostrato, 
ci sembra, che l' ideale dell'assoluto brutto è stato, come 
dicevamo in principio, felicemente raggiunto. 

Ma il brutto, mancando il bello, è veramente brutto ? 
Ecco un elegante problema da risolvere che lasciamo volen- 

502 



tierì alla nuova generazione, la quale, vogliamo sperarlo, 
sarà molto più brutta di noi. 

BUBBONE 

I bubboni fisici derivano sempre o quasi sempre da 
quelli morali ; ma questi sono i più fetidi e maligni. 

Per vincerli e' è una sola cosa da fare : accettare quella 
stessa croce, non da cavaliere, della quale volle essere insi- 
gnito Gesù Cristo. 

Ecco la medicina da cavalli che propone continuamente 
la Chiesa. 

Ma gli ammalati, pur troppo, preferiscono il palliativo 
al rimedio ; ed ecco dunque perchè muoiono. 

BUCATO 

La biancheria sporca si mette in bucato e ritorna pulita. 

Anche l'anima, quando è sudicia, si può mettere in bu- 
cato. Ma il male è che oggi il laidume morale è tanto laide, 
che molti sudicioni crederebbero di sporcarsi affidandosi alle 
rannate dei bucata! dell'anima. 

BUGHNER GIORGIO (1824-1899) 

L' immortale autore di Kraft und Stof, che per una 
ventina d'anni fu il breviario dei materialisti, oggi, sde- 
gnato dai suoi stessi piattoni come troppo grossolano, 
ignorato dai filosofi e dimenticato perfino dagli scienziati, 
non gode più nessun credito che tra i lattonieri e gli uccel* 
lai della bassa Massoneria. 

BUDDA 

Principe indiano il quale un giorno fece la meravigliosa 
scoperta che per evitare i mali della vita la meglio è di sop- 
primere la volontà di vivere e l'esistenza stessa. Basiti da 
questa rivelazione prudhommesque alcuni milioni di asia- 
tici e alcune migliaia di europei ritengono il Budda il più 
grande genio religioso dell'umanità. In Italia i più celebri 
buddisti sono il geologo Di Lorenzo e il finanziere Luz- 
zatti. L'Omo Salvatico augura a tutti e due, a suo tempo, 
la pace perfetta del Nirvana. 



BUFFALMACCO 

Di Buffalmacco non si rammentano che le beffe da lui 
fatte alla tessitora mattutina, a Tafo, alle donne di Faenza 
e al Vescovo di Arezzo come si leggono nel Sacchetti e nel 
Vasari. Ma l'ottimo Buonamico fu, oltre che uomo piace- 
vole, anche valente pittore e cristiano e avendo rappre- 
sentato Iddio Padre nel Camposanto di Pisa, volle essere 
anche poeta e scrisse col pennello questo sonetto : 

Voi che avvisate questa ditintiira 
Di Di@ pietoso sommo creatore^ 
Lo guai fe^ tutte cose con aìnore, 
Pesate^ numerate ed in misura. 

In nove gradi angelica natura^ 
Inello empiria del pien di splendore^ 
Colui che non si move ed è motore^ 
Ciascuna cosa fede buona e pura. 

Levate gli occhi del vostro intelletto^ 
Considerate quanto è ordinato 
Lo mondo universale ; e con affetto 

Lodate lui che V ha sì ben creato : 
Pensate di passare a tal diletto 
Tra gli Angeli, dove è ciascun beato. 

BUFFALO BILL 

Quando s'era ragazzi B. B. faceva il giro dell' Europa 
con una carovana di cowboys da teatro e di pellirosse pro- 
blematici — eppure portava, nelle placide città italiane 
dell'età umbertina, un soffio, un alito, un odore di selvag- 
gio e avevamo, a domicilio, il senso d'un'altra vita. Oggi 
le stesse cose vanno a vederle sul lenzuolo del cinemato- 
grafo, fredde, bigie, mute, in sale polverose, puzzolenti, 
buie, che paiono inventate apposta per la cultura dei ba- 
cilli della tisi e della libidine. 

BUFFON (1707-1788) 

Giorgio Luigi Ledere, conte di Buffon, era un bell'uomo, 
maestoso, ben vestito, superbo e solitario : visse più di 
ottant'anni e quasi sempre nei giardini o nel suo studio, 

504 



Grande come geologo e celebre come zoologo si ricorda 
soprattutto per la sua frase famosa « lo stile è l'uomo ». 
Se l'equazione è vera vi sono parecchie migliaia di scrit- 
tori che non sono mai stati uomini. Ma di lui si dovrebbe 
piuttosto ricordare che sconsigliò « l'enthousiasme trop fort » 
e raccomandò di mettere dappertutto « plus de raison que 
de chaleur », massime che raccomanda infaticabilmente il 
celebre prof. Mediani, 

Questo pomposo descrittore di animali — le sue descri- 
zioni del cavallo e del leone hanno lo stile che si richiede- 
rebbe per Alessandro Magno o per Cesare — fu insolita- 
mente profondo quando scrisse : « la plupart des hom- 
mes meurent de chagrin ». Non aggiunse, e non poteva 
aggiungere perchè la sua religione era più che altro di 
convenienza, che soltanto la gioia conserva a lungo la vita 
terrestre, ma che e' è soltanto una gioia vera (tutte l'altre 
deludono e stuccano e consumano) ed è la certezza che una 
seconda vita, più felice e perfetta, ci attende. 

BUFFONE 

L'antico buffone diceva la verità in viso ai re — i mo- 
derni buffoni dicono qualche mezza verità a quei sessanta- 
quattresimi di re che compongono il « rispettabile pubbli- 
co » : mestiere malinconico assai ma purtroppo necessario 
che la verità non s'ascolta, da certuni, che travestita in 
lazzo e burletta, E anche il povero Omo Salvatico non è 
costretto, qualche volta, a fare il buffone per poter dire ciò 
che più gli preme ? 

BUGIA 

La bugia, dicono le donne, certe volte è necessaria. 

Nessun dubbio ; infatti tutta la forza della donna, crea- 
tura intellettualmente meschina, consiste nella bene intesa 
bugia ; la quale è una forza-femmnia, anche se usata dagli 
uomini. 

BUGIARDINI GIULIANO (1481-1556) 

Pittore fiorentino, amico di Michelangelo — non tanto 
ricordevole per la pittura quanto perchè gli mancavano 



quei peccati che negli artisti non mancan mai. « Èra in 
Giuliano — dice il Vasari — una certa bontà naturale ed 
un certo semplice modo di vivere, senza malignità o invidia^ 
che infinitamente piaceva al Buonarroto ». 

Sudava per molti anni dietro le opere sue, ma senza 
riuscire a far capolavori : lui credeva di sì. Il Varchi lo 
dice « uomo semphce e tutto cattolico e dato alle profezie » 
e l'Omo Salvatico sarà grato a chi gli fornirà notizia intorno 
alle profezie dell'ottimo Giuliano, fenice dei pittori e degli 
artisti in generale. 

BUIO 

Una sola luce : il Vangelo. E tutto il resto buio, po- 
polato di larve e di mostri. 

BULCIANO 

Castellacelo inespugnabile d'uno dei due Salvatici. 

È piantato sopra un'altissima roccia. Per andarci non 
e' è strada. 

Il manigoldo abitatore del maniero spia continua- 
mente dalle feritoie per vedere se qualche maleavventurato 
abbia l'ardire d'accostarsi al suo nidaccio d'aquila. 

Una diecina di colubrine, sempre cariche, son puntate 
per ogni verso, pronte a far fuoco anche sulP innocuo pel- 
legrino. 

Lassù quel Don Rodrigo delle brutte lettere scrive i 
suoi pensieracci delittuosi, molti dei quali appaiono sfac- 
ciatamente anche in questo libro. 

Un luogo insomma che passerà alla storia come la torre 
di Nerone o la Colonna Infame, e che sarà additato, con 
raccapriccio, dalle miti generazioni che ci seguiranno. 

BULL (JOHN) 

Gran cazzottatore, masticatore di bistecche, ventruto, 
seguace del Common sense, adoratore di Mammona, di 
Mercurio, di Giacobbe e dello whisky and soda ; esporta 
la Bibbia in tutte le parti del mondo per dispensarsi dal 
seguirla in casa propria ; civilizzato da Roma le dette un 
calcio per seguire il più maialesco dei suoi re ; non cono- 

506 



Sce altra lingua che la propria ; possiede ur terzo del glo- 
bo abitabile ma i suoi coloni a poco a poco lo lasciano. 
Quando avrà finito le sue provviste di carbone e avrà perso 
i suoi poderi imperiali lo rivedremo emigrare in cerca di un 
sacco di patate e di un po' di sole. 

BULOZ FRANgOIS (1803-1877) 

Nacque a Vulbens, presso Ginevra, paese commerciale, 
protestante e puritano ; si trasferì a Parigi, spadroneg- 
giò a lungo nel campo letterario, sfruttò ed avversò i mag- 
giori ingegni della Francia e non prese la penna in mano 
che per fare delle traduzioni dall' inglese, che nessuno ha 
mai viste, e per cancellare e sostituire, negli scritti altrui, 
espressioni e pensieri originali con espressioni e pensieri 
volgari, alla portata di tout le monde. 

Questo scriba infecondo e malfattore, trapiantato 
nella patria di San Luigi e di Giovanna d'Arco, posse- 
deva un odio istintivo per gli scrittori personali e un amore 
anche più grande per tutto ciò che fosse piatto, grigio, tie- 
pido, ultra-borghese. 

Ma ecco come Adophe Rette, scrive di lui, nel suo re- 
cente libro : Lettres à un inàìférent : 

« Dio non è un oggetto à^ attualità ». 

« Questo assioma fu proclamato verso la metà del se- 
colo XIX da Frangois Buloz, orbo arrogante, che fondò la 
Revue des Deiix-Mondes sotto Luigi Filippo e che la diresse 
quasi quarant'anni. A voler esser giusti bisogna ricono- 
scere che accolse, talvolta, degli scrittori d' ingegno ; ma 
ordinariamente là rivista rigurgitò di mediocri, dall' idee 
flosce, e sprigionò sorgenti di noia più asfissiante dei gas 
inventati dai Boches. 

« La stella dell' impresa si chiamava Planche, critico (di- 
ceva Victor Hugo) « secco e piatto come il suo nome ». 

« Leggendolo, si provava come la sensazione dì masticare 
la pietra pomice — ciò era terribile ! Più tardi apparvero 
sulla scena altri favoriti di Buloz. Questi pedanti furono 
tutti pastosi e appiccicosi. I loro articoli somigliavano a dei 
maccheroni mal cotti, serviti in tavola senza né sale né pepe 



e che restavano fra le gengive — il che era ugualmente 
terribile. 

« È necessario far sapere che Buloz pronunciò la frase 
suddetta per rifiutare uno scritto su Dio, considerato co- 
me un paradosso storico, che gli propose Pierre Leroux, 
sofista fluttuante e diffuso, il quale aveva inventato (di- 
ceva) « qualche cosa di meglio del Cristianesimo ». La sco- 
perta, in se stessa, non avrebbe turbato affatto l'autocrate 
della rivista se, votato fin dai prim'anni al culto delle reli- 
quie di Voltaire, non fosse stato convinto che «la reli- 
gione è necessaria per il popolo ». Nel suo pensiero, del 
resto, tale necessità non veniva affatto applicata alla pro- 
pria clientela borghese che ammirava la sua carta stam- 
pata. Essa (egli così giudicava) non aveva punto bisogno 
che le si ricordasse, neppure per negarlo, quel Dio i cui 
precetti mal s' inquadravano con le speculazioni ferrovia- 
rie nelle quali quell'epoca meravigliosa dispiegava il suo 
genio. 

« Non parlar mai di Dio, pensarci il meno possibile, era 
la regola di vita che Buloz desiderava suggerire ai suoi 
abbonati. 

« E in questo intento (infatti) lui, i suoi emuli e la loro 
posterità intellettuale, sono riusciti benissimo. Soltanto, 
per una conseguenza che « le classi dirigenti » non avevan 
previsto, il popolo non ha tardato a seguire il loro esempio. 

« Esso, con una logica indiscutibile, ha detto a se 
stesso : 

« Poiché la rehgione ha fatto il suo tempo per i proprie- 
tari, con quale tirannia essi pretenderebbero impormela 
come una attualità permanente ? Alla scuola mi viene in- 
segnato questo immortale principio : « gli uomini nascono 
liberi, uguali e con gh stessi diritti ». Dunque, essendo "io 
uguale ai borghesi, anch' io ho lo stesso diritto di mettere 
Dio in disparte e di occuparmi liberamente degli interessi 
del mio tubo digestivo e del mio apparato riproduttore. 

« E quindi mi comporterò come un porco ogni qual volta 
mi si presenti l'occasione. 

« Vero è che gli vien fatto osservare come per far ciò 
sia necessario prima di tutto possedere delle brave rendite. 

508 



« Ma l'argomento lo tocca così poco, che risponde : 
— Rendite ? ma io piglierò le vostre, cari signori ' e 

guai a chi mi si para davanti ! ». 

Si vedano inoltre, su Buloz, le pagine non precisamente 

amorose dedicategli da Barbey d'Aurevilly, Veuillot e Bloy. 

BUNYAN (1628-1688) 

Ramaio e predicatore errante : puritano. È celebre tra 
tutti gli anglo-parlanti per il suo Viaggio del Pellegrino 
nel quale il protagonista, cristiano, parte dalla città della 
Perdizione, attraversa la Palude dello Scoraggiamento, sca- 
valca la Collina della Difficoltà, combatte il Demonio Apol- 
lione, traversa la Valle dell'ombra della Morte, scansa la 
Città delle Vanità, è picchiato, incarcerato, condannato ma 
finalmente giunge ai Monti Dilettosi dove scorge da lon- 
tano la Città Celeste. 

È, insomma, il romanzo della mistica protestante, con- 
gegnato collo stesso allegorismo del famoso romanzo della 
signora Scudery {Clelia, 1656-60) che lo precede, e dove si 
poteva vedere sulla Carte du Tendre la strada da Nouvelle 
Amitié fino a Tiédeur e al lago Indiférence. 

Quale dei due libri sia più noioso è difficile dire : ma 
quello di Bunyan si legge sempre, o almeno si ristampa : 
e certi inglesi lo mettono accanto alla Divina Commedia. 
E sta di fatti, come arte, alla Divina Commedia come il Pro- 
testantismo sta al Cattolicismo. 

BUONARROTI FILIPPO (1761-1837) 

Come si vede dalle date questo « martire », niente af- 
fatto martirizzato, non sembra essere stato strozzato dalla 
balia. 

Discendeva (ahimè !) dalla famiglia di Michelangelo ; 
il cui sangue generoso, successivamente imbastardendosi, 
produsse, nel tardo nipote, una maHgna scarlattina poli- 
tica, aggravata dal più autentico mal francese. 

Nacque a Pisa ; emigrò in Corsica, fu a Parigi durante 
il terrore, e si fece amico e complice di quei retori sangui- 
nari tagliatori di teste, che a loro volta, com' è noto, eran 



decapitati, a rotazione continua, dai sempre più puri di- 
fensori della Libertà, 

Ma lui la zucca non ce la rimise ; imprigionato dopo la 
caduta di Robespierre, conobbe in carcere il famigerato 
Francois Babeuf, detto Gracco, che prima d'essersi no- 
bilitato con l'assassinio politico, aveva esercitato la no- 
bile professione di falsario. 

Più tardi l'angelico signor Babeuf, implicato in una 
congiura col Buonarroti e compari, fu gratuitamente fatto 
separare, per ordine del Direttorio, dalla propria testa 
mentre il più fortunato expisano se la cavava con la de- 
portazione al forte di Cherbourg e quindi nell'isola di Oleron. 
Quand'ebbe scontata la pena si rimise a tramare, nelle 
società segrete, contro Napoleone ; ma neppure il Primo 
Console volle fargli l'onore di mandarlo all'inferno. 

E per quanto questo frenetico giacobino ubriaco conti- 
nuasse a cercare in ogni modo di passare alla storia come 
« martire », dovè rassegnarsi a morir di catarro, in un sof- 
fice letto, nella abbastanza rispettabile età di settan- 
tasei anni. 

Dal '93 alla rivoluzione del '30 fu in relazione con tutti 
i delinquenti e pazzi politici della Francia, dell' Italia, della 
Germania e della Svizzera. 

Ammalato fin nel midollo di rettorica rivoluzionaria, 
vedeva da per tutto efferati tiranni ciascuno con in bocca 
un popolo oppresso disperatamente sgambettante fra due 
crudeli mascelle. 

« Il suo capitolo inesauribile (scrisse lo spretato Atto 
Vannucci, orgoglio di Pistoia e dintorni) era quello dei re 
assoluti.... Quando parlava di ciò la sua testa si rialzava 
e i suoi occhi diventavano di fiamma ». 

E allora, dinanzi agli amici plaudenti, cosi tuonava : 
« Guerra, guerra eterna, guerra e morte all'empia oppres- 
sione dei padroni della terra ». 

È incredibile, che con tali nobili sentimenti, non abbia 
rinnegato il proprio avo che dipinse e scolpì, (lo spudo- 
rato !) senza una vergogna al mondo, i suoi più grandi 
capolavori agli stipendi dei Papi. 

Finalmente, dopo essersi rivoluzionato perfino Ìl nome 



cambiandolo in quello ben più espressivo di Roymond, 
crepò, da buon italiano gallicizzato, nella sua diletta Parigi. 

« Più di millecinquecento persone (così ci assicura il 
Plutarco di Tobbiana) lo accompagnarono al cimitero di 
Montmartre ». 

Poi, sulla tomba, rumoroso sgonfiamento d' illustri ves- 
siche oratorie ; e finalmente un artigiano (tutto calcolato) 
avanzatosi con una corona di quercia, si mise una mano 
sul petto e disse : 

« Buonarroti, gran cittadino, amico dell'uguaglianza, il 
popolo ti decreta questa corona ; P istoria e la posterità 
consacreranno questa ovazione ». 

Il Plutarco di Tobbiana si ferma qui ; ma l'Omo Sal- 
vatico, di fronte a tale « ovazione » non può fare a meno 
di pensare all'atteggiamento squisitamente dinamico dell'au- 
tore del Mosè, se avesse avuto a portata di mazzuolo quei 
semivivi pagliacci e quell'autentico morto ! 

BUON SENSO 

// Buonsenso che già fu caposcuola. 
Ora in parecchie scuole è morto affatto ; 
La Scienza, sua figliola, 
L'uccise per veder com'era fatto. 

Così, ai suoi tempi, il Giusti. Ora non soltanto è morto 
in parecchie scuole ma in tutte — e non solo in tutte le 
scuole ma in tutte le forme della vita. 

Il Buonsenso dinanzi alla Santità è nulla ; dinanzi al 
Genio è poco più che nulla — ma dinanzi al cerretanismo, 
al bertuccismo, al gallettismo ; dinanzi alla filosofia del 
vacuo, alla politica dello spennacchio, all'arte del trucco, 
alla scienza del bruscolo, tu sei, o Buonsenso, un Re del- 
l' intelletto, un salvatore, un redentore; l'eroe dell'umana 
saviezz*a, 

BUONO 

— Uno solo è buono — disse Cristo — il Padre nostro 
eh' è ne' cieli. 

E come va, dunque, che nel nostro decaduto mondo 
s' incontrino così spesso tante « anime buone », tanti 

5" 



« buoni spiriti » e, soprattutto, a credere agli epitaffi e ai 
sermoni funebri, tanti « buoni cristiani ? >), 

Fatti gli scandagli abbiamo scoperto che si chiamano 
« anime buone » quelle che si lasciano, per dabbenaggine 
o generosità, sfrenatamente ingannare — « buoni spiriti » 
quelli che son della nostra medesima opinione — e « buoni 
cristiani » quelli che vanno alla messa dell'undici la dome- 
nica, si confessano una volta all'anno, e non rifuggono, 
se proprio non possono sfuggire, dal regalare generosamente 
alcuni spiccioli a un cieco o a uno storpio più insistenti 
degli altri. 

BURATTINI 

Vecchia immagine quella di rassomigliare gli uomini 
a burattini — e che i fili li tiene Iddio. Il quale, invece, 
lascia all'uomo la libertà del volere, necessaria perchè il 
merito sia nostro, e non tira il filo ma concede la Gra- 
2Ìa, che non è veicolo meccanico ma dono spirituale e tal- 
volta invisibile. 

Ricordiamo piuttosto l'ottimo amico Don Chisciotte il 
quale, a somiglianza dei fanciulli, vide nei burattini uo- 
mini veri e contro i malvagi pupi di legno si avventò col 
formidabile suo braccio. O ricordiamo il povero Verlaine 
che volle, col nome di marionette, descrivere in quattro 
meravigliosi versi la nostra povera vita : 

Les marionette s 
Font, fonty font 
Trois petits tours 
Et puis s'en vont. 

BURBERO 

Dai tempi dell'avvocato Carlo Goldoni ogni « burbero » 
dev'essere per forza « benefico ». E questo, tra i luoghi 
comuni, è uno de' meno falsi. Un antico motto ammoniva 
di guardarsi da quelli che hanno 

Mei in ore, verha lactis 

Fel in corde, fraus in factis. 

E l'Omo Salvatico — che alcuni trovano troppo bur- 



bero — ha la consolazione, forse superba, di credersi, al- 
men qualche volta, benefico. 

BURCHIELLO (1404-1448) 

Antico barbiere fiorentino precursore misconosciuto dei 
futuristi e dadaisti, ai quali era superiore come giocosità 
benché arretrato come mezzi d'espressione poiché il disgra- 
ziato si serviva, per scriver le sue poesie, soltanto di pa- 
role^! 

BURCKHARDT^JACOB (1818-1897) 

Professore svizzero che scrisse un Cicerone a_uso de' viag- 
giatori istruiti in Italia. S'occupò molto anche de' greci 
e compose un famoso libro sul Rinascimento italiano. 
Nietzsche, che l'ebbe collega all' Università di Basilea, gli 
deve più che non si dica e forse l'idea del Superuomo^é 
nata dall'eroe selvaggio e spregiudicato del quattrocento 
italiano, quale glie lo rappresentò l'elvetico servitore di 
piazza. 

BURGER G. A. (1747-1794) 

Per i timidi romantici del Conciliatore B. apparve, per 
colpa di Berchet, il simbolo stesso della nuova poesia : la 
sua Lenora, tradotta, diventò l'archetipo di tutte le bal- 
late mortuarie e patetiche che ci perseguitarono per tutto 
il periodo Prati e compagnia. 

Il dogma di Bùrger era questo : « L'unica poesia vera 
e perfetta é la poesia popolare ». Si scordava che molto 
spesso la poesia popolare é fatta di reminiscenze della 
poesia colta e che la grande poesia — anche quella che di- 
venta popolare — viene da un genio e non da un popolo, 

BURIDANO (1298 ?-1360 ?) 

Scolastico, occamista, rettore dell' Università di Pa- 
rigi. Celebre solamente per l' immagine dell'asino che po- 
sto tra due fasci di fieno equidistanti morirebbe di fame. 
Ma per l'appunto questa famigerato paragone non si trova 
nei suoi libri. Buridano non é il solo a cui sia toccata un'av- 

33. — Dizionario dell'Omo Salvatico. 



ventura simile : molti son condannati o celebrati per fatti 
che non hanno mai fatto o per detti che non hanno 
mai detto. 

BURNS ROBERTO (1759-1796) 

Un contadino poeta — ma un contadino che lavorò dav- 
vero la terra colle sue mani e un poeta che scrisse vera 
poesia, grande poesia, meglio di molti poeti che hanno ma- 
neggiato sempre la penna e mai la zappa. Quando però 
le disgrazie lo forzarono a lasciare il podere (1791) i suoi 
concittadini, benché fosse già celebre come poeta, non sep- 
pero trovar di meglio che offrirgli un impieguccio alla do- 
gana, cioè settanta sterline l'anno. Ma guadagnò qualcosa, 
miracolo, colle prime stampe dei suoi poemi. Amò molte 
donne ma quasi tutte lo lasciarono o lo tradirono. 

Era un po' giacobino e iscritto tra i frammassoni ma il 
suo genio libero, fresco, naturale, amoroso fa dimenticar 
molte sue debolezze. Carlyle esagerava forse quando lo 
chiamò « l'anima più grande del paese britannico » ma 
certo è uno dei più genuini poeti che abbia avuto il paese 
di Shakespeare. 

BUROCRAZIA 

Il lettore che abbia avuto il piacere e la fortuna di 
percorrere qualcuno di quei laberintici intestini detti Mini- 
steri, uguali in qualunque nazione moderna, non avrà bi- 
sogno che gli si tessa l'elogio dell' intelligenza sui generis 
che vi circola dentro e li profuma. 

I Danti Alighieri di quei Palladi, sono i Capi-Divisione ; 
i Franceschi Petrarchi i Capi-Sezione ; i Lodovici Ariosti 
i Capi-Ufficio ; i Torquati Tassi, i « travets ». 

La Divina Commedia che vi si medita è la « circolare » ; 
il Canzoniere che vi si deliba la « Pratica da evadere » ; 
l'Orlando Furioso che vi si compone il « Brogliaccio » e la 
Gerusalemme Liberata che vi si canta il a 27 del mese ». 

Qualunque tipo zoologico è, là dentro, degnamente 
rappresentato. 

Giraffe, bovi, cavalli, topi, struzzi, canguri, paperi, asini, 
ragni, allocchi, mandrilli, tacchini, rospi, elefanti, zanzare. 



volpi, tarli, cammelli, animali impagliati e infine cu- 
trettole (ossia dattilografe e, cioè a dire, piccole bestiole 
saltellanti e lascive che alzan volentieri la coda) salgono, 
scendono, entrano, escono, siedono, scrivono, parlano, fu- 
mano, russano o sputano, nelle « camere », nei corridoi, per 
le scale, nei mezzanini, nelle latrine, nei sotterranei. 

E tutta questa gente che non ha altro scopo che di sca- 
rabocchiare dalla mattina alla sera una quantità di carta 
infinitamente superiore al necessario e che ha preso il co- 
lore della carta che scarabocchia e il linguaggio dei moduli 
.■che riempie, ha passioni, dolori, invidie, aspirazioni, ambi- 
zioni, malvagità, imbecillità e comicità tutte proprie. 

Animali insomma ripugnanti e compassionevoli, neces- 
.•sari e nefasti allo stato, e che formano una classe a parte 
nella moderna fauna borghese. 

La loro Iliade fu cantata, nel secolo scorso, da Balzac. 

E noi, per non dilungarci più del bisogno, rimandiamo 
hen volentieri il lettore agli immortali Employés. 

BUSIRIDE 

Antico re d' Egitto il quale, in tempo di siccità, si ri- 
volse a un indovino greco, Frasio, perchè gì' insegnasse come 
-ottenere dagli dei la pioggia. 

— Sacrifica ogni anno uno straniero — rispose il greco. 

— Comincerò da te — replicò Busiride, convinto del- 
l'eccellenza del consiglio, e fece ammazzare l' indovino. 

MegUo di così il re non poteva rispondere al barbaro 
•consigho — eppure la sua profonda saggezza gli procacciò, 
presso i greci, la fama di crudelissimo, che tuttora gli dura. 

BUSSOLA 

« La bussola, si leggeva una volta nel Giannetto, fu in- 
ventata da Flavio Gioia d'Amalfi «. 

E anch'oggi tutti credono che sia così. 

Ma non è vero nulla. Questo provvidenziale strumento, 
indispensabile a quel povero navigante che è l'uomo, risale 
al tempo del passaggio sulla terra d'un divino vagabondo, 
«che non aveva una pietra dove posare il capo e che non 



potè riposarsi se non sui tre chiodi coi quali fu confitto 
in croce. 

Egli, e non altri, è il donatore divino dell'unica bussola- 
ai naviganti della vita. 

Lo ricordino i preti ; e non si lascino infinocchiare, né 
da Flavio Gioia d'Amalfi, né da altri perfezionatori o ri- 
venditori di bussole. 

BUTLER SAMUEL (1835-1902) 

Da non confondersi coll'altro Samuel Butler mediocre 
poeta satirico del seicento. Questo fu nostro contempo- 
raneo e morì quasi oscuro. Ora è considerato uno de' mag- 
giori inglesi dell'epoca vittoriana — specialmente per quei' 
suo Ereu^hon, viaggio fantastico all'uso di Swift, nel quale 
si dimostrano satiricamente i nefasti delle macchine, che nel: 
felice paese di Erevvhon {No'xhere) sono proibite peggio- 
delie pistole corte e giacciono, arrugginite, nei musei a 
spavento dei posteri. In questo suo paese i delitti son con- 
siderati sintomi di malattie e curati come tali dai medici 
mentre le malattie son riguardate e condannate severa- 
mente come da noi i delitti. Sotto 1' esagerazione caricatu- 
rale, e' é qualcosa di vero, ma questo vero é tutt' altro che 
nuovo. Il Cristianesimo curò le malvage inclinazioni del- 
l'uomo con mezzi fisici (astinenze, battiture ecc.) ed é noto 
che molte malattie sono volute, epperciò colpose, perchè 
derivano da peccati : specie della gola, lussuria, accidia, 
ira, ecc. ecc. Uno dei precursori dello scettico Butler SU' 
questo punto, forse a sua insaputa, é il cattolico Giu- 
seppe De Maistre. 

BUTTI E. A. (1866-1912) 

Pertinace romantico lombardo, nutrito di fantasie ger- 
maniche e per conseguenza denutrito come la sua lettera- 
tura. Tentò nel Castello del Sogno il gran teatro poetico use-. 
Faust : e un critico cita fra i mighori i seguenti versi : 

ovunque io vada 
si spalancano a me d' intorno larghe 
bocche e fauci profonde, ove il silenzio 
e il vuoto mormoreggiano tra loro, 
come nelle ritorte eliche delle conchiglie. 



Perchè, povero Butti, tra quei due mormoreggiamenti, 
Sion scelse a guida il primo, che ci avrebbe così risparmiato 
il secondo ? 

BUZZO 

« Io me lo son ripieno ed io me lo fo difendere » dice il 
perfetto proprietario battendovi sopra, dopo pranzo, le 
mani a mestola. 

BUZZURRO 

A Roma, dopo il '70, chiamavan buzzurri i piemontesi 
invasori — in senso di spregio. 

Per me, invece, il buzzurro è uno de' visi amici della 
lontana miseria fanciullesca. Ai primi freschi, alle prime 
nebbie, quando le giornate cominciano a scorare, e il sole 
è più infingardo la mattina e più frettoloso la sera, e spari- 
scon le pèsche e l'uva è alla fine, sopraffatta dalle sorbe e 
■dalle noci, e la mota dà più noia della polvere, e i ragazzi 
compran le cartelle nuove e si riforniscono di penne, arri- 
■vava a Firenze il buzzurro, col suo carico silvestre e la sua 
faccia di esule placido e bonario. Quelle botteguccie che 
nell'estate avevano messo in mostra cappelli di paglia, 
lavori di treccia e panami finti, si riaprivano all'odore caldo 
■e familiare delle ville delizie del buzzurro. Da una parte, 
-sopra un tagliere rotondo, fumava la pattona avviata, 
bianca sopra di farina dolce come una bassa montagnola 
incipriata di neve — e accanto, nella gran tegKa di rame 
lustro, si adagiava la rota screpolata del migliaccio unto, 
infiorato di pinoli rosolati e croccanti ; e lì vicino c'era il 
calderotto inclinato delle ballotte coi loro ciuffini di piuma 
nelle punte, e la cassetta delle bruciate coperta dal coltrone 
sudicio e pesante come la zana d'un bambino povero e 
il cestino dei marronsecchi gialU e grinzosi e accanto la 
•mole troneggiante della padella bucata, dove il buzzurro 
tramenava col suo tridente le castagne castrate che già 
■cominciavano a mandare il buon odore della giusta arro- 
stitura. 

Nel fondo della bottega i sacchi dei marroni, rizzati 
al muro, davano la sicurezza del futuro e la consolazione 



517 



dell' inverno ; il famulo del buzzurro, in un cantuccio^ 
incideva, con un suo coltellino, le vittime prossime del 
sacrificio ; da una parte s'apriva la bocca del forno dal quale 
u scivano, insieme alle faville, Je teglie piccole dei mi- 
gliaccini da un soldo, sottili come la moneta che li comprava 
e dello stesso colore di rame appannato. 

Il buzzurro, intanto, in mezzo al cerchio di ragazzi che 
ingombrava la soglia della bottega, non riparava a servire- 
e intascare : e ora col bianco filo tagliava una morbida 
fetta di pattona, ora col giusto coltello sonante sollevava 
un pezzo di migliaccio, ora col misurino di latta distribuiva 
le ballotte e le bruciate nelle buie tasche dei minorenni 
avventori, e talvolta, sudato e rosso come un alchimista 
de' vecchi tempi, dimenava potentemente, con un bastone 
lucido per le fatiche di molte generazioni, la poltiglia fu- 
micosa che doveva tramutarsi, dopo pochi minuti, in una 
nuova e trionfante polenda. 

Caro buzzurro dei miei tempi ! Amico de' poveri, con- 
solatore degli affamati, indolcitore delle bocche fanciulle- 
sche — tu che ci davi, per pochi centesimi, i tuoi frutti 
saporosi che riscaldavan le mani e confortavan lo stomaco^ 
Con un duino, tutt'al più con un soldo, eri a noi pro- 
digo della tua semplice e profumata ricchezza, scesa insieme 
con te dalle buone montagne della nostra nostalgia ! 

Oggi tu scendi ancora, incalzato dalla neve, al fango- 
delie città autunnali. Ma noi, tuoi antichi e affezionati 
clienti, siam fatti vecchi e ci si vergogna, quasi, di acco- 
starsi alla tua ospitale tana spalancata. E i ragazzi d'oggi 
non si contentan più della tua troppo semplice e povera- 
mercanzia. Siccome oggi son tutti ricchi e non e' è babbo 
che non abbia fatto fortuna col bene inseparabile della 
borsa e della patria, questi ragazzi vanno nelle pasticcerie 
di lusso, vanno magari nei bars o perfino nelle sale o ^case 
da the, a guastarsi l'anima e l' intestino. Ma L'Omo Sal- 
vatico non rinnega l'uomo delle selve ed è pronto a giu- 
rare che non ha provato mai dolcezze eguali a quelle che 
gli porgeva, col suo silenzioso sorriso, il robusto buzzurro- 
dagli occhi celesti, in cambio di un piccolo Vittorio Ema- 
nuele di bronzo loioso e consunto. 

518 



BYRON (LORD GEORGE) (1788-1824) 

Strepitosamente famoso nella prima metà del secolo XIX. 
Oggi morto e polverizzato, sottoterra e nella memoria 
dei più. 

Viceversa è quasi di moda (mercè Adolfo De' Bosis e la 
famosa cremazione viareggina) il suo amico e collega Shel- 
ley, non meno di lui nemico del Cristianesimo e più di lui 
cigno gemitìi della poesia romantica d'^^lbione. 

Il nobile Byron che imbaironeggiò parecchi itahani del 
tempo suo e fu letto e ammirato da moltissimi animali ca- 
coleggenti dei due sessi, potè vantare, fra l'altro, dei pre- 
cedenti familiari di questa fatta : 

Ebbe un nonno maniaco furioso, misantropo e due volte 
omicida. 

La prima volta bruciò tranquillamente le cervella al 
proprio cocchiere perchè si era fatto oltrepassare da una 
carrozza, la seconda uccise in duello, per una futile que- 
stione, un suo compagno di caccia. 

Il padre di Byron rapì la moghe a un amico, maltrattò 
a rovinò la sua, e dopo aver vissuto da pazzo e da fara- 
butto, espatriò, commettendo per giunta un furto domestico 
e lasciando la famigha nella miseria. 

La madre del poeta, antipatica donna dal viso d'arpia, 
era anch'essa mezza pazza. 

In certi momenti di furore si lacerava le vesti, calpestava 
i suoi cappelli, urlava come una Ecuba, scagliava contro il 
figlio qualunque oggetto le venisse alle mani e (poiché il 
piccolo Giorgio aveva una gamba leggermente più corta) lo 
chiamava, con disprezzo, « moccione zoppo ». 

Un giorno, dopo un alterco terribile tra madre e figlio, 
andarono entrambi, separatamente, dal vicino farmacista 
con la segreta speranza di sapere se l'altro fosse stato a 
comprare un veleno per suicidarsi. 

A scuola, il futuro poeta del Don Giovanni nutrì per 
qualcuno dei suoi compagni amicizie morbose che confi- 
navano con l'erotismo. 

Uscito dall' Università di Cambridge, andò a Londra, 
dove s' immerse in tutti i vizi e commise i peggiori eccessi. 

Poi venne in Italia. Prima, a Venezia s' introgolò fra gli 



aristocratici sudiciumi della società galante ; dopo, pas- 
sato a Ravenna, si mise a fare il rivoluzionario, a esercitarsi 
nella pineta a tirar di pistola, e ad accogliere, in casa sua, 
col buffo mistero romantico di quei tempi, i così detti co- 
spiratori. 

Diceva d'aver «semplificato la sua politica fino al punto 
di farla consistere unicamente nel detestare a morte tutti 
i governi che esistono ». 

Figuriamoci se questo « amico dell' Italia » non doveva 
piacere, con tali nobili sentimenti, ai piccoli cervelli scar- 
ruffati dei cospiratori italiani. 

Francesco Domenico Guerrazzi, soprattutto (retore fa- 
moso e avvocatacelo grafomane, sebbene con moltissimo 
ingegno) fu il suo massimo imitatore ed evangelista. 

Il baironismo, da noi, rappresentò la specie esotica della 
malattia romantica rivoluzionaria. 

Piaceva questo inglese-antinglese, aristocratico e dema- 
gogo, mondano e pessimista, donnaiolo e presunto-infelice 
e nel contempo grande poeta esotico della Libertà deco- 
rata di rovine e di spettri al chiaro di luna, com'era indi- 
spensabile a quei tempi. 

Lara, Manfredo, Il Giaurro, Il Pellegrinaggio del giovine 
Aroldo ecc. non potevan fare a meno, come si sente dai 
titoli, d'entusiasmare i lettori. 

A volte (come per esempio, nel Corsaro) s'incontravano 
delle trombonate melodrammatiche come questa : 

« Zitti — Chi avanza, di là, sopra un nero corsiero ? 
Avvicinati, vile schiavo, e rispondi : Non son forse laggiù 
le Termopili ? ». 

Ma questa è la parte involontariamente comica. La parte 
invece deHttuosa ed infame è in tutti quei luoghi (come, 
per esempio, nell' intero Don Giovanni) dove si assaltano 
si scherniscono e si bestemmiano, dalla reHgione all'auto- 
rità, dalla morale alla famiglia, tutte le cose più sante. 

Questo brutto diavolo calato dal Nord era antipatico 
come un viveur, e volgare e cattivo come un ubriaco d'a- 
cquavite. 

Egli stesso dice : « Il vino e i Hquori spiritosi mi ren- 
dono cupo e selvaggio fino alla ferocia )\ 

520 



E il vino, i liquori, le donne e tutti e sette i peccati mor- 
tali erano le sue muse. 

Fece, con le sue opere, certamente, meno male di Vol- 
taire, perchè, tra veri lampi di genio, il grottesco, in lui, so- 
praffa quasi sempre l'arte e la poesia. Ma insomma fu un 
corrotto, un pazzo, un corruttore, un istrione estetizzante 
molto predannunziano e un disperato poseur della propria 
reale disperazione, alla quale fu condannato dalle colpe dei 
suoi padri e da un ostinato e frenetico ateismo. 

Aveva dunque tutte le qualità (nonostante che i suoi 
poemi sian morti quasi con lui ed egli, invece che di spada, 
come vanitosamente desiderava, sia morto di febbre) per 
esser considerato, dal Guerrazzi e soci, vate ed eroe ! 



521 



VALLECCHI EDITORE - FIRENZE 



Opere più importanti di 

GIOVANNI PAPINI 



Storia di Cristo - 3^ edizione 
Volume di circa 600 pp. 



(dal 41° al 70° migliaio). 
L. 17.— 

La Storia di Cristo è scritta da un credente che segue con fedeltà il " Nuovo 
Testamento " e la tradizione, e può essere letta da qualunque cristiano sincero. 
Ma è indirÌ2:zata anche a quelli che il Cristianesimo ncn conoscono o abban- 
donarono. 



Un uomo finito ... - (25° migliaio) 

Opera Prima - ( 6° " ) 

100 Pagine di Poesia - ( 5° " ) 
Giorni di Festa. ... - ( 5° " ) 
Pragmatismo - ( 6° " ) 



L'Altra Metà 



(10° 



) 



In preparazione : 

PANE 



E VINO 



L. 


7 


n 


5 


n 


5 


II 


5 


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4 


II 


5 



L'Ora di Barabba 

300 pp. . 



DOMENICO GIULIOTTI 

3"* edizione. Volume di otre 



L. 7.— 



L'Ora di Barabba è un libro che tutti quelli i quali sentono il disagio 
della presente ora dovrebbero leggere. Alla forza bruta della folla ubriaca, 
Giuìiotti contrappone l'amore per Cristo, il ritorno all'ordine e alla disciplina. 
IL un libro ci feds e di battaglia. Coire tale, quindi, è tutto pervaso d'amore 
e di combattività nel senso grande, nel senso cristiano della parola. 



In preparazione : 

TIZZI 



E FIAMME 



TRE SELVAGGI E UN BARBARO 



Ordinazioni e cartoline Vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, Via Ricasoli 8 



VALLECCHI EDITORE — FIRENZE 
Collezione UOMINI E IDEE 

a cura di E. CODIGNOLA 

G. Gentile, Discorsi di Religione L. 5. — 

A. Campodonico, La Russia d£i Sovieis . . L. io — 

U. Arnaldi, Rossi, bianchi e tricolori L. 6. — 

Potente rievocazione della tragedia austriaca, ungherese, czecoslovacca dopo la 
disfatta e l'esperimento bolscevico. 

V. Pareto, Fatti e Teorie L. 15. — 

Raccolta di studi importantissimi su fenomeni sociali ed economici del periodo 
bellico e postbellico. 
<j. De Ruggiero, U Impero òritattnico dopo la guerra . . . . L. io. — 
Magnifico quadro sintetico della vita britannica dopo la guerra, studiata in tutte 
le sue manifestazioni salienti. 
Sgroi, L'Estetica e la Critica letteraria ift V. Gioberti . . . . L. 5. — 
Accuratissima analisi delle idee estetiche e dei giudizi letterari del Gioberti, con- 
dotta con larga conoscenza delle fonti e della letteratura estetica contemporanea. 

Generale Filareti, Eolo, Giano, Mercurio . L. 2.50 

Arguta e caustica presentazione delle figure pir rappresentative della demagogia 
socialriformistica : Nitti, Turati e C. 

De LoLLls C, Criisca in fermejito L. 3.- 

Argutissimo pamphlet contro un' istituzione che si ostina a sopravvivere a se 
stessa e non vuol saperne di rinnovarsi. 

C. Michelstaedter, // Dialogo della sabtte L. 3.50 

Il Dialogo è dedicato a « quanti giovani ancora non abbiano messo il loro Dio 
nella loro carriera» ed indica la via che l'autore chiama d Ha salute. Le Poesie fu- 
rono giudicate degne d'esser « poste accanto alle migliori del genere che abbia la 
letteratura italiana >. 
A. Oberdorfer, Jl socialismo del dopoguerra a Trieste . . . . L. 6. — 
È un'esposizione sintetica e chiara delle varie vicende, della rapida ascensione e 
dei primi segni di decadenza del Partito socialista a Trieste nel dopoguerra, lumeg- 
giati da uno studioso coscienzioso e sereno. Lavoro indispensabile a chi voglia ren- 
dersi chiaro conto della profonda crisi che travaglia il socialismo contemporaneo. 

A, C. Jemolo, Crispi. L. 7. — 

Lo Jemolo. uno dei conoscitori più acuti e spregiudicati della storia del nostro 

Risorgimento, ci dà finalmente in questo breve volume sintetico, la prima interpre 

{azione storica della personalità di Crispi e del significato della sua politica nella 

storia del nostro paese. 

V. Macchioro, L Evangelio L. 6.50 

Originale tentativo di prospettare sotto nuova luce le irtuizioni fondamentali della 
vita nel pensiero pagano e cristiano. 
E. P1ERMARINI, Per la vita serena, pref. di B. CROCE . . . . L. 7. — 

* In questo libro, in prosa semplice e nitida, un uomo pensoso e mite ci ragiona 
i suoi pensieri e ci manifesta i suoi sentimenti.... Voi lo udirete parlarvi di cose va- 
rie, di arte letteraria, di filosofia, di politica, di morale, di questioni sociali, di affetti 
domestici, delle condizioni presenti della nostra Italia, della guerra e della pace 
parlarvene nei modi che gli son cari della classica letteratura, nei modi che furono 
cari a Gaspare Gozzi, e con affetti artistici talvolta assai felici > (B. CrOcf). 

D'imminente pubblicazione: 

G. Gentile, / profeti del Risorgimento. 

A. Anzilotti, La funzione storica del giobertismo. 

L. StuRZO, Rifortna statale e indirizzi politici. 

(Sconto del 20 °!^ agli abbonati di " La Nostra Scuola „ e " Levana „). 
Ordinazioni e cartoline vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, Via T^icasoli 8 



VALLECCHI EDITORE — FIRENZE 
Collezione LA NOSTRA SCUOLA 

a cura di E. CODIGNOLA 

B. Carpita, Edzicazìone e religioiie in Maurice Blondel . . . . L. 3, — 

E. Spaventa, La libertà d' insegnamento. Una polemica di settant' anni fa^ 

con introdzizione, appendice e noie di G. GENTILE . . . . L. 6. — 

Vi. Casotti, Introduzione alla pedagogia , L. 3.50 

Piana e rigorosa esposizione dei principi fondamentali della pedagogia idealistica 

A. Gabelli, Il metodo d'insegnamento, pref. di E. CoDlGNOLA . L. 2. — 
Accuratissima ristampa del notissimo e pregiato volumetto, che raccoglie sìnteti 
camente il meglio del pensiero educativo del Gabelli. 

G. Capponi, Dell' educazione e scritti minori, pref. di E. CoDlGNOLA. L. 3.50 
Oltre un'accuratissima introduzione storica del Codigrola e il famoso frammenta 
àeW Educazione contiene scritti minori, non mai riesumati finora. 

G. Gentile, Educazione e scuola laica . . . L. IO. — 

Contiene notevolissimi scritti del Gentile sul coccetto dell'educazione, su la scuola 
laica, su la scuola popolare, e altri problemi pedagogici. 

L. LaberthonnièrE, Teoria dell' educaziofte e saggi minori, trad. e introd. 
di E. C0DIGNOLA . . L. 2.50 

Analisi acuta e profonda del problema dell'autorità nell'educazione laica e reli 
giosa e di altri problemi dibattutissimi nella scienza contemporanea, 

A. GlANOLA, Il tortnento del latino L. 2. 50 

E un ottimo contributo alla soluzione della dibattuta questione dell' insegnamento^ 
del latino nelle nostre scuole classiche. 

L. Ollé-Laprune, // valore della vita, pref. di M. Blondel, trad. di A. Co- 
DIGNOLA L. IO. 

Delicatissima analisi dello spirito e magnifica celebrazione dell' intrinseco valore 
della vita. Precede una commossa presentazione dell'autore per mano del suo pii 
grande discepolo, il Blondel. 

E. BoUTROUX, Problemi di morale e di educazione, trad. di S. Caramella L. 4 . — 

Il grande pensatore francese studia in una serie di conferenze sintetiche e piane 

taluni argomenti di capitale importanza nell'etica e nella didattica : i tre tipi della 

morale (classica, cristiana e moderna), il pessimismo, e poi i moventi dello studio, la 

lettura, l' interrogazione. Ottimo testo di lettura anche per i licei e le scuole normali 

MONROE e Codignola, Breve corso di storia dell'educazione. 

Voi. I. Dai popoli priynitivi alla controriforma . . . . L. 6. — 

>> II. Dal realismo all' idealismo italiano contetnporaneo . „ J. — 

E la prima storia completa della pedagogia e delle istituzioni scolastiche che esca 

in Italia. Il nostro pens ero pedagogico è stato studiato esaurientemente negli ultimi 

due capitoli. L'opera è corredata di una ricchissima bibliografia eoa precisa indica 

zione delie biblioteche che posseggono gli scritti stranieri. 

G. ViDARl, Etica e Pedagogia L. 6. 50 

Raccolta di brevi e succosi studi su taluni proble.ni capitali del pensiero mora le 
e pedagogico contemporaneo. 

E. Caird, // Pegno dello Spirito. Discorsi ai giovani e agli educatori. L. 6.50 
Il Caird, che il pubblico italiano ha già imparato a conoscere ed apprezzare nei 
suoi lodatissimi studi sull' Hegel e sul Rousseau, in questo mag^nifico volume espone 
ai giovani in forma piana e vivace le soluzioni che suggerisce al Cristianesimo, inter- 
pretato alla luce del pensiero contempo: aneo, dei maggiori problemi spirituali eh© 
sogliono assillare la coscienza umana e in particolar modo la coscienza degli adolescenti. 

Ordinazioni e cartoline vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, Via Ricasoli, 8 



VALLECCHI EDITORE — FIRENZE 



R. Lambruschini, Della educazione, nuova edizione con prefazione di E. Co- 
DIGNOLA L. 5.50 

Accuratissima ristampa popolare del capolavoro del grande pedagogista toscano. 

A. Gabelli, L'educaziotte nazionale. Saggi pedagogici raccolti da E. CoDi- 

GNOLA, prima serie, voi. di 280 pag L. 8. — 

È la prima serie di scritti del Gabelli che nel loro insieme costituiscono una breve 
storia sintetica delle vicende della nostra scuola e. in iscorcio, della nostra cultura 
pedagogica negli ultimi decenni del sec. XIX, Indispensabile a chiunque voglia inten- 
dere a pieno nel suo intimo il travagliato processo di formazione della nostra co- 
scienza nazionale. 



Collezione IL PENSIERO MODERNO 

a cura di E. CODIGNOLA 

A. Carlini, La filosofia di G. Locke, 2 volumi L. 22. — 

Studia la formazione del pensiero lockiano e tutta la scuola del Locke fino a 
Condillac. Condotta con rigoroso metodo scientifico e larghissima informazione ; è 
l'opera più completa suU'aigomento. 

M. Casotti, Saggio di ima concezione idealistica della storia . , L. 12. — 

G. Gentile, Giordano Bruno e il peìtsiero del Rinascimento , , L. 14. — 

M. Blondel, L'Azione, trad. di E. Codignola, 2 volumi . . . L. 28. — 
La più profonda opera d'ispirazione religiosa del mondo contemporaneo. Sottratta 
per lunghi anni all' intensa e legittima curiosità di tutti gli studiosi, rivede oggi final- 
mente la luce in un'accurata veste italiana. 

U. Spirito, Il pragtnatisfno nella filosofia contemporanea . . . L. io. — 

E. ZELLER, Sotnniario di storia della filosofia greca L. 14.- — 

Il notissimo autore della monumentale Storia del'a filosofia gteca ha raccolto 
succintamente in questo volume il meglio delle sue ricerche. Opera indispensabile a 
qualunque studioso del mondo classico. 

F. Fiorentino, Co7npe7idio di storia della filosofia, nuova edizione a cura di 

A. Carlini. 

Voi. I. Dalle origini al Rinascimento L. IO. — 

„ II. (Parte i» e 2*) . . „ 16. — 

C. Dentice d'Accadia, To}nmaso Campanella, L. 12. — 

A. Carlini, La vita dello spirito, voi. di 230 pag. L. 8. — 

Questo volume si propone di dare un senso più realistico al principio ispiratore 
dell' idealismo attuale, facendo valere dentro di esso altre correnti del pensiero con- 
temporaneo e alcune esigenze fondamentali dell'empirismo. Esso porta anche una 
parola forse decisiva intorno alle difiìcoltà più dibattute in seno alla stessa corrente 
dell'idealismo italiano. 

L>. LabERTHONNIÈRE, // realismi cristiano e l' idealismo greco, traduzione di 
P. Gobetti L. 7.50 

E la prima traduzione italiana della notissima opera del Laberthonnière che tante 
polemiche ha suscitato al suo primo apparire ed è oggi introvabile nell'originale. 
Delineato con mano maestra il profondo divario che separa la mentalità cristiana da 
quella greca, il Laberthonnière tenta un' interpretazione dinamica e imm.inentistica 
della vita religiosa, che costituisce uno dei più geniali tentativi di affiatare il catto- 
licismo con le più profonde esigenze della coscienza contemporanea. 

Ordinazioni e cartoline vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, ^ia Ricasoli 8 



VALLECCHI EDITORE — FIRENZE 



G. SiMMEL, I problemi fondamentali della filosofia, yo\. ài 7,00 ^2l^. L. io. — 
È l'opera più profonda e rappresentativa del relativismo contemporaneo. 

C. MlCHELSTAEDTER, La Persuasione e la Rettorica. Nuova edizione con ap- 
pendici critiche inedite su Platone e Aristotele, . . . . L. 15. — 
Quando quest'opera apparve la prima volta, subito dopo la tragica morte dell'au- 
tore, fu per tutti una rivelazione. Riappare oggi in veste corretta e arricchita di 
notevolissime appendici inedite che varranno a confermare sempre più il favorevole 
giudizio con cui la critica l'accolse la prima volta. 

M. Blondel, Dogma e storia, trad. e introd. di E. Carpita e M. Casotti. 
Vol.^ di 300 pagine L. 15. — 

È il complemento indispensabile de L' Azione. Raccoglie, oltre i due maggiori 
capolavori del Blondel dopo U Azione, la Lettera sulV Apologetica e Dogma e storta, 
scritti rarissimi assolutamente introvabili nelle nostre biblioteche. 

Qt. ZUCCANTE, Sttuirt Mill e l'utilitarismo L. 17. — 

Lo Zuccante, già tanto benemerito per i suoi studi di stoiia della Filosofia an- 
tica, illustra in questo volume con la consueta sagacia e accuratezza un indirizzo di 
pensiero che ha recato un notevole contributo alla formazione della coscienza filoso- 
fica contemporanea. 

G. Gentile, Studi sul Rinascitnento L. 12. — 

Raccoglie i migliori studi del Gentile sol pensiero della Rinascenza da Petrarca 
a Galileo: ottimo complemento al volume su Giordano Bruno e il Pensiero del 
Rinascimento. 



COLLANA STORICA 

a cura di E. CODIGNOLA 

Hartmann e Kromayer, Storia romana, trad. di G. Cecchini. Parte prima 
e seconda L. 20. — 

I due noti e benemeriti studiosi tedeschi hanno raccolto in un quadro organicoe 
sintetico i risultati della migliore critica storica degli ultimi decenni sulla storia di 
Roma. La traduzione, riveduta dagli autori e corredata di una ricca aggiunta biblio- 
grafica, è stata condotta con la massima scrupolosità. ' 

A. Anzilotti, Vincenzo Gioberti, voi. di 450 pag. , , , . . L. 14. — 

Nell'assoluta scarsezza in Italia di libri sintetici, che tratteggino le grandi figure 
del nostro Risorgimento, questo volume viene opportunamente a soddisfare il bisogno, 
sempre più diffuso in un momento di rinnovato interesse per la storia del nostro moto 
nazionale, di un libro d' insieme sul grande uomo di Stato piemontese e sul padre 
spirituale del liberalismo italiano. Il libro dell'Anzilotti non è soltanto una esposi- 
zione lucida completa ed organica del pensiero e dell'opera politica pel Gioberti, ma 
anche una storia in iscorcio del primo cinquantennio del nostro Risorgimento. 

A tutti coloro che oggi s' interessano delle origini e dello sviluppo dei partiti 
politici italiani e della storia del liberalismo, quest'opera, largamente documentata e 
frutto di lunghe indagini originali, servirà di orientamento e farà comprendere, con 
maggiore senso storico, le più recenti vicende delU nazione. 

G. Gentile, G. Capponi e la cultura toscana del secolo XIX, voi. di circa 
500 pag . L. 18. — 

E la storia sintetica del moto di pensiero che ha promosso e accompagnato la 
nostra ricostruzione a nazione studiato negli scrittori più rappresentativi della cultura 
toscana del secolo XIX. 

Ordinazioni e cartoline vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, Via Ricasoli 8 



VALLECCHI EDITORE - FIRENZE 



E. CicCOTTi, Storia greca L. i8. — 

Originale e sintetico quadro organico di tutta la storia greca dalle origini alla con- 
quista romana. L'edizione italiana è più ampia e completa della traduzione tedesca 
apparsa nella Weltgeschichte dell' Hartmann ed è corredata di una succinta aota 
bibliografica. 

G. Volpe, Movzfnenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana 
(Secoli Xr-XIV) L. 15. — 

11 nostro massimo storico studia in questo volume con la sua consueta maestria 
e acutezza critica uno dei fenomeni più salienti della complessa vita medievale. 

L. M. Hartmann, // Risorgimento, Le basi dell' Italia moderna (1815-1915). 
Traci, di G. Maranini L. 8.— 

Succinta, sintetica e organica esposizione delle correnti e degli indirizzi prevalenti 
nel secolo di formazione della nostra coscienza nazionale. 

G. Stepanow, Storia della Russia dalle origini ai giorni Giostri, con tre carte 
geografiche L. 8. — 

E la prima storia russa, che esca in Italia, fatta con criterii rigidamente scienti- 
fici e con larga e diretta informazione sulle fonti. Ci porge altresì nell'ultimo capitolo 
la prima interpretazione storica della rivoluzione bolscevica, giudicata alla stregua 
non di astratti canoni storiografici, ma di tutto il passato del grande impero moscovita. 



Collezione CLASSICI ANTICHI 

Tacito, Opere yninori. Dialogo degli oratori - Vita di agricola Germania, tra- 
dotte e illustrate da Cesare Giarratano • L. 5. — 

Accuratissima traduzione delle opere minori di Tacito, tradotte e illustrate da uno 
dei nostri più intelligenti e competenti latinisti. Precede una dotta prefazione dilu- 
cidativa. 



LA CRITICA LETTERARIA 

a cura di E. CODIGNOLA 

A. Meozzi, V opera di G. Carducci, voi. di 570 pag L, iS. — 

È il primo saggio sintetico sul Carducci, che si prefigga di illustrare in tutti i 
suoi aspetti la grande figura pel poeta maremmano. Il Meozzi ha saputo valutare 
l'opera carducciana alla luce delle più moderne teorie storiografiche ed estetiche, 
senza mai indulgere al malvezzo di condannare canoni artistici e interessi spirituali 
estranei alla mentalità contemporanea. 

Ordinazioni e cartoline vaglia a Vallecchi Editore - Firenze, Via Tiicasoli, 8 



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